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lunedì 25 dicembre 2017

Yazidi dimenticati nei campi profughi in Iraq. La storia di Aziz di 23 anni.

The Submarine
La testimonianza di Aziz, un ragazzo yazida di ventitré anni che vive nel campo profughi di Bersive, nel Kurdistan iracheno, insieme alla moglie e al figlio di un anno.


Aziz fa parte della minoranza religiosa yazida, perseguitata da decenni. È stato costretto ad abbandonare la sua casa sul monte Sinjar quando Daesh ha occupato la regione, il 3 agosto 2014. 

Oltre tremila yazidi, anche bambini, sono stati uccisi, mentre donne e ragazze sono state rapite e violentate. I pochi sopravvissuti hanno cercato riparo sul Monte Sinjar, senza cibo, acqua né vestiti. Aziz racconta che ha vissuto per una settimana dormendo all’aria aperta, senza mangiare né dormire. I kurdi, insieme all’aiuto degli uomini yazidi superstiti, sono riusciti ad aprire un corridoio fra il monte Sinjar e la Siria, per mettere in salvo i civili bloccati sulle pendici del monte per l’assedio di Daesh.

Una volta arrivati in Siria, gli yazidi sopravvissuti sono stati trasferiti in Kurdistan iracheno, in alcuni campi profughi. Aziz vive nel campo di Bersive da tre, vicino alla città di Zacho. L’assistenza umanitaria nel campo, però, è insufficiente e le condizioni di vita sono precarie.

Aziz ci racconta la situazione del campo, spiegando che mancano i servizi di base. Le famiglie yazide vivono in tende, sia d’estate sia in inverno, soffrendo ogni temperatura. I servizi igienici sono condivisi e non sono adeguati. Specialmente in estate i rifugiati di Bersive sono abbandonati a se stessi. D’inverno, per scaldarsi, le famiglie accendono fuochi bruciando quello che trovano e molte volte nascono incendi.
La mattina del 23 dicembre, per esempio, diverse tende sono andate a fuoco nel campo e questa volta, per fortuna, non è morto nessuno.

Le condizioni del campo erano già state denunciate da un rapporto di Amnesty International a febbraio 2015, in cui si diceva che il campo di Bersive ospitava circa 10.000 persone in tende non isolate e che, quando pioveva, l’acqua le allagava. Inoltre, Amnesty evidenziava la mancanza di acqua calda e il numero di bagni proporzionalmente non adeguato agli standard delle crisi umanitarie.

Bersive non è l’unico campo profughi in Kurdistan iracheno. Per esempio, il campo di Baharka, nella periferia di Erbil, è il più conosciuto e ospita rifugiati iracheni e palestinesi in condizioni difficili.

I campi profughi non riescono a ospitare tutti gli sfollati iracheni e i profughi provenienti dalla Siria e per questo motivo nascono molti campi informali. Chiaramente, senza avere i servizi adeguati. Molte persone vivono in edifici abbandonati, in costruzione oppure in campi non ufficiali, senza acqua né elettricità e in condizioni igienico-sanitarie davvero scarse. 

In inverno le temperature nella regione sono molto basse e non avendo coperte e vestiti a sufficienza per scaldarsi, i profughi sono costretti ad accendere fuochi con quello che trovano, non avendo neanche il carburante adatto. Bruciano carta, plastica, rischiando di ammalarsi per i fumi inalati. La maggior parte dei bambini non va a scuola. Pochi seguono le lezioni fornite dalle ONG presenti nei campi, mentre molti sono costretti a lavorare per aiutare le proprie famiglie.
Le uniche speranze vengono date dai civili che portano aiuti.

Aziz racconta che gli yazidi che vivono a Bersive hanno paura e non si sentono al sicuro, perché la loro minoranza è stata perseguitata più volte, per motivi religiosi, e questo potrebbe accadere di nuovo. Per cercare di andare avanti e sopravvivere alla condizione in cui si trova, il ragazzo lancia continui appelli sui social network per chiedere aiuto alle grandi organizzazioni e per dar voce a una minoranza troppo spesso dimenticata. Infatti, le organizzazioni che si occupano di fornire assistenza agli yazidi sono poche. 

Ricordiamo Yazda, l’organizzazione no-profit che attua opere di sensibilizzazione per dar voce al genocidio yazida e sostenere la minoranza.

martedì 22 agosto 2017

Molti bambini yazidi prigionieri dell'Isis a Tel Afar. L'appello: salvateli

Globalist
Cominciata l'offensiva per liberare la città dal califfato, La deputata yazida Vian Dakhil: molti sottoposti a lavaggio del cervello e costretti a convertirsi


Le torture e le sofferenze per molti yazidi non sono finite: una deputata della minoranza yazida in Iraq, Vian Dakhil, ha fatto appello alle forze irachene che da conducono un'offensiva contro l'Isis a Tel Afar perché pongano particolare attenzione nell'identificare e liberare i membri della comunità sequestrati dallo Stato islamico, specialmente bambini, affermando che probabilmente molti di loro sono ancora tenuti prigionieri proprio a Tel Afar.
L'appello è stato lanciato dopo che una fonte militare ha detto che ieri due ragazze Yazide sono state liberate in un villaggio strappato all'Isis. 

Molti Yazidi furono massacrati e migliaia sequestrati nell'agosto del 2014 dall'Isis, quando gli uomini del 'Califfato' conquistarono la regione di Sinjar, 120 chilometri a ovest di Mosul. Le donne e le ragazze furono in gran parte ridotte a schiave sessuali. 

Secondo fonti della comunità, da allora circa 3.000 Yazidi sono stati liberati. Ma Vian Dakhil afferma che di altri 3.000 non si hanno ancora notizie, e molti potrebbero essere tenuti prigionieri proprio a Tel Afar. 

"Facciamo appello ai comandanti militari iracheni - ha detto la deputata - di cercarli soprattutto tra le famiglie di sfollati che fuggono da Tel Afar. Siamo preoccupati soprattutto per i bambini che sono stati sottoposti ad un lavaggio del cervello e costretti a convertirsi all'Islam e ai quali è stata cambiato il nome".

sabato 15 luglio 2017

Yazidi - Da schiava dell'Isis ad ambasciatrice dei diritti umani, storia di Lamya

AGI
Lamya Aji Bashar abbassa lo sguardo quando parla, con un'espressione tra l'impaurito e l'incredulo. In pochi mesi, a soli 18 anni, la sua vita è passata dalla morte (rischiata, sfiorata e in alcuni momenti sperata) ad una nuova rinascita, da schiava del sesso in Iraq dove è stata rapida dai guerriglieri del sedicente Stato Islamico al Parlamento Europeo dove lo scorso dicembre ha ricevuto il premio Sakharov diventando così "ambasciatrice" del popolo yazida e paladina della lotta per i diritti umani. 

Lamya Aji Bashar
L'abbiamo incontrata a Venezia, alla Venice School Eiuc (Centro Inter-Universitario per i Diritti Umani e la Democratizzazione (EIUC) / Global Campus of Human Rights) dove ha partecipato ad una conferenza dal titolo “La violazione dei diritti umani nella comunità Yazidi da parte dell’ISIS”.

