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sabato 30 maggio 2015

Scontro Nazioni Unite Birmania sui profughi Rohingya. Concedere la cittadinanza. Sono 2621 ancora alla deriva

Internazionale
La Birmania si è scontrata con le Nazioni Unite durante un vertice in corso a Bangkok, la capitale della Thailandia, sulla crisi umanitaria dei profughi rohingya nel mar delle Andamane e nel golfo del Bengala.


L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha chiesto alla Birmania di concedere la cittadinanza alla minoranza musulmana rohingya, vittima di discriminazioni e persecuzioni, per eliminare alla radice la causa dell’esodo di migliaia di rohingya che si affidano ai trafficanti di uomini per fuggire dalla Birmania. 

Ma il ministro degli esteri birmano Htin Lynn ha risposto dicendo: “Su questa questione del traffico illegale di esseri umani non potete dare la colpa esclusivamente al mio paese”. Precedentemente Volker Turk, delegato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, aveva detto che la crisi umanitaria dei migranti non può essere risolta se “la Birmania non si assume la responsabilità di tutte queste persone, garantendo loro la cittadinanza, come ultimo obiettivo”.

Secondo l’Unhcr, sono almeno 2.621 i migranti birmani e bangladesi ancora alla deriva su imbarcazioni in difficoltà nel mare delle Andamane, soprattutto al largo delle coste della Malesia. Mentre altri 3.600 rohingya e migranti dal Bangladesh sono arrivati sulle coste di Indonesia, Malesia e Thailandia dal 10 maggio.

venerdì 7 novembre 2014

Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite mette sotto esame il Venezuela

Corriere della Sera
Tortura - Oggi, per la prima volta dopo 10 anni, il Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite esaminerà la situazione del Venezuela, valutando in particolare se e come il paese latinoamericano abbia dato attuazione agli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura del 1984.


Secondo Amnesty International e 14 organizzazioni venezuelane per i diritti umani, si tratta di un appuntamento tempestivo e opportuno.

Nelle proteste pro e contro il governo che si sono svolte all’inizio dell’anno, decine di manifestanti hanno denunciato di aver subito torture.

Quello della tortura in Venezuela è un problema antico, come segnala Amnesty International in un memorandum al Comitato contro la tortura. Negli ultimi 10 anni, varie agenzie di sicurezza l’hanno praticata con regolarità e, nella maggior parte dei casi, con impunità. Chi l’ha denunciata, le vittime stesse e i difensori dei diritti umani, hanno subito rappresaglie.

Di recente, il governo ha preso alcune misure per contrastare la tortura, la più importante delle quali è la Legge speciale per prevenire e punire la tortura e altri trattamenti e pene crudeli, disumani e degradanti, entrata in vigore l’anno scorso.

Purtroppo le sue disposizioni risultano ancora ampiamente disattese, così come è solo parzialmente attuata la Legge organica sui diritti delle donne a una vita libera dalla violenza. Sono proprio le donne, insieme alle persone arrestate durante le manifestazioni e agli appartenenti a gruppi vulnerabili – come i popoli nativi e le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate – a rischiare maggiormente la tortura.

Oggi e domani, affermano le 15 organizzazioni per i diritti umani, il Venezuela avrà la possibilità di dichiarare in modo ufficiale e pubblico il ripudio nei confronti della tortura e l’impegno a porre fine all’impunità.

di Riccardo Noury