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martedì 8 agosto 2017

La corsa dei migranti coglie di sorpresa le guardie: in 180 superano il valico nell'enclave di Ceuta

La Repubblica
Una corsa di un chilometro alle prime luci dell'alba al valico di frontiera di Tarajal per eludere la sorveglianza. Così 187 migranti sono riusciti a superare il confine tra il Marocco e l'enclave spagnola di Ceuta, in Africa. 

''Non c'erano stati tentativi simili da molto tempo'', ha spiegato un portavoce della Guardia civile all'agenzia Afp. Quasi tutti, per la maggior parte giovani provenienti dall'Africa subsahariana, sono stati trasferiti in un centro dove potranno fare domanda d'asilo. 

Secondo il ministero degli interni di Madrid, sono 10.751 i migranti irregolari entrati in territorio spagnolo via terra o mare nei primi sei mesi dell'anno, 3.204 dei quali attraverso le enclave di Ceuta e Melilla. I due territori autonomi, parte dell'Unione Europea, sono enclave spagnole appartenenti geograficamente all'Africa e politicamente alla Spagna

domenica 6 agosto 2017

Tenerli in Libia è come tenerli in un inferno

La Stampa
«Le nostre navi continueranno a raccogliere i migranti. Sarebbe auspicabile anche quelli ospitati da imbarcazioni bloccate dalla guardia costiera libica. Perché riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno». L’impegno umanitario in questo momento complesso è, per il viceministro agli Esteri Mario Giro, la stella polare dell’intervento italiano.
Un semplice respingimento ancora oggi non è possibile.
«I migranti finirebbero in centri di detenzione nelle mani delle milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci e questo non raggiungerebbe nemmeno l’obiettivo di alleggerire la situazione, c’è molta gente che vive su questi traffici. Per ora non è stato possibile avere dei campi normali in Libia, sotto il controllo delle istituzioni internazionali, è un obiettivo da raggiungere».

Dopo la sfida di uno dei vice del premier Sarraj, anche il governo riconosciuto della Libia sembra ora diviso sulla nostra missione navale...
«Quello che è importante è quel che pensa la parte più forte, le milizie di Misurata e di Tripoli stessa, sappiamo ci sono diverse sensibilità anche nel governo di Tripoli».

C’è chi dice: non sarà un errore il nostro asse privilegiato con Sarraj? Macron, in maniera per alcuni più avveduta, ha invitato a Parigi sia il premier riconosciuto, sia Haftar, li ha voluti entrambi.
«Non esiste un asse privilegiato, dialoghiamo con tutti e non abbiamo la pretesa di rimanere da soli. Non vogliamo dettare la linea ma partecipare a una soluzione che coinvolga tutti, gli altri paesi europei, l’Egitto, La Turchia, i Paesi del Golfo, La Russia, gli Usa. Sappiamo che è un percorso lungo. Ma dopo che una decisione sostanzialmente unilaterale, quella della Francia e della Gran Bretagna del 2011, ha prodotto l’attuale disastro, non ci sembra il caso di proseguire su quella strada».

La questione Ong. Al di là delle inchieste, c’è chi si chiede se, nei fatti, delle organizzazioni molto affini ideologicamente al mondo no global debbano decidere della politica immigratoria di un Paese.
«Noi siamo sottoposti a una situazione che si è creata negli anni di vuoto dopo Mare Nostrum, nel 2014 e nel 2015, in cui è arrivato l’intervento delle Ong. Sulle inchieste, aspettiamo i risultati. Il codice Minniti serve intanto a ristabilire una fiducia reciproca tra tutte le parti in causa. Può esserci dietro alcune Ong un’ideologia no border, una sorta di estremismo umanitario, ma va compreso, di fronte alla tragedia che sta avvenendo. Preferisco un estremismo umanitario ad altri tipi di estremismi».

