Pagine

Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post

domenica 25 novembre 2018

Corridoi umanitari di Sant'Egidio: altri 21 rifugiati siriani arrivati il 22 novembre a Parigi

santegidio.org
ll 22 novembre a Parigi sono arrivati 21 nuovi rifugiati siriani dal Libano - tra cui 10 bambini - in tutta sicurezza con i corridoi umanitari. Salgono così a 228 il numero di persone accolte in Francia dal luglio 2017 (60 famiglie).


"Un grandissimo benvenuto a tutti voi!": sono le parole di una famiglia di Roissy che ha deciso di ospitarne alcuni. All'arrivo erano presenti le autorità cittadine, le associazioni che insieme a Sant'Egidio hanno iniziato il progetto dei corridoi umanitari (Conferenza episcopale francese, Caritas Francia, Federazione protestante di Francia e Federazione di mutua assistenza protestante).

Appena scesi dall'aereo i rifugiati sono stati accolti da applausi, abbracci, fiori, bevande calde e giochi per bambini. Un piccolo sollievo per le famiglie che hanno vissuto il trauma della guerra in Siria e che ora possono iniziare una nuova vita. Vincent Picard di Sant'Egidio ha detto: "La Francia è il vostro nuovo paese, non sarete mai soli".

I comuni francesi coinvolti nell'accoglienza sono 7: Vernoux en Vivarais, Saint-Mamert-du Gard, Champigny-sur-Marne, Châteaudun, Vaison-la-Romaine, Vésinet, Bouscat in Deux-Sèvres.

domenica 17 luglio 2016

Centinaia di giovani europei a Parigi - Appello di pace “Change you city, Change Europe!”

Giovani per la Pace

Appello di pace “Change you city, Change Europe!” 
Noi giovani europei, provenienti da Italia, Belgio, Spagna, Portogallo, Germania, Francia, Olanda, Svizzera e Gran Bretagna, ci siamo ritrovati qui a Parigi con la Comunità di Sant’Egidio, un anno dopo i terribili attentati terroristici che hanno colpito questa città e dopo l’attentato a Nizza. La nostra presenza qui rappresenta il rifiuto di lasciar vincere la paura e la chiusura in noi stessi, perché nessuno possa rubarci il nostro sogno, il sogno di cambiare le nostre città per cambiare l’Europa. Tutti diciamo con forza “change your city, change Europe”. 
Il nostro sogno è di riscoprire il sogno europeo. Lo stesso che ha creato l’unione tra i nostri paesi che ci ha permesso di vivere in pace in Europa occidentale sin dalla fine della seconda guerra mondiale. 
Ma questo sogno fallisce quando ci sono guerre e conflitti in Oriente, quando il razzismo è onnipresente, quando persistono le divisioni tra ricchi e poveri, giovani e anziani, tra chi viene dall’Europa e chi dall’Africa, Asia o Sudamerica. Si, questo sogno è fallito quando ci si rifiuta di accogliere rifugiati che scappano da regimi tirannici e dalla guerra, perché non è questa l’Europa che i suoi fondatori hanno sognato. 
L’ Europa che ci piace è quella che segue la chiamata di Papa Francesco, quando va ad accogliere i rifugiati, come in Germania dove ci sono migliaia di loro. l’Europa che ci piace è quella che si apre all’umanità come in Italia, quando costruisce corridoi o ponti per unire i paesi. 
Tutto questo ci fa credere che l’Europa possa diventare quella che noi sogniamo. Sogniamo un’Europa di amore e unità, forte nella solidarietà con i continenti più poveri e specialmente con l’Africa. Sogniamo un’Europa in cui non ci siano guerre, discriminazione, razzismo, un posto di accoglienza, di dialogo tra culture e di integrazione. 
Durante questo incontro a Parigi abbiamo meditato sui luoghi degli attentati terroristici e ascoltato la testimonianza di una persona che ha avuto il coraggio di affrontare questa violenza. Pertanto vogliamo rinnovare il nostro impegno a non cedere al ricatto del male e della divisione e invece a cercare sempre l’incontro con l’altro, con più determinazione a costruire ponti tra le persone. Ponti costruiti nell’amicizia e nella fiducia. 
Siamo la generazione che vivrà il futuro, per questo siamo la generazione che deve costruire questa Europa e noi pensiamo che possiamo cambiare quest’Europa, ma prima dobbiamo cambiare le nostre città a partire dall’amicizia con i poveri. 
E insieme potremmo dire “Change your city, Change Europe!”.
Parigi, 16 luglio 2016


lunedì 23 novembre 2015

Appello vescovi Usa: dopo le stragi di Parigi non chiudere porte ai rifugiati dalla Siria

