Decine di volontari provenienti da diverse organizzazioni non governative del mondo hanno realizzato un'installazione sull'isola di Lesbos, in Grecia. Su una delle colline dell'isola, sono stati disposti circa 2500 giubbotti di salvataggio indossati dai rifugiati e dai migranti soccorsi a Lesbos. Le giacche hanno composto un grande simbolo della pace. Secondo l'Unhcr nel 2015 sarebbero state circa 400mila le persone sbarcate a Lesbos. In questi giorni anche l'artista dissidente cinese Ai Weiwei è sull'isola per raccontare, fotograficamente, la vita dei migranti.
sabato 2 gennaio 2016
L'Arabia Saudita annuncia 47 esecuzioni, giustiziato anche capo religioso sciita Nimr al-Nimr
La Repubblica
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| Nimr al-Nimr |
Accuse di terrorismo per lo sceicco-oppositore Nimr al-Nimr. L'Iran ammonisce: "La sua morte vi costerà cara". La monarchia saudita è tra i governi con il più alto numero di esecuzioni nel mondo. Quarantasette persone accusate di terrorismo sono state giustiziate in Arabia Saudita. Lo ha annunciato il ministero dell'Interno saudita secondo quanto riferisce al Arabiya. Secondo il governo le persone messe a morte erano state condannate per aver progettato e compiuto attacchi terroristici contro civili. La maggior parte delle persone giustiziate sarebbe stata coinvolta in una serie di attentati compiuti da al-Qaeda tra il 2003 e il 2006. Molti di essi erano anche oppositori del regime. Secondo i dati di Amnesty International, l'Arabia Saudita è tra i Paesi con il più alto numero di esecuzioni nel mondo, secondo solo da Cina e Iran. Quelle di oggi sono le prime esecuzioni del 2016 nel regno ultraconservatore che ha giustiziato 153 persone nel 2015 secondo le cifre ufficiali. Le condanne sono state eseguite tramite decapitazione.
Tra i condannati a morte anche un influente religioso sciita, lo sceicco Nimr al-Nimr. Lo sceicco è stato uno dei leader del movimento di protesta partito nel 2011 nella provincia orientale del Qatif, dove la numerosa popolazione sciita reclamava più diritti e meno discriminazione da parte della monarchia saudita, a maggioranza sunnita. Molto popolare tra i giovani, il suo arresto nel 2012 provocò anche proteste di piazza represse dal regime. La sua pena capitale per "incitamento alla lotta settaria" è stata confermata il 25 ottobre scorso. Dura la reazione dell'Iran, che ha avvertito l'Arabia Saudita: l'esecuzione di Nimr "vi costerà cara". Nel braccio della morte c'è anche suo nipote ventunenne Alì al-Nimr. Per salvarlo è partita nei mesi scorsi una mobilitazione internazionale.
Tra i condannati a morte anche un influente religioso sciita, lo sceicco Nimr al-Nimr. Lo sceicco è stato uno dei leader del movimento di protesta partito nel 2011 nella provincia orientale del Qatif, dove la numerosa popolazione sciita reclamava più diritti e meno discriminazione da parte della monarchia saudita, a maggioranza sunnita. Molto popolare tra i giovani, il suo arresto nel 2012 provocò anche proteste di piazza represse dal regime. La sua pena capitale per "incitamento alla lotta settaria" è stata confermata il 25 ottobre scorso. Dura la reazione dell'Iran, che ha avvertito l'Arabia Saudita: l'esecuzione di Nimr "vi costerà cara". Nel braccio della morte c'è anche suo nipote ventunenne Alì al-Nimr. Per salvarlo è partita nei mesi scorsi una mobilitazione internazionale.
Firenze, la lettera-denuncia delle detenute di Sollicciano: "Viviamo peggio degli animali"
La Repubblica
"Vi scriviamo dal carcere di Sollicciano", a mano, su un foglio protocollo a righe. Ultimo giorno dell'anno 2015. Le detenute del più grande istituto di detenzione della Toscana denunciano il freddo, le carenze igieniche e la vita impossibile in quelle celle: "Viviamo peggio degli animali" si legge. "Abbiamo celle invivibili, piene di muffa e ci piove dentro e ci tengono senza riscaldamento e senza acqua calda, la sera siamo costrette a dormire con i panni addosso perché dal freddo non riusciamo a mettere il pigiama". Denunciano le celle infestate dai topi e una scarsa assistenza medica. La lettera porta in fondo i nomi di Maria, Florence, Andreea, Ilaria e molte altre altre, fino ad arrivare a una quarantina di firme. E' stata consegnata al Garante del Comune di Firenze per i diritti dei detenuti, Eros Cruccolini che l'ha diffusa. Più che una lettera è un urlo che fa riflettere. E' stata consegnata nell'ultimo giorno dell'anno mentre tutti si preparano alla festa e ai brindisi.
