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lunedì 3 febbraio 2020

Migranti climatici - Comitato dei diritti umani dell’Onu, sentenza storica: "non è possibile respingere soggetti che si trovano ad affrontare situazioni indotte dai cambiamenti climatici che violano il loro diritto alla vita."

Ambiente Bio
Il Comitato per i diritti umani dell’Onu, in una nota del 21 gennaio 2020, si è espresso sui migranti climatici, stabilendo che non è possibile respingere soggetti che si trovano ad affrontare situazioni indotte dai cambiamenti climatici che violano il loro diritto alla vita.
L’interpretazione di per sé non è vincolante ma lo sono gli strumenti giuridici cui fa riferimento il Comitato che controlla il rispetto, da parte degli Stati, del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
[...]
Come si è espresso il Comitato dei diritti umani dell’Onu
Il Comitato dei diritti umani dell’Onu ha sottolineato come, nel caso specifico di Teitiota, non vi era stata nessuna violazione del principio di non respingimento, affermando però che:
calamità improvvise ma anche processi più lenti come l’innalzamento del livello del mare possono favorire la mobilità di individui che ricercano protezione da questi eventi
senza un importante sforzo nazionale e internazionale gli effetti del cambiamento climatico negli Stati d’origine possono esporre soggetti a violare il loro diritto di protezione ex. artt. 6 e 7 della Convenzione di Ginevra,
trovando possibilità di applicazione il principio di non respingimento pur considerando che il rischio che un intero Paese venga sommerso dall’acqua è davvero un rischio estremo, le condizioni di vita nel Paese stesso possono diventare incompatibili con il diritto alla vita già prima che il rischio si realizzi.

Il Comitato ha però ritenuto legittime le previsioni del Tribunale e della Corte neozelandese le quali hanno statuito che un rischio che si materializza nei 10-15 anni futuri sia troppo speculativo per chiedere un protezione ora perché si tratta di un arco temporale che consente a Kribati , col supporto della Comunità internazionale, di adottare misure per proteggere e, se necessario, ricollocare la sua popolazione.
La forte influenza dei cambiamenti climatici sulle migrazioni

Tra i cambiamenti destinati a crescere nei prossimi anni troviamo:
  • riscaldamento globale
  • acidificazione dei ghiacciai
  • innalzamento del livello del mare
  • riduzione del permafrost
ed essi sono correlati con:
  • l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi (ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni, incendi boschivi)
  • l’alterazione dei sistemi idrici
  • il crescente tasso di estinzione di specie animali e vegetali
Uno dei più grandi effetti dei cambiamenti climatici è l’aumento delle migrazioni delle popolazioni più vulnerabili, cui conseguono altri gravissimi problemi connessi a:
gestione dei flussi delle persone in entrata
  • alloggi
  • infrastrutture di trasporto
  • servizi sociali
  • opportunità di lavoro
  • disoccupazione
  • inadeguato accesso all’acqua potabile e a servizi sanitari
  • inadeguata gestione dei rifiuti
  • limitato accesso a trasporti ed elettricità
Seppur non vincolante, la sentenza del Comitato dei diritti umani dell’Onu dovrebbe, dunque, farci riflettere sul futuro, per niente roseo, dei migranti climatici e, in generale, dell’umanità.

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domenica 2 febbraio 2020

Il Bangladesh s’impegna a garantire l’istruzione dei bambini rifugiati rohingya

Amnesty International
“Il nostro governo sente la necessità di tenere accesa la speranza dei bambini rohingya nel futuro fornendo loro istruzione e corsi di formazione“.
Con queste parole, il 28 gennaio il ministro degli esteri del Bangladesh Masud bin Momen ha annunciato alla stampa che i bambini rifugiati rohingya andranno a scuola fino a 14 anni e che i maggiori di quell’età prenderanno parte a corsi di formazione.

Le classi seguiranno i programmi scolastici di Myanmar e gli insegnanti saranno di lingua birmana.
Un progetto pilota congiunto dell’Unicef e del governo del Bangladesh coinvolgerà inizialmente 10.000 bambini e sarà successivamente estero agli altri.


Amnesty International aveva lanciato una campagna per chiedere alla prima ministra Sheilh Hasina di garantire il diritto all’istruzione ai bambini rohingya, rifugiati da due anni e mezzo in Bangladesh.

Venezuela - Mons. Arias Blancos denuncia che nel clima di violenza e impunità, 25 donne uccise nel mese di gennaio 2020. 391 sono state uccise nel 2019

SIR
L’inizio del 2020, in Venezuela, è stato caratterizzato da un allarmante aumento di femminicidi, all’interno di una situazione di violenza sempre più senza controllo. 

