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martedì 7 maggio 2019

Roma - Famiglie e bambini Rom minacciati dai fascisti nelle loro case. "Papà abbiamo paura, ci vogliono uccidere"

HuffPost
A Casal Bruciato proteste per l'assegnazione di un alloggio ad una famiglia rom. Sul posto anche Casapound, che annuncia sit-in. Raggi replica: "Non possono sostituirsi alle istituzioni".
Imer è un marito e un padre che cerca di incoraggiare sua moglie e i suoi 12 bambini spaventati. “Ci hanno minacciati, ci hanno detto ‘vi ammazziamo, zingari, vi buttiamo una bomba’”. Siamo di nuovo a Casal Bruciato, questa volta in via Satta, al civico 20. E l’offensiva contro i rom continua. “Quando siamo arrivati stamattina qui, all’alloggio che il comune di Roma ci ha dato - dice l’uomo ad HuffPost - loro erano di sotto”. Il sospetto che i militanti di Casapound abbiano ricevuto una “soffiata” da qualcuno c’è. Patrizia, la volontaria e operatrice interculturale dell’Opera nomadi che ha accompagnato la famiglia assegnataria, è sicura: “Quando siamo saliti il dirimpettaio di casa parlava con una vicina e diceva che sapeva già da questa mattina alle 5 che sarebbero venuti. Allora io dico: chi ha fatto trapelare questa notizia? Non lo sapevo neanche io e gli assegnatari non conoscevano il numero civico dell’appartamento”.

A sera di neofascisti ne sono rimasti forse una decina, ma alle 10 “erano più di 50”. La paura di Imer e della sua famiglia non è ancora passata. “Vediamo cosa succede stanotte, se si calma o no la situazione”.

Nella casa non c’è ancora la luce e il capofamiglia non vuole che si riprendano i volti dei suoi figli. E’ tornato da poco da fare la spesa, scortato da due agenti di polizia. Ci fa entrare nell’alloggio che il Campidoglio gli ha dato: “Mia moglie ha fatto domanda nel 2017. Ci è arrivata la lettera dal comune e siamo arrivati stamattina”. Vengono dal campo nomadi della Barbuta, nel settimo municipio, quello di Ciampino. Sono 14 persone in totale e l’età media dei bambini è bassa. Il più grande avrà 10-12 anni al massimo. Sono seduti al buio su un materasso, posto nell’angolo della stanza principale, quello che si può immaginare essere un soggiorno, visto che l’appartamento non è ancora ammobiliato. “Ai bambini ho detto ‘state calmi, non succede niente’. Questi ci vogliono cacciare via, non so per quale motivo”, dice incredulo, con le mani giunte. “Non abbiamo occupato questa casa, hai capito? Adesso non so come finisce”.

Non lo sa nessuno, a dire il vero. Casapound ha annunciato che domani è pronto un sit-in a via Satta, sulla falsariga di quello di via Facchinetti, a poche centinaia di metri di distanza, quando una famiglia rom a cui spettava regolarmente una casa era stata costretta ad andare via. La sindaca Raggi intanto torna all’attacco: “Casapound deve rispettare le leggi dello Stato italiano - scrive su Facebook - Speculano sulla pelle di tutte le persone e, intanto, occupa abusivamente un palazzo in pieno centro a Roma. Predica male e razzola ancora peggio. Non fatevi ingannare da questi imbroglioni”. Tensioni politiche a parte: per Imer e la sua famiglia la notte è ancora lunga.

Libia - Migranti, allarme Unhcr: nel 2019 uno su tre sono morti nel Mediterraneo. Molti sono bambini.

Il Fatto Quotidiano
Mentre il numero degli sbarchi in Italia è diminuito, il tasso di mortalità è aumentato bruscamente, in particolare per chi parte dalla Libia. L'agenzia dell'Onu: "Un numero consistente dei migranti sono bambini".


