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martedì 19 gennaio 2016

Kuwait, fino a dieci anni di carcere per chi critica online il governo

Il Fatto Quotidiano
Il 12 gennaio in Kuwait è entrata in vigore la nuova legge sui reati informatici.
Si tratta dell’adeguamento all’era dei social media di tre precedenti leggi del 1970, del 2006 e del 2007, che criminalizzavano l’espressione di opinioni del tutto legittime e pacifiche sui mezzi d’informazione tradizionali, attraverso strumenti audiovisivi o durante manifestazioni pubbliche.


Accanto alla repressione di azioni che hanno un’effettiva natura criminale (come l’accesso non autorizzato alle reti, l’alterazione di dati e di contenuti e l’uso di Internet a scopo di traffico di esseri umani), la nuova legge sanziona anche azioni che non hanno alcuna rilevanza penale.

D’ora in avanti chi criticherà online il governo, la magistratura, le figure religiose e persino i capi di Stato di altri paesi rischierà fino a 10 anni di carcere.

Ancora prima dell’entrata in vigore della legge, peraltro, numerosi utenti dei social media erano stati arrestati, processati o condannati per aver espresso online le loro opinioni.

Ayad Khaled al-Harbi, 26 anni, è in carcere dall’ottobre 2014 per aver criticato su Twitter il capo di stato del Kuwait, l’emiro Sabah al-Ahmed Al Sabah e vari ministri del governo e per altri tweet di sostegno al noto dissidente Musallam al-Barrak.

Hamad al-Naqi, blogger, sta scontando una condanna a 10 anni per una serie di tweet considerati critici nei confronti dei leader del Bahrein e dell’Arabia Saudita e per “offesa all’Islam”.

Abdullah Fairouz, difensore dei diritti umani, ha ricevuto cinque anni di carcere per aver twittato che chi dimora nei palazzi reali non dovrebbe essere immune dai procedimenti penali.

L’avvocato Khaled al-Shatti è stato condannato in primo grado a un anno di carcere per “offesa alla religione” (in realtà aveva pubblicato un tweet velatamente critico nei confronti dello Stato islamico). Resta in libertà fino allo svolgimento del processo d’appello, che dovrebbe tenersi prossimamente.

Altri utenti dei social media sono in carcere per aver criticato l’Arabia Saudita all’indomani dell’avvio delle operazioni militari nello Yemen. Uno di loro è il blogger Saleh al-Saeed, condannato a sei anni. Ulteriori casi sono descritti in un recente rapporto di Amnesty International.


Riccardo Noury

lunedì 22 giugno 2015

Kuwait: arrestata attivista diritti umani Rana Jassem al-Saadun

Arab Press
Un tribunale kuwaitiano ha condannato un’attivista per i diritti fa tre anni di carcere per aver pubblicamente criticato il sovrano dello stato del Golfo.
Rana Jassem al-Saadun
Il giudice ha condannato Rana Jassem al-Saadun per aver ripetuto parti di un discorso fatto dal leader dell’opposizione Mussallam al-Barrak, il quale sta scontando una pena detentiva di due anni.

Nel discorso, pronunciato durante una manifestazione pubblica nel mese di ottobre del 2012, Barrak metteva in guardia dalla volontà dell’emiro Sheikh Sabah al-Ahmad al-Sabah di modificare la legge elettorale per permettere il controllo del Parlamento da parte del Governo.

mercoledì 8 aprile 2015

Kuwait: 2 anni di carcere per Ayyad Al Harbi, il giornalista che offese l'emiro Al-Sabah

Globalist
Al Harbi, giornalista ventenne del portale Sabr, era stato arrestato a maggio per aver twittato sul suo profilo, alcuni versi del poeta iracheno Ahmad Mattar.


Ayyad Al Harbi
Finisce con la conferma della condanna a due anni di reclusione il caso giudiziario di Ayyad Al Harbi, riconosciuto colpevole in via definitiva dalla Corte Suprema del Kuwait di aver offeso l'emiro Sabah Al-Ahmad Al-Sabah. 