"Siamo infestati dai topi infatti alcune detenute nella notte sono state morse e non hanno avuto assistenza medica, cioè in ritardo. Siamo state costrette a dormire con una sola coperta e alcuni sono senza il cambio delle lenzuola che avviene ogni 15 giorni ma dobbiamo essere fortunate e la rifornitura che comprende 4 rotoli di carta igienica a testa, due flaconi di detersivo per lavare i pavimenti, saponette per lavare i panni una volta al mese. Ci sono detenute - prosegue la lettera - con problemi psichici, con epilessia e attacchi di panico e alcune asmatiche e sono rinchiuse da sole, abbandonate a se stesse peggio del manicomio di Montelupo fiorentino (si riferiscono all'Ospedale Psichiatrico Giudiziario che è in fase di dismissione ma che qualche anno fa finì sulle cronache per le pessime condizioni in cui vivevano i detenuti ndr), assistenza medica solo nell'orario della terapia, se si dovessero chiamare con urgenza, fuori orario non ti assistono".
"Vi scriviamo dal carcere di Sollicciano", a mano, su un foglio protocollo a righe. Ultimo giorno dell'anno 2015. Le detenute del più grande istituto di detenzione della Toscana denunciano il freddo, le carenze igieniche e la vita impossibile in quelle celle: "Viviamo peggio degli animali" si legge. "Abbiamo celle invivibili, piene di muffa e ci piove dentro e ci tengono senza riscaldamento e senza acqua calda, la sera siamo costrette a dormire con i panni addosso perché dal freddo non riusciamo a mettere il pigiama". Denunciano le celle infestate dai topi e una scarsa assistenza medica. La lettera porta in fondo i nomi di Maria, Florence, Andreea, Ilaria e molte altre altre, fino ad arrivare a una quarantina di firme. E' stata consegnata al Garante del Comune di Firenze per i diritti dei detenuti, Eros Cruccolini che l'ha diffusa. Più che una lettera è un urlo che fa riflettere. E' stata consegnata nell'ultimo giorno dell'anno mentre tutti si preparano alla festa e ai brindisi."Siamo infestati dai topi infatti alcune detenute nella notte sono state morse e non hanno avuto assistenza medica, cioè in ritardo. Siamo state costrette a dormire con una sola coperta e alcuni sono senza il cambio delle lenzuola che avviene ogni 15 giorni ma dobbiamo essere fortunate e la rifornitura che comprende 4 rotoli di carta igienica a testa, due flaconi di detersivo per lavare i pavimenti, saponette per lavare i panni una volta al mese. Ci sono detenute - prosegue la lettera - con problemi psichici, con epilessia e attacchi di panico e alcune asmatiche e sono rinchiuse da sole, abbandonate a se stesse peggio del manicomio di Montelupo fiorentino (si riferiscono all'Ospedale Psichiatrico Giudiziario che è in fase di dismissione ma che qualche anno fa finì sulle cronache per le pessime condizioni in cui vivevano i detenuti ndr), assistenza medica solo nell'orario della terapia, se si dovessero chiamare con urgenza, fuori orario non ti assistono".
venerdì 1 gennaio 2016
Migranti - Merkel: i rifugiati sono "una chance" per la Germania
Corriere Quotidiano
L'afflusso record di rifugiati in Germania rappresenta "una chance" per il Paese: è quanto dirà la cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo discorso di fine anno, già anticipato alla stampa, mettendo in guardia contro coloro che "pieni d'odio" vogliono "escludere gli altri".
L'afflusso record di rifugiati in Germania rappresenta "una chance" per il Paese: è quanto dirà la cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo discorso di fine anno, già anticipato alla stampa, mettendo in guardia contro coloro che "pieni d'odio" vogliono "escludere gli altri".
"Ne sono convinta: se correttamente inteso, l'attuale grande compito di accogliere e integrare così tante persone è una chance per domani", è il pensiero della cancelliera tedesca.
