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mercoledì 17 febbraio 2016

Associazione "Libera": da visita Papa spinta per i diritti umani nel Messico dei 27mila desaparesidos

Radio Vaticana
Papa Francesco visita un Centro carcerario a Ciudad Juarez. Un gesto particolarmente significativo in un Paese dove la criminalità, e il narcotraffico in particolare, rappresenta una delle grande piaghe degli ultimi anni. Secondo alcune stime sono non meno di 27 mila i desaparecidos in Messico, vittime della violenza tra bande, del narcotraffico, dei femminicidi. 

Penitenziario in Messico
Da anni in Messico è attiva l’associazione "Libera" di don Luigi Ciotti, che circa ha visitato diverse località incontrando anche i familiari delle vittime. Alessandro Guarasci ha sentito Giulia Poscetti, responsabile di "Libera internazionale" per il Messico:

R. – Siamo impegnati ormai da diversi anni all’interno di una rete che abbiamo proposto: Alas - “America Latina Alternativa Social” - volta proprio a costruire dei percorsi di corresponsabilità, di impegno tra le tante organizzazioni di base, le associazioni di familiari di vittime, per attivare in maniera più strutturata un percorso di contrasto alle mafie che parte dal basso. E in particolare in Messico, dal 2012, è arrivata l’esigenza di costruire una vera e propria campagna di sensibilizzazione: “Pace per il Messico – México por la paz”. Da una parte questa è rivolta al Messico, per scuotere le coscienze a livello internazionale su quello che stava avvenendo nel Paese dopo anni di governo Calderón; e quindi tutto quello che aveva portato la guerra al narcotraffico in termini di vittime, soprusi e violazioni di diritti umani. Dall’altra parte, abbiamo valorizzato tutte quelle proposte, azioni, che già erano, e sono ancora, molto forti nel Paese, attive e presenti, ma che sono sempre state isolate.

D. – Avete visto che sta crescendo una coscienza civile per mettere fine al dramma dei “desaparecidos”, e per lottare contro il narcotraffico?

R. – Noi ci siamo ritrovati a confrontarci e a solidarizzare con numerosissime reti di familiari di desaparecidos. La rete, anche lì – ripeto – è molto attiva. Il problema è di quella che è, dall’altra parte, la volontà politica del governo, allora di Calderón, e adesso di Peña Neto, di sostenere veramente questi percorsi di riscatto, e di restituire alle vittime e ai loro familiari quella dignità, quella giustizia, quella garanzia di verità, giustizia e memoria che tutti dovrebbero avere. Corruzione e mafie sono indissolubili; e questo legame è causa delle violazioni dei diritti umani in Messico.

D. – Il Papa visiterà anche un penitenziario. Possiamo parlare di una nuova stagione per i diritti umani anche nei penitenziari in Messico?

R. – La situazione delle carceri in Messico, allo stato attuale, per quello che è stato finora, è abbastanza disastrata, nel senso che non sono mai stati messi in atto dei programmi effettivi di inclusione e rieducativi. Quindi un reintegrare anche in percorsi di inclusione sociale o lavorativa delle persone detenute. Ci auguriamo vivamente che questa visita del Papa, dal forte valore simbolico, politico e culturale nel Paese, possa anche dare dei nuovi stimoli e dei nuovi contributi per rivedere i programmi all’interno degli istituti penitenziari, e anche per rileggere in maniera diversa le possibili politiche e proposte legislative al riguardo.

venerdì 12 febbraio 2016

Ricordiamo Giulio Regeni con Ezraa, Khaled e gli altri: centinaia i desaparecidos in Egitto

La Repubblica
Il caso di Giulio Regeni è l'ultimo di una serie di sparizioni di attivisti: oltre cinquecento solo l'anno scorso, centinaia di corpi mai trovati. La polizia archivia i casi, nega di aver compiuto fermi e lancia false piste "personali". Solo la mobilitazione di famiglie e amici a volte porta a rivelare la verità
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Sarebbero almeno 340, infatti, i casi di sparizione forzata tra ottobre e dicembre 2015 registrati dagli attivisti dell'ECFR, l'Egyptian Commission for Rights and Freedoms.

