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martedì 22 ottobre 2013

Siria: al-Watan; liberate 128 detenute. Attivisti: nessuna conferma della liberazione

La Presse
Non è ancora chiaro l'esito della terza parte dell'accordo che ha visto la liberazione nei giorni scorsi dei nove pellegrini sciiti libanesi rapiti in Siria e di due piloti della Turkish Airlines sequestrati in Libano. 

Gli attivisti siriani fanno infatti sapere di essere ancora alla ricerca di notizie sulla liberazione delle donne detenute nelle carceri del governo di Damasco, come richiesto dai ribelli come parte dell'intesa. 

Il giornale filo-governativo al-Watan, citando fonti dei media, riferisce oggi che sono state rilasciate 128 donne. Ma gli attivisti dicono di non avere conferme.

Stati Uniti: le prigioni si stanno trasformando nei nuovi ospedali psichiatrici

www.west-info.eu
Negli Stati Uniti sono decine di migliaia i reclusi con malattie e disabilità mentali. Una situazione critica dal punto di vista sociale, ma anche economico. Visto che trattare i malati di mente dietro le sbarre non è certo una soluzione a buon mercato.
Ma costa ai contribuenti americani circa 9 miliardi di dollari l'anno, secondo il National Alliance on Mental Illness. Non certo pochi in epoca di shutdown. Persone con disordini celebrali che vanno dalla depressione, alla schizofrenia fino ai disturbi di personalità borderline e antisociale, caratterizzati da improvvisi cambiamenti di umore. 

Le cause dell'attuale emergenza carceraria Oltreoceano vanno ricercate nella chiusura di centinaia di case di cura a partire dagli anni Settanta, sotto la presidenza di Jimmy Carter. 
Giustificate dalla mancanza di fondi necessari a mantenere aperte queste strutture. Lasciando molti pazienti abbandonati. 

A vagabondare per le strade della città, senza casa, senza trattamenti psichiatrici e senza lavoro. Situazioni che creavano le circostanze ideali per farli finire dritti in galera. 

Dato che la condizione di marginalità, povertà e uso di droghe li rendeva facile preda della criminalità. Una realtà che con gli anni è andata sempre più aggravandosi. Nelle prigioni nella Contea di Cook (Illinois), Los Angeles e New York City c'è la più grande popolazione di detenuti malati di mente. Si pensi che i circa 11mila prigionieri trattati quotidianamente nei tre istituti di pena equivalgono al 28% del totale dei posti letto disponibili nei 213 ospedali psichiatrici statali presenti nel paese. 

Numeri che crescono addirittura lì dove i crimini calano. Ad esempio, nella città di New York la popolazione detenuta è di 11.500 persone, contro i 13.500 del 2005. Ma il numero dei reclusi con problemi psichici è contemporaneamente salito a 4.300 contro i 3.300 di otto anni fa.

E in Italia la situazione non è certo migliore. Un detenuto su tre soffre di disturbi mentali. Ovvero sul totale della popolazione carceraria (circa 70mila persone) sono 20mila quelli che convivono con una patologia psichica. E il problema andrà a peggiorare con la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) nel 2014. Che rischia di acuire il problema del sovraffollamento, già ora a livelli record. Se non si interverrà con misure appropriate una parte dei detenuti degli Opg, infatti, tornerà dietro le sbarre. Compromettendo qualsiasi possibilità di recupero. Visto che gli stessi psichiatri sostengono che è meglio curare queste persone fuori dalle mura del carcere.

di Ivano Abbadessa

Arabia Saudita: Amnesty International accusa; repressione diritti umani su larga scala

Aki
L'Arabia Saudita dà "libero sfogo alla repressione" dal 2009 rendendo "disastrosa la situazione dei diritti umani" nel Paese. 

Lo denuncia Amnesty International, che accusa le autorità saudite di torturare gli attivisti e di procedere con arresti arbitrari. 

Alla vigilia di un incontro convocato dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, il direttore di Amnesty per i Paesi Mena Philip Luther ha dichiarato che "le precedenti promesse dell'Arabia Saudita all'Onu si sono rivelate fasulle". 

