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domenica 27 dicembre 2015

26 dicembre - Pranzo in carcere con 200 detenuti di Regina Coeli con Sant’Egidio

Corriere della Sera
Dopo il pranzo di Natale imbandito per seicento bisognosi nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, a Santo Stefano la Comunità di Sant’Egidio supera le sbarre del carcere per condividere le festività anche con i detenuti. Il 26 dicembre, infatti, i volontari hanno organizzato nel penitenziario di Regina Coeli un pranzo con duecento reclusi ."




Le condizioni di vita in carcere
Era il 26 dicembre del 1958 quando papa Giovanni XXIII (da poco eletto) varcò per la prima volta la soglia di Regina Coeli e incontrò i detenuti del carcere di via della Lungara. Lì fece uno storico discorso pieno di speranza e misericordia: «Sono venuto, mi avete veduto, ho messo i miei occhi nei vostri occhi e il cuor mio vicino ai vostri cuori». La comunità di Sant’Egidio ricorda quella storica visita con un pranzo nella rotonda del penitenziario insieme con i carcerati. Negli anni, la Comunità ha richiamato l’attenzione sulle condizioni di vita all’interno del penitenziario, dal problema del sovraffollamento ai suicidi.


http://roma.corriere.it/foto-gallery/cronaca/15_dicembre_26/pranzo-natale-detenuti-regina-coeli-2b8426a6-abe1-11e5-98e3-65fc73d21d7d.shtml
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Il Natale dei reclusi
Al pranzo di quest’anno parteciperà anche Mario Marazziti, portavoce della Comunità e presidente della Commissione Affari Sociali della Camera. «All’inizio del Giubileo della Misericordia - spiega - è un privilegio e una responsabilità per me poter vivere con chi è in carcere una festa radicata nei problemi, si, ma anche una occasione per immaginare con chi è recluso, il personale e i responsabili, come essere e cosa fare». Il pranzo non è l’unica iniziativa di Natale organizzata da Sant’Egidio nelle carceri. L’ultima domenica di avvento, il 20, si sono tenute messe a Rebibbia e Regina Coeli, sempre per stare vicino a chi vive ai margini della società 




«Situazione migliorata, ora pensare alla riabilitazione»
«Negli ultimi due anni abbiamo migliorato la vivibilità di condizioni carcerarie che erano diventate degradanti e disumane, controproducenti, per un sovraffollamento sanzionato anche dall’Europa. Adesso bisogna avere il coraggio di invertire con forza la tendenza per fare diventare il carcere un percorso di riabilitazione e non la parentesi tra una detenzione e l’altra» conclude Marazziti.

sabato 26 dicembre 2015

Un milione di migranti nel 2015 per un continente come l'Europa non sono un'invasione

Faro di Roma
L’anno che si sta per chiudere ha visto le nostre comunità confrontarsi con un nuovo ‘segno dei tempi’, una ‘nuova provocazione’: l’arrivo in Italia e in Europa di oltre 1 milione di persone migranti, che provengono da paesi segnati da guerre, disastri ambientali e persecuzione politica e religiosa. 

Sono persone in fuga: che hanno camminato in situazione di privazione, di violenza; che hanno attraversato il Nostro Mare su barche insicure, al punto che oltre 3700 hanno trovato la morte, tra cui almeno 730 bambini, anche neonati; che all’arrivo spesso hanno trovato non porte aperte, ma muri di filo spinato. 
Un milione di persone che arrivano in un Continente, come l’Europa, di oltre 500 milioni di persone; un milione di giovani, che arrivano in un Continente dove oltre il 30% sono anziani, non possono essere considerati un popolo che ‘invade’: è semmai un popolo in cammino, che chiede protezione internazionale, un diritto su cui si fonda la democrazia europea; è una risorsa per rinnovare l’Europa.
Durante la Prima Guerra Mondiale i profughi e i rifugiati in Europa furono oltre 12 milioni e ci fu una gara di solidarietà, anche nei nostri paesi e comunità, all’ospitalità e all’accoglienza. Certo, 1 milione di persone che arrivano non possono essere accolti solo da 5 dei 28 Stati Europei.

