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sabato 22 giugno 2019

Svizzera - La terribile testimonianza di una coppia della Costa d'Avorio con la loro bambina, espulsa in Italia, picchiati, in manette e incappucciati

TGCom24
La terribile storia di una coppia della Costa dʼAvorio, rispedita in malo modo in Italia in quanto primo Paese soccorritore. "Volevano anche toglierci la bimba".
In manette, in catene, incappucciati.

Foto - La Repubblica
E' l'incubo vissuto da Joelson e Tatiana, due migranti espulsi dalla Svizzera e malamente rispediti in Italia. "Volevano anche toglierci la bambina", denunciano i due, originari della Costa d'Avorio e partiti dalla Libia nel giugno 2017, a Repubblica. Salvati da una nave umanitaria, approdati a Salerno e poi a Torino, hanno attraversato il confine in direzione Svizzera, prima di esserne allontanati.

Joelson e Tatiana, insieme alla loro bimba, sono "vittime" del regolamento del Trattato di Dublino, che impone ai migranti di tornare nel Paese che per primo li ha ospitati. Sempre a Repubblica, la coppia racconta della violenza con la quale le autorità svizzere li ha scacciati dal villaggio montano di Albinen.

"Avevamo già fatto le carte per il trasferimento ma non è servito a nulla - ricordano i due -. Ci hanno trattato come bestie, umiliati e picchiati". "Addirittura gli agenti di polizia svizzeri mi hanno messo le manette e perquisita corporalmente", racconta Tatiana, che inutilmente chiedeva di poter tenere con sé la bambina che aveva fame e piangeva. 

"Hanno detto: c'è un aereo pronto per voi e quindi ci hanno picchiato e incappucciato", afferma Joelson.
I due in aeroporto hanno subito anche il ricatto di non poter tenere con loro la bambina, tenuta in braccio da una poliziotta fino a un attimo prima della partenza.

Ora la famiglia è a Napoli, ospite di un centro di accoglienza, ma difficilmente dimenticheranno l'incubo della condizione di "dublinanti" e del terribile trattamento riservato loro dalla polizia elvetica.

Ebola: dal Congo all’Uganda, il virus torna a far paura all’Africa

Osservatorio Diritti
Il virus Ebola torna a terrorizzare la regione dei Grandi Laghi, in Africa. E a 5 anni dalla peggior crisi di sempre si torna a combattere contro la sua trasmissione in Repubblica democratica del Congo e Uganda. Esiste un vaccino, ma di difficile utilizzazione in quelle zone.
Il virus Ebola un incubo che ritorna e sta colpendo con violenza il continente africano. Proprio com’era accaduto nel 2014, quando l’epidemia aveva afflitto l’Africa occidentale provocando la morte di oltre 11 mila persone, ora la malattia sta dilagando nella regione dei Grandi Laghi. 

E dopo essersi propagata e diffusa nel Nord Kivu e nell’Ituri, le regioni settentrionali della Repubblica democratica del Congo, adesso si sono registrati i primi contagi anche nel confinante Uganda.

Lunedì 11 giugno è arrivata la notizia da Kampala che un bambino di 5 anni, proveniente dal Congo e arrivato in Uganda insieme alla nonna e al fratello più piccolo, è risultato essere positivo ai test sull’Ebola. Poche ore dopo, le autorità ugandesi hanno informato che oltre a lui anche i parenti vicini sono stati ricoverati e messi in isolamento nella struttura sanitaria di Bwera perché ammalati. Giovedì poi la tragica notizia della morte del bambino, alla quale sono seguiti immediati comunicati da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L’Oms ha fatto sapere che ha inviato una squadra a Kasese, città dove si trovavano i tre cittadini congolesi, per monitorare e vaccinare le persone che sono state in contatto con loro. E sempre in un comunicato diffuso dal portavoce dell’Oms, Tarik Jašarević, è stato reso noto che 500 vaccini sono stati trasportati via terra dalla Repubblica democratica del Congo e altri 3.000 sarebbero già stati inviati da Ginevra.

