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sabato 2 gennaio 2016

Firenze, la lettera-denuncia delle detenute di Sollicciano: "Viviamo peggio degli animali"

La Repubblica
"Vi scriviamo dal carcere di Sollicciano", a mano, su un foglio protocollo a righe. Ultimo giorno dell'anno 2015. Le detenute del più grande istituto di detenzione della Toscana denunciano il freddo, le carenze igieniche e la vita impossibile in quelle celle: "Viviamo peggio degli animali" si legge. "Abbiamo celle invivibili, piene di muffa e ci piove dentro e ci tengono senza riscaldamento e senza acqua calda, la sera siamo costrette a dormire con i panni addosso perché dal freddo non riusciamo a mettere il pigiama". Denunciano le celle infestate dai topi e una scarsa assistenza medica. La lettera porta in fondo i nomi di Maria, Florence, Andreea, Ilaria e molte altre altre, fino ad arrivare a una quarantina di firme. E' stata consegnata al Garante del Comune di Firenze per i diritti dei detenuti, Eros Cruccolini che l'ha diffusa. Più che una lettera è un urlo che fa riflettere. E' stata consegnata nell'ultimo giorno dell'anno mentre tutti si preparano alla festa e ai brindisi.

"Siamo infestati dai topi infatti alcune detenute nella notte sono state morse e non hanno avuto assistenza medica, cioè in ritardo. Siamo state costrette a dormire con una sola coperta e alcuni sono senza il cambio delle lenzuola che avviene ogni 15 giorni ma dobbiamo essere fortunate e la rifornitura che comprende 4 rotoli di carta igienica a testa, due flaconi di detersivo per lavare i pavimenti, saponette per lavare i panni una volta al mese. Ci sono detenute - prosegue la lettera - con problemi psichici, con epilessia e attacchi di panico e alcune asmatiche e sono rinchiuse da sole, abbandonate a se stesse peggio del manicomio di Montelupo fiorentino (si riferiscono all'Ospedale Psichiatrico Giudiziario che è in fase di dismissione ma che qualche anno fa finì sulle cronache per le pessime condizioni in cui vivevano i detenuti ndr), assistenza medica solo nell'orario della terapia, se si dovessero chiamare con urgenza, fuori orario non ti assistono".

martedì 30 giugno 2015

Detenuto muore nel carcere di Sollicciano, l'Osapp: "E' l'ottavo caso dall'inizio dell'anno"

La Repubblica
Il sindacato: "Nel penitenziario di Firenze percentuale di decessi in cella più alta in Italia". Ma per il Garante le morti sono cinque. L'uomo, 55 anni, italiano, seguiva un trattamento per tossicodipendenti
Un detenuto italiano di 55 anni, in trattamento per tossicodipendenti, è morto ieri nel carcere fiorentino di Sollicciano. "E' l'ottavo caso dall'inizio dell'anno nel penitenziario fiorentino", secondo il sindacato Osapp, che "ha la più alta percentuale di decessi in cella sul territorio nazionale e non solo". "Il detenuto - spiega il sindacato - aveva assunto da non molto tempo la prevista quantità di metadone e il malore che lo ha colto è assai probabile che sia stato provocato dalla contemporanea assunzione di altre sostanze come purtroppo già accaduto nello stesso carcere, in particolare nella limitrofa sezione femminile". Il Garante dei detenuti, però, conferma soltanto cinque decessi avvenuti da gennaio ad oggi.

Nonostante gli otto casi in sei mesi, spiega Leo Beneduci, segretario generale del sindacato, la vicenda "non sembrerebbe aver destato particolari preoccupazioni nei vertici locali, regionali e nazionali dell'amministrazione penitenziaria".

lunedì 30 marzo 2015

Detenuto italiano, 45 anni si suicida nel carcere di Sollicciano, aveva paura per sua incolumità in libertà

La Repubblica
45 anni, italiano, si è suicidato. Aveva manifestato preoccupazione per la sua incolumità una volta in libertà
[...]

"Si tratta - afferma Beneduci dell'Osar - dell'ennesimo grave episodio occorso presso il centro clinico di Firenze Sollicciano. Il detenuto suicidatosi questa notte sembrerebbe avesse manifestato più volte il proprio disagio e preoccupazioni per la propria incolumità fisica una volta uscito dal carcere, tant'è che ne sarebbe stato chiesto più volte il trasferimento ad altra struttura della regione senza concreti riscontri da parte del competente

provveditore regionale".