Il discorso del capo del governo di Berlino è stato registrato ieri sera. "Raramente c'è stato un anno in cui siamo stati chiamati come adesso davanti alla sfida di mettere le nostre parole in linea con le nostre azioni", dirà Angela Merkel. "E' ovvio che l'afflusso di tante persone ci richiederà uno sforzo. Costerà del denaro, ci chiederà tempo e forza, soprattutto per quanto riguarda l'integrazione di coloro che vogliono rimanere qui a lungo".
E' "evidente", secondo la cancelliera, che bisognerà "aiutare e accogliere coloro che cercano un rifugio presso di noi". "E' importante non seguire quelli che, con il cuore freddo o pieno d'odio, rivendicano per sé stessi l'identità tedesca e vogliono escludere gli altri".
E' "evidente", secondo la cancelliera, che bisognerà "aiutare e accogliere coloro che cercano un rifugio presso di noi". "E' importante non seguire quelli che, con il cuore freddo o pieno d'odio, rivendicano per sé stessi l'identità tedesca e vogliono escludere gli altri".
Costa d'Avorio: il presidente Ouattara concede la grazia a 3.100 detenuti
Agi
Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha annunciato, nel suo tradizionale discorso di fine/inizio anno alla nazione, di aver concesso la grazia a 3.100 detenuti.
Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha annunciato, nel suo tradizionale discorso di fine/inizio anno alla nazione, di aver concesso la grazia a 3.100 detenuti.
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| Il presidente ivoriano Alassane Ouattara |
"Ho deciso di usare il mio diritto di concedere la grazia procedendo alla remissione totale e parziale delle pene. Questa decisione - ha affermato Ouattara - permetterà a migliaia di detenuti di essere subito liberati e ad altri di vedere la loro pena ridotta. La grazia riguarda in totale 3.100 detenuti", ha detto il rieletto presidente - nell'ottobre scorso - che resterà in carica altri 5 anni.
USA, viaggio di un fotoreporter nel braccio della morte
Rai News
L'appello all'amnistia che Papa Bergoglio ha rivolto ai governi in occasione dell'inaugurazione del giubileo della misericordia non sembra essere giunto nel braccio della morte della Diagnostic and Classification Prison di Jackson in Georgia che si è aperto all'obiettivo dei reporter dell'Associated Press e dove sono reclusi 76 detenuti la cui unica prospettiva è l'iniezione letale.
Nonostante siano ormai 19 gli Stati Usa ad aver abolito la pena capitale e altri 6 siano abolizionisti di fatto non avendo effettuato alcuna esecuzione negli ultimi 10 anni, la realtà della situazione carceraria negli Usa rimane drammatica. La prigione di Jackson, che nelle sue varie sezioni ospita ben 2100 detenuti con un direttore, tre vice e 600 tra agenti e impiegati, non fa accezione.
I detenuti ospitati nel braccio della morte vivono in "capsule" di 2 metri per 3 con sciacquone a vista accanto al letto. Un sentiero contornato di filo spinato li separa dalla camera dell'esecuzione. Quando il detenuto riceve la sentenza definitiva del giudice viene trasferito nell'infermeria dove rimane per due settimane, guardato a vista 24 ore al giorno da due agenti, fino al giorno dell'esecuzione.
L'ultimo giorno il condannato può ricevere visite fino alle 3 del pomeriggio. Dopo l'ultimo check up medico viene portato nella stanza adiacente a quella dell'esecuzione dove consuma l'ultimo pasto e può registrare un'ultima dichiarazione. Una sedia elettrica, usata per 23 esecuzioni è conservata, sinistro cimelio, in una stanza adiacente alla sala dove siedono i testimoni durante l'esecuzione capitale.
Nel 2015 in Georgia sono state compiute 5 delle 28 esecuzioni capitali avvenute negli Usa nel 2015. Il 2016 si apre con qualche speranza in più. Con l'intervento di una sorta di difensore pubblico che ha sollecitato gli avvocati a chiedere la declassificazione della pena capitale, i procuratori hanno accolto le istanze in tutti e 29 i casi di quest'anno, commutando la pena.