Le persone hanno iniziato a parlare delle persecuzioni subite dalla minoranza yazida, in particolare della violenze e delle torture subite da donne e bambini, da parte del sedicente Stato Islamico, solo in tempi recenti. E forse ancora oggi si fatica a comprendere le dimensioni del fenomeno. Secondo lei perché esiste ancora una percezione così vaga del massacro che sta avvenendo? E cosa potrebbe fare la comunità internazionale a riguardo?


Sfortunatamente la reazione del mondo intero è arrivata troppo tardi e ogni giorno ci sono priorità che mettono i diritti umani in secondo piano. La lotta all'Isis è al momento troppo impegnata a sconfiggere la minaccia terroristica e il mondo occidentale è preoccupato per gli attentati e per quei pochi europei che si sono uniti come foreign fighters. I paesi musulmani sono troppo impegnati a gestire lo scontro tra sunniti e sciiti. E, come se non bastasse, abbiamo il problema siriano e la competizione tra Usa e Russia. Queste sono le vere priorità delle politiche mondiali contro l'Isis, non le questioni relative ad una piccola minoranza come gli yazidi. Gli yazidi sono perseguitati da centinaia di anni e hanno subito 72 massacri durante la loro storia dolorosa. E questo solo perché credono a Dio in un modo differente da quello dei musulmani. è lo stesso Dio, lo stesso che non permetterebbe a nessuno di uccidere altre persone. Penso però che la comunità internazionale abbia la responsabilità di proteggere anche minoranze cosi piccole. Gli yazidi, come i cristiani e tutti i non musulmani in Iraq, necessitano di una speciale "safe zone" dotata di una protezione internazionale e garantita. Dopo questo il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe riferire dei crimini commessi contro gli yazidi davanti alla Corte Penale Internazionale per punire queste persecuzioni. 

Ora ha iniziato la sua "seconda vita" in Germania. Quanto difficile è stato, materialmente ma anche psicologicamente, fuggire da quella che in ogni caso resta e resterà per sempre la sua terra e reinserirsi in una società cosi differente? Ha trovato degli ostacoli o delle resistenze nell'integrarsi?

Ho perso il mio villaggio, i miei genitori, i miei due fratelli. Ho mia sorella e i suoi quattro figli ancora prigionieri. Ho perso tutto in Iraq. E non c'è modo di riportare indietro la mia vita. L'ong tedesca Luftbrücke Irak mi ha portato in Germania e ho subito notato come la Germania e in genere gli europei ci accolgono e proteggono affettuosamente. Guardo con stupore come i dottori, le autorità, i vicini di casa e anche le normali persone che incontro per strada si comportano con me, senza chiedermi qual è la mia religione, da dove provengo o che stile di vita adotto. è una novità sconvolgente per me. Qui ho iniziato una nuova vita. Ora sono una donna adulta, con terribili incubi dentro di me. Incubi che mi inseguono e perseguitano mentre corro verso un obiettivo certo che è difendere i valori umani ed essere la voce delle donne de di bambini vittime dell'Isis. 


E' cambiato qualcosa nella sua vita dopo il conferimento del premio Sakharov? E come pensa eventualmente di riuscire ad impegnarsi in futuro per la causa yazida?

Grazie al Parlamento Europeo che mi ha conferito il premio Sakharov mi si è aperta una nuova porta di un valore immenso: entrare in contatto con i politici del mondo per portare i mio messaggio. E questo aiuterà a tenere il mondo intero consapevole delle sofferenze degli yazidi. 


Qual è stato il momento più duro del suo rapimento? Ha mai perso la speranza di riuscire un giorno a tornare libera?


Ogni minuto è stato per me la morte. Nei primi giorni sono stata separata dalla mia famiglia, ero senza speranza ma ho iniziato subito a pianificare una fuga. Ci ho provato quattro volte. Ogni volta venivo catturata, punita e torturata ma non ho mollato. Mi sono augurata di morire molte volte. Mi auguravo che gli attacchi aerei colpissero il magazzino dove costruivano le bombe dei kamikaze in modo da morire assieme a quei criminali. Ma non accadeva mai. Mi sono augurata che bombardassero l'ospedale di Hawija, l'ultimo luogo dove sono stata catturata e dove si trovavano molte ragazze e bambini yazidi violentati come me. Ma questo purtroppo e per fortuna non accadeva mai. 

Negli ultimi anni da più parti in dell'Europa si fa una grande confusione quando si parla di migranti e richiedenti asilo. Si confondono spesso i bisogni e i problemi dei migranti provenienti dalla Siria o Africa, di chi scappa da guerre o da situazioni di instabilità politica, da persecuzioni o da regimi e chi invece scappa da uno stato di povertà e cerca un futuro migliore. E non è un mistero che esistano anche gruppi che politicamente sfruttano questa mancata distinzione. Cosa dovrebbe fare in questo senso la comunità internazionale e che ruolo dovrebbero avere i principali gruppi politici europei nell'educare o eventualmente sensibilizzare i cittadini europei?


Penso che ognuno dovrebbe tenere presente i diritti umani ogni volta che ha a che fare con l'altro, con il diverso. Nessuno lascia la sua terra senza una ragione, qualunque sia questa ragione. La terra e le comunità che ospita dovrebbe trattare la questione dei migranti tenendo ben presente i diritti umani per costruire una convivenza proficua per tutti. E i migranti devono impegnarsi per integrarsi nella nuova comunità e a fare accettare i propri valori e la propria cultura.


Lei conosce bene la ferocia e la disumanità insita nelle menti di adepti e simpatizzanti del cosiddetto "Califfato nero". Chi ha avuto la fortuna di non conoscere da vicino quella ideologia di morte si costruisce un'idea fatta delle notizie che si leggono sui giornali e dei video che compaiono in tv o in internet. Lei porta con se sicuramente immagini, scene, forse anche semplici dettagli che possono descrivere meglio di mille parole cos'è l'Isis... se la sente di condividerne qualcuna? 


L'Isis usa i più orridi e terribili metodi per spaventare la gente, ma anche come parte integrante della sua ideologia. Trovano in ogni crimine una giustificazione religiosa, usano il lavaggio del cervello per convincere i bambini ad imbottirsi di esplosivo, dicono loro che il profeta Maometto è contro i loro genitori infedeli, praticano torture e punizioni di ogni tipo, tagliano le mani e decapitando, violentano i bambini davanti alle loro madri e violentano le madri obbligando i bambini a guardare. Migliaia, migliaia di atrocità indicibili e indescrivibili che sono devastanti per chi le subisce. 

La cosa forse più atroce per tutti i cittadini del mondo è rendersi conto che la politica del terrore dell'Isis valica ogni tipo di confine e dinamica. Come può una società civile proteggersi di fronte ad una minaccia fatta di cani sciolti e attentati improvvisati che ogni giorno si dimostra quindi più liquida, asimmetrica e per definizione quasi impossibile da prevenire? Spesso si chiede alle comunità musulmane di condannare apertamente il loro operato. Potrebbe servire secondo lei?


Penso sia un problema del mondo islamico risolvere la minaccia terroristica poiché questi gruppi usano la religioni come uno strumento per uccidere innocenti. Per questo i vertici dell'Islam sono chiamati a lottare contro questa ideologia delirante. 