Al Harbi, giornalista ventenne del portale Sabr, era stato arrestato a maggio per aver twittato sul suo profilo, che conta circa 13.000 seguaci, alcuni versi del poeta iracheno Ahmad Mattar.

I versi, apertamente critici verso le dittature, è stato interpretato dalle autorità kuwaitiane come come un chiaro riferimento alle politiche dei leader arabi e dell'emiro Al-Sabah in particolare. Critiche alla prima autorità della monarchia sono perseguibili per legge fino a cinque anni nell'emirato petrolifero. 


Il Kuwait guarda con attenzione, e severità, ai social network. Negli ultimi mesi sono stati arrestati anche satiristi, blogger, attivisti per aver condiviso on line contenuti non graditi o ritenuti offensivi e minacciosi nei confronti del governo e della famiglia reale. 

A giorni è atteso l'appello alla Corte suprema dell'ex parlamentare Musallam Al-Barrak, reo di aver insultato l'emiro durante una manifestazione del 2012 e già condannato a due anni di carcere in primo e secondo grado.

martedì 3 febbraio 2015

Kuwait confermata la condanna a quattro anni di carcere per un attivista Ahmad Fadhel per dei Tweet

AFP
Una corte d’appello del Kuwait ha confermato la sentenza a quattro anni di prigione per l’attivista Ahmad Fadhel, condannato a ottobre per aver pubblicato dei tweet ritenuti “offensivi” nei confronti dei giudici. Fadhel potrà ricorrere in appello in corte di cassazione per far annullare il verdetto.

Altri cinque attivisti erano stati arrestati alla fine di gennaio, accusati di aver scritto commenti offensivi online rivolti al defunto re saudita Abdullah bin Abdulaziz, secondo quanto riportato dal Comitato nazionale per il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani.

mercoledì 29 gennaio 2014

Immigrati, nuovi schiavi dei Paesi del Golfo: appello di Human rights watch

NanoPress
I lavoratori immigrati sono i nuovi schiavi su cui negli ultimi 30 anni è stata costruita la ricchezza dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman e Qatar). Grazie alla manodopera sottopagata e grazie all'assenza di diritti, i datori di lavoro possono reclutare gente nuova e giovane sottopagandola e sfruttandola. La necessità di cambiamento parte dalla Kafala, una sorta di reclutamento.

LA KAFALA E LA SCHIAVITU'
I nuovi schiavi sono legati al proprio datore di lavoro dalla Kafala (garanzia), un sistema di reclutamento che sembra in tutto e per tutto l'acquisizione di uno schiavo: un ufficio di collocamento nel paese d'origine trova un datore di lavoro disposto a sponsorizzare il lavoratore immigrato, che da quel momento non può cambiare posto di lavoro per tutta la durata del contratto.

DONNE SENZA DIRITTI
Secondo Human Rights Watch, la maggior parte delle donne lavoratrici è impiegata presso le famiglie locali: con un generico "collaboratrice domestica" si intende colei che dovrà cucinare, pulire la casa e spesso crescere i figli della famiglia presso cui lavora, ricevendo in cambio vitto, alloggio e uno stipendio sufficiente per mantenere una famiglia nel paese d'origine. In realtà le donne subiscono il sequestro del passaporto all'arrivo, l'impossibilità di cambiare lavoro senza il consenso del datore di lavoro, orari impossibili e nessun riposo settimanale. Il tutto per paghe da fame, spesso trattenute dal padrone a tempo indeterminato, nelle nazioni che vantano alcuni tra i Pil più alti del mondo.