La denuncia arriva dalla rivista “Segni dei tempi”, del Centro arcidiocesano “Mons. Arias Blancos”. Nell’articolo, firmato dal gesuita Alfredo Infante, si segnala che “il mese di gennaio termina con 25 donne (bambine, adolescenti e adulte) uccise in una situazione di impunità. Un dato, quello ufficiale, che è quasi certamente sottostimato”.
Secondo l’associazione Medianalisis, nel 2019, su 391 donne uccise in Venezuela, i veri e propri femminicidi sono stati 107, con un aumento del 18,89% rispetto al 2018. Si tratta, praticamente nella totalità, di “casi impuniti, dentro al complessivo clima di impunità che si respira, in un Paese allo sbando. Mancano totalmente anche politiche di carattere preventivo”. 

“Lavorare per i diritti umani della donna e per un Paese libero dalla violenza contro la donna è un compito urgente per la Chiesa, la società e lo Stato – si legge -. Questa è una tragedia che passa sotto silenzio a causa della tormenta politica”.

venerdì 31 gennaio 2020

Proc. Gen. Cassazione Salvi: "I Decreti Sicurezza, creano effetto criminogeno e di insicurezza per la mancanza di politiche di ingresso e di pieno inserimento sociale dei migranti"

AdnKronos
Proc. Gen. Cassazione Salvi
"Le scelte sulle politiche migratorie e di ingresso nel territorio dello Stato competono al Legislatore e al Governo, purché nel quadro di compatibilità con le norme costituzionali e pattizie, prima tra tutte l’obbligo che il nostro Paese ha assunto per la protezione internazionale di coloro che ne hanno potenzialmente diritto". 

E’ quanto si legge nella relazione del Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. 
"In altra parte di questo intervento si esaminano alcuni aspetti dei c.d. decreti sicurezza. Ma se di sicurezza si parla, è bene che sia valutato l’effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali per l’ingresso legale nel Paese e per l’inserimento sociale pieno di coloro che vi si trovano" 
ha sottolineato Salvi.
"Mentre da anni sono chiusi i canali di ingresso legali e ormai non viene nemmeno più redatto nei tempi prescritti il decreto flussi - si legge- , la cessazione dell’accoglienza e delle politiche di inserimento (sanitario, di insegnamento dell’italiano, di formazione professionale, di alloggio) creeranno tra breve un’ulteriore massa di persone poste ai margini della società, rese cioè clandestine. Ciò deve essere evitato per molte ragioni, ma per una sopra ogni altra: rendere il nostro Paese ancora più sicuro".
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La Grecia vuole costruire un ‘muro galleggiante’ tra l'isola di Lesbo e la Turchia per fermare l'arrivo dei profughi e aumenterà il rischio di morti in mare

OnuItalia
Amnesty International ha denunciato con forza la proposta del governo greco di collocare un sistema di dighe galleggianti della lunghezza di 2,7 chilometri al largo delle coste dell’isola di Lesbo per scoraggiare nuovi arrivi di richiedenti asilo dalla Turchia.



Il sistema di dighe galleggianti è descritto come una delle misure adottate nel contesto di un piano più ampio teso a difendere la frontiera marittima greca ed evitare ulteriori arrivi

Nel 2019 quasi 60.000 persone hanno raggiunto il territorio greco via mare, poco meno del doppio rispetto al 2018. Tra gennaio e ottobre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha registrato 66 morti lungo la rotta del Mediterraneo orientale.

Secondo Massimo Moratti, direttore delle ricerche sull’Europa di Amnesty ”questa proposta evidenzia una preoccupante escalation dei tentativi in atto da parte del governo di Atene di rendere ancora più difficile per i richiedenti asilo e i rifugiati arrivare sul territorio greco e renderà ancora più pericoloso il viaggio di coloro che cercano la salvezza disperatamente”. 

Per Amnesty il progetto pone importanti interrogativi rispetto alla capacità delle organizzazioni di soccorso di continuare a prestare la propria assistenza per salvare la vita di chi intraprende il pericoloso viaggio in mare alla volta di Lesbo; e ”il governo deve urgentemente fornire dettagli operativi e chiarire quali indispensabili misure di sicurezza saranno adottate per garantire che questo sistema non costi altre vite umane”.

Messico, il muro della vergogna di Trump spazzato via dal vento. La natura corregge gli errori degli uomini.

Io Donna
Il forte vento ha abbattuto parte del muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico per il quale il presidente americano Donald Trump ha lottato strenuamente

Se non lo capisce l’uomo che sta facendo qualcosa di sbagliato, ci pensa la natura. E siccome costruire muri è ingiusto, la natura li abbatte senza chiedere il permesso.