Migrants : la France va ouvrir un camp humanitaire à Grande-Synthe
Le Monde
Quand le soleil s’efface, le froid humide venu de la Manche envahit la ville côtière de Grande-Synthe (Nord), en périphérie de Dunkerque. Dans le camp de migrants, à deux pas du centre, il prend ses aises. Les 2 500 ou 3 000 réfugiés du lieu, majoritairement kurdes, savent que cet ennemi se glissera avant eux sous les couvertures de leur maison de toile.
Quand le soleil s’efface, le froid humide venu de la Manche envahit la ville côtière de Grande-Synthe (Nord), en périphérie de Dunkerque. Dans le camp de migrants, à deux pas du centre, il prend ses aises. Les 2 500 ou 3 000 réfugiés du lieu, majoritairement kurdes, savent que cet ennemi se glissera avant eux sous les couvertures de leur maison de toile.
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| Aux portes de Dunkerque, à 30 kilomètres de la jungle de Calais, ils s'entassent dans la boue et le froid, l’humidité et le vent. |
Mais le geste fataliste d’Ali rappelle qu’il en a vu d’autres depuis qu’il a quitté son Kurdistan natal. D’ailleurs, l’Irakien se plaint à peine. Il est là en transit, impatient de rejoindre la Grande-Bretagne. Et s’il n’y est pas fin janvier, en dépit de son « passage garanti », des 40 000 euros payés pour lui, ses enfants et son épouse, il rejoindra ce nouveau camp dont on parle déjà tant. « Il y aura des douches, de l’eau et des tentes chauffées », répète, incrédule, cet ex-traducteur du Royal Air Force College en Irak.
Un vrai camp de réfugiés devrait en effet être ouvert en janvier par la municipalité de Grande-Synthe et Médecins sans frontières (MSF). Un camp aux normes du Haut Commissariat des Nations unies pour les réfugiés (HCR) pouvant accueillir plus de 2 500 migrants, une première en France.
Mais cela paraît bien loin à Ali qui espère juste, ce soir-là, une livraison de bois. Le feu est un des fondamentaux de la route de l’exil. Chaque soir « ce camp de la honte », comme l’a baptisé le maire (EELV) de la ville, Damien Carême, a pour obsession le bois de chauffage. Quelques scies sorties de nulle part attaquent les arbres. Parfois, une camionnette providentielle débarque, bourrée de sacs de combustible. C’est la bousculade garantie. Pire que pour la nourriture. Les enfants crient. Les femmes tendent désespérément les bras. La nuit se gagne là.
Les « French Doctors » ont pourtant mis en place un point pour les distributions des associations ; un espace santé cogéré avec Médecins du monde. Hormis cela et les douches qu’il faut reprendre aux passeurs – qui les faisaient payer –, c’est un champ de boue où sont plantées des tentes basses, sans la bâche qui à Calais sert de seconde peau. Sans les baraques en bois, plus chaudes. Ici les gendarmes ne laissent pas passer de matériaux de construction, ni même, certains jours, les sacs de couchage.
« Grande-Synthe, c’est Calais en pire », résume Jean-François Corty, de Médecins du monde, choqué par la présence de bébés, de femmes enceintes dans la gadoue. Le maire, président du Réseau des élus hospitaliers du Nord-Pas-de-Calais, a pourtant fait ce qu’il pouvait, installé des sanitaires, les bennes à déchets. Il est aujourd’hui dépassé. Et inquiet. « On n’est pas à l’abri d’une hypothermie », prévient la responsable MSF ; « ni d’un suicide », ajoute Hafsa Sabr, une jeune bénévole présente tous les jours depuis l’été ; déjà témoins du geste désespéré d’une maman seule avec plusieurs enfants, et d’un adolescent.
En dépit de ses quelques milliers de migrants, Grande-Synthe est une oubliée. La médiatique Calais a capté toute l’attention, avec sa maire qui en appelle régulièrement à l’armée, quand, à Grande-Synthe, l’élu gérait. « Ici, on accueille des migrants depuis 2006, observe M. Carême, jusqu’à cet été, ils étaient 80. Mais depuis leur nombre a été multiplié par 30 et c’est devenu une ville dans la ville. » Une cité d’ingénieurs, d’enseignants, d’artisans, « encampés » au milieu des 22 000 habitants dont 33 % vivent sous le seuil de pauvreté.