Lei, seppur come profonde cicatrici nel corpo e nell'anima, è riuscita a raggiungere un paese migliore, una società migliore che, e ce lo auguriamo con tutto il nostro cuore, sarà in grado di garantirle un futuro felice e tutelato. Se potesse raggiungere con un messaggio tutte quelle ragazze yazide che stano vivendo o hanno vissuto quello che ha vissuto lei, cosa le direbbe? 

Se potessi parlare alle vittime yazide direi loro di non mollare. A chi è ancora li dico: Daesh sta cercando di eliminare voi e la nostra minoranza ma la comunità yazida è ancora li. E io sono la sua voce. Un giorno anche voi sarete liberi e il mondo dovrà trovare per noi tutti una soluzione per garantirci una nuova vita. Noi lavoreremo giorno e notte per portare i nostri aguzzini davanti alla giustizia. Alle madri che hanno perso i loro figli voglio dire: questa non è la fine del mondo, il vostro incubo prima o poi finirà. Poi potremo ricominciare a vivere e romperemo finalmente il muro del dolore portando la nostra voce in tutto il mondo.


di Riccardo Bastianello

lunedì 1 maggio 2017

Isis, liberi 36 yazidi dopo tre anni di prigionia: 27 sono bambini

Il Fatto Quotidiano
Le donne riceveranno un trattamento specializzato in un centro avviato dal Fondo delle Nazioni unite per la popolazione (Unfpa) con l’appoggio dei governi di Usa e Canada, in cui si fornisce assistenza psicologica, medica e legale. L’Onu calcola che circa 1.500 donne e bambine restano in prigionia, con il rischio di abusi sessuali, nelle mani del gruppo jihadista


Un gruppo di 36 yazidi, minoranza religiosa del nord dell’Iraq, è in libertà dopo essere rimasto per tre anni in prigionia nelle mani dello Stato islamico. 

La notizia è stata diffusa dall’ufficio delleNazioni unite in Iraq, ma non è chiaro se le 36 persone siano riuscite a fuggire o siano state liberate. Gli yazidi – uomini, donne e bambini – sono arrivati due sere fa nel campo sfollati di Duhok, nella regione del Kurdistan iracheno, a nord di Mosul, dove hanno ricevuto le cure di base e hanno incontrato i propri familiari. Secondo una nota inviata a Efe dal dipartimento della Questione degli yazidi del ministero degli Affari religiosi del Kurdistan, 27 dei 36 salvati sono bambini. 

Le donne riceveranno un trattamento specializzato in un centro avviato dal Fondo delle Nazioni unite per la popolazione (Unfpa) con l’appoggio dei governi di Usa e Canada, in cui si fornisce assistenza psicologica, medica e legale. L’Onu calcola che circa 1.500 donne e bambine restano in prigionia, con il rischio di abusi sessuali, nelle mani del gruppo jihadista.

Conquistando ampie zone di Siria e Iraq nel 2014, l’Isis ha assassinato migliaia di uomini yazidi e ha ridotto in schiavitù sessuale gran parte delle donne di questo gruppo di etnia curda. Gli yazidi costituiscono una minoranza religiosa che pratica lo zoroastrismo e hanno subìto discriminazioni da parte di altri gruppi religiosi, che li considerano “adoratori del diavolo”. Il direttore generale delle Questioni yazide nel Kurdistan iracheno, Khairi Buzani, ha assicurato a Efe che proseguono gli sforzi per continuare a salvare gli yazidi che sono ancora sequestrati. Da agosto del 2014, sempre secondo i dati di questo dipartimento, sono 6.417 gli yazidi sequestrati dall’Isis, fra cui 3.547 donne. Secondo la stessa fonte, circa la metà, cioè 3.001, sono stati liberati e fra loro ci sono 1.077 donne. Le forze irachene stanno portando a termine una grande offensiva contro l’Isis a Mosul.

La persecuzione degli yazidi è iniziata con l’autoproclamazione del Califfato, nell’estate del 2014, e ha provocato oltre migliaia di vittime, oltre 200mila rifugiati e che ancora conta 7mila tra donne e bambini ridotti in schiavitù dagli estremisti. In casi come a Sinjar, dove 600 minori sono stati rapiti dai terroristi per farne dei kamikaze. Le donne e le bambine: circa 7mila, secondo le Nazioni Unite, sono ridotte in schiavitù e vendute come spose ai miliziani di al-Baghdadi. Giovani donne yazide messe sul mercato come fossero bestiame e vendute per soddisfare i piaceri sessuali dei jihadisti. I prezzi vanno dai 35 euro delle over 40 ai 150 delle bambine tra gli uno e i nove anni. Molte di loro non reggono alle violenze e al futuro che le aspetta nelle mani delle bandiere nere. Così, a centinaia, preferiscono suicidarsi.

venerdì 28 ottobre 2016

Premio Sacharov a Nadia Murad e Lamiya Aji le giovani yazide sopravvissute alle violenze dell'Isis

Gariwo - La foresta dei giusti
Il Parlamento europeo ha deciso di assegnare il Premio Sacharov 2016 - il massimo riconoscimento dell’istituzione europea per la difesa dei diritti umani - a due ragazze yazide rapite dall’Isis, Nadia Murad e Lamiya Aji.

Nadia Murad e Lamiya Aji
Entrambe originarie del villaggio di Kocho nel Sinjar, nel nord dell'Iraq, Nadia e Lamiya sono state fatte schiave da parte dello Stato islamico e sono diventate portavoce delle donne colpite dalla campagna di violenza sessuale dell’Isis. Le ragazze appartengono alla comunità yazida, oggetto di una campagna di genocidio da parte di Daesh, che dall’agosto 2014 hai iniziato a distruggere villaggi e massacrare la popolazione.

Proprio il 3 agosto 2014 i jihadisti hanno eliminato tutti gli uomini di Kocho, prendendo in schiavitù le donne più giovani e i bambini. Le ragazze, come Nadia e Lamiya, sono state vendute e sfruttate come schiave sessuali.

Lamiya è stata venduta cinque volte tra i militanti e costretta a fabbricare esplosivi a Mosul, dopo aver visto lo sterminio degli uomini della sua famiglia. Nadia ha trascorso tre mesi nelle mani dei suoi aguzzini, subendo violenza collettiva e individuale e assistito all’uccisione di sua madre - troppo vecchia per diventare schiava sessuale - e di sei dei suoi fratelli. Nel novembre 2014 Nadia è riuscita a fuggire con l'aiuto di una famiglia che l'ha portata di nascosto al di fuori della zona controllata dall’Isis. Da quel momento, la sua voce è arrivata anche all’ONU per denunciare il genocidio di cui è vittima il suo popolo. "Ci hanno portati a Mosul con oltre 150 altre famiglie yazide - ha dichiarato Nadia di fronte al Consiglio di sicurezza - In un edificio c’erano donne e bambini che venivano scambiati come fossero regali. L’uomo che ha preso me, mi ha chiesto di cambiare religione. Ho rifiutato. Poi ha chiesto la mia mano per sposarmi, per così dire. Quella notte mi ha picchiata. Mi ha chiesto di togliermi i vestiti. Mi ha portata in una stanza con le guardie, e lì hanno commesso il loro crimine fino a quando sono svenuta. Vi imploro, eliminate Daesh [ISIS] completamente."