Il 2015 è stato l’anno in cui, purtroppo, abbiamo dovuto constatare la debolezza degli Stati che formano l’Unione europea a garantire non solo sulla carta, ma nei fatti, la protezione internazionale. L’Italia, da parte sua, impreparata fino al 2013 a tutelare un numero significativo di rifugiati (i posti negli Sprar erano solo 3.000, in pochi Comuni italiani) e ai richiedenti asilo (meno di 10.00 posti nei Cara), ha intrapreso il cammino di un sistema asilo degno di una grande Democrazia: i posti negli SPRAR sono diventati 20.000 (e nel prossimo anno dovrebbero arrivare a 30.000) e l’accoglienza straordinaria ha creato una rete di 100.000 posti in 4000 strutture.

Anche per l’Italia vale lo stesso discorso dell’Europa: l’accoglienza di 100.000 persone in 8.000 comuni italiani non può essere considerata un’invasione. L’accoglienza ha dovuto sconfiggere paure, anche nelle nostre comunità: la paura che nasceva dalla falsa correlazione tra terrorismo e islam, tra terrorismo e rifugiati. La rete diffusa di accoglienza che si è creata nelle nostre diocesi e parrocchie italiane, oltre 27.000 persone accolte, rispondendo anche all’appello del Papa, che il 6 settembre scorso aveva invitato le parrocchie d’Europa a fare spazio all’accoglienza di una famiglia di richiedenti asilo e rifugiati, è stata una risposta ecclesiale nel segno della carità e della giustizia, ma anche un gesto concreto per provocare una risposta politica organica e diffusa a chi chiedeva protezione internazionale al nostro Paese.

L’anno che si apre non può che essere all’insegna della pace e dell’accoglienza, continuando un cammino di accoglienza gioiosa nelle nostre comunità, secondo lo spirito del Vangelo vissuto nella Chiesa delle origini – come ricorda l’apologista Aristide di Atene (+140): “i cristiani se vedono uno straniero, lo conducono in casa e gioiscono con lui come con un fratello” (Apologia, 15,7) – . Un cammino di accoglienza rinnovato nel magistero del Concilio Vaticano II – “la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall’umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo” (L. G. 8) – che l’Anno giubilare voluto da Papa Francesco intende trasformare in gesti concreti e quotidiani di misericordia.

Gian Carlo Perego
Direttore generale Fondazione Migrantes

Arabia Saudita, 15 anni di prigione attivista per i diritti umani Waleed, avvocato del blogger Raif Badawi

Corriere Sociale
Roma – Waleed, 36 anni, avvocato e fondatore nel 2008 dell’organizzazione Osservatori dei diritti umani in Arabia Saudita, è stato condannato a 15 anni di prigione per il suo “attivismo pacifico”. 

Waleed Abu al-Khair
Da ultimo ha difeso Raif Badawi, fondatore del forum “Free Saudi Liberals”, un sito creato anch’esso nel 2008 per discutere del ruolo della religione nel Paese – che è sottoposto all’islam wahhabita, l’islam nella sua “versione” più rigorosa –. Raif, cognato di Waleed, è statocondannato il 7 maggio del 2014 dal tribunale di Gedda a 10 anni di carcere e a 1000 fustate in piazza con l’accusa di blasfemia nei confronti dell’islam, per aver esercitato il proprio diritto alla libertà d’espressione, tra l’altro criticando la muttawwi’a, la polizia religiosa che “pattuglia” le strade in Arabia Saudita – ragion per cui a Raif è stato recentemente conferito dal Parlamento europeo a Strasburgo il premio Sakharov per la libertà di pensiero, ritirato per lui dalla moglie Ensaf Haidar .

Il suo avvocato, nome completo Waleed Abu al-Khair, ha affrontato vessazioni e minacce. Le autorità saudite lo hanno giudicato colpevole di danneggiare la reputazione del regno, di insultare la magistratura e di altre accuse in base ad una cosiddetta “legge anti-terrorismo”.

In prigione, Waleed è stato picchiato e tenuto in isolamento. Soffre di diabete e non gli viene consentito di vedere regolarmente la moglie Samar, a sua volta attivista dei diritti umani, e la loro bambina.

Ma Waleed “non è un terrorista. E’ un prigioniero di coscienza e dovrebbe poter ricongiungersi con la sua famiglia”,spiega un appello di Amnesty International, che chiede una semplice firma per rivolgersi – o almeno provarci – al re dell’Arabia Saudita – la stessa che l’Onu ha scelto come presidente per il suo Consiglio dei Diritti Umani – perché il giovane venga immediatamente rilasciato.

