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martedì 11 agosto 2015

Chiesa, politica e migranti. L'idea del Papa: un cristianesimo di popolo

Corriere della Sera
La polemica sui rifugiati rivela il complesso rapporto tra Chiesa e politica in Italia. Monsignor Galantino, segretario Cei, molto vicino a Francesco, invita «cattolici e italiani ad aprire gli occhi sul mondo, a non essere prigionieri d`un gioco elettorale, ma a vivere il presente con il cuore».

La questione dei rifugiati pone un problema di orientamento nel Mediterraneo. La Chiesa invita a guardar fuori dal particolare. Gli italiani vivono con timore il futuro: c'è chi specula sulla paura, avverte la Conferenza episcopale

La polemica sui rifugiati rivela il complesso rapporto tra Chiesa e politica in Italia. Il segretario della Cei, Galantino, di ritorno dalla Giordania, ha dichiarato rispetto all`accoglienza dei profughi: «Quello che distingue la Giordania, il Kurdistan iracheno... da noi è questo: non certo i mezzi, ma che hanno solo un cuore più grande».

Un vescovo veneto ha risposto alle parole di Zaia («i vescovi hanno fatto tutto quello che potevano?»): «la mia preoccupazione maggiore è vedere il popolo veneto dare questa testimonianza di popolo duro, inospitale...». In realtà - dice Galantino - i cattolici e gli italiani devono aprire gli occhi sul mondo, non prigionieri d`un gioco provinciale e elettorale, ma vivere il presente con il «cuore». E' solo un buon pensiero? C`è un progetto della Chiesa di Francesco sull`Italia? - ci si chiede spesso. 


Il rapporto tra Chiesa e Italia, da decenni, è caratterizzato da un disegno. Con Pio XII, una Chiesa militante, contro i «nuovi barbari» comunisti, nell`Italia della ricostruzione. Da allora fino a poco più di vent`anni fa, il disegno fu anche interpretato dai democristiani, più autonomi rispetto ai vescovi di quanto si creda. Paolo VI rinnovò la Chiesa con la nomina di un episcopato tutto conciliare, lanciandola nell`evangelizzazione. Finito il papato italiano nel 1978, si allentò la simbiosi papa-episcopato d`Italia, tanto che, nei primi tempi di Wojtyla, ci fu estraneità tra «papa polacco» e vescovi. Qualcosa di simile è avvenuto nei confronti di Bergoglio. Tuttavia Giovanni Paolo II, con il suo carisma e tante visite, divenne un leader italiano. Volle, nel 1994, la grande preghiera per l`Italia, affermando l`unità (contro il leghismo). Mise i vicari di Roma alla testa della Cei. Durante la seconda Repubblica, si sviluppò il «ruinismo», dal nome del presidente Cei (è pure il titolo di una voce nella Treccani).

Il disegno, nel vuoto della Dc, era il protagonismo socio-culturale della Cei, con al centro la questione antropologica e i principi collegati. Berlusconi era considerato l`interlocutore per la loro difesa. Ruini è stato l`ecclesiastico italiano con l`interlocuzione più ampia con la politica. Il ruolo del Sostituto Montini, dopo il 1945, fu speso nell`orientare i democristiani.
Il «ruinismo» era declinante alla fine di Benedetto XVI. La decisione di far pagare l`Imu agli enti ecclesiastici per le attività commerciali, presa da Mario Monti con l`avallo diretto di Benedetto XVI, fu il segno della fine di un sistema. 

Poi è venuto Francesco, per cui i «principi non negoziabili» non sono la bussola. Una svolta. Bergoglio non intende formulare un «progetto» sull`Italia, come in passato. Vuole un episcopato italiano direttamente responsabile. Per questo desiderava che i vescovi eleggessero il loro presidente, ma si è scontrato con un loro rifiuto. Allora il papa ha iniziato - come dice - un «processo» che passa anche per il ribaltamento di schemi verso nuovi equilibri. 

Ha nominato segretario Cei un outsider. La politica sa di non avere l`appoggio della Cei, offrendo la difesa di alcuni «principi». Francesco ha ascoltato la Chiesa italiana, rinunciando al suo progetto di ridurre le diocesi. Nomina vescovi «pastorali», smontando cordate e scuole. Questo processo cambia i caratteri dell`episcopato, però non ancora «bergogliano». 

In questa transizione, il cattolicesimo rischia l`autoreferenzialità o l`afonia in alcune sue parti che, persa la bussola dei «principi», faticano a leggere la realtà italiana. Ma la vita del Paese pone questioni e chiede risposte. 

Galantino, quando una sentenza su alcuni istituti cattolici ha messo in difficoltà la scuola paritaria, non ha chiesto privilegi ma ribadito che il pubblico non è solo lo Stato. La questione dei rifugiati pone un problema di orientamento dell`Italia sul Mediterraneo. La Chiesa invita a guardar fuori dal particolare. Gli italiani vivono con timore il futuro. C`è chi specula sulla paura, dice la Cei. Ma la Chiesa ha un colloquio quotidiano con la gente. 

Senza gridarlo, è una grande rete sociale e di senso: una bussola umana in un mondo fattosi grande. Un cristianesimo di popolo - come lo intende Bergoglio -, per maturare e trovare le sue parole, ha tempi più lenti dei progetti (non attuali tra tante interferenze globali) o delle forme di riunione un po` svuotate, tendenzialmente fotografie del passato. In esso esistono tanti soggetti (ecclesiastici e laici) più di quanto si creda, che dovranno trovare più voce, magari nel quadro dell`evento di popolo del Giubileo della Misericordia. 

Comincia a emergere, in una società fluida, al di là della cultura del progetto, un profilo di cristianesimo italiano per cui l`apertura al mondo è vitale (anche nel senso che ci ridarà vita). Non vuol dire questo la parola latina «misericordia», un cuore capace di sentire con l`altro?

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