Il nome di Nadia Murad è stato inserito nella lista dei candidati al Premio Nobel per la pace 2016.

“Siamo di fronte a crimini contro l’umanità, che non dovrebbero più avere luogo nel 21esimo secolo. - raccontava Nadia al Festival dei Diritti Umani, pochi mesi dopo la dedica di un albero del Giardino dei Giusti di Milano a un’altra donna yazida, Vian Dakhil - I cadaveri dei miei fratelli, dei miei parenti, di chi viene ucciso, non possono rimanere esposti all’aria senza essere sepolti. Le campane delle chiese delle nostre città non devono fermarsi. L’uomo non può essere una merce, non può essere privato della sua libertà”.

mercoledì 3 agosto 2016

Secondo anniversario del genocidio contro gli Yazidi da parte di Daesh

Blog Diritti Umani - Human Rights
A partire dal 3 agosto 2014, il cosiddetto Stato Islamico in Iraq e il Levante (ISIL) - noto anche come Daesh - ha lanciato un attacco contro la città di Sinjar, nel nord di Ninive governatorato dell'Iraq. Sinjar è stata sede di una significativa  popolazione di Yazidi, una minoranza religiosa patrimonio strorico religioso nel nord dell'Iraq.



L'attacco a Sinjar è parte di un'offensiva più ampia lanciata da ISIL nel giugno 2014, durante la quale il gruppo ha cercato di distruggere il variegato mosaico di minoranze etniche e religiose in tutta la pianura di Ninive, tra cui Yazidi, Cristiani, Shabak, Sciiti e Turcomanni. 

Entro la fine del mese di agosto fino a 5.000 uomini Yazidi erano stati uccisi da ISIL. In un attacco particolarmente raccapricciante in Khocho, tutti i maschi di età superiore a dieci anni sono stati raccolti presso la scuola locale, trasportati alla periferia del villaggio ed eseguiti. Ben 400 uomini e ragazzi furono massacrati.

ISIL ha perpetrato una campagna di violenza sessuale e riduzione in schiavitù, in particolare contro gli Yazidi, catturando ben 7.000 donne e bambini nel mese di agosto 2014. Circa 3.200 Yazidi donne e bambini sono ancora tenuti prigionieri dal ISIL, la maggior parte nella vicina Siria.

La Commissione delle Nazioni Unite ha realizzato un'inchiesta sulla Siria e ha scoperto che ISIL ha commesso un genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra contro gli Yazidi. Tragicamente, i crimini e le atrocità di massa continuano ad essere perpetrati da ISIL contro gli Yazidi e le altre comunità di minoranze in Iraq e Siria. Vi è un urgente bisogno di migliorare la protezione fisica e l'assistenza umanitaria per i civili vulnerabili minacciati da conflitti armati in atto in entrambi i paesi.


Fonte: Ralph Bunche Isititute

giovedì 19 maggio 2016

Diritti umani, depositata in Senato mozione per il riconoscimento del genocidio del popolo dei yazidi

Prima Pagina News
Roma - È stata depositata oggi in Senato la mozione per il riconoscimento del genocidio del popolo yazida, residente al confine tra Iraq e Siria e divenuto oggetto di persecuzioni, abusi e violenze da parte dei guerriglieri dello Stato Islamico. 



"Migliaia di persone - riporta la mozione nelle premesse - sono state costrette a fuggire dalle zone di origine per sottrarsi ai massacri e alle torture perpetrate ai loro danni; testimonianze riportano che i militanti dell'IS seminano terrore e agiscono con ferocia inaudita contro le minoranze, con pubbliche esecuzioni, stuprando e schiavizzando donne e bambini". 

"La mozione è stata firmata da tutti i capigruppo di maggioranza e opposizione presenti in Senato e dai presidenti delle commissioni Affari esteri, Difesa e Diritti umani", dichiara la Vice Presidente Valeria Fedeli, che nei giorni scorsi ha incontrato Nadia Murad, giovane attivista per i diritti umani del popolo yazida, sopravvissuta alla prigionia dell'IS: "La giovane donna - si legge nel testo della mozione - ha potuto raccontare gli scenari di brutali violenze e la sua testimonianza ha dato conto delle innumerevoli donne violate e costrette con la forza a contrarre matrimonio con i soldati del Califfato; nel corso di diversi incontri presso il Consiglio di Sicurezza e alle Nazioni Unite, al Parlamento europeo, all'House of Commons e più recentemente presso le due camere del Parlamento italiano ha chiesto che la comunità internazionale si adoperi affinché il massacro del popolo yazida, che si sta consumando al confine tra l'Iraq e la Siria, venga riconosciuto come genocidio dalle leggi internazionali". 

Il documento, facendo riferimento alla risoluzione 260 del 1948, con la quale l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, definito come ciascuno degli atti commessi con "l'intenzione di distruggere in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso", impegna il Governo "a promuovere nelle competenti sedi internazionali ogni iniziativa volta al formale riconoscimento del genocidio del popolo yazida; ad adoperarsi, d'intesa con gli altri paesi dell'Unione europea, nel quadro degli strumenti a disposizione della comunità internazionale in seno all'Organizzazione delle Nazioni Unite, per far cessare ogni violenza nei confronti del popolo yazida; a realizzare corridoi umanitari per favorire l'arrivo di aiuti internazionali a sostegno della popolazione civile colpita dalle violenze; a soccorrere attraverso specifiche iniziative di assistenza umanitaria e sanitaria le vittime della violenza".

martedì 4 agosto 2015

Ginevra, la protesta degli yazidi rifugiati: «Siamo vittime di genocidio da parte dell'Isis»

Corriere TV
L'appello di circa duecento manifestanti rivolto alle Nazioni Unite affinché riconosca le dimensioni del massacro avvenuto in Iraq nel 2014
Riconoscere il genocidio compiuto dall'Isis in Iraq. E' questa la richiesta della comunità yazida rifugiata in Svizzera: lunedì 3 agosto un gruppo di 200 profughi ha infatti manifestato a Ginevra per chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere il massacro della popolazione avvenuto per mano dello Stato Islamico nell'agosto del 2014 a Sinjar, città irachena al confine con la Siria.

giovedì 16 luglio 2015

Iraq - Nome in codice: "padre coraggio" Così Abu Shujaa libera donne e bambini yazidi da Isis

Corriere della Sera
Grazie a una rete di informatori e di contatti è riuscito a salvare 270 prigionieri. «I più difficili da recuperare sono i bambini per il lavaggio del cervello che subiscono»

Per tutti gli yazidi lui è Abu Shujaa, “padre coraggio”. Quest’uomo, il cui vero nome non pubblichiamo per ragioni di sicurezza, prima dell’arrivo dei jihadisti era un commerciante. Poi «da quando i Daeiesh (gli uomini di Isis, ndr) hanno preso Sinjar, tutto è cambiato», racconta al telefono dall’Iraq al Corriere della Sera.