Il sito di Amnesty ha anche ospitato una lettera di Samar Badawi, la quale spiega ai Sauditi che suo marito “è stato imprigionato perché voi possiate vivere liberi; ha affrontato i tiranni per rivendicare i vostri diritti; ha affrontato i suoi oppressori dicendo loro che non avrebbe tollerato la loro repressione. Ricordate che la storia non dimentica, esalterà coloro che hanno lottato per la libertà e metterà da parte la memoria di coloro che hanno ceduto ad una vita di umiliazione e schiavitù”.

Lo stesso auspicio di libertà è stato più volte lanciato da Amnesty International per Raif Badawi e gli altri attivisti condannati con lui: Suliaman al-Rashudi, Abdullah al-Hamid, Mohammed al-Qahtani, Abdulaziz al-Khodr, Mohammed al-Bajadi, Fowzan al-Harbi, Abdulrahman al-Hamid, Saleh al-Ashwan, Omar al-Sa’id e Fadhel al-Manasif.

Kurdistan turco: in 100mila lasciano le proprie case per cercare luoghi sicuri

Articolo 21
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Senza contare che un pezzo del paese – quello che una volta era il Kurdistan turco – è totalmente oscurato, come ho potuto verificare nella mia recente visita con Ivan Grozny. Qui, da quando Erdoğan ha interrotto i negoziati di pace col Pkk in vista delle elezioni di novembre, le città a maggioranza curda nel sud-est del paese sono sistematicamente sottoposte a coprifuoco. Lo Stato turco, con il dichiarato intento di colpire quelli che definisce “terroristi del Pkk”, impone a tutti gli abitanti di evacuare le città, di lasciare le proprie abitazioni. Annunci che assolvono le autorità turche da qualsiasi responsabilità nei confronti dei civili. Una volta dichiarato il coprifuoco, l’esercito turco e le forze speciali di polizia iniziano a bombardare i quartieri dall’alto e ad assaltate le abitazioni con blindati e mitragliatrici.

Da qualche tempo sono accompagnati dalle squadre di Esedullah, chiamati “Leoni di Allah”, gruppi paramilitari di estrema destra che si manifestano con le caratteristiche di una cellula Isis e “operano nei ranghi della polizia” secondo alcune testimonianze raccolte da Maurizio Molinari su La Stampa. La popolazione resiste, non vuole lasciare la propria terra, ma è terrorizzata. Le scuole sono chiuse, così come gli ospedali: ieri, a causa dei lacrimogeni, a 70 anni è morto Salih Baygin. E sono drammatiche le immagini di una donna disarmata trascinata da due militari per centinaia di metri e caricata su un furgone della polizia a Cizre; così come terribili sono i video, postati su twitter, in cui si vedono alcuni militari torturare un vecchio cane. Una violazione sistematica dei diritti umani, nel silenzio più totale. Secondo i dati dell’Associazione dei diritti umani IHD, nel corso del 2015 sono morte 523 persone negli scontri tra l’esercito e il Pkk: 171 militari, 195 militari curdi, 157 civili e 44 bambini. 

Da metà agosto le autorità hanno dichiarato 32 volte il coprifuoco in 8 distretti a Diyarbakir, 9 volte in 3 distretti a Mardin, 7 volte in 2 distretti a Sirnac, 4 volte in un distretto di Hakkari e Batman: questo significa stravolgere la vita di un milione e trecentomila persone. Sono drammatiche – e giornalisticamente assai poco raccontate – le immagini che arrivano in questi giorni dal Kurdistan turco: le file di anziani e famiglie che lasciano le loro città con enormi sacchi sulle spalle, contenenti la loro vita, per cercare luoghi sicuri. Sembra un esodo inevitabile e silenziato. Secondo Rete Kurdistan da agosto sono più di 100mila gli abitanti che hanno lasciato le proprie case. Senza contare che chi rimane si ritrova a vivere in città polverizzate da bombe e mitragliatrici, molto più simili ad Hassaké e a Kobane distrutte dall’Isis che a una civile città turca.