Il governo ugandese ha inoltre chiesto la sospensione dei giorni di mercato e ha confidato che da otto mesi si sta preparando a un possibile focolaio nel territorio nazionale.

Oggi il timore è che a causa dei maggiori controlli sanitari alla frontiera congolese, la popolazione, per evitare lungaggini e controlli, incominci a fruire dei passaggi clandestinidisseminati nella porosa frontiera che mette in comunicazione i due stati dell’Africa equatoriale. 

Il governo di Kampala si dichiara pronto a fronteggiare dei nuovi casi e per l’Uganda si tratterebbe della sesta epidemia di Ebola dal momento che se ne registrano altre cinque e la più brutale fu quella che nel 2000, nella città di Gulu, uccise oltre 200 persone.

venerdì 21 giugno 2019

Nicaragua. Nelle carceri ancora 89 detenuti politici.

agensir.it
Mons. Mata (Estelí), "si intensificano persecuzioni contro chiese e fedeli". In Nicaragua il cartello delle opposizioni Alianza Cívica ha chiesto la liberazione di 89 detenuti politici che sono ancora agli arresti. 


Si tratta di persone comprese nella lista della Croce Rossa internazionale, ma che non sono riconosciuti come tali dal Governo., che ha invece liberato nei giorni scorsi oltre un centinaio di detenuti. Ma non è questo l'unico segnale che la repressione è ancora in atto nel Paese centroamericano.

"Negli ultimi giorni il Governo, attraverso la Polizia e altri gruppi affini, ha intensificato la persecuzione verso i nostri fedeli, filmandoli, fotografandoli, intimorendoli con aggressioni verbali e fisiche e con l'assedio alle chiese durante le celebrazioni liturgiche. Per questo denunciamo gravi violazioni alla libertà di culto, garantita dall'articolo 29 della Costituzione". 

Queste le parole del segretario generale della Conferenza episcopale nicaraguense, mons. Abelardo Mata Guevara, vescovo di Estelí, al termine dell'incontro dei vescovi che si è svolto lunedì scorso, dopo che nel weekend di erano registrati attacchi alle cattedrali di León e di Managua. Mons. Mata ha spiegato di parlare a titolo personale, poiché i vescovi non sono riusciti, per il poco tempo a disposizione e perché c'erano altri temi all'ordine del giorno, a elaborare un documento comune sulla situazione.

Il vescovo ha proseguito dicendo che la Chiesa "avrà sempre le porte aperte per tutti coloro che si sentano perseguitati ed esclusi", spiegando che è "proprio di ciascun uomo e donna che si sentano deboli e impotenti di fronte alle armi e al potere dei sistemi ingiusti cercare rifugio in luoghi di pace e tranquillità, nei luoghi dove abita Dio". Mons. Mata ha detto che i vescovi si sono impegnati a discutere più a fondo della situazione del Paese e della libertà religiosa nel loro prossimo incontro.

Venezuela - Unhcr: record di richiedenti asilo. Nel 2018 sono stati quasi 350mila. Più che siriani e afgani.

La Repubblica
"È il maggior esodo della storia recente in America Latina e una delle maggiori smobilitazioni del pianeta". Sono i dannati della Terra. Gli ultimi ma i più numerosi. Nel 2018 hanno battuto il record: spiccano in vetta alla classifica dei rifugiati nel mondo. 

Parliamo dei venezuelani che in base a Tendenze globali, ultimo rapporto che oggi pubblica Unhcr, l'agenzia dell'Onu per i rifugiati, hanno superato come numero la somma di quelli siriani e afgani. L'anno scorso 341.800 hanno chiesto asilo in diversi paesi del mondo, dando vita a quello che viene definito "il maggior esodo della storia recente in America Latina e una delle maggiori smobilitazioni del pianeta".