Damien Carême est un maire de gauche. Hier PS, aujourd’hui EELV. Avec MSF, il a conçu un vrai camp qui, pour 1,5 million d’euros – remboursés par l’Etat –, logera tous ses migrants. Les plans sont faits, les entreprises dans les starting-blocks, les équipes de MSF sur le pont. La balle est dans le camp du préfet, qui doit donner son accord pour le lieu choisi par la municipalité.
Bien qu’alambiqué, le communiqué commun de MM. Cazeneuve et Carême promet que cela va venir. Il prend l’engagement « de renforcer les expertises en cours pour mettre en œuvre une solution très rapide qui apportera une réponse humanitaire aux besoins élémentaires des migrants, et notamment des populations vulnérables présentes sur le site, qui doivent pouvoir bénéficierd’une mise à l’abri ». Le déménagement y est aussi acté puisque « les caractéristiques marécageuses du camp actuel ne peuvent offrir de solution satisfaisante en ce sens ». Reste qu’il s’est déjà écoulé une semaine sans réponse de la préfecture et que les acteurs tiennent à un déménagement en janvier.
S’il est bien conçu pour « loger tout le monde », c’est-à-dire 2 500 à 3 000 personnes, comme le veulent la Ville et les associations, ce camp sera une première en France. « Pensé par nos logisticiens, il respectera les standards humanitaires internationaux. Les sanitaires y seront en nombre suffisant et les migrants y dormiront sous des tentes chauffées l’hiver », rappelle Mme Visentin. Les associations seront installées juste à côté, dans des bâtiments en dur. Tout ce que le gouvernement s’est refusé à mettre en place à Calais en créant un camp de jour. Ces avancées ne signifient pourtant pas que le bras de fer entre les associations et le gouvernement est terminé. Tout se négociera, du nombre de places au degré de surveillance policière.
En attendant, la vie continue dans la boue. Souma et Akram, les enfants d’Ali, ont tous deux le nez qui coule. Lundi, la consultation de MSF n’a pas désempli, apportant soins du corps et pansements à l’âme. Hafsa Sabr a, comme souvent, installé une femme fragile pour quelques jours dans l’hôtel voisin. Demain, elle courra les magasins en quête d’un hélicoptère téléguidé. Car Grande-Synthe aussi fêtera le passage en 2016 et quelques-uns des oubliés de Noël auront leur seconde chance.
Par Maryline Baumard
Un vrai camp de réfugiés devrait en effet être ouvert en janvier par la municipalité de Grande-Synthe et Médecins sans frontières (MSF). Un camp aux normes du Haut Commissariat des Nations unies pour les réfugiés (HCR) pouvant accueillir plus de 2 500 migrants, une première en France.
Mais cela paraît bien loin à Ali qui espère juste, ce soir-là, une livraison de bois. Le feu est un des fondamentaux de la route de l’exil. Chaque soir « ce camp de la honte », comme l’a baptisé le maire (EELV) de la ville, Damien Carême, a pour obsession le bois de chauffage. Quelques scies sorties de nulle part attaquent les arbres. Parfois, une camionnette providentielle débarque, bourrée de sacs de combustible. C’est la bousculade garantie. Pire que pour la nourriture. Les enfants crient. Les femmes tendent désespérément les bras. La nuit se gagne là.
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| A Grande-Synthe, près de 3 000 migrants, essentiellement kurdes, vivent les pieds dans l'eau non loin du centre-ville. |
«Une décharge à ciel ouvert»
Devant les petites tentes, des feux s’allument un à un. On se chauffe les mains, les pieds. On pose une bouilloire ou une poêle noircie. Grande-Synthe est un camp misérable. Un espace boisé, destiné à construire un écoquartier, où s’entassent plus d’un millier d’abris de tissu ; où jouent plus d’une centaine d’enfants, les pieds dans l’eau, faute de bottes. « Ce n’est pas un camp, mais une décharge à ciel ouvert, observe Delphine Visentin, la responsable de MSF. Nous tentons d’en améliorer le fonctionnement mais cela reste une zone de transit inorganisée. »
Les « French Doctors » ont pourtant mis en place un point pour les distributions des associations ; un espace santé cogéré avec Médecins du monde. Hormis cela et les douches qu’il faut reprendre aux passeurs – qui les faisaient payer –, c’est un champ de boue où sont plantées des tentes basses, sans la bâche qui à Calais sert de seconde peau. Sans les baraques en bois, plus chaudes. Ici les gendarmes ne laissent pas passer de matériaux de construction, ni même, certains jours, les sacs de couchage.