Chi ha provato a raccontare la situazione nel Kurdistan turco ha vissuto vari destini. Tahir Elci, avvocato curdo difensore dei diritti umani, è stato ammazzato in una sparatoria in mezzo alla strada a Diyarbakir, mentre durante una conferenza stampa chiedeva al Erdoğan di fermare le operazioni militari nelle città curde. Sono finiti in carcere con l’accusa di terrorismo due giornalisti britannici di Vice News – Jake Hanrahan e Philip Pendlebury – insieme alla loro guida – Mohamed Ismail Rasool – solo per aver ripreso gli scontri tra l’esercito turco e la resistenza curda all’interno del quartiere di Sur, Diyarbakir. Al giornalista di Ozgur Gun Tv che voleva documentare la violenza dei militari nei confronti dei civili nella città di Silvan un poliziotto ha puntato la pistola alla testa. Senza dimenticare la storia di Serena Shim, giornalista americana di origini libanesi, morta in uno strano incidente stradale, dopo essere tornata da Surc, città turca di fronte a Kobane. Aveva appena dichiarato in diretta a Press tv, testata iraniana per cui lavorava, di essere in possesso di immagini che documentavano un traffico illegale di estremisti islamici dalla Turchia alla Siria, accusando Erdoğan di chiudere gli occhi; aveva riportato, nella stessa diretta, alcune minacce ricevute da parte dei servizi segreti turchi. Poco dopo ha perso la vita in un frontale con un camion.

Nel resto del paese, si cerca di silenziare tutta la stampa che non fa da grancassa all’Akp, il partito che governa con la maggioranza assoluta e vede il presidente della Repubblica come massima espressione. Si cerca di mettere a tacere non solo l’opposizione, ma chiunque tenti di effettuare un minimo controllo critico, come ha fotografato la stessa Commissione Europea nel suo dossier reso pubblico soltanto dopo il voto. Nei confronti della stampa, le accuse non sono solo quelle di diffamazione, o di sostegno al terrorismo come accade in Kurdistan, ma anche di spionaggio. Per aver pubblicato un’inchiesta su un passaggio di armi dalla Turchia alla Siria, con la scorta dei servizi segreti turchi, rischiano l’ergastolo, il direttore di “Cumhuriyet”, Can Dündar e il suo caporedattore Gül. È notizia di ieri che il pubblico ministero ha chiesto 5 anni e 4 mesi di carcere per Ergin, giornalista di Hürriyet che aveva osato criticare Erdoğan.
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venerdì 25 dicembre 2015

“I corridoi umanitari sono un’iniziativa straordinaria”. Intervista a Mario Marazziti

Riforma.it
«L’iniziativa ha un valore esemplare in quanto per la prima volta si realizza un’attività necessaria e atta ad affrontare in maniera civile, umana e intelligente il tema delle migrazioni mondiali. L’esodo dei profughi forzati che scappano dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle desertificazioni che stanno cambiando il mondo. Lo si fa introducendo un principio semplice: che si possono fare i viaggi sicuri» 

lo ha detto Mario Marazziti, deputato PI-CD e presidente della Commissione Affari sociali alla Camera e vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione dei migranti nei centri di identificazione e espulsione e nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. Marazziti è anche portavoce della Comunità di Sant’Egidio: gli abbiamo rivolto alcune domande.

L’apertura dei corridoi umanitari dal Marocco e dal Libano e Etiopia – promossa dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio – è una buona pratica messa in essere da organizzazioni religiose. Qual è il suo parere in qualità di portavoce della Comunità di Sant’Egidio e di uomo delle istituzioni?
«I corridoi umanitari sono un’iniziativa straordinaria, una buona pratica, non solamente dal sapore simbolico ma dal valore concreto. Lo sano bene le famiglie e le persone fragili e vulnerabili che inizieranno nei prossimi giorni i primi viaggi verso una nuova vita. L’iniziativa ha un valore esemplare in quanto per la prima volta si realizza un’attività necessaria e atta ad affrontare in maniera civile, umana e intelligente il tema delle migrazioni mondiali. L’esodo dei profughi forzati che scappano dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle desertificazioni che stanno cambiando il mondo. Lo si fa introducendo un principio semplice: che si possono fare i viaggi sicuri. Togliendo dalle mani dei trafficanti il business della tratta di esseri umani e togliendo possibilità di controllo di questo traffico ai terroristi di Daesh, un modo per restituire all’Europa la possibilità di non contraddire sé stessa: i suoi valori più profondi e la sua stessa identità».

È una partenza o è il punto di arrivo di un lungo percorso culturale, solidale ed ecumenico?
«È un punto d’arrivo eccezionale che ha impegnato per più di un anno la Fcei e la Comunità di Sant’Egidio. È il frutto di quell’anima evangelica e buona del nostro mondo occidentale che, in maniera generosa e libera, riesce a pensare e realizzare quello che i governi, le regole e le strutture dei nostri Stati nazionali e democrazie in questo momento un po’ fragili, non sono riuscite neanche a immaginare».