Il dossier offre una dettagliata panoramica su questo enorme popolo costretto alla fuga, a spogliarsi di ogni piccolo e grande avere, a sradicarsi dal suo paese e a vagare all'estero per tentare di ricostruirsi una vita. Nel 2018 sono state 70,8 milioni le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie terre. È la cifra più alta registrata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ci sono 25,9 milioni di rifugiati, 3,5 richiedenti asilo e 41,3 milioni di sfollati all'interno del loro paese.

In America Latina sono i venezuelani quelli più colpiti dalla diaspora. Ogni giorno, secondo gli estensori del rapporto Ancur, fuggono in 5 mila. Se la tendenza non cambierà si stima che saranno 5 milioni quelli andati all'estero entro la fine di quest'anno. "Non esiste al mondo un gruppo tanto grande di persone che sia stato costretto a lascare il proprio paese senza la presenza di una guerra o di una catastrofe", commenta con il Pais William Spindler, portavoce di Ancur per l'America Latina.

La maggioranza si è trasferita in Colombia (1,1 milioni) e in Perù (428.200), senza considerare gli irregolari che restano dei fantasmi. La Colombia confina con il Venezuela e questo dimostra che la maggioranza dei rifugiati spera di tornare presto a casa, anche se le scelte dipendono spesso da fattori economici: molti non hanno nemmeno i soldi per pagarsi il biglietto di un bus e proseguire il viaggio.

I paesi ospitanti hanno sopportato il peso più forte di questo esodo. L'anno scorso hanno concesso oltre un milione di permessi di residenza o di permanenza legale, documenti che consentono ai rifugiati e migranti di accedere ai servizi di base, sanitari, scolastici e di assistenza. Il Perù ha tuttavia deciso di stringere le maglie dell'accoglienza: per entrare adesso occorrono un visto e un passaporto.

Una condizione quasi impossibile peri venezuelani. Il regime di Maduro non rilascia facilmente passaporti. Cerca di frenare la diaspora. Per non parlare delle ambasciate, travolte dalle richieste. "L'America Latina non era pronta a questo esodo massiccio", osserva Spindler. "Solo 21 mila venezuelani hanno ottenuto lo status di rifugiato nella regione e sui tre milioni che stavano all'estero nel 2018 solo in 460 mila hanno chiesto asilo". Per affrontare questa emergenza l'agenzia Onu può contare sul 28 per cento dei fondi necessari. Il resto è affidato a ong e volontari.
Daniele Mastrogiacomo

Georgia - Pena di morte - Messo a morte Marion Wilson Jr., è la vittima n°1.500 dal 1976, anno della reintroduzione della pena capitale negli USA

Blog Diritti Umani - Human Rights
Marion Wilson Jr., detenuto in Georgia è la millecinquecentesima persona messa a morte negli Stati Uniti dal 1976 anno della reintroduzione della pena di morte, come emerge dai dati del "Death Penalty Information Center".

Marion Wilson Jr.
La sua esecuzione è avvenuta il 20 giugno 9:52 pm in Georgia dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha negato la sospensione dell'esecuzione.

Wilson è stato condannato a morte per un omicidio commesso nel 1997.

Il Consiglio di Stato di Pardons e Paroles si è riunito per prendere in considerazione la clemenza per Wilson mercoledì, ma alla fine ha negato la sua richiesta.

Prima della sua esecuzione, Wilson ha richiesto una pizza media e sottile e carne con salsa piccante, torta di mele e succo d'uva.

Ci sono 48 detenuti nel braccio della morte della Georgia.


ES

Fonte: CNN

giovedì 20 giugno 2019

Parroco Lampedusa: "Dormiremo sul sagrato finché migranti non scenderanno da Sea Watch e invita a replicare l'iniziativa.