Lo stesso Abu Shujaa ha visto con i suoi occhi l’orrore della caduta di Sinjar, agli inizi dell’agosto dell’anno scorso, quando in pochi giorni oltre tremila yazidi vennero assassinati e cinque mila ridotti in schiavitù. Di fronte ai racconti, terribili, delle donne stuprate, torturate e uccise, Abu Shujaa ha deciso di non stare a guardare. Oggi, insieme a una squadra di informatori e contatti siriani, libera coloro che cadono nelle mani di Isis. Donne, bambini, la cui vita è finita nel momento in cui sono stati catturati, a tutti Abu cerca di dare una mano. Lavora per raccogliere informazioni anche per mesi per sapere dove sono finiti. Poi, una volta che li ha trovati, cerca di riportarli in vita. «In un anno abbiamo liberato 270 prigionieri», spiega. La sua ultima operazione di salvataggio è andata a buon fine pochi giorni fa.

Siete riusciti a liberare una ragazza. Come avete fatto?
«Abbiamo viaggiato da Raqqa fino al confine turco e poi siamo passati nel Kurdistan iracheno. Siamo riusciti a dribblare le maglie del controllo dei miliziani, sfruttando anche i loro punti deboli: avidità per i soldi e leggi della Sharia comprese. Ad esempio, sappiamo che secondo le loro regola, una donna non può essere perquisita da una uomo...».
Le donne che avete liberato erano state ridotte in schiavitù come riportano parecchie testimonianze raccolte?
«Sì, questi criminali hanno fatto della guerra un business; per loro le donne rappresentano un bottino e un mezzo per motivare i loro miliziani. Le testimonianze delle vittime sono tristi e piene di sofferenze, tutte ugualmente commoventi e dense di sofferenze causate da questi criminali. Intere famiglie sono state disgregate, le donne trasformate in schiave condotte con le catene al mercato e cedute a prezzi ridicoli, come se fossero degli animali. Molte ragazze hanno raccontato di violenze sessuali, di finti matrimoni forzati con i capi terroristi e altre costrette a subire atti carnali a ripetizione nello stesso giorno da più miliziani. Tutte storie che hanno lasciato ugualmente ferite in chi li ha subite e in noi che le abbiamo ascoltate. Questi animali si dicono musulmani, ma non hanno nulla a che fare con il vero Islam».
Sulla vostra pagina Facebook avete pubblicato anche le storie di bambini salvati.Confermate che i minori vengono utilizzati da Isis come bambini soldato, come riportano gli analisti e le testimonianze raccolte dalle Organizzazioni Non Governative?
«Sì, i bambini tra i 5 e i 10 anni vengono sottratti ai genitori e portati nelle scuole islamiche per imparare a memoria la recita del Corano; subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello. Quelli tra i 10 e 15 anni invece finiscono al cosiddetto Istituto Al-Farouq a Raqqa (molti video di propaganda di Isis hanno mostrato questo campo, ndr), un ex scuola trasformata in campo di addestramento. Qui i ragazzini imparano l’uso delle armi e degli esplosivi. Li addestrano anche a preparare le trappole esplosive e a usare le cinture per gli attentati kamikaze.. Molti di questi giovani sono stati utilizzati nelle battaglie sia in Iraq che in Siria, in particolare contro i Peshmerqa curdi. Abbiamo salvato 7 di questi bambini-soldati e li abbiamo restituiti alle loro famiglie».

Siete riusciti anche a dare loro assistenza psicologica?
«È stato molto duro il lavoro per riportarli alla normalità, con il ricorso ad equipe mediche. Chi ha passato 10 mesi in quelle condizioni, è stato segnato da un’esperienza estrema di una brutale violenza che trasforma la personalità e l’equilibrio psicologico».
In che zone agite?
«Abbiamo operato in diverse località, principalmente in territorio siriano. A partire da Raqqa e i suoi dintorni, a Deir Azzour ed alla stessa Kobane, quando ancora era sotto il controllo di Isis. In alcuni casi abbiamo liberato delle donne quando erano ancora in territorio iracheno, prima di varcare il confine siriano» .

venerdì 20 marzo 2015

Onu: Stato Islamico colpevole del genocidio di yazidi in Iraq

La Repubblica
Il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani consegna un rapporto con le testimonianze di oltre 100 tra vittime e testimoni degli assedi portati dai jihadisti nei villaggi del nord. Con donne e bambine violentate e usate come schiave sessuali e ragazzini condannati a morte per aver guardato una partita di calcio. "La Corte penale internazionale persegua i responsabili"

Roma - Il giorno in cui lo Stato Islamico dovesse perdere la battaglia contro i "crociati" occidentali, le sue autorità dovrebbero essere portate davanti alla Corte Penale Internazione per rispondere di genocidio, messo in atto per sterminare la comunità degli yazidi in Iraq. Lo chiede il Consiglio dell'Onu per i diritti umani i diritti umani, che in un rapporto ha illustrato le prove a sostegno di un'accusa che comprende anche i crimini di guerra verso i civili, bambini inclusi, e crimini contro l'umanità.

Il rapporto si basa sulle testimonianze di oltre 100 persone, tra vittime della persecuzione jihadista e testimoni delle violenze subìte dagli yazidi, costretti a fuggire sulle montagne del nord per mettersi in salvo.

Il documento fa riferimento anche ad "alcuni crimini di guerra" commessi dalle forze regolari irachene e milizie ad esse affiliate nel corso del confronto con i combattenti dello Stato Islamico. E si conclude con l'invito rivolto al Consiglio di Sicurezza di ricorrere alla Corte Penale Internazionale perché persegua i responsabili.

Il Consiglio Onu per i diritti umani aprì il fascicolo lo scorso settembre, dopo la grave crisi umanitaria generata dall'assedio portato dall'Is ai centri della comunità yazida nel nord dell'Iraq. "Si verificò - si legge - una chiara sequenza di attacchi" da parte dello Stato Islamico contro gli yazidi, i cristiani e altre minoranze, con l'assedio delle loro città e dei loro villaggi. Gli inquirenti delle Nazioni Unite citano nel rapporto le accuse rivolte allo Stato Islamico sull'uso di armi chimiche probite come il gas cloro contro le forze armate irachene nella provincia occidentale di Anbar, sempre lo scorso settembre. Mentre le donne e le bambine catturate finivano con l'essere trattate come un qualsiasi "bottino di guerra", spesso soggette a stupro e schiavitù sessuale. Viene poi riportata la crudeltà con cui le corti islamiche dell'Is, nell'applicare la Sharia, abbiano inflitto ai condannati pene come la lapidazione o l'amputazione. Un caso, citato nel rapporto, rende l'idea di quella crudeltà: "Tredici adolescenti furono condannati a morte per aver guardato una partita di calcio".