Quando è nata l’idea dei corridoi insieme alla Fcei?
««All’indomani della tragedia che il 3 ottobre 2013 causò al largo di Lampedusa la morte straordinaria di troppi esseri umani. Ricordo che l’apertura di corridoi umanitari fu l’idea che spontaneamente sorse a chi assistette a tale dramma. Quando ci recammo con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e altri cinque deputati a Lampedusa all’indomani dei tragici fatti, proprio mentre venivano composte in quell’hangar le prime salme e venivano fatti i primi passi per dare un nome a quei 113 morti, tra i quali si contavano già i primi quattro bambini, facemmo la nostra prima preghiera e aiutammo i sopravvissuti eritrei a essere meno disperati dimostrando la nostra vicinanza e il nostro affetto, regalammo un po’ di sollievo in quei drammatici momenti. Scoprimmo però che quelle salme, le prime, che stavano giungendo a Lampedusa, erano solo una parte di una tragedia ben più grande che stava ancora aspettando di essere ritrovata in fondo al mare».

Che cosa si intende per corridoi umanitari?
«Il modo più adeguato per poter far giungere in Europa, o in quella parte del mondo in cui è possibile ancora vivere, le persone che sono in fuga da terre invivibili, facendolo in modo sicuro e grazie alla distribuzione di visti umanitari rilasciati in Marocco e in Libano ed Etiopia attraverso le ambasciate e gli uffici che la Fcei e Sant’Egidio hanno predisposto. I visti sono un modo per dare a queste persone la certezza di un viaggio dignitoso e privo di rischi, ma anche per dare loro, attraverso le nostre organizzazioni, un futuro di integrazione grazie agli accordi che le chiese, la società civile, le istituzioni hanno attivato per garantire loro un futuro concreto con possibilità lavorative e ricongiungimenti famigliari. Sono attive reti di solidarietà tra siriani e iracheni, ad esempio, che potrebbero accogliere i propri fratelli».

Come dovrebbero funzionare?
«L’attivazione dei primi tre corridoi umanitari, dal Marocco, dal Libano e dall’Etiopia – in un tempo in cui il terrore e la brutalità sono arrivati anche in Europa, facendo aumentare sensibilmente il numero di persone preoccupate per quanto sta accadendo nel mondo con la richiesta di maggior sicurezza – acquistano oggi un valore aggiunto, ossia, il fatto che vi è la possibilità di poter identificare le persone prima della loro partenza e dunque prima che esse giungano sul territorio europeo e individuando, altresì, le persone più fragili e vulnerabili fra i tanti profughi in partenza. Un modo per dare loro la dovuta priorità: famiglie con bambini fragili, malati o disabili, ad esempio. I tre uffici aperti dalla Fcei e sant’Egidio permettono di poter raccogliere queste storie di avviare in seguito il percorso di identificazione e predisporne l’arrivo in Italia grazie all’accordo fatto con i ministeri degli Esteri e dell’Interno, e quindi di poter far avere per un anno un permesso umanitario. Tutto ciò senza costi per lo Stato: un progetto sostenuto dai credenti che assegnano le risorse attraverso la destinazione delle quote Otto per mille all’Unione delle chiese metodiste e valdesi, grazie ai fondi stanziati da sant’Egidio e a quanto si raccoglierà attraverso le donazioni. Un nuovo modello di integrazione che definirei di “integrazione immediata”. Ciò che manca in tutto il sistema di accoglienza nazionale».

Ossia?
«I Cara, per non parlare dei Cie (centri di identificazione ed espulsione), gli Sprar, dunque i centri più piccoli sparsi sul territorio nazionale, sovente servono a far “buttare via” sei mesi, un anno, due anni di vita di queste persone ospitate. Un tempo che queste persone passano proprio nell’attesa di un documento di asilo, se accolto, o di eventuale ricorso, in caso di espulsione. Luoghi dove vengono fatti micro corsi di lingua, più spesso dove si pratica il nulla. Tutto questo tempo perso è un rischio in quanto crea marginalità, un tempo buttato anche per la crescita della nostra Europa, la crescita della nostra Italia. Il nostro Paese, lo sappiamo tutti, ha invece un enorme bisogno di nuovi italiani per via dell’invecchiamento della popolazione, per lo squilibrio nel pagamento delle pensioni, per la difficoltà di poter essere competitivi. La mancanza di generazioni giovani è la prima causa di questo malessere europeo e queste persone che arrivano nel nostro paese sono generazioni di giovani. Iniziare immediatamente un percorso di integrazione è uno dei modi per favorire il nostro sviluppo. Dunque i corridoi umanitari della Fcei e in collaborazione con la comunità di Sant’Egidio hanno convinto il governo italiano, un prototipo e una buon esempio che potrebbero riproporre tutti i paesi europei, un progetto umanitario che ritengo essere di grande valore».