Luther ha quindi accusato Riad di farsi forza del suo "peso politico ed economico come deterrente per evitare le critiche della comunità internazionale sui diritti umani". Nel rapporto "Arabia Saudita: promesse non mantenute", Amnesty critica "la repressione continua, tra cui arresti arbitrari, processi non equi, torture e maltrattamenti negli ultimi quattro anni" nel Regno. "Non solo le autorità non hanno agito, ma hanno continuato la repressione" dal 2009, ha detto Luther. 

"Per tutti gli attivisti pacifici arrestati in modo arbitrario, torturati e detenuti in Arabia Saudita, la comunità internazionale ha il dovere di chiedere conto alle autorità" di Riad, ha detto il funzionario di Amnesty. 

L'organizzazione ha quindi rinnovato a Riad la richiesta di rilasciare due illustri attivisti per i diritti umani arrestati a marzo. Si tratta di Mohammed al-Gahtani e Abdullah al-Hamed, condannati rispettivamente a 11 e 10 anni di carcere per aver violato la legge usando Twitter per denunciare vari aspetti della vita politica e sociale nel Regno.

 I due hanno fondato l'Associazione saudita per i diritti civili e politici. "Sono prigionieri di coscienza che vanno liberati immediatamente e senza condizioni", ha chiesto Luther. "Il loro attivismo contro le violazioni dei diritti umani merita lode, non punizione. 

L'unico colpevole qui è il governo", ha aggiunto. Amnesty ha quindi documentato una "discriminazione sistematica delle donne nella legge e nella pratica" da parte delle autorità saudite, che commettono anche "abusi nei confronti dei lavoratori immigrati". 

Riad viene anche accusata di "discriminazioni delle minoranze", come gli sciiti che vivono per lo più nella provincia orientale. Infine, Amnesty contesta al Regno saudita le "esecuzioni basate su processi sommari e "confessioni" estorte sotto tortura".

lunedì 21 ottobre 2013

Sri Lanka - Vescovo di Mannar chiede diritti per Tamil

MISNA
Mentre i Tamil cercano lentamente e con cautela di rivendicare maggior benessere, autonomia ma anche giustizia, ieri il vescovo della diocesi settentrionale di Mannar ha chiesto nuovamente al governo di far conoscere la sorte di 140.000 Tamil scomparsi nelle fasi finali del conflitto


Monsignor Rayappu Joseph ha anche esortato le autorità a preoccuparsi maggiormente delle necessità della minoranza, di origine indiana e fede soprattutto induista e non negare ad essa benessere e giustizia.

Nell’omelia domenicale nella cattedrale, monsignor Joseph ha negato ancora una volta l’accusa più volte contestatagli dalle autorità negli anni del conflitto, di essere stato un sostenitore dell’indipendenza delle regioni del Nord e Dell’Est del paese abitate in maggioranza dalla minoranza di origine indiana e di fede induista. Il vescovo ha invece ribadito di essersi spesso opposto alle violenze commesse dai ribelli nella loro lotta trentennale terminata nel maggio 2009 con la disfatta militare delle Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte).

“Quando l’Ltte iniziò la sua lotta erano nel giusto, ma poi presero le armi come ultima risorsa quando vennero repressi tentativi politici di riconoscere i diritti dei Tamil. Io non giustifico la violenza, la condanno e non accetto ciò che le Tigri fecero usando le armi e uccidendo altri”.

Mons. Joseph ha anche espresso la speranza che la vittoria dell’Alleanza nazionale tamil e nelle prime elezioni locali svoltesi nella provincia del Nord il 21 settembre potrà servire ad affrontare le necessità dei Tamil in accordo con le autorità centrali. Tuttavia, ha anche sottolineato che occorrono emendamenti costituzionali che vadano incontro alle esigenze dei Tamil, coinvolgendo a questo fine anche l’India o altri paesi.