“Mi hanno torturato così tanto. Li pregai di non torturare la mia famiglia”. Niamey, dopo più di anno di percosse incessanti e scosse elettriche da parte dei trafficanti libici, è spezzata. Non può più camminare perché ha le gambe paralizzate. La sua testimonianza, raccolta dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), è quella di una delle tante persone che hanno tentato di scappare dalla Libia. Una fuga che rimane, ad oggi, rischiosissima. “Nel 2019, una persona ogni tre ha perso la vita nel tentativo di arrivare in Europa lungo la rotta dalla Libia”, ha scritto su Twitter Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr per l’Africa e il Mediterraneo. “Non esiste un porto sicuro in Libia – ha aggiunto – ma nessuna nave governativa o di ONG effettua operazioni di ricerca e soccorso. È chiaro che questa situazione non può continuare”.

Nonostante la significativa diminuzione delle partenze di migranti dalle spiagge libiche, conseguente agli accordi presi con le milizie libiche dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, le migrazioni attraverso il Mediterraneo sono continuate. Il report del 2019 pubblicato dall’Unhcr segnala una diversificazione dei punti di partenza dei barconi. Nel documento si legge che “il sottofinanziamento cronico di programmi che forniscono sostegno e protezione salvavita e la mancanza di attenzione alle cause profonde delle migrazioni” ha continuato a stimolare i movimenti.

In Libia, i recenti scontri tra l’esercito del presidente Fayez al-Sarraj e le milizie del maresciallo Khalifa Haftar hanno peggiorato la situazione di insicurezza del paese, politicamente frammentato e dilaniato da anni di conflitti civili. Negli ultimi giorni, la nave Mare Jonio della Ong Mediterranea Saving Humans ha segnalato diverse violazioni da parte della Guardia costiera libica nel blocco dei gommoni. Contemporaneamente, Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, ha denunciato “le condizioni disumane” dei cittadini e i migranti, “esposti a pericoli mortali”.

La diminuzione maggiore dei flussi migratori si è avuta tra il 2017 e il 2018. In generale, nei primi cinque mesi del 2018 le persone arrivate in Italia via mare sono state 13.362, rispetto alle 60.228 del 2017: una diminuzione del 78%. I bambini, secondo l’Unchr, costituiscono un numero significativo di coloro che intendevano raggiungere e attraversare il Mediterraneo nel 2018 e “dovrebbero continuare a farlo nel 2019”. Da qui, si legge nel documento, la necessità di “offrire ai bambini e ai giovani alternative significative, anche attraverso percorsi legali”.

Arnaldo Liguori

lunedì 6 maggio 2019

Mattarella cancella l'ordinanza sul divieto di chiedere l'elemosina. "Occorre combattere la povertà non fare la guerra ai poveri"

La Stampa - Torino
Ora la questione può dirsi definitivamente chiusa: l’ordinanza sul divieto di accattonaggio generico non si può fare. E i sindaci che la propongono, devono fare marcia indietro. 
Com’è successo a Carmagnola. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha infatti accolto il ricorso straordinario proposto dalle associazioni «Avvocato di strada» e «Karmadonne», contro il documento firmato dal primo cittadino Ivana Gaveglio, nel novembre 2016. 

Oltre ai divieti che venivano elencati, era prevista anche una multa verso chi, in silenzio e senza disturbare nessuno, chiedeva aiuto solo per alleviare la propria condizione di povertà. L’ordinanza infatti non era contro l’accattonaggio molesto, già oggi perseguibile, ma contro chiunque chiedesse la carità.

Si tratta del passo conclusivo di una vicenda che già nel mese di maggio aveva visto un passaggio fondamentale: il parere contrario del Consiglio di Stato. L’ultima parola spettava al Capo dello Stato, che ha voluto recepire le stesse indicazioni. Nella decisione notificata mercoledì, Mattarella ha ritenuto che il sindaco non può in nessun caso colpire con provvedimenti punitivi chi si limita a chiedere l’elemosina, senza molestare o infastidire nessuno. Inoltre, il primo cittadino non può utilizzare per altri scopi lo strumento dell’ordinanza contingibile e urgente, usato solitamente per situazioni di emergenza. Chi chiede la semplice carità, non provoca alcun pericolo.