Radio Vaticana
I vescovi degli Stati Uniti chiedono di non chiudere le porte ai rifugiati siriani che cercano asilo nel Paese dopo le stragi di Parigi. Da Baltimora, dove si sono riuniti questa settimana per la loro sessione autunnale, i presuli hanno espresso ferma condanna per gli attentati e condoglianze per le vittime, ma anche preoccupazione per le reazioni di alcuni esponenti politici che hanno chiesto la chiusura delle frontiere ai rifugiati dalla Siria, dopo la notizia del ritrovamento di un passaporto siriano accanto al corpo di uno degli attentatori.

I rifugiati siriani fuggono essi stessi dal terrorismo dell’Is
“Questi rifugiati fuggono essi stessi dal terrorismo e dalla medesima violenza che ha colpito Parigi”, ha dichiarato a nome della Conferenza episcopale Usa il presidente della Commissione episcopale per i migranti, mons. Eusebio Elizondo. “Si tratta di famiglie estremamente vulnerabili, di donne e bambini che partono per salvare le proprie vite. Non possiamo e non dobbiamo considerarli colpevoli per gli atti di un’organizzazione terroristica”.

Non fare di tutti i rifugiati un capro espiatorio
Nella dichiarazione mons. Elizondo ricorda che le procedure per entrare negli Stati Uniti sono già molto rigide e complesse e che si possono eventualmente prevedere misure aggiuntive, ma non rifiutare l’accoglienza a queste persone in difficoltà. Di qui l’invito alle autorità ad “intervenire per porre fine pacificamente al conflitto siriano e perché i quattro milioni di rifugiati possano fare rientro nel loro Paese e ricostruire le loro case”, invece “di usare questa tragedia per fare di tutti i rifugiati un capro espiatorio”. Una “grande nazione” come gli Stati Uniti, conclude quindi la nota, deve “dare prova di leadership per condurre altri Stati a proteggere persone in pericolo e mettere fine ai conflitti in Medio Oriente”.

Rifiutare di accogliere lo straniero aiuta i nostri nemici
Dello stesso tenore le considerazioni esposte in un post del Catholic Relief Services (Crs), l’agenzia caritativa dei vescovi per gli aiuti ai Paesi d’oltre-mare, che spiega in cinque punti le ragioni per non “punire” i rifugiati siriani per gli attacchi di Parigi. “Anche se le preoccupazioni per la sicurezza sono legittime – si legge, tra l’altro, nel post – i leader e i politici devono capire che rifiutare di accogliere lo straniero e non lavorare insieme per la soluzione della crisi dei rifugiati serve solo ad aiutare i nostri nemici”. (L.Z.)

martedì 17 novembre 2015

Parigi: "Non avrete il mio odio", la lettera dell'uomo che ha perso la moglie commuove il mondo

Ansa
Io e mio figlio, da soli "siamo più forti di tutte le armate del mondo". Parla anche un uomo che si è salvato parlando per un'ora con gli attentatori
"Non avrete il mio odio". Fa il giro del mondo la lettera di Antoine Leiris, un uomo che ha perso la moglie in uno degli attentati di venerdì sera. Nella lettera, pubblicata su Facebook l'uomo ricorda la moglie, "l'amore della mia vita", rivista (evidentemente per il riconoscimento) e "bella come quando l'ho conosciuta 12 anni fa". La madre di suo figlio di 17 mesi. Ma essere rimasto da solo con lui, assicura, non lo spaventa: "Insieme siamo più forti di tutte le armate del mondo".


Si moltiplicano le storie e i racconti legati alla strage di venerdì sera. Come quella di un sopravvissuto dopo aver parlato per un'ora con un attentatore.

Il sopravvissuto che ha parlato per un'ora con l'attentatore - "All'inizio - dice ai microfoni di Rtl - ci hanno fatto la predica. Ci hanno spiegato che erano lì per le bombe sganciate in Siria e per dimostrare a noi occidentali gli effetti degli aerei laggiù". 