"Peraltro - conclude Beneduci - i dati in nostro possesso darebbero la Regione Toscana quale quella con il più alto numero di morti in carcere, benché non con il più alto numero di detenuti presenti, ma nessuno ha mai ritenuto di approfondire ed accertare le responsabilità del caso anche rispetto alle modalità di gestione/organizzazione degli istituti di pena toscani".

sabato 5 luglio 2014

La storia - Il bambino cresciuto in carcere a Sollicciano con la mamma adesso 6 anni: «La sera mi chiudono a chiave»

Corriere Fiorentino
Giacomo ha sei anni e mezzo, da oltre cinque vive
con la mamma in carcere. Per la legge non dovrebbe essere lì, ma in un centro che ancora non c’è

Giacomo non ha colpe da espiare. Non ha commesso reati, eppure è un condannato senza che mai nessun giudice abbia scritto una sentenza. È il detenuto più piccolo del carcere di Sollicciano, appena sei anni e quattro mesi, ma anche il più grande tra quelli mai approdati nell’istituto fiorentino e forse anche nel resto d’Italia. A memoria, dicono quelli che conoscono la sua storia, un caso unico. Giacomo — il nome ovviamente è di fantasia — detiene un altro record: ha passato quasi tutta la sua «piccola» vita tra le sbarre: cinque anni e tre mesi, come dire un ergastolo.

L’ARRIVO IN CARCERE — È arrivato nella sezione femminile di Sollicciano come «ospite» insieme alla mamma arrestata a Bari nel 2009 per reati legati allo sfruttamento della prostituzione. 
La madre, oggi 42 anni, nel novembre 2010 è arrivata a Firenze. All’epoca Giacomo aveva un anno, non camminava ancora e diceva solo due parole. La casa per lui è sempre stata quella cella della sezione femminile, l’unica che ha conosciuto. Lì ha iniziato a camminare, a parlare e lì ha imparato anche a riconoscere il suono dell’unica porta di ferro che segna il confine tra i dannati di un girone e l’altro mondo di Sollicciano, quello per le mamme e i «bambini-detenuti-senza condanna» che lì non dovrebbero starci. Fino a qualche mese fa Giacomo non era da solo. C’erano altre mamme ed altri due bambini a vivere lì. Poi gli altri sono andati via, in case famiglie, e lui è rimasto. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, gli anni sono diventati cinque.

LA NUOVA «FAMIGLIA» — Dietro le quinte della «sezione mamme» c’è il lavoro di tante persone. I volontari delle associazioni fanno tutti i giorni qualcosa per farla somigliare meno a un carcere: hanno sostituito i portoni blindati con porte di legno, hanno tolto le brande in ferro e messo letti in legno, hanno dipinto le pareti, hanno arredato le stanze per renderle il più possibile casa e non cella, hanno realizzato un piccolo parco giochi ma «un carcere resta sempre un carcere, anche se lo rendi più bello e lo dipingi con i colori dell’oro — dice un’agente della polizia penitenziaria — soprattutto per un bambino di quasi sette anni che adesso comincia a capire che la sua vita non è come quella di tutti gli altri bambini». La famiglia di Giacomo sono la madre — che ha una pena da scontare fino al gennaio 2019 — le agenti di polizia penitenziaria e le volontarie che tutti i giorni vanno a prenderlo per accompagnarlo all’asilo, lo riportano a casa, fanno i colloqui con le insegnanti e lo seguono nell’attività pomeridiana quando rientra dalla madre. Giacomo ha cominciato ad andare all’asilo nido, alla materna e a settembre comincerà la prima elementare.

L’ESTATE DIVERSA — Quest’estate, grazie alla caparbietà di Silk Stegemann, psicologa e coordinatrice del progetto «Bambini e carcere» di Telefono Azzurro, Giacomo riuscirà anche a frequentare i centri estivi. Il che significa per lui una boccata di ossigeno per altri due mesi, dopo la fine della scuola. «È stata una grande conquista — spiega Silk Stegemann — Cerchiamo fargli avere una vita il più possibile normale visto che comunque i diritti di questi bambini che il destino ha portato in un carcere sono stati già compromessi». Un lavoro non facile quello dei volontari: «Dobbiamo stare attenti a non fare troppo — spiega ancora la psicologa — perché il nostro obiettivo è sempre quello di proteggere la relazione madre e figlio». Fino ad oggi Giacomo non si è reso conto di essere un bambino diverso. Ma adesso che è diventato più grande e si confronta con gli altri bambini diventa difficile rispondere alle sue domande. «Perché mi chiudono a chiave la sera quando torno a casa?», ha chiesto un giorno alle educatrici. E alla domanda di un compagno di scuola — «tu dove abiti?» — con il candore che solo un bambino può avere ha risposto: «Casa mia è in carcere». E adesso, quando non arrivano i volontari a portarlo fuori, ad esempio la domenica, lui protesta perché vuole uscire, e la sera, quando sente che chiudono a chiave la porta, piange e protesta.