« Grande-Synthe, c’est Calais en pire », résume Jean-François Corty, de Médecins du monde, choqué par la présence de bébés, de femmes enceintes dans la gadoue. Le maire, président du Réseau des élus hospitaliers du Nord-Pas-de-Calais, a pourtant fait ce qu’il pouvait, installé des sanitaires, les bennes à déchets. Il est aujourd’hui dépassé. Et inquiet. « On n’est pas à l’abri d’une hypothermie », prévient la responsable MSF ; « ni d’un suicide », ajoute Hafsa Sabr, une jeune bénévole présente tous les jours depuis l’été ; déjà témoins du geste désespéré d’une maman seule avec plusieurs enfants, et d’un adolescent.
En dépit de ses quelques milliers de migrants, Grande-Synthe est une oubliée. La médiatique Calais a capté toute l’attention, avec sa maire qui en appelle régulièrement à l’armée, quand, à Grande-Synthe, l’élu gérait. « Ici, on accueille des migrants depuis 2006, observe M. Carême, jusqu’à cet été, ils étaient 80. Mais depuis leur nombre a été multiplié par 30 et c’est devenu une ville dans la ville. » Une cité d’ingénieurs, d’enseignants, d’artisans, « encampés » au milieu des 22 000 habitants dont 33 % vivent sous le seuil de pauvreté.
La balle est dans le camp du préfet
Le ministère de l’intérieur a longtemps fait la sourde oreille aux appels de Damien Carême. Le 30 septembre 2015, Bernard Cazeneuve lui avait promis son aide. « Trois mois plus tard, je n’ai rien vu ; à part des forces de l’ordre », regrette M. Carême. Excédé, il a convoqué une conférence de presse avec Médecins sans frontières pour le 23 décembre. La décision qu’il fallait pour obtenir un rendez-vous avec le ministre de l’intérieur, puisqu’il a été reçu le même jour par M. Cazeneuve.
Damien Carême est un maire de gauche. Hier PS, aujourd’hui EELV. Avec MSF, il a conçu un vrai camp qui, pour 1,5 million d’euros – remboursés par l’Etat –, logera tous ses migrants. Les plans sont faits, les entreprises dans les starting-blocks, les équipes de MSF sur le pont. La balle est dans le camp du préfet, qui doit donner son accord pour le lieu choisi par la municipalité.
Bien qu’alambiqué, le communiqué commun de MM. Cazeneuve et Carême promet que cela va venir. Il prend l’engagement « de renforcer les expertises en cours pour mettre en œuvre une solution très rapide qui apportera une réponse humanitaire aux besoins élémentaires des migrants, et notamment des populations vulnérables présentes sur le site, qui doivent pouvoir bénéficierd’une mise à l’abri ». Le déménagement y est aussi acté puisque « les caractéristiques marécageuses du camp actuel ne peuvent offrir de solution satisfaisante en ce sens ». Reste qu’il s’est déjà écoulé une semaine sans réponse de la préfecture et que les acteurs tiennent à un déménagement en janvier.
S’il est bien conçu pour « loger tout le monde », c’est-à-dire 2 500 à 3 000 personnes, comme le veulent la Ville et les associations, ce camp sera une première en France. « Pensé par nos logisticiens, il respectera les standards humanitaires internationaux. Les sanitaires y seront en nombre suffisant et les migrants y dormiront sous des tentes chauffées l’hiver », rappelle Mme Visentin. Les associations seront installées juste à côté, dans des bâtiments en dur. Tout ce que le gouvernement s’est refusé à mettre en place à Calais en créant un camp de jour. Ces avancées ne signifient pourtant pas que le bras de fer entre les associations et le gouvernement est terminé. Tout se négociera, du nombre de places au degré de surveillance policière.
En attendant, la vie continue dans la boue. Souma et Akram, les enfants d’Ali, ont tous deux le nez qui coule. Lundi, la consultation de MSF n’a pas désempli, apportant soins du corps et pansements à l’âme. Hafsa Sabr a, comme souvent, installé une femme fragile pour quelques jours dans l’hôtel voisin. Demain, elle courra les magasins en quête d’un hélicoptère téléguidé. Car Grande-Synthe aussi fêtera le passage en 2016 et quelques-uns des oubliés de Noël auront leur seconde chance.
Par Maryline Baumard
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