Sébastien è sopravvissuto al massacro del Bataclan, prima nascondendosi, poi una volta trovato dai terroristi, parlando con loro per un'ora, con un kalashnikov puntato verso di lui. "Potevano uccidermi subito. Ma quando hanno cominciato a parlarmi, ho capito che forse ero destinato a vivere". "Ci hanno chiesto se capivamo le loro ragioni, vi lascio immaginare il silenzio che è calato in quel momento" tra gli ostaggi, prosegue Sébastien, aggiungendo che i terroristi chiedevano loro di fare da intermediari con la polizia dalla finestra. "Ci chiedevano di urlare agli agenti di non avvicinarsi, altrimenti si facevano esplodere". E' l'unica richiesta che gli assalitori hanno avanzato: "Abbiamo pensato che forse volevano salvarsi la vita, ma ci sembrava improbabile dopo la carneficina che avevano fatto in sala. E poi volevano dei giornalisti". "In ogni momento una parola sbagliata può provocare la tua morte", ricorda ancora Sébastien che oggi si ritiene "nato una seconda volta".





lunedì 16 novembre 2015

Roma - I'Imam della Magliana Sami Salem: l'Islam non predica violenza e morte, chi uccide è un criminale e basta

Il Messaggero
Il leader della Moschea della Magliana Sami Salem: la religione viene strumentalizzata, l'Islam non predica violenza e morte, chi uccide è un criminale e basta. E' arrivato il momento di unire le forze per affrontare questo mostro"

Parigi - Leader religiosi di diverse religioni
 in preghiera davanti al Bataclan
"Una piena condanna. senza sé e senza ma". Di fronte allo sfregio che ancora una volta ha colpito la Francia dopo la carneficina di venerdì sera, Sami Salem, imam della moschea della Magliana, il popolare quartiere alla periferia Sud Ovest di Roma, non usa mezzi termini. "Questo non è Islam, ma terrorismo. E' arrivato il momento di unire le forze per affrontare questo mostro". Salem Mohamed Ali Salem, questo il suo nome intero, è riuscito a costruire dopo quasi dodici anni passati al quartiere Marconi in una piccolissima moschea organizzata alla buona a via Peano, quello che è diventato il secondo "Minbar" della Capitale, il pulpito in legno delle moschee. "Al Fath", frequentata in prevalenza da evizioni, supera ormai per affluenza quella che negli anni era considerata la seconda moschea della città, la "Al Houda" di Centocelle.

Secondo lei, come si arriva a provare quest'odio in grado di far compiere così gravi e terribili?
"E' fondamentale spiegare prima di tutto che nell'islam non ci sono appelli alla violenza, né è contemplata la possibilità di uccidere il prossimo. Musulmani e Cristiani hanno delle radici in comune. Si tratta di atti in cui la religione non c'entra niente, viene strumentalizzata da persone che danno interpretazioni fanatiche e sbagliate delle sacre scritture in generale. Non riesco a comprendere come possano fare, e quali strumenti utilizzino per trasformare persone, troppo spesso giovani, in mostri telecomandati.

In Italia vivono quasi un milione e mezzo di musulmani , a Roma più di 140 mila. Qual'è il suo messaggio?
"I Musulmani d'Italia, di Roma, come tutti i musulmani nel mondo, devono incarnare l'autentico messaggio dell'Islam. Dare il buon esempio. Devono essere onesti, corretti nei loro rapporti con tutte le persone senza distinzioni di fede o nazionalità. Chi commette atti criminali come quelli di Parigi o ha atteggiamenti estremisti è un criminale e basta".

Che ruolo svolge o dovrebbe svolgere la moschea?
"La moschea ha un ruolo fondamentale. Il suo compito è quello di far conciliare educazione e formazione dei musulmani che vivono qui. Una cosa è certa: è possibile essere pienamente integrati nella società italiana senza abbandonare la propria identità religiosa. La nostra responsabilità è quella di spiegare le cose, di lavorare per un continuo confronto e dialogo. E combattere le idee malate con quelle sane".

Il Giubileo è alle porte, manca poco all'apertura della Porta Santa, l'8 dicembre. Quello che è accaduto in Francia ha accresciuto il livello della minaccia, cosa pensa?