LA LEGGE — Ma perché un bambino è rimasto così tanto tempo a Sollicciano? La legge prevede che i bambini non vengano separati dalle madri detenute fino a tre anni. Una legge del 2011 ha aumentato fino a sei anni l’età dei bambini che possono stare con le madri a patto però che siano in un Icam, un istituto a custodia attenuata per le detenute madri, quello che Firenze aspetta da anni. Nel caso della madre di Giacomo qualsiasi percorso alternativo è stato impossibile: troppo alta la pena da scontare per reati gravi. E allora? «Allora Giacomo è rimasto qui, in questa specie di limbo, ad aspettare, colpa di una burocrazia che non guarda in faccia neppure un bambino», raccontano da Sollicciano. Hanno provato a cercare uno zio all’estero per affidarlo a lui quando anche il padre era in carcere ma dopo un anno di ricerche che non hanno dato alcun risultato sono stati costretti ad arrendersi. L’attaccamento della madre al bambino, e del bambino alla madre, ha fatto il resto. «Conosciamo questa vicenda e la stiamo seguendo da tempo — spiega Franco Corleone, garante regionale per i diritti dei detenuti — contiamo di arrivare a una soluzione entro settembre, quando il bambino comincerà ad andare a scuole». Adesso ai primi di luglio ci sarà un’udienza al tribunale dei minori nella speranza di arrivare prima possibile a un affidamento ad alcuni familiari del padre che si sono fatti avanti. «Se ci fosse stato a Firenze l’Icam questa storia avrebbe avuto una soluzione prima — spiega Grazia Sestini, garante per l’infanzia della Regione Toscana — speriamo che questa struttura veda la luce il prima possibile per evitare che un altro caso del genere si possa ripetere».

lunedì 30 giugno 2014

Firenze - Un altro suicidio nel carcere di Sollicciano - Un uomo di 33 anni del Marocco

gonews 
Nella notte appena trascorsa un detenuto del carcere di Sollicciano si è suicidato inalando il gas di una bombola. L’episodio si è verificato intorno a mezzanotte e mezzo e inutili sono stati tutti i tentativi di soccorso. 

L’uomo era di origine marocchina e aveva 33 anni. Don Vincenzo Russo, responsabile della Madonnina del Grappa e cappellano del carcere fiorentino, che commenta così: “Ormai è palese la situazione di degrado delle nostre carceri, che non garantiscono nemmeno il minimo di dignità umana a chi ha sicuramente sbagliato, anche se spesso per reati minori, ma che non per questo merita di morire. In Italia si sente dire sempre più spesso che rubano tutti, però in carcere ci finiscono soltanto i le persone ai margini della società”. 

“Il dilemma sulla funzione del carcere è il solito – prosegue Don Vincenzo Russo – devono essere luoghi di rieducazione oppure di punizione, ma la responsabilità di tutto questo forse non è nemmeno delle carceri, ma di un sogno spezzato, di questi uomini e donne che arrivano nel nostro paese con grandi aspettative, per poi scontrarsi con una dura, durissima realtà di un Paese, di un’Europa che non è organizzata per accoglierli dignitosamente. Forse tutto il sistema dovrebbe essere ripensato, cercando di lavorare diplomaticamente e non solo, al di la del mare, nei loro paesi d’origine, o in quelli disponibili a collaborare, trasformando un dramma in un opportunità per loro ma anche per noi”.

mercoledì 4 giugno 2014

Firenze - Carcere di Sollicciano - Suicidio di un detenuto di 40 anni

Il Messaggero
Un detenuto di 40 anni si è suicidato oggi pomeriggio nella sua cella nella tredicesima sezione del carcere fiorentino di Sollicciano. 

A renderlo noto è il segretario generale dell'Osapp, Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, Leo Beneduci, il quale sottolinea che si tratta del «61esimo morto in carcere dall'inizio dell'anno e il 19esimo per suicidio»

L'uomo si è barricato nel bagno della cella che condivideva con altri due detenuti ed ha inalato il gas di una bomboletta che serviva ad alimentare un fornellino. A nulla è servito il tentativo degli agenti di polizia penitenziaria e del medico del carcere che hanno cercato di rianimarlo. 

«Il suicidio - dice Beneduci - si è verificato in una sezione protetta, nella quale doveva anche realizzarsi la cosiddetta 'sorveglianza dinamicà, a riprova di un modello detentivo destinato a fallire prima di realizzarsi».