Questa volta è stato un forte vento ad abbattere parte del muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico. Alcuni dei pannelli sono caduti sugli alberi dalla parte del lato messicano del confine con la California. Fortunatamente senza causare danni né feriti.

Donald Trump ha lottato strenuamente per ottenere l’allungamento di questa disumana barriera e, in un suo assurdo discorso, la definì una “grande e bella parete, dura”, “praticamente impenetrabile” e abbastanza calda da “friggere un uovo”.

Un ufficiale della dogana e della protezione delle frontiere a El Centro, ha dichiarato alla Cnn: «Questi pannelli sono stati recentemente installati e non erano ancora stati testati per resistere al vento. Per fortuna, non ci sono stati danni, né feriti».
Il muro della vergogna
Il muro messicano o muro di Tijuana, è conosciuto anche come “muro della vergogna”: il suo obiettivo è quello di rafforzare la barriera transfrontaliera in modo da bloccare il passaggio di migranti provenienti da Honduras, Guatemala e altri Paesi dell’America latina.

Trump e i suoi muri
Il muro fu una delle promesse elettorali di Trump, ma non è stato il tycoon a cominciarlo. La barriera, che si snoda per chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego (le dimensioni sarebbero paragonabili solo a quelle della Grande muraglia cinese), ha iniziato ad essere costruita nel 1990 durante la presidenza George H. W. Bush.

Poi nel 1994 venne ulteriormente sviluppata durante l’era Clinton aggiungendo una presenza fissa di forze di polizia al confine.

5mila persone hanno perso la vita
È composta da lamiera metallica alta dai due ai quattro metri, ed è dotata di illuminazione ad altissima intensità. Una rete di sensori elettronici e di strumentazione per la visione notturna, è connessa via radio alla polizia di frontiera statunitense che, inoltre, utilizza un sistema di vigilanza permanente effettuato con veicoli ed elicotteri armati.

Trump sta spendendo centinaia di milioni di dollari per finire la costruzionedi questa barriera. L’obiettivo è arrivare alla valle del Rio grande.

Secondo i dati della Commissione nazionale per i diritti umani del Messico, sono morte 5mila persone nel tentativo di superare il confine alla ricerca di un’esistenza più dignitosa.
Non solo disumana
Non solo una misura assolutamente inaccettabile dal punto di vista umano, ma anche dal fortissimo impatto dal punto di vista ambientale: il muro infatti, sta distruggendo l’Organ Pipe Cactus National Monument, il monumento nazionale degli Stati Uniti d’America e riserva della biosfera UNESCO situato nell’estremo sud dell’Arizona.

giovedì 30 gennaio 2020

Migranti, l'Unhcr costretto a sospendere l'attività nel centro di Tripoli che ospita i rifugiati in transito. "Troppo pericoloso"

La Repubblica
Mentre il ministro degli Esteri Di Maio annuncia il prossimo avvio della negoziazione con Al Serraji per migliorare il Memoramdum con la Libia, lo staff dell'agenzia dell'Onu abbandona la struttura in cui nelle ultime settimane hanno trovato rifugio 1700 persone.


Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio assicura che "nei prossimi giorni l'Italia avvierà il negoziato per Al Serraji per portare avanti la condizione dei migranti in Libia" ma intanto, alla vigilia del rinnovo per tre anni alle vecchie condizioni del Memorandum, l'Unhcr annuncia da Ginevra l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nelle ultime settimane, hanno trovato rifugio oltre 1700 migranti. Troppo pericoloso.

La decisione, spiega una nota dell'ageniza Onu per i rifugiati, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto a Tripoli, in Libia. 

"Purtroppo l'Unhcr non ha avuto altra scelta se non quella di sospendere le operazioni presso la Gdf di Tripoli, dopo aver appreso che le esercitazioni di addestramento, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle strutture che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione in Libia. "Temiamo che l'intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili", ha aggiunto.


L'Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l'evacuazione in paesi terzi, dalla struttura in luoghi più sicuri. L'Unhcr faciliterà anche l'evacuazione di centinaia di altre persone verso le aree urbane. Tra questi, circa 400 richiedenti asilo che avevano lasciato il centro di detenzione di Tajoura dopo che questo era stato colpito da un attacco aereo lo scorso luglio, e circa 300 richiedenti asilo del centro di detenzione di Abu Salim che sono entrati nel Gdf lo scorso novembre dopo essere stati rilasciati spontaneamente dalle autorità. Tutti riceveranno assistenza in contanti, beni di prima necessità e assistenza medica presso il Community Day Centre dell'Unhcr a Tripoli


Alessandra Ziniti