"Io vivo a Roma, la mia famiglia vive a Roma, credo che questa città e l'Italia in generale sia lontana dalla possibilità di questi attacchi. La politica in questo paese è lontana da simili fatti. E' ovvio che gli organi di sicurezza debbano fare il loro dovere, in occasioni così importanti gli sforzi vanno raddoppiati. Anche la nostra attività è importante per spiegare ai nostri fedeli come possono essere utili alla comunità. Collaborare insieme alle istituzioni per essere un'unica mano è un compito di qualsiasi cittadino indipendentemente dalla fede religiosa. Rinviare il Giubileo, come qualcuno ha detto, non ha senso. Bisogna continuare a vivere lavorando tutti insieme per costruire pace, serenità e fiducia reciproca.

Elena Panarella

domenica 15 novembre 2015

Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare. Analisi di Mario Giro. Da leggere!

LIMES
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria.
di Mario Giro
Clicca sull'immagine per ingrandirla
Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei.

Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare.

È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione.
Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio.

Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.

Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”.

In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”.

L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.

Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia.

Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contenibile.
A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia.

La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.

Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh.

Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.
In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera.

L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo.

Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera.

In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…

Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.

È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque.

Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita.

Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.

Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario.

Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo.

Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia.
L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani.

L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.

Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.

Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.

Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione.

Il tweet che spiega perché è orribile incolpare i rifugiati per gli attacchi di Parigi

Huffington Post
"A coloro che incolpano i rifugiati per gli attacchi di Parigi di questa notte. Non capite che è proprio da quelle persone che i rifugiati cercano di scappare"

Solo un tweet che ha già oltre 76mila condivisioni. Le parole di questo studente dell'Imperial College di Londra, all'indomani della tragica notte di Parigi stanno facendo il giro del mondo.


Un altro modo di leggere la strage avvenuta nella capitale francese e per impedire si scateni l'odio contro i rifugiati, persone che tentano appunto di fuggire dalla violenza, la paura, il clima di terrore che imperversa nei loro Paesi di provenienza. Il bilancio delle vittime della guerra in Siria, solo per citarne uno, ha superato i 250 mila morti, di cui 30 mila bambini.

sabato 14 novembre 2015

Solidarietà a Parigi dai bambini di Gaza


Attacchi a Parigi, Sant’Egidio: dolore, commozione e solidarietà #PrayForParis

www.santegidio.org                                                                                            EN | ES | FR | PT
Pregare per le vittime e la pace. Non cedere al terrore che mina la libertà e la convivenza


Orribili attacchi terroristici hanno funestato Parigi, città simbolo della convivenza e dei diritti, provocando numerosi morti e feriti e lasciando tutti noi sgomenti e commossi. Le lacrime si intrecciano alla solidarietà di un mondo che non cede al male, come si è visto in queste ore si nelle vie di Parigi. Dopo l’attacco del gennaio scorso, la Francia è di nuovo scossa dal lutto e dal dolore, così com’è accaduto recentemente in altri paesi.

La Comunità di Sant’Egidio esprime tutta la sua vicinanza e la sua partecipazione al dolore per le vittime di tale tragedia. Si stringe con affetto al popolo francese, specialmente alle famiglie di chi è morto o ferito, in questa ennesimo attacco che ha ucciso innocenti e sparso odio insensato. Oggi e domani le Comunità di Sant’Egidio di Parigi, di Roma e quelle di ogni parte del mondo si raccolgono in preghiera (nella preghiera serale e nelle Liturgie della domenica) per commemorare le vittime e per la pace.

La Comunità condanna con fermezza questa barbara e cieca violenza, che colpisce persone innocenti e sparge terrore nelle città minando la convivenza, istillando odio e sospetto in tutti. Manteniamo la fiducia in chi ha il dovere di proteggere ogni cittadino con gli strumenti della democrazia, che solo a prima vista possono sembrare deboli e inefficaci. Di fronte a tali attacchi, chiediamo a tutti di opporsi alla logica del terrorismo con la preghiera, l’incontro, l’unità, la solidarietà. Piangere i morti significa anche avere fiducia nelle capacità della nostra società di rispondere alla sfida dei violenti senza piombare in un clima oscuro di inimicizia.