La collaborazione con le organizzazioni continuerà?
«Su questo tema non bisogna scaldarsi troppo. Ci vuole un atteggiamento pragmatico che riconosca come le Ong siano una componente imprescindibile del diritto internazionale umanitario».

Intervista a cura di Marco Menduni

Hiroshima, 6 agosto 1945: l'apocalisse atomica

Globalist
Un giorno funesto per l'umanità: il 6 agosto 1945, alle 8.15 ora locale, il bombardiere Enola Gay sganciò su Hiroshima la bomba "Little boy". Gran parte della città fu immediatamente distrutta. Entro la fine di quell'anno morirono 140mila persone. 

Molte altre hanno continuato a portare le ferite sul corpo e nella memoria per il resto della loro vita. Tre giorni più tardi gli americani lanciarono una seconda bomba, la cosiddetta "Fat man", sulla città di Nagasaki. Due armi tra loro completamente differenti: una all'uranio 235, l'altra al plutonio 239, sostanzialmente uguale a 'The Gadget', la prima bomba atomica esplosa ad Alamogordo nel famoso Trinity Test tre settimane prima, il 16 luglio, dell'olocausto di Hiroshima.

Osservatorio Senato: 113 detenuti ogni 100 posti e ancora bambini incella

ANSA 
Con quasi 57mila detenuti al 30 giugno 2017, il tasso di affollamento delle carceri italiane è cresciuto arrivando a 113 detenuti ogni 100 posti letto, 5 punti in più del 2016. Otto Regioni sono ad una percentuale di sovraffollamento che va oltre il 120%. La Puglia arriva al 148, molto vicino all'indice che nel 2013 ha visto la condanna dell'Italia, da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu), per "trattamenti disumani o degradanti" inflitti ai detenuti. A denunciarlo è l'Ufficio valutazione impatto(Uvi) del Senato che valuta l'effetto delle politiche pubbliche.

Nel suo dossier sulle carceri, l'Uvi rileva che i primi sei mesi del 2017 hanno confermato la tendenza segnalata dal Garante nazionale dei detenuti, che nella sua Relazione al Parlamento a marzo parlava di criticità "inaccettabili". Secondo l'Uvi, l'Italia non è inoltre ancora in grado di garantire il rispetto degli standard di vivibilità indicati dal Consiglio d'Europa (almeno tre metri quadri a testa, acqua calda, ventilazione e illuminazione delle celle) perché non si incorra nella tortura.

Bambini sempre in cella - La detenzione extra carceraria per le detenute madri, prevista dal 2011 con la creazione di istituti a custodia attenuata (Icam), non ha dato il risultato sperato. Lo rileva l'Ufficio valutazione impatto (Uvi) del Senato che valuta l'effetto delle politiche pubbliche. Nel suo dossier sulle carceri si sottolinea come un numero altamente variabile di recluse con figli al seguito: 53 donne con 55 bambini nel 2008, un picco di 70 e 73 nel 2009, 34 e 37 nel 2016, solo 3 o 4 donne hanno potuto beneficiarne dal 2014 a oggi. La maggior parte delle detenute madri è dunque rimasta dietro le sbarre con i bambini a condividere le condizioni di detenzione delle donne "che sono di gran lunga peggiori di quelle maschili. In carcere, infatti - dice l'Uvi - esiste una vera e propria questione di genere".

sabato 5 agosto 2017

Libia. L'Unhcr avverte: "Hotspot? Solo lager e prigioni orribili"

Il Fatto Quotidiano
"Non ci sono Campi o Centri per i migranti in Libia, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e vi sussistono condizioni orribili". Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Unhcr per la rotta del Mediterraneo Centrale, ci tiene ad evidenziare quali siano davvero le condizioni dei migranti in Libia.
In un'intervista all'Ansa spiega: "Chiunque venga sbarcato sulle coste libiche torna in queste carceri. Possiamo sperare che un giorno ci saranno centri decenti e aperti, ma oggi non esistono". 