Fa riflettere il dato che solo grazie all’impegno delle chiese e della società civile si sia arrivati a convincere la politica e le istituzioni che questa fosse una buona pratica. Non poteva essere il contrario?
«In questa fase politica italiana ed europea c’è una grave debolezza delle democrazie occidentali. Una deriva populistica legata ai tanti anni di crisi economica e finanziaria, crisi in cui anche la ripresa che vi è stata è una ripresa senza lavoro e di una concezione diversa anche del poco lavoro esistente. L’Unione Europea, seppur frammentata, in questa nuova crisi è tuttavia l’antidoto a derive nazionaliste che portarono dopo la crisi del 1929 all’avvento del nazismo. Tuttavia persistono delle forti spinte populiste che indeboliscono tutti i parlamenti. Dunque è molto difficile poter prendere delle decisioni complesse e impopolari in un tempo in cui c’è chi sfrutta il disagio sociale creando capri espiatori. Lo sappiamo bene ed è sempre stato così, sono “quelli che vengono da fuori”, a essere la causa di ciò che non va bene da noi. In questo senso, a mio avviso, dalle chiese, dalla società civile, arriva quella libertà che è radicata proprio nella fede e nella coscienza di ognuno di noi».

Soffiare sul vento della paura, tra le liste antisemite pubblicate online e luoghi comuni su rom, sinti e immigrati è una vecchia litania populista?
«Ogni volta che si apre il coperchio delle paure e degli istinti peggiori non si sa mai dove si va a finire e l’antisemitismo ritrova sempre “fiato” e soprattutto ritrovano “fiato” gli stereotipi che vedono nell’altro, nel diverso da noi, il nemico. Questo è certamente ciò che vogliono diffondere gli estremisti radicali e gli assassini di Daesh, ad esempio. È difficile capire chi c’è dietro e chi redige le liste come quelle di Radio Islam, se sono islamisti radicali o chi, invece, decide di utilizzarne le sembianze per creare scontri tra correnti differenti interne per questioni di controllo e supremazia. Diciamo che su questi fatti, condannabili come indegni e inauditi, c’è purtroppo anche molta opacità. L’unica cosa chiara è che noi siamo chiamati a condannare ogni atto di antisemitismo e di dover aiutare l’Islam a resistere alla tentazione di sentirsi perseguitato da noi. Dunque, non regalare al cosiddetto Stato islamico l’idea che l’Occidente si stia coalizzando contro l’Islam. OggiDaesh è ancora una minoranza brutale che vuol far passare l’idea di essere il vendicatore dell’Islam. Un miliardo di musulmani nel mondo non solo non si riconoscono in questa organizzazione ma si sentono fortemente minacciati. Sta a noi non creare i presupposti per regalare a Daesh la forza di poter proseguire nel suo nefasto obiettivo. È necessario resistere alle tentazioni di odio e conflitto e alle semplificazioni, dobbiamo ricostruire le radici civili, umane e morali e valoriali della bellezza del nostro vivere insieme».

Oltre alla buona pratica di intervento c’è anche la buona pratica del dialogo ecumenico…
«Alla grande divisione delle guerre e dell’odio che fanno scappare molte persone dalle loro terre noi rispondiamo con l’unità. Le chiese cristiane hanno la capacità di riunirsi e di andare verso un punto comune in avanti e riconoscendosi come sorelle e fratelli, nel servizio ai poveri e nel recupero della dignità umana. Solo tornando a essere autentici cristiani, saremo in grado di cambiare il mondo».