Tra aprile e inizio giugno dello scorso anno, ci sarebbero stati 163 desaparecidos. Solo 64 delle persone scomparse avevano fatto ritorno alle loro famiglie entro l'estate. In due casi, invece, erano stati ritrovati i loro cadaveri.

"Negli ultimi cinque anni abbiamo sempre registrato un alto numero di persone scomparse, indipendentemente da chi fosse al governo. E' successo sotto il governo provvisorio del Consiglio Supremo delle Forze Armate, durante la presidenza Morsi e dopo la rimozione dei Fratelli Musulmani dal Governo," spiega Khaled AbdelHamid, portavoce della campagna in sostegno dei prigionieri politici "Freedom for the Brave". "Durante la rivoluzione sono scomparse migliaia di persone. Molte di loro non hanno mai fatto ritorno a casa, in centinaia di casi i corpi non sono mai stati ritrovati."

"Per anni, le persone protestavano in strada e scomparivano. Ma ora, sotto il regime Sisi, parliamo di civili che vengono rapiti nelle proprie abitazioni o mentre stanno andando a prendere un caffè con gli amici," spiega AbdelHamid.

La dinamica, purtroppo, è ormai tristemente nota agli attivisti egiziani. Quando la famiglia o gli amici riportano una scomparsa alla polizia, quest'ultima archivia il caso velocemente, negando che la persona scomparsa sia in loro custodia.

E' il network di detenuti politici e attivisti che, allora, si mobilita con un tam-tam di messaggi che rimbalzano tra i telefoni trafugati di nascosto nelle varie prigioni, strutture di detenzione della State Security e stazioni di polizia, nel tentativo di rintracciare il prima possibile la persona scomparsa.

Solo di fronte alla rivelazione che il desaparecido si trovi in realtà sotto detenzione, la polizia ammette l'arresto.

E' questo il caso di Ezraa, scomparsa la sera del 1 giugno 2015 dopo essere andata a cena con due suoi amici. Scomparsa, svanita nel nulla. Aveva 23 anni. La polizia, informata dalla sorella Duaa, aveva negato di averla arrestata e aveva detto alla famiglia di tornare dopo una settimana. "Siete sicuri che non sia scappata con il fidanzato?" avrebbero detto i poliziotti.

"Sapevamo che era successo qualcosa a Ezraa, ma era impossibile che fosse semplicemente scappata via", spiega Duaa. Impossibile, anche perché Ezraa aveva da poco ricominciato a camminare, sebbene a fatica, dopo essere stata paralizzata a letto per cinque mesi.

Il 25 gennaio 2014, durante le manifestazioni per il terzo anniversario della Rivoluzione, un proiettile della polizia ha colpito Ezraa ad una gamba e delle schegge hanno danneggiato la sua spina dorsale. Dopo 11 mesi tra letto e sedia a rotelle, aveva da poco ricominciato a camminare con un bastone. Subito dopo lo scoppio della Rivoluzione egiziana, Ezraa aveva indirizzato la sua passione per la fotografia, praticando fotogiornalismo. "Aveva partecipato alla rivoluzione per chiedere libertà e giustizia sociale, ma era una fotografa, non un'attivista." spiega Duaa.

Difficile per la famiglia, dunque, credere che Ezraa fosse scappata o scomparsa nel nulla. Difficile, però, anche capire per quale motivo potesse essere stata rapita visto che non partecipava alla vita politica o a delle manifestazioni da mesi. Ma le sparizioni forzate, purtroppo, colpiscono secondo una logica spesso difficile da afferrare.

La polizia ha continuato a negare di averla in custodia finché qualcuno non ha riconosciuto Ezraa nella prigione femminile di Al Qanater. Solo dopo qualche giorno l'arresto è stato finalmente ufficializzato ed Ezraa è stata posta sotto detenzione amministrativa, da rinnovare ogni 45 giorni. In attesa di un processo e senza accuse formali, la giovane ha trascorso sette mesi in carcere finché non è stata rilasciata a dicembre per motivi di salute. Nella penultima udienza per il rinnovo della sua detenzione, era scoppiata in lacrime implorando il giudice di rilasciarla. Senza cure mediche e fisioterapia, infatti, Ezraa avrebbe perso l'abilità di camminare per sempre.