L’avvocato Alessandra Ballerini, legale dei ricorrenti, spiega: «Siamo soddisfatti che venga stigmatizzato l’atteggiamento di quei sindaci che, anziché preoccuparsi di combattere la povertà nei loro Comuni, puniscono i poveri. Per di più attraverso ordinanze, da utilizzare solo per emergenze e non certo per colpire gli indigenti. Va ricordato che la solidarietà è uno dei principi fondamentali della nostra democrazia, sancito anche dalla Costituzione. Come associazioni nate per difendere gli ultimi era nostro dovere proporre il ricorso straordinario al Capo dello Stato, perché venisse dichiarata l’illegittimità di una simile ordinanza».

Angela Inglese, di Karmadonne, aggiunge: «Forse sarebbe bastato un maggiore confronto con la cittadinanza e le associazioni. Noi comunque non abbiamo nulla di personale contro questa giunta: avremmo fatto ricorso anche se ci fosse stato un altro sindaco. Quello che non ci piaceva era il principio».

Il sindaco, Ivana Gaveglio, già a maggio aveva spiegato che con la cancellazione dell’ordinanza, a rimetterci sarebbero stati i cittadini di Carmagnola. «Penso alle tante segnalazioni che ci arrivano per le insistenti richieste di elemosine nelle aree a parcheggio – il suo pensiero -, o sotto i portici durante i mercati settimanali, oltre alla zona ospedale».

Il presidente di «Avvocato di strada Onlus», Antonio Mumolo aggiunge: «Se si fa una multa a chi chiede l’elemosina, non lo si toglie dalla strada, ma si aggrava ancora di più la sua situazione. Spesso sono persone che hanno semplicemente perso il lavoro e che sono finite in strada perché prive di qualsiasi reddito. Dovremmo lottare contro la povertà, non fare la guerra ai poveri».

Massimiliano Rambaldi

Iran - Tre anni fa l'arresto per spionaggio del ricercatore Ahmadreza Djalali, sospesa la pena di morte ma in gravi condizione di salute

Novara Today
I colleghi con cui collaborava all'Upo di Novara lo aspettavano, poi si sono preoccupati perché non era sua abitudine fare ritardo, anzi. 

Tre anni fa, il 25 aprile 2016 Ahmadreza Djlali, il ricercatore iraniano legato all'Italia e in modo particolare a Novara per l'Upo e il Crimedim, è stato incarcerato con l'accusa di spionaggio.

Ahmadreza Djalali prima dell'arresto
e nella condizione attuale
 
Da tre anni tutti si sono messi al lavoro per chiedere la sua liberazione. Da tre anni i sentimenti sono un mix di rabbia e disperazione, perché per Djalali era stata anche annunciata la pena di morte poi sospesa.

Ma all'uomo vengono negate le cure mediche e la sua salute peggiora sempre di più. Dal Centro per i diritti umani in Iran il messaggio è chiaro: "Ahmad ha bisogno di cure urgenti, abbiamo preparato una lettera d'appello affinché lo stato possa liberarlo".
“

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sabato 4 maggio 2019

Il tribunale civile smentisce il Decreto Sicurezza: obbliga il Comune di Bologna l'iscrizione anagrafica di due richiedenti asilo.

La Stampa
Il tribunale civile ha obbligato il Comune di Bologna a iscrivere all’anagrafe due richiedenti asilo. Un precedente identico era avvenuto in Toscana.


È scontro aperto tra il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e i tribunali. Dopo la decisione di Firenze che ha obbligato il Comune di Scandicci a registrare come residente un richiedente asilo somalo, anche il giudice civile di Bologna è arrivato a una conclusione analoga nel caso di altri due richiedenti asilo. Sentenze che sconfessano il decreto sicurezza che però, a parere dei giudici, sarebbero contrarie a norme di livello superiore.


«Una sentenza vergognosa, ovviamente presenteremo ricorso. Se qualche giudice vuole fare politica e cambiare le leggi per aiutare gli immigrati, lasci il tribunale e si candidi con la sinistra» ha dichiarato Salvini. Parole contro cui si è scagliato il sindaco di Bologna, Virginio Merola, che per primo aveva postato la decisione del tribunale bolognese. «La norma è illegittima e la magistratura è indipendente. Un ministro fa ricorso ma non minaccia i giudici di essere di parte. Io rispetterò la legge e applicherò la sentenza. Salvini faccia bene i suoi provvedimenti invece di fare propaganda».