Kenya, musulmani fanno da scudo ai cristiani sul bus. In fuga terroristi islamici di Al Shabaab

La Stampa
«Ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare». Con questo gesto di estremo coraggio e lucida follia un gruppo di kenioti musulmani ha evitato l’ennesima carneficina di civili cristiani ad opera del gruppo jihadista somalo Al Shabaab.
I miliziani somali Al Shabaab sono stati messi in
fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri
La comitiva si trovava a bordo di un autobus nei pressi di El Wak, Nord del Kenya, a pochi chilometri dal confine con la Somalia, quando i guerriglieri hanno assaltato l’automezzo e hanno intimato ai passeggeri di scendere. Cristiani da una parte, musulmani dall’altra, in un rituale diventato ormai tragicamente comune in questa parte d’Africa. Inginocchiati, con un mitra alla nuca e ormai rassegnati alla morte, i kenioti cristiani, che stavano tornando a casa da Nairobi per celebrare il Natale, sono stati miracolosamente graziati dalla reazione inattesa dei connazionali musulmani, che si sono frapposti tra loro e i terroristi come scudi umani. Un gesto che ha messo in fuga i guerriglieri, basiti e frustrati da tanto coraggio. 

Durante l’assalto, in preda al panico, due kenioti, la cui confessione religiosa è ignota, hanno provato a scappare e sono stati uccisi. L’autista e altri due passeggeri sono stati feriti, ma non sembrano in pericolo di vita.

Una reazione estrema che dimostra come la popolazione del Nord del Kenya, prevalentemente musulmana e di origini somale, sia esausta dei ripetuti attacchi delle milizie jihadiste di Al Shabaab che stanno mettendo in fuga cristiani e non dall’arida e povera regione settentrionale del Paese.

Nel 2015, proprio a seguito di un’esecuzione a opera del gruppo fondamentalista islamico in cui erano stati divisi i cristiani dai musulmani, più di duemila persone tra maestri di scuola e operatori sanitari, anche occidentali, hanno deciso di abbandonare l’area per motivi di sicurezza. Un episodio identico, e con un finale ben più drammatico, si era verificato un anno fa, quando 36 cristiani kenioti, sempre a bordo di un pullman di ritorno per le festività natalizie, erano stati sequestrati dalle milizie somale. Non essendo in grado di recitare i versetti del Corano furono trucidati sul posto. È di otto mesi fa il dramma del campus dell’Università di Garissa: terroristi somali uccidero 147 ragazzi «colpevoli» di professare una fede differente da quella dei jihadisti.

Secondo i servizi di intelligence kenioti, nelle ultime tre settimane almeno 200 terroristi sarebbero entrati nel Paese. Un ulteriore incentivo al progetto del Presidente Kenyatta di realizzare un muro lungo tutto il confine tra Kenya e Somalia per provare ad arginare la minaccia terroristica.

giovedì 24 dicembre 2015

Migranti. In Italia da nord a sud, il 2015 è l’anno dell’accoglienza dal basso. Numerose le iniziative spontanee

Redattore Sociale
Mai come quest’anno si è creata una straordinaria mobilitazione civica in favore di migranti e richiedenti asilo. Tante le iniziative spontanee partite dai cittadini, come al centro Baoabab di Roma, al binario1 di Bolzano fino alla piattaforma Refugees Welcome. Ancora emergenziale la risposta delle istituzioni

Accolgienza al Centro Boabab - Roma
Roma - L’ultimo progetto approdato in Italia è il sito Refugees Welcome, una piattaforma nata in Germania nel 2014, per mettere in contatto i rifugiati con i cittadini che vogliono ospitarli in casa propria. L’obiettivo, come spiegano i promotori, è quello di favorire l’integrazione tra i profughi che arrivano nel nostro paese e gli italiani, attraverso un modello di accoglienza diffusa. Il progetto, che si è rivelato già promettente in altri stati europei (solo in Germania nel primo anno sono stati messi in piedi 231 “abbinamenti”, in Austria, Polonia, Grecia e Spagna il totale è di altri 240 abbinamenti) è l’ultimo di una serie di iniziative dal basso che hanno visto sempre più persone comuni, da Nord a Sud, mobilitarsi in favore dei migranti e dei richiedenti asilo. Il 2015, infatti, è stato per l’Italia l’anno dell’accoglienza dal basso. Mai prima d’ora si era vista una straordinaria mobilitazione civica in favore dei migranti. In molti casi, come anche nel resto d’Europa, le iniziative lanciate quasi per caso dai cittadini hanno permesso di fronteggiare situazioni emergenziali nei territori. E di ovviare alle lacune delle istituzioni che ancora quest’anno, nonostante un calo degli arrivi, hanno messo in piedi un sistema di accoglienza per larga parte “emergenziale”.