Sant’Egidio, ancor più in questo momento di dolore e di pianto, ribadisce il suo impegno per la pace e per la costruzione di una società del convivere. Non c’è speranza, né futuro, nella vendetta e nell’ostilità ma solo nel dialogo e nella pace. Non ci si oppone alla violenza e alla barbarie con atti e linguaggio bellicosi ma preservando i cuori dal veleno del rancore. Se alcuni uomini cedono allo spirito del male che rende il loro cuore un abisso di violenza e disumanità, crediamo di non dover mai disperare nella forza della pace, costruita ogni giorno con l’impegno di tutti.


domenica 11 gennaio 2015

Strage di Parigi, la capitale francese si prepara al corteo. Sabato 700mila in piazza, da Nizza a Tolosa

Il Sole 24 Ore
In attesa del grande corteo di domani a Parigi, oggi 700mila francesi sono scesi in piazza per manifestare solidarietà alle vittime dell'attentato al settimanale Charlie Hebdo e per gli ostaggi morti nel supermercato kosher. Un bilancio pesante, diciassette vittime in tre giorni. Tra i centri dove si è registrata la maggiore partecipazione ai cortei spontanei: Tolosa, con 80mila persone; a Pau, nel sud-ovest, sono 40mila; 30mila a Nantes; in 22mila hanno manifestato a Orleans, nel centro della Francia, e altri 23mila a Nizza, nel sud-est, 20mila a Besancon.

Intanto la capitale francese si prepara ad accogliere i leader europei per la manifestazione, la «marcia repubblicana», che si annuncia oceanica. Nonostante le rassicurazioni del ministro dell'Interno, Bernard Cazeneuve, che ha sottolineato di aver adottato «tutte le misure» perché il corteo possa svolgersi «nel raccoglimento, nel rispetto e nella sicurezza», fonti dell'antiterrorismo hanno espresso serie preoccupazioni.

Atteso più di un milione di personea Parigi, anche Netanyahu partecipa Al corteo parteciperanno il presidente francese, Francois Hollande, tutti i maggiori leader europei, da Matteo Renzi a David Cameron, da Angela Merkel a Mariano Rajoy, il premier turco Ahmet Davutoglu, il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, e sono attese più di un milione di persone. Ci sarà anche il premier israeliano Benyamin Netanyahu: lo riferisce Haaretz citando fonti di governo. In un primo momento la partecipazione di Netanyahu era stata esclusa per motivi di sicurezza. A Parigi anche il re di Giordania, Abdullah e la regina Rania per partecipare alla marcia di solidarietà con la Francia, colpita a morte dal terrorismo.

sabato 10 gennaio 2015

Il commesso-eroe e il poliziotto ucciso in strada. La Francia celebra i suoi eroi, “veri musulmani”

La Stampa
Un giovane originario del Mali ha nascosto diverse persone nel frigo durante il sequestro al negozio ebraico. Ahmed Merabet è stato ammazzato invece dai killer di Charlie Hebdo
Lassana Bathily
Vivi, vivi e terrorizzati. La furia di Amedy Coulibaly, il terrorista killer che ha lasciato una scia di quattro morti in un marker ebraico di Parigi, li ha sorpresi mentre facevano gli ultimi acquisti in vista dello shabbat. «Abbiamo sentito un’esplosione», racconta Serge, 45 anni. Era davanti all’Hyper Cacher poco si trasformasse in una trappola. È riuscito a salvarsi correndo nel negozio vicino e infilandosi nel retrobottega. «Dentro c’era una ventina di persone: una donna incinta, un bambino - prosegue -. Ho sentito urlare. Non so quanto sia durato: venti minuti, due ore? Ho perso completamente la nozione del tempo. Poi è arrivata la polizia, ci ha fatti uscire da una porta di servizio».

Nel supermercato a fianco, intanto, i primi tre ostaggi muoiono sotto i colpi del kalashnikov di Coulibaly. Un quarto poco dopo. Mentre il killer cerca il telefono del market e minaccia di uccidere anche il resto degli ostaggi, qualcuno viene nascosto in un magazzino climatizzato dal commesso. L’eroe è un maliano di religione musulmana, Lassana Bathily: «Ho detto loro di calmarsi e di non fare rumore, perché se ci scopre ci uccide», ha raccontato il ragazzo a Bfm-tv. «Ho avuto l’idea di uscire dal montacarichi e scappare all’esterno, ma gli altri hanno avuto paura e non hanno voluto».