In alcuni casi, le persone scomparse vengono ritrovate in una stazione dei treni in qualche villaggio sperduto del Delta del Nilo o, peggio, nel deserto. Ritornano alle proprie famiglie senza offrire spiegazioni sulla loro scomparsa.
Altre volte, invece, riappaiono nei tribunali speciali o di fronte al procuratore con i documenti dell'arresto postdatati rispetto alla loro scomparsa.

L'ultima volta che Hanan ha visto suo marito Khaled, è stato in televisione. Khaled era disteso su un lettino di un ospedale da campo nella diretta televisiva di Al Jazeera. Si trovava al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa al-Adawiya il 26 luglio 2013, quando le forze di sicurezza egiziane guidate dall'attuale presidente Sisi, manifestanti anti-Morsi e Islamisti si sono scontrati. Le vittime quella notte sono state almeno 60. Il 14 agosto 2013, quando Sisi ha ordinato lo sgombero del sit-in, i morti sarebbero stati più di 600, secondo Human Rights Watch.

Recatasi al sit-in per cercare il marito, un amico ha detto ad Hanan che Khaled era stato trasferito in ambulanza al più vicino ospedale. Ma là, secondo medici e personale di sicurezza, Khaled non è mai arrivato. Dopo mesi di dinieghi e ricerche, un altro prigioniero politico ha riconosciuto Khaled in una foto che Hanan portava a tutti i processi a cui aveva iniziato a partecipare assiduamente. Il prigioniero ha confidato ad Hanan di aver visto il marito nella prigione segreta di El Azouli. Le autorità egiziane continuano a negare che Khaled sia sotto detenzione e Hanan, a due anni e mezzo di distanza, continua a cercarlo.

Il problema, però, è che abbandonare ogni attività politica non sembra bastare e a scomparire non sono solamente gli attivisti, ma anche persone comuni.
"Abbiamo preso diverse misure per assicurarci che gli attivisti non abbiano lo spazio per respirare," avrebbe rivelato una fonte della Sicurezza Nazionale egiziana alla Reuters alla vigilia dell'anniversario della rivoluzione, il 25 gennaio 2016. "Punti di ritrovo, caffè e bar sono stati chiusi. Alcuni attivisti sono stati arrestati per spaventare gli altri."

Alessandro Accorsi

venerdì 24 luglio 2015

In Egitto il fenomeno del «desaparecidos»: “Almeno 90 persone svanite nel nulla”

La Stampa
Human Rights Watch denuncia anche le migliaia di arresti tra i Fratelli Musulmani. Il governo: «Se qualcuno ha le prove, faccia un esposto legale”

Migliaia di arresti e in almeno 90 casi si tratta di persone scomparse nel nulla: è Human Rights Watch a puntare l’indice contro l’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi, chiedendo di «far sapere immediatamente» la sorte dei «desaparecidos». «Le forze di sicurezza egiziana hanno fatto sparire decine di persone, devono dire dove si trovano e punire i responsabili di tali azioni» afferma l’organizzazione umanitaria, secondo la quale «gli arrestati devono essere portati davanti a un giudice e processati per un reato specifico oppure liberati subito».

La vicenda evoca quanto avvenuto in Argentina con i desaparecidos durante la dittatura dei generali e Human Rights Watch precisa che «far sparire le persone usando la forza è una seria violazione dei diritti umani, un crimine contro l’umanità» come spiega Joe Stork, vice direttore per il Medio Oriente. In particolare, secondo uno studio del Consiglio nazionale per i diritti umani in Egitto la maggioranza degli episodi di «scomparse forzate» sono avvenuti fra aprile e maggio 2015 anche se, in alcuni casi, risalgono al 2013 quando il presidente era Mahmud Morsi. Si tratterebbe di almeno 90 casi.

Il ministero degli Interni del Cairo nega tali accuse, affermando che «non usiamo tali metodi e se qualcuno ha delle prove deve presentare un esposto legale». Ezzat Ghoneim, avvocato di un gruppo indipendente che documenta le violazioni di legge avvenute ai danni dei Fratelli Musulmani, afferma di aver presentato «quattro denunce circostanziate di scomparsa in marzo senza aver ricevuto alcuna replica». Da quando Al-Sisi guida il Paese, dopo il rovesciamento di Morsi nel luglio 2013, gli arresti avvenuti sarebbero in tutto circa 40 mila.