Una delle esperienze più importanti di accoglienza dal basso è nata Roma, a pochi passi dalla stazione Tiburtina. Qui un gruppo di cittadini volontari per tutta l’estate ha fornito assistenza a circa 35mila migranti transitanti, con il solo supporto per la parte sanitaria e legale, delle associazioni. Al centro Baobab ( una struttura che prima di allora era salita agli onori della cronaca per la foto simbolo di Mafia capitale) si è sviluppato così un modello del tutto nuovo, che ha dimostrato in pochi mesi l’efficienza e il senso pratico delle persone comuni nell’affrontare i fenomeni complessi: come quello dei migranti transitanti, quei profughi cioè che vedono nell’Italia solo un paese di transito, perché vogliono raggiungere il Nord Europa. All’opposto è emersa, invece, l’inadeguatezza delle istituzioni, che negli stessi mesi hanno promesso, senza trovarne, soluzioni alternative. Oggi il centro Baobab è chiuso, ma i volontari sono riusciti ad aprire un tavolo con il Commissario straordinario di Roma, Francesco Paolo Tronca, per portare avanti l’esperienza dei cittadini anche in un’altra struttura, magari più grande e adeguata, per venire incontro alle esigenze di assistenza ai profughi che continuano ad arrivare a Roma. L’esempio potrebbe essere quello di Milano, dove già dallo scorso anno i cittadini si sono messi al lavoro spontaneamente per accogliere i tanti profughi che passano dalla stazione centrale. L’esperienza è continuata, rafforzandosi, anche nel 2015. Questa volta, però, con l’aiuto del Comune che ha coordinato il lavoro dei volontari insieme ad associazioni e cooperative sociali.

Anche a Bolzano, al binario 1, la solidarietà è sorta spontaneamente. Qui uomini e donne provenienti anche da Innsbruck o dalla Val Venosta, si sono uniti ai cittadini per rendere umani i binari della stazione alto-atesina. “I treni da Roma carichi di migranti arrivavano sul binario 3 – racconta Eliana, una delle volontarie -. Abbiamo fatto domanda per avere uno spazio a nostra disposizione: ce ne è stato dato uno sul primo binario, a fianco dell’associazione Volontarius che si occupa di questi temi”. Sempre su uno dei luoghi di frontiera si inserisce anche l’esperienza del collettivo “No borders Ventimiglia”. Un presidio permanente che ha preso il via l’11 giugno, quando un gruppo di migranti, per resistere allo sgombero da parte delle forze dell’ordine, che gli impedivano l’accesso in Francia, aveva trovato rifugio sugli scogli della città, dando vita a una protesta. Da allora reti di solidarietà si sono mosse dai territori limitrofi organizzandosi per costruire un laboratorio permanente di convivenza e integrazione.

Tra gli ultimi progetti, nato proprio in questi settimane, c’è il dormitorio autogestito del centro sociale occupato Labàs di via Orfeo, a Bologna. Qui sono circa un centinaio i volontari che hanno partecipato al progetto “Accoglienza degna”, con cui il collettivo Labàs e il Tpo (Teatro polivalente occupato) hanno deciso di affrontare l’emergenza abitativa nella città. Tramite donazioni e raccolta fondi in un mese hanno realizzato un dormitorio autogestito e il servizio di accoglienza “Refugees welcome point”, dove i migranti che transitano dalla città possono trovare ristoro, pernottare per qualche giorno, utilizzare i servizi sanitari e ricevere un pasto caldo.

Queste iniziative, insieme a molti altri piccoli progetti lanciati spontaneamente in questi mesi, tracciano la mappa di un nuovo approccio civico e solidaristico al fenomeno migratorio, diventato centrale nel 2015, dopo che con le immagini provenienti dai Balcani è stato chiaro a tutti che la crisi dei profughi era ormai arrivata nel cuore dell’Europa. Sembrano un lontano ricordo le rivolte davanti ai centri di accoglienza, come quella di Tor Sapienza, che alla fine dello scorso anno dominavano la scena politica nazionale. Ma se la disposizione dei cittadini appare mutata, non cambia l’approccio delle istituzioni. Come spiega l’ultimo Rapporto accoglienza del ministero dell’Interno nel 2015 il 70 per cento delle strutture deputate all’accoglienza di profughi e richiedenti asilo è un Cas (Centro di accoglienza straordinaria). A livello centrale dunque si continua a ricorrere a un sistema emergenziale per far fronte a un fenomeno ormai strutturale nel nostro paese. E così mentre lo Stato tampona, ricorrendo a strutture non sempre adeguate, i cittadini si rimboccano le maniche, mostrando che un altro modo di fare accoglienza è possibile. (ec)