Alla vigilia della grande marcia a parigi contro il terrorismo, la Francia rende omaggio anche ad un altro musulmano eroe. È Ahmed Merabet, il poliziotto ucciso dai fratelli Said e Chérif Kouachi davanti alla redazione di Charlie Hebdo. «Mio fratello era musulmano, si è fatto uccidere da dei falsi musulmani», ha detto oggi in conferenza stampa il fratello dell’agente ucciso. «Mi rivolgo a tutti i razzisti, islamofobi e antisemiti, non bisogna confondere gli estremisti e i musulmani». Poi l’ultimo appello, prima di scoppiare in lacrime: «L’Islam è una religione di pace, condivisione e amore».

domenica 28 settembre 2014

Isis: Parigi, musulmani in piazza contro 'ideologia assassina' - 'Siamo tutti sporchi francesi' è lo slogan

ANSAmed
Parigi - I musulmani di Francia scendono in piazza a Parigi per denunciare la decapitazione di Hervé Gourdel, il cittadino francese barbaramente ucciso dall'ala algerina dell'Isis, e per solidarizzare con le vittime dello Stato islamico. 


Il Consiglio rappresentativo dei musulmani di Francia (CFCM) - che rappresenta cinque milioni di persone, la più importante comunità in Europa - ha indetto una manifestazione questo pomeriggio davanti alla Grande Moschea di Parigi per denunciare i "'terroristi che in nome di un'ideologia assassina corrompono l'Islam".

Anche noi siamo "sporchi francesi'": denuncia, in un intervento pubblicato sul quotidiano Le Figaro, un gruppo di personalità musulmane. 

Un riferimento al terrificante messaggio audio diffuso nei giorni scorsi, in cui il portavoce dell'Isis, Abu Muhammed Al Adnani, prendeva particolarmente di mira la Francia, unico Paese europeo ad aver lanciato i raid aerei insieme agli Stati Uniti, chiamando ad uccidere gli "sporchi" francesi. 

"Noi, francesi di Francia e di confessione musulmana, vogliamo esprimere con forza la nostra totale solidarietà a tutte le vittime di quest'orda di barbari, soldati perduti di un sedicente Stato islamico - sottolineano i firmatari, tra cui figurano Imam, medici, avvocati e politici - Rivendichiamo l'onore di dire che anche noi siamo degli 'sporchi francesi'".

sabato 1 febbraio 2014

Francia, con la crisi raddoppiato il numero dei senza tetto

Redattore Sociale
Sembra che il numero dei senza dimora sia arrivato a 141.500, di cui 30 mila bambini. Fenomeno legato alla crisi economica. La denuncia viene dalla Fondazione Abbé-Pierre che pubblica un rapporto sulle condizioni abitative in Francia
PARIGI - In Francia 3,6 milioni di persone sono prive di un domicilio personale, in condizioni molto difficili o si trovano a vivere in situazioni precarie (hotel, camper…). Secondo l’articolo pubblicato da Le Monde il numero dei senza tetto è così aumentato del 50%, arrivando alle cifre di 141.500 persone di cui 30 mila bambini dall’inizio del 2012. Il numero verde dedicato a gestire gli alloggi d’urgenza è preso d’assalto, ma nel dicembre 2013 il 43% delle persone che hanno composto il numero non sono riuscite ad ottenere un posto a Parigi, percentuale che sale al 61% in provincia.

Il fenomeno, legato alla crisi economica ed immobiliare porta a parlare di 5 milioni di persone a rischio.
La denuncia di questa tragica deriva viene dalla fondazione Abbé-Pierre, nata nel 1990, e riconosciuta nel 1992 come associazione d’utilità pubblica, che si occupa di accompagnare, riabilitare ed accogliere le persone senza fissa dimora o a rischio, e che il 1° febbraio di ogni anno pubblica un rapporto sulle condizioni abitative in Francia, divenuto un documento di riferimento per tutti coloro che s’interessano al fenomeno.
Quella del 2014 sarà la 19esima pubblicazione e la presentazione ufficiale sarà un’occasione per permettere a politici e specialisti di discutere e proporre soluzioni al problema. (Helene D’Angelo)