Ma cosa prevede il decreto Salvini? Secondo il provvedimento il permesso di soggiorno per richiesta di asilo, pur valendo quale documento di riconoscimento, non può essere utilizzato come documento valido per richiedere l’iscrizione anagrafica. Questa potrà essere ottenuta solo presentando un altro documento che dimostri la regolarità del soggiorno in Italia. Se i giudici di Bologna hanno seguito i colleghi di Firenze, però, questa norma presenterebbe qualche problema. «Ogni richiedente asilo, una volta che abbia presentato la domanda di protezione internazionale deve intendersi comunque regolarmente soggiornante - avevano scritto i magistrati toscani - in quanto ha il diritto di soggiornare nel territorio dello Stato durante l’esame della domanda di asilo». In caso contrario il diniego di iscrizione all’anagrafe risulterebbe discriminatorio.

In una nota, la Giunta Esecutiva Centrale dell’Anm, dopo i commenti del ministro dell’Interno sulla sentenza di Bologna sui richiedenti asilo, replica così a Salvini: «I magistrati assumono le loro decisioni applicando le leggi» ed «è legittimo commentare e anche criticare le decisioni giudiziarie», ma le dichiarazioni del ministro «delegittimano la magistratura in quanto, in maniera del tutto infondata, alludono al fatto che le sentenze possano essere influenzate da valutazioni politiche».

Migranti - Zero sbarchi, 200 vittime: nel Mediterraneo si muore come prima. La strategia di Salvini è non farcelo sapere

Linkiesta
La Libia continua a essere un inferno, i gommoni continuano a partire, le persone continuano a morire: la differenza è che oggi, senza le Ong, se ne sa poco o nulla. E intanto il governo ha tagliato i fondi per la cooperazione internazionale: alla faccia dell’aiutarli a casa loro.


I migranti non arrivano, ma continuano a vivere nell’inferno libico, continuano a partire e continuano a morire, come prima, più di prima. Questo è quel che Salvini e i chi ne sostiene l’azione dovrebbero aver ben chiaro in testa, perlomeno. Perché di fronte a 170 morti nel giro di due giorni, 117 nella notte tra il 18 e il 19 gennaio a largo di Tripoli, altri 53 tra Spagna e Marocco nella notte precedente, impongono ben più di una riflessione alle nostre coscienze.

Primo: la dottrina Salvini produce meno arrivi - siamo ancora a zero, in Italia - ma lo stesso numero di morti in mare. Stando ai calcoli del sito Missing Project, erano 201 nei primi 20 giorni di gennaio dello scorso anno, sono 200 quest’anno, perlomeno quelle di cui sappiamo. Negli anni record degli arrivi, il 2015 e il 2016, erano state molte meno. La strategia del ministro degli interni italiano, di fatto, si sta mostrando per quel che è: usare le morti in mare come deterrente alle partenze. E nasconderle agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali, togliendo alle organizzazioni non governative il presidio del Mediterraneo. Dettaglio; senza l’avvistamento da parte di un aereo di Sea Watch che stava sorvolando le coste libiche probabilmente non avremmo saputo nulla del destino di quelle 117 persone e avremmo continuato a dormire senza pensieri, né sensi di colpa.

La strategia del ministro degli interni italiano, di fatto, si sta mostrando per quel che è: usare le morti in mare come deterrente alle partenze. E nasconderle agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali, togliendo alle organizzazioni non governative il presidio del Mediterraneo

Secondo: la retorica dell’aiutarli “a casa loro” si sta mostrando per quella che è. Niente più di un espediente retorico, o di una clamorosa impostura. E non solo perché in legge di bilancio, com'era ampiamente prevedibile, sono stati tagli i fondi per la cooperazione internazionale. Delle condizioni dei campi di prigionia libici non sappiamo più nulla, ma da ogni migrante che soccorriamo, ultimi della lista i tre superstiti dell’ultimo naufragio, riceviamo parole che dovrebbero dirci qualcosa: meglio la morte che la Libia. E del resto, ci sono rapporti dell’Unhcr e inchieste giornalistiche come quella di Fabrizio Gatti de L’Espresso che hanno documentato quanto accade nell’ex colonia italiana: torture di massa, uomini, donne e bambini venduti come schiavi, condizioni della popolazione carceraria al limite dell’inumano. In tutto questo noi, oltre a chiudere i porti e a combattere le organizzazioni non governative, cosa stiamo facendo? Davvero anche in questo caso la soluzione è chiudere gli occhi, ministro Salvini?