Quanto alle accuse di crimini di guerra mosse contro l'esercito regolare iracheno, secondo gli inquirenti Onu è "ampiamente provato" l'uso fatto di "barrel bombs", ordigni imballati in grandi e lunghi fusti, innescate e lanciate dall'alto, che uccidono indiscriminatamente e, per questo, bandite dal diritto internazionale. Pratica, conclude il rapporto, meritevole di "ulteriori investigazioni".

domenica 18 gennaio 2015

Nord Iraq - L’Isis libera 350 Yazidi: molti anziani, donne, bambini malati e disabili

Corriere della Sera
L’Isis ha liberato circa 350 membri della comunità yazida, tra cui sei bambini piccoli, rapiti nel nord dell’Iraq. Si tratta soprattutto di anziani e malati, che sono stati consegnati ai peshmerga curdi vicino a Kirkuk. Non è chiaro perché siano stati liberati



Secondo un attivista yazido, Khodr Domli, erano prigionieri a Mosul, roccaforte dell’Isis. Alcuni sono feriti, alcuni sono disabili e molti soffrono di problemi psicologici e mentali. I rilasciati sono stati portati in un centro medico

L’Isis ha attaccato i villaggi yazidi del nord dell’Iraq l’anno scorso, uccidendo gli uomini che non si convertivano all’islam e riducendo in schiavitù donne e bambini. Molte donne erano state vendute e costrette a matrimoni forzati

Il mese scorso i peshmerga curdi hanno rotto l’assedio dell’Isis alle montagne del Sinjar, nel nordovest del paese, liberando migliaia di yazidi che vi si erano rifugiati. Molti dei loro villaggi rimangono sotto il controllo del Califfato e si calcola che circa 3.000 fra donne e bambini della comunità siano ancora in stato di schiavitù.

martedì 2 dicembre 2014

Come vivono gli yazidi nei campi profughi in Kurdistan: con la pioggia le tende sono allagate

Huffington Post
A causa della pioggia i residenti delle tende A2.59, A2.60, A2.61 e A2.62 hanno occupato le tende vuote circostanti. Alcuni di loro, una madre e 4 bambini, sono rimasti fuori: la loro tenda era piena zeppa di acqua. In quel momento di tende vuote vicine non ce n'erano e intanto continuava a piovere incessantemente. Allora le abbiamo fatte entrare nella nostra, dove di acqua ce n'era pochissima. Per fortuna mia madre e mio padre avevano passato il pomeriggio ad accumulare terra intorno alla tenda. Un'altra famiglia ha passato invece la notte in macchina. In realtà anche parte della mattina, finché la terra ha smesso di essere acqua per diventare fango - almeno percorribile.

Domenica 30 novembre ho parlato con tante persone, e tutti la pensano allo stesso modo. "Questi problemi non si risolveranno presto: le tende mancano tutte di una base concreta in cemento. E fino a quando non ci sarà avranno la funzione di vasche da bagno quando piove. L'alternativa è andarsene dal campo".

Altre 25 tende in un'altra parte del settore dove abito sono state fortemente danneggiate. Ma le persone non sono potute andare da nessuna parte. Hanno passato la notte cercando di resistere - non so come - contro l'acqua. Nessuno oggi ha chiesto a queste persone come stanno e cosa sia possibile fare per loro. Né il dmc (camp management del campo) né alcuna altra organizzazione.


La pioggia in questione è avvenuta mercoledì 26 novembre. È il racconto di Khaled, operatore di Un ponte per... nel campo per sfollati iracheni di Shariya (circa 15 km da Dohuk), tradotto dall'arabo all'inglese da Sulayman, suo collega, e accompagnato dalle foto che suoi amici hanno condiviso su Facebook. Me le ha fatte avere Salam, che ugualmente lavora con noi nelle aree urbane del Governatorato. Dopo averle viste sono tornato a Shariya, e "dal vivo" ho constatato goccia dopo goccia quanto mi era stato riferito. Insieme abbiamo fatto un giro lungo del campo, partendo dai depositi di cibo, vestiti e altri beni di prima necessità che poco alla volta vengono distribuiti. Poco, alla volta. Come la terra che manca sotto la rete che delimita i settori del campo. Le persone la usano per ricoprire i bordi delle tende. Per fare massa, per contrastare la pioggia. L'immagine che sembra riassumere al meglio il quadro fangoso del campo è l'enorme tir del World food programme che ha portato scatoloni di cibo nel campo. Doveva scaricarli vicino alle tende-deposito ma è rimasto incagliato nel fango poco dopo l'ingresso. Somiglia a una nave che affonda, mentre tre macchine-scialuppe di salvataggio mettono "in salvo" il carico e lo trasportano dal tir alle tende.

Proseguiamo lungo i settori, le tende, la ghiaia e il fango. Le persone salutano, una bambina salta con la corda, alcune donne svuotano le tende dall'acqua, dei ragazzini ci lanciano pietroline e mi chiedono "What's your name?". Vogliono giocare, loro, mentre un signore ci mostra la sua nuova "casa". È il caravan delle lavatrici, una lavanderia pubblica che non funziona a gettoni e che ha la porta aperta. Per fortuna, perché altrimenti la notte scorsa lui, la moglie, i suoi cinque figli, il fratello e i suoi genitori sarebbero rimasti in piedi per cercare di bagnarsi solo i piedi. Banale, troppo, chiedere se il danno sia stato riportato al camp manager. La risposta è furiosa, e a cosa serve riportarla?

Shariya non è stata l'unica pozzanghera ad ospitare migliaia e migliaia di famiglie. A Garmawa e Khanke la situazione è molto simile e l'unica, determinante differenza la fa chi ha costruito il campo. Perché significa individuare subito chi ha dato alle tende una base in cemento e chi invece ha forse pensato che la ghiaia svolgesse il suo ruolo rinfrescante come fa d'estate. Ma qui siamo in inverno, ormai abbastanza inoltrato. E durerà per almeno altri tre mesi.

Per questo le domande che ci si può porre sono abbastanza insolite. Ci si aspetterebbe una rabbia ricchissima, una rivolta di popolo, ma di quelle vere, di cui c'è da aver paura. E invece le parole forti sono sporadiche. Ci sono, non mancano affatto. Dispiacere e dispiacersi sono i verbi che descrivono forse al meglio quanto gli occhi vedono in un'istantanea. Per capire di più occorre fermarsi, ascoltare, parlare con chi questo dramma lo vive da mesi e sotto ogni punto di vista.

Khalid, per fare un esempio immediato, è arrivato in Kurdistan dopo essere fuggito dal suo villaggio vicino Sinjar, Khatania. Prima però ha passato 7 giorni imprigionato nel palazzo dove abitava insieme ad altre famiglie. Daesh era arrivato e aveva conquistato tutto. Vorrei passare un'intera giornata con lui ad ascoltare quanto ha da raccontare. E moltiplicherei questa esperienza per oltre 700 mila, quanti sono gli iracheni rifugiati in Kurdistan solo qui a Dohuk.

Numeri, abbondanza, ricchezza. Di quella vera, non solo incommensurabile come la sensazione che ti lascia un sorriso e la dignità con cui le persone che incontri ti accolgono, raccontano, collaborano e ti offrono del tè. È grande, davvero, e non sai come e se ringraziare se ti viene offerto un letto, pasti di una bontà indescrivibile, e l'accompagnamento a luoghi sacri che mai avresti pensato di visitare.