VIOLENZE E SUICIDI
Numerose sono le violenze ai danni delle domestiche: picchiate dalla padrona, violentate dal padrone, costrette a dormire nei sottoscala, nei garage o nelle cantine. Costrette a subire ogni tipo di violenza, dalle percosse alle bruciature di sigaretta, dall'olio bollente versato sul corpo alle amputazioni. Spesso le vittime di violenze impazziscono fino a togliersi la vita. Il suicidio di una donna nepalese, vittima di abusi sessuali in Kuwait, ha provocato il divieto, da parte delle autorità di Kathmandu, di emigrazione nei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo per tutte le sue cittadine dal 1998 al 2010. Le domestiche immigrate che osano ribellarsi incappano in un destino che può andare dallo stupro, al carcere e persino alla decapitazione.

RISCRIVERE LA KAFALA
Durante la giornata internazionale dei migranti, lo scorso 18 dicembre, Human rights watch ha chiesto all'Associazione per la cooperazione regionale del sud-est asiatico (Saarc) di fare pressione sui propri governi per costringere i paesi del Ccg a rispettare i diritti e la dignità dei lavoratori migranti: dalla discriminazione all'impossibilità di formare un sindacato di categoria, dagli orari di lavoro agli abusi subiti. Tutto deve essere riscritto, a cominciare dalla Kafala che, si legge nel comunicato di Human Rights Watch, "deve essere riformata per permettere ai lavoratori di cambiare impiego o rientrare nei propri paesi anche senza il permesso del datore di lavoro". "I paesi del Golfo - ha dichiarato Brad Adams, responsabile dell'organizzazione per l'Asia - dovrebbe riconoscere il ruolo cruciale dei lavoratori migranti nelle loro economie e adottare delle misure perché i loro diritti vengano pienamente garantiti".

martedì 11 giugno 2013

11 anni di carcere per un tweet contro l’emiro del Kuwait

Articolo Tre
Huda al-Ajmi, blogger di 37 anni, giudicata colpevole per una serie di tweet «offensivi» sullo sceicco Sabah al-Ahmad al-Sabah
Undici anni di carcere. Questa la pena inflitta da un tribunale del Kuwait nei confronti di Huda al Ajmi, accusata di aver insultato l'emiro su Twitter, chiedendo un cambio di regime. Ajmi, 37 anni, è la prima donna a essere stata condannata per aver criticato l'emiro del Kuwait Shaikh Sabah Al Ahmad Al Sabah. 

La donna è stata riconosciuta colpevole di ben tre capi d’imputazione: insulto all’emiro, appello a rovesciare il regime e utilizzo improprio del cellulare, secondo la sentenza emessa dal tribunale e confermata dal direttore dell’Associazione kuwaitiana dei diritti umani, Mohammed al Humaïdi, sul suo account di Twitter.
Si tratta della pena detentiva più pesante mai pronunciata da un tribunale kuwaitiano: da ottobre il governo, di stampo sempre più dittatoriale, ha una campagna di repressione contro i militanti online. La sentenza stabilisce che Ajmi, che ha respinto le accuse, inizi immediatamente a scontare la pena e che solo dopo potrà ricorrere in appello e in cassazione. 

lunedì 1 aprile 2013

Kuwait retomó la aplicación de la pena de muerte

U Noticias
En el país asiático se llevaron a cabo tres ejecuciones este fin de semana, luego de siete años en que la aplicación de la pena capital había estado suspendida. Tres hombres culpado de asesinato fueron ahorcados en prisión.
La agencia estatal de noticias informó que este domingo tres hombres, entre ellos un saudí y un paquistaní, fueron ahorcados en la prisión central.

Cuando las ejecuciones se detuvieron en 2007 no se dio razón y ahora, que se reanudaron, tampoco.

Los medios locales dicen que más de 40 personas fueron sentenciadas a muerte y esperan ser ejecutados, entre ellos una mujer declarada culpable de haber matando a 57 personas en 2009 después de incendiar un matrimonio.

Las protestas en contra del gobierno de Kuwait, que han ido creciendo tras las revoluciones en países árabes en el 2010, produjeron con innumerables arrestos en el país del Golfo Pérsico.

Montevideo, Uruguay
UNoticias
Fuente: BBC Mundo
MDS