Adnkronos
"La notte è passata e siamo all’ottavo giorno di stallo: la Sea Watch 3 è ancora bloccata in acque internazionali, con a bordo salvati e salvatori. Continueremo a dormire sul sagrato della Chiesa finché non sarà consentito loro di scendere a terra in un porto sicuro". 


E' l'annuncio del parroco di Lampedusa don Carmelo La Magra che la notte scorsa ha dormito, con un gruppo di attivisti di Forum Solidale Lampedusa e alcuni turisti, sul sagrato della chiesa San Gerlando. 

"Il nostro è un semplice gesto di solidarietà nei confronti di persone che stanno soffrendo inutilmente - dice il parroco - Mettiamo simbolicamente in gioco i nostri corpi nel tentativo di dare visibilità e voce agli ultimi della terra, nostri fratelli e sorelle, nostri simili".
"Chiediamo a quanti condividono il nostro messaggio di organizzare iniziative analoghe - dice don La Magra-Rivolgiamo ai passeggeri e all’equipaggio della Sea Watch un abbraccio e un messaggio: siamo con voi!". E annuncia: "A Lampedusa ci ritroviamo questa sera a partire dalle 22 e speriamo di vedervi numerosi anche in altri luoghi".

20 Giugno - Giornata Mondiale del Rifugiato - UNHCR: Il numero di persone in fuga nel mondo supera i 70 milioni: l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati chiede maggiore solidarietà

UNHCR
Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività.


GLOBAL TRENDS 2018 – 8 FATTI SUI RIFUGIATI CHE E’ NECESSARIO CONOSCERE
MINORI. Nel 2018, un rifugiato su due era minore, molti (111.000) soli e senza famiglia.
PRIMA INFANZIA. L’Uganda ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.
FENOMENO URBANO. È più probabile che un rifugiato viva in paese o in città (61%) che in aree rurali o in un campo rifugiati.
RICCHI E POVERI. I Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti; i Paesi a reddito medio e medio-basso ne accolgono in media 5,8; i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.
DOVE SI TROVANO. Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine.
DURATA. Quasi 4 rifugiati su 5 hanno vissuto da rifugiati almeno per cinque anni. Un rifugiato su 5 è rimasto in tale condizione per almeno 20 anni.
NUOVI RICHIEDENTI ASILO. Nel 2018 il numero più elevato di nuove domande d’asilo è stato presentato da venezuelani (341.800).
PROBABILITÀ. Nel 2018, 1 persona ogni 108 era rifugiata, richiedente asilo o sfollata. 10 anni prima la proporzione era di 1 su 160.
I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, pubblicato oggi, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.

La cifra di 70,8 milioni è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela in particolare è attualmente riflessa da questo dato solo parzialmente. In tutto, circa 4 milioni di venezuelani, secondo i dati dei paesi che li hanno accolti, hanno lasciato il Paese, rendendo la crisi in atto uno degli esodi forzati recenti di più vasta portata a livello mondiale. Sebbene la maggior parte delle persone in fuga necessiti di protezione internazionale, ad oggi solo circa mezzo milione di queste ha presentato formalmente domanda di asilo.

“Quanto osserviamo in questi dati costituisce l’ulteriore conferma di come vi sia una tendenza nel lungo periodo all’aumento del numero di persone che fuggono in cerca di sicurezza da guerre, conflitti e persecuzioni. Se da un lato il linguaggio utilizzato per parlare di rifugiati e migranti tende spesso a dividere, dall’altro, allo stesso tempo, stiamo assistendo a manifestazioni di generosità e solidarietà, specialmente da parte di quelle stesse comunità che accolgono un numero elevato di rifugiati. Stiamo inoltre assistendo a un coinvolgimento senza precedenti di nuovi attori, fra cui quelli impegnati per lo sviluppo, le aziende private e i singoli individui, che non soltanto riflette ma mette anche in pratica lo spirito del Global Compact sui Rifugiati”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Dobbiamo ripartire da questi esempi positivi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case”.

La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).

Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.

Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).

La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.

“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.