La settimana scorsa Husam, Sudad, Gigi ed io siamo andati a Baadre, dove ci sono le rovine del castello dove risiedeva l'ultimo imperatore ezida*. Ora oltre alla popolazione locale ci sono più di 1.700 famiglie ezide e cristiane scappate da Sinjar e Bashiqa. Vivono in case incomplete, e della generosità della comunità. Per il resto aria, té, sole, pioggia e attesa. Hassan e Khasan, fratelli, sostengono la famiglia portando l'acqua, andando in giro cercando aiuto, provando ad avere i contatti giusti. Shammu invece ha come unico passatempo guardare i bambini che giocano fuori, quando c'è il sole, che gli riscalda un po' la pelle. È invalido, gli manca una gamba da 15 anni, postumi di una storia che nel 90% dei casi è molto fresca nella memoria delle persone. Più di quella iniziata con la Guerra del Golfo del 1991 e delle più recenti invasioni statunitensi e di Daesh. È la guerra Iraq-Iran dell' '80-88. Terribile, violentissima, nei ricordi curdi delle persecuzioni di Saddam, e nelle reminiscenze irachene della prigionia iraniana. Che nel caso di Khasan è durata 7, lunghissimi anni, dopo i quali una vita normale non è stata più possibile. Oggi senza la famiglia del fratello lui non sarebbe nessuno, "perché sono schizofrenico, non so stare con una donna, e non posso farcela da solo".

Dopo Baadre è arrivata la volta di Lalish, il tempio sacro per eccellenza degli Ezidi*. Qui le parole forse sono inutili. Difficile descrivere l'atmosfera incantata, tetra e al tempo stesso pacifica che abbiamo trovato sul far del tramonto, mentre entravamo e leggevamo i cartelli "No hunting", divieto di caccia. La violenza nel credo ezida è vietata.

Percorrere a piedi la strada che porta al tempio, i volontari che puliscono il percorso e il tempio con scope di faggina - o rami secchi assemblati meticolosamente. Fedeli che distribuiscono cordicine bianche intrise di olio per sostenere la fiamma. "Fuoco, acqua e terra sono la base della vita, per noi ezidi è il principio da cui nasce il resto", mi dice Hussam. Il tempio infatti ne è pieno di fuoco, acqua e terra, attorno ai quali si prega, si baciano le mura, ci si stringe le mani, si esprimono desideri facendo nodi alle lenzuola colorate che adornano le colonne, all'interno. Di questa ricchezza ne respiri il sapore, lo osservi in silenzio mentre ascolti racconti che non potrebbero finire mai.

Poco prima di arrivare a Lalish, proprio a 1 km di distanza, c'è un pozzo petrolifero. Ce lo indica la fiamma, che brucia 24 ore su 24 ore e non ha nulla a che vedere con la sacralità del tempio. Però racconta anch'essa qualcosa di importante. Ricorda che l'Iraq è un paese profondamente ricco. Di petrolio, di acqua, di cibo, di umana bellezza. Te ne parlano tutti, sfollati che vivono dei campi, gli abitanti di Dohuk, imprenditori, commercianti, religiosi, rifugiati siriani. Anche in questo caso la domanda è di una superficialità ed efficacia disarmante. "Perché allora tutto questo? Come fai a torcere un solo capello a questa ricchezza?". La risposta è un'altra storia, e non ce n'è una sola, e nessuna è scontata. Nessuna è decisiva. Venerdì 28 novembre, c'è il sole, non piove. Per alcuni credenti sono sicuro che sia un segnale divino. Ma anche per altri credo non manchi l'occasione di sorridere, una volta di più, di fronte al fango che li circonda.

* Il termine Êzid significa "Dio". È da lì che origina il nome della religione e della comunità. "Yazida" invece è stato introdotto da Saddam Hussein, nel senso che è stato scritto proprio sulla carta di identità di coloro che da allora sono stati conosciuti più comunemente come "yazidi". Questo perché c'è stata la volontà politica di assegnare le loro origini al periodo di Umayyad Caliph Yazid, califfo ottomano della dinastia Ummayad che ha regnato dal 647 al 683. In pratica è significato mettere nero su bianco che gli Ezidi sono di origine musulmana, fatto assolutamente non vero. Questa storia me l'ha raccontata per la prima volta l'amico Latif al-Saadi prima di partire. La stessa storia me l'ha ricordata Hussam, prima di arrivare a Lalish.

lunedì 13 ottobre 2014

Iraq: jihadisti dello Stato islamico (Isis) tengono prigionieri centinaia di Yazidi iracheni

Ansa
I jihadisti dello Stato islamico (Isis) tengono prigionieri centinaia di yazidi iracheni - tra uomini, donne e bambini - e costringono le giovani donne e le adolescenti a sposare i loro combattenti: è quanto emerge da un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) basato sulle testimonianze dei detenuti, sui racconti di 16 yazidi fuggiti e su quelli di due donne detenute intervistate telefonicamente. 

Secondo le dichiarazioni, il gruppo ha inoltre costretto i detenuti a convertirsi all'Islam.

sabato 6 settembre 2014

Dakheel Vian della Comunità yazida membro del parlamento iracheno testimone a #peaceisthefuture

Blog Diritti Umani
Dakheel Vian della Comunità yazida, membro del Parlamento iracheno parteciperà alla cerimonia di apertura dell'incontro: "Religioni e Culture in Dialogo 100 anni dopo la Prima Guerra Mondiale "Peace is the Future" che si terrà ad Anversa dal 7 al 9 settembre organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio.






santegidio.org
Ad Anversa Vian Dakheel, «voce» delle vittime yazide del Califfato in Iraq

Il dolore degli Yazidi nel cuore dell`Europa. La testimonianza di Vian Dakheel - Le sue parole accolte con una standing ovation dalla sala gremita
Dakheel Vian ha denunciato con forza al Parlamento Iracheno la persecuzione che stava colpendo la sua Comunità per mano dell'ISIS ed è impegnata in prima persona per l'aiuto concreto e il sostegno ai rifugiati yazidi.

Riportiamo il video del suo drammatico intervento al parlamento:

martedì 19 agosto 2014

Iraq: Turchia prepara campo per profughi Yazidi in Nord-Iraq

ANSAmed
Ankara - La Turchia prevede di realizzare un grande campo dalla parte irachena del confine per accogliere le migliaia di profughi Yazidi in fuga davanti all'avanzata dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico, riferisce la stampa di Ankara.


L'Ufficio Disastri ed Emergenze turco ha deciso di allestire una grande tendopoli nella zona di Zajo. Secondo l'agenzia semi- ufficiale turca Anadolu circa 6.500 civili Yazidi si trovano vicino al confine turco e richiedono assistenza. 

Altri 2mila profughi della comunita' yazidi, minacciati di genocidio da parte dei miliziani jihadisti secondo il presidente Usa Barak Obama, sono passati in Turchia negli ultimi giorni e hanno trovato una sistemazione provvisoria in un campo previsto per i rifugiati siriani a Solipi, vicino all'antico monastero siriaco di Mor Gabriel.

domenica 17 agosto 2014

Unhcr: 15mila Yazidi nel campo di Newroz. Raccolte testimonianze terribili

La Stampa
Nel corso degli ultimi 10 giorni decine di migliaia di persone appartenenti alla minoranza Yazida hanno attraversato il confine tra Semalka/Peshkabour, dopo essere transitate dalla Siria, fino al governatorato di Dohuk nell’ Iraq del nord. 



Un numero crescente di Yazidi (circa 15mila) hanno cercato protezione all’interno della Siria, dove l’Unhcr opera insieme alle Ong ed ai partner locali per fornire loro assistenza. «La situazione degli Yazidi rimane molto dinamica e problematica, ed è di importanza vitale che le persone riescano a ricevere aiuto e protezione», afferma in una nota l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Antonio Guterres - Stiamo facendo tutto il possibile in circostanze molto difficili per rispondere ai bisogni immediati’’.