Sulla missione navale italiana di supporto alle autorità di Tripoli, l'inviato speciale dell'agenzia Onu per i rifugiati spiega: "Va bene che l'Italia e altri contribuiscano ad accrescere la capacità della Guardia costiera libica, ma deve essere fatto secondo gli standard dei diritti umani e nella piena coscienza di quanto avviene nelle carceri libiche.

Ed è anche importante educare la Guardia costiera libica agli standard dei diritti umani, assicurare che nessuno tra loro colluda con i trafficanti, e che chi lo fa sia processato"
. Sul Codice di condotta per le Ong l'Unhcr "non ha obiezioni".

Venezuela. Si insedia la Costituente voluta da Maduro. Inascoltato l'appello del Papa

La Repubblica
Attraverso una nota della Santa Sede, il Pontefice aveva chiesto di "sospendere" il nuovo organismo che "fomenta tensione e scontro". La risposta della presidente dell'Assemblea: "No ad ingerenze straniere". L'oppositore Ledezma torna ai domiciliari. Mercosur verso sospensione di Caracas dall'unione doganale. 


L'Assemblea Costituente del Venezuela si è insediata nel Parlamento di Caracas e ha dato il via alla sua prima seduta. L'organismo voluto da Maduro per riscrivere la Costituzione e soprattutto svuotare di ogni prerogativa il Parlamento di cui, dopo la sconfitta alle politiche del 2015, ha perso il controllo è presieduto da Delcy Rodriguez, 47enne ex ministra degli Esteri e fedelissima di Maduro, proposta dal politico chavista Diosdado Cabello e appoggiata dai 538 membri dell'assemblea. 

L'ex vice presidente Aristobulo Isturiz è il primo vice presidente, mentre il secondo è l'ex procuratore generale Isaias Rodriguez. Il presidente Nicolas Maduro incassa anche il verdetto favorevole del tribunale che ha respinto la richiesta della procuratrice generale Luisa Ortega Diaz di bloccare l'insediamento della Costituente. 

"Il sesto tribunale di prima istanza in funzioni di controllo del circuito penale dell'area metropolitana di Caracas decreta la nullità assoluta della richiesta presentata da rappresentanti del Ministero pubblico contro l'insediamento", si legge in una nota della Corte Suprema. E in nottata, secondo una fonte governativa, il Tribunale Supremo avrebbe destituito la stessa procuratrice generale, Luisa Ortega Diaz, unica figura istituzionale che si opponeva ancora a Maduro.

All'esterno del Parlamento, l'opposizione ha organizzato un'imponente manifestazione, ma anche i partigiani di Nicolas Maduro sono in strada per difendere la svolta autoritaria del presidente. Dalle 9 locali, le 15 italiane, i simpatizzanti del presidente hanno iniziato a concentrarsi in almeno tre punti della capitale, quasi tutti vestiti di rosso, il colore simbolo della cosiddetta rivoluzione bolivariana.

Cade così nel vuoto l'appello di papa Francesco, che ore prima aveva chiesto, attraverso una nota della Segreteria vaticana, di sospendere "le iniziative in corso come la nuova Costituente che, anziché favorire la riconciliazione e la pace, fomentano un clima di tensione e di scontro e ipotecano il futuro. Si creino le condizioni per una soluzione negoziata".

Migranti - Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire
Marco Impagliazzo
Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli anni precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. 




Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l’allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l’attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male.

Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l’8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane.

Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l’opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. 

Oggi alcune Ong non hanno accettato il "Codice di condotta", proposto dal Viminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l’identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un "Codice di condotta" e non a una nuova legge dello Stato. 

Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull’opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare.

Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell’ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. 

È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come "Me dici senza frontiere", quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell’Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto.

Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d’Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d’affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati dal 2011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente.

L’iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio del 2016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d’intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l’esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.

I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. 

Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d’integrazione in una società. Insomma dai corridois’intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. 

Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d’ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all’illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un’Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».