Terzo: 49 persone in rada a Malta, 117 morte in mare a largo di Tripoli. Gli ultimi casi di cronaca, le ultime prove di forza del ministro dell’interno parlano di numeri infinitesimi rispetto alle capacità di accoglienza italiane. Siamo tutto fuorché un Paese allo stremo, incapace di accogliere persone più di così. Abbiamo mezza Italia, al contrario, che soffre le malattie dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione. E ogni anno salutiamo 120mila persone che scappano dall’Italia, alla ricerca di un altrove migliore. Con un sistema Sprar potenziato, in grado di distribuire uniformemente i richiedenti asilo, in numeri congrui rispetto al totale della popolazione, e attraverso sperimentazioni come quelle di Riace, non ci sarebbe alcuna emergenza sociale. Anche in questo caso, stiamo andando nella direzione opposta, chiedendo alle nostre coscienze di pagare il prezzo delle nostre inefficienze e della nostra paura.

Quarto: «Noi italiani siamo abituati a un banale principio di civiltà: quando c'è un uomo in mare, una donna in mare, un bambino in mare non importa a chi tocca perchè noi italiani andiamo e proviamo a salvarli». E ancora: «Nessuna battaglia ideologica vale la morte di cento persone affogate o morte di freddo in mare».

Sono parole di Matteo Renzi di ieri, che ci sentiamo di sottoscrivere in toto, così come le applaudimmo nel 2015, quando ripetè le stesse cose di fronte alla foto del corpo esanime del piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum. A Renzi e al Pd tuttavia andrebbe chiesto conto di quel che è successo nel mezzo. Di quanto abbia pagato nelle urne, per la sinistra italiana, l'acquiescenza alla retorica della grande invasione, con a corredo frasi del tipo “Non abbiamo il dovere morale di accoglierli tutti”, come se davvero tutta l'Africa premesse alle nostre porte. Allora il Pd aveva il 30% e Salvini poco meno del 15%. Oggi è il contrario. Pensiamoci su.

venerdì 3 maggio 2019

Guerra in Libia: Amsi, bilancio dei morti sale a 400, 105 i bambini, oltre 2mila feriti, 60 minori scomparsi e fosse comuni.

AnsaMed
E' salito a 400 morti, tra cui 105 bambini e 120 donne, il numero delle vittime dall'inizio degli scontri in Libia, il 4 aprile. 


E' il bilancio aggiornato a questa mattina reso noto all'ANSA dal presidente dell' Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), Foad Aodi, in costante contatto con i medici libici sul campo. I medici libici, afferma Aodi, "riferiscono anche di 15 combattenti morti negli ultimi 3 giorni e di oltre 2mila feriti" e "denunciano anche la presenza di fosse comuni e la scomparsa di circa 60 minori che non rispondono agli appelli delle loro famiglie".

Degli oltre 2mila feriti, "il 55% sono donne e il 30% minorenni". I medici libici riferiscono inoltre che nella giornata di ieri "sono stati salvati 96 rifugiati ai confini della Libia che, dopo le prime cure mediche, sono stati consegnati alla polizia libica".
In vari ospedali di Tripoli, rende noto l'Amsi, "grazie all'aiuto dei medici stranieri, sono stati effettuati 140 interventi chirurgici importanti e si sta ora cercando di raggiungere anche località più remote. Una delegazione di medici libici ha così raggiunto la città di Derna, a 300 km da Tobruk".

Si stanno inoltre allestendo ospedali mobili, afferma Aodi, per raggiungere le zone più lontane dagli ospedali.