In Siria, in risposta alla situazione degli Yazidi in Iraq, l’Alto Commissarito delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha iniziato a trasferire i nuovi rifugiati dalla zona di confine al campo di Newroz, vicino ad Al Qamishli, circa 60 km ad ovest. I rifugiati arrivano esausti e profondamente traumatizzati, continua la nota dell’Unhcr: «I piedi coperti di vesciche, dopo aver passato giorni sulle montagne del Sinjar esposti a temperature elvatissime senza cibo né acqua a disposizione e avendo poi dovuto camminare per giorni prima di trovare rifugio. Sono deboli, assetati e affamati, in particolare le donne e i bambini e molti di loro hanno ferite non medicate».

Dopo qualche giorno di permanenza nel campo molti fanno ritorno in Iraq per ricongiungersi con i familiari nella zona di Dohuk, nel Kurdistan del nord, ma altre migliaia continuano ad arrivare. Molte famiglie di rifugiati, spiega ancora l’Unhcr, sono state separate durante la fuga, sparpagliate tra Sinjar, la Siria, la regione del Kurdistan, bambini sono stati strappati ai loro genitori, uccisi, rapiti, o disperse nel caos. 

La maggior parte dei bambini sono ora con i loro nonni, cugini o parenti lontani. Molti dei rifugiati raccontano di aver dovuto lasciare i loro anziani perchè non riuscivano a portarli e sono ansiosi di sapere se sono ancora vivi. Altri che sono riusciti a trovare protezione nel campo raccontano di donne e ragazze costrette a rimanere e vendute. Le famiglie raccontano dell’uccisione dei loro ragazzi. Le comunità locali siriane hanno accolto i rifugiati, fornendo trasporto, cucinando pasti caldi nelle loro case, consegnandoli nei campi e donando vestiti.

mercoledì 13 agosto 2014

Iraq: Unhcr, acqua cibo e medicine distribuiti a rifugiati in Kurdistan. 35.000 arrivate e assistite a Dohuk

Adnkronos
Nel nord-ovest dell'Iraq, negli ultimi tre giorni, migliaia di persone sono fuggite dalle montagne di Sinjar passando dalla Siria per poi rientrare verso il governatorato di Dohuk nella regione del Kurdistan iracheno. Secondo le stime delle ong partners dell'Unhcr, l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati, al momento sarebbero circa 35.000 persone, arrivate esauste e disidratate, dopo un cammino sotto temperature che raggiungono dai 40 ai 45 gradi.
"Le persone si stanno spostando in varie zone, tra cui Zakho e Dohuk, città dove sono stati messi a disposizione 16 edifici scolastici - riferisce l'Unhcr - Si sta provvedendo alla distribuzione di acqua, cibo e cure mediche. Ad oggi sono ancora tra 20.000 e 30.000 le persone ancora bloccate sulle montagne di Sinjar senza cibo, acqua e riparo. L'accesso a queste famiglie rimane estremamente limitato".

L'Unhcr sta distribuendo materassi, coperte, kit di emergenza, prodotti per la casa e kit igienici nelle località di Dohuk, Zakho, Akre, Shekhan, Khanke e nel villaggio di Bajet Kandela. In totale, sono oltre 1,2 milioni gli sfollati interni in Iraq, incluse circa 700.000 persone nella regione del Kurdistan che ospita già 220.000 rifugiati siriani. Inoltre, altri 10-15.000 iracheni yazidi in fuga da Sinjar sono arrivati in Siria.

martedì 12 agosto 2014

Iraq - Testimonianza del Vescovo caldeo di Mosul: sulle montagne con chi fugge per cercare sicurezza

MISNA
“Arrivano a migliaia, con le macchine o a piedi, bisognosi di tutto, alla disperata ricerca di un luogo sicuro”: monsignor Amel Shimon Nona, vescovo caldeo di Mosul, è raggiunto dalla MISNA in un villaggio cristiano dell’estremo nord dell’Iraq dove i rifugiati sono accolti nelle case, nella scuola o nell’aula per il catechismo.
Monsignor Nona sta concludendo una visita dei centri abitati del governatorato di Dahuk, sulle montagne del Kurdistan iracheno che conducono alla Turchia. “Sono zone – spiega il vescovo – che appaiono più sicure rispetto alla Piana di Ninive; per questo a migliaia, cristiani ma anche yazidi, si spingono fin qui”.

Le parole di monsignor Nona arrivano da Fish Khabor, un villaggio situato a un’ottantina di chilometri di distanza dalla città di Mosul, capoluogo della provincia di Ninive caduto a giugno nelle mani dei combattenti sunniti dello Stato islamico. È da loro che stanno fuggendo cristiani, yazidi e altre minoranze componenti storiche del mosaico etnico-religioso dell’Iraq. “Lo Stato islamico – sottolinea il vescovo – è una minaccia per queste comunità; speriamo davvero che i bombardamenti americani cominciati la settimana scorsa possano fermarne l’avanzata”.

Una speranza condivisa dalle centinaia di yazidi che anche oggi stanno superando Fish Khabor diretti verso Erbil, il capoluogo della regione autonoma del Kurdistan. “Sono gli ultimi – dice monsignor Nona – anche tra i profughi: non hanno dove dormire e riposano lungo la strada; noi cerchiamo di aiutarli come possiamo, accogliendoli e ospitandoli nei nostri villaggi”.

Quella irachena è un’emergenza che durerà a lungo, nonostante i bombardamenti americani a difesa degli alleati (e dei pozzi di petrolio) del Kurdistan. E nonostante, sottolinea il vescovo, i rivolgimenti politici che a Baghdad hanno portato ieri alla nomina di un nuovo primo ministro. Sullo sciita Haider Al Abadi, che ha ottenuto il sostegno dell’Iran dopo quello degli Stati Uniti, monsignor Nona non si esprime. “Speriamo che un nuovo governo possa dare un contributo per la pace” si limita a dire, aggiungendo con amarezza: “Dei politici gli iracheni non si fidano più”.

[VG]

sabato 9 agosto 2014

Iraq - In vendita centinaia di donne cristiane e yazidi rapite a Mosul

Corriere della Sera - Blog
Come le studentesse nigeriane rapite dai Boko Haram, così a Mosul centinaia di donne della minoranza Yazidi e cristiane, sono da alcuni giorni nelle mani dei miliziani dell’Isis nel Kurdistan iracheno.
Secondo il portavoce del ministero dei diritti umani dell’Iraq Kamil Amin le donne(nella foto) hanno meno di 35 anni e che alcune vengono trattenute in alcune scuole di Mossul. Le ragazze sarebbero state messe”in vendita” al mercato della città dopo essere state “smistate” nel campo di prigionia di Sinjar, città Yazidi che nel frattempo è stata conquistata”. Le foto, diffuse dal web, ritraggono le donne rapite velate integralmente, incatenate e minacciate da integralisti armati di spada.

Decine di migliaia di yazidi sono fuggiti quando il gruppo dello Stato islamico ha catturato la città settentrionale di Sinjar, vicino al confine con la Siria. I commenti di Amin sono la prima conferma del governo iracheno che alcune donne sono in mano ai militanti.