Bosnia: possibili sanzioni da Consiglio d´Europa su diritti delle minoranze

EUREGION.NET
L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa sta prendendo in considerazione la possibilità di prendere misure contro la Bosnia - Erzegovina: alla base del provvedimento, vi sarebbe la mancata adozione degli emendamenti alla Costituzione già più volte richiesti per il rispetto dei diritti delle minoranze in occasione delle elezioni.

La Costituzione di Bosnia - Erzegovina prevede che solo gli appartenenti alle tre etnie principali - bosniaca, serba e croata - possano essere eletti alla Presidenza della Camera del Popolo; contro tale discriminazione, è stato presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani da parte dei rappresentanti delle etnie ebrea e Roma, che la Corte ha accolto, chiedendo fin dal 2009 correzioni alla Costituzione, senza che però nulla di concreto venisse in seguito attuato.

La Commissione per l'Applicazione di Obblighi e Impegni del Consiglio d'Europa ha così richiesto all'Assemblea di procedere con l'erogazione di sanzioni. Va sottolineato come l'eventuale adempimento delle richieste da parte della Bosnia Erzegovina potrebbe avere risvolti positivi sul report della Commissione Europea sullo stato del processo d'integrazione, previsto nelle prossime settimane; trai Paesi dell'ex Jugoslavia, la Bosnia Erzegovina è quella che finora ha accumulato i maggiori ritardi nel cammino verso l'integrazione.

Marcello Berlich

Nyt: dopo tragedia Lampedusa serve aiuto internazionale

TMNews
Roma, - La morte di centinaia di migranti al largo di Lampedusa "è più di una tragedia europea, è una tragedia umana". E come tale richiede più aiuto non solo da parte dell'Europa, ma di tutta la comunità internazionale, scrive oggi il New York Times in un editoriale intitolato "Coscienza europea alla prova".
"La comunità internazionale potrebbe aiutare offrendo maggiore asilo ai rifugiati oltre i confini europei", ha proposto il quotidiano americano, sottolineando che "l'Europa non può fronteggiare da sola le conseguenze di guerre e regimi repressivi in Africa e Medio Oriente".

domenica 20 ottobre 2013

Baréin - Presos mueren por trágica situación de cárceles

HISPANTV
Maltratos, torturas, hacinamiento, falta de servicios médicos, entre otras vejaciones, son parte de la situación infrahumana que viven los prisioneros políticos en Baréin, detenidos sólo por utilizar su derecho a la libertad de expresión.
La situación deplorable de las cárceles del régimen de Al Jalifa y la falta de atención humanitaria habría costado la vida el pasado 11 de octubre al ciudadano bareiní Yusef Ali al-Nashmi, quien fue detenido en agosto pasado en el marco de la brutal represión de las tropas de seguridad del régimen contra una manifestación popular.

Zainab Abdulaziz, la abogada del fallecido que murió después de ser trasladado a un hospital, condenó el sábado a los funcionarios de la prisión por ignorar el empeoramiento de la condición de salud del recluso.

Denunció que las autoridades penitenciarias del régimen de Baréin "esperaron demasiado tiempo para proporcionar tratamiento médico" e ignoraron el deterioro de la salud de Al-Nashmi.

Abdulaziz también, afirmó que las autoridades hospitalizaron a Al-Nashmi después de que cayera en coma el 23 de septiembre.

Un gran número de personas acudieron el sábado al funeral de Al-Nashmi en Jidhafs, un suburbio al oeste de Manamá, capital bareiní. Los manifestantes marcharon hacia la capitalina Plaza de la Perla, el emblemático lugar donde iniciaron las protestas antigubernamentales en el pequeño reinado del Golfo Pérsico.

Los indignados corearon consignas contra el despótico sistema de Al Jalifa, y exigieron "la caída del régimen".

La Policía usó granadas de sonido y gases lacrimógenos para dispersar a los manifestantes. La violencia policial dejó herido a un manifestante.

Desde el 14 de febrero de 2011, Baréin es escenario de manifestaciones populares que son reprimidas por las fuerzas de seguridad, secundadas por las tropas de Arabia Saudí y Emiratos Árabes Unidos (EAU), y con el apoyo logístico de países occidentales, principalmente de Estados Unidos.