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sabato 27 dicembre 2014

La Libia dimenticata: crisi umanitarie e violazioni dei diritti umani.

EuroOpinione
La situazione dei cittadini libici, a tre anni dalla caduta di Gheddafi, è ben lungi dall'essere migliorata. Solo negli ultimi mesi sono state oltre 200 mila le persone dislocate, mentre le strutture mediche peggiorano giorno dopo giorno. Incessanti, anche, le violazioni del diritto umanitario e internazionale
Il 23 dicembre, l’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights e la United Nations Support Mission in Libya (UNSML) hanno rilasciato un aggiornamento sulla situazione umanitaria nel paese, alla luce delle evoluzioni degli ultimi tre mesi.
Una dimensione critica di quello che, oramai, è un conflitto civile a 360°. Un conflitto che Europa e Stati Uniti sembrano avere dimenticato troppo in fretta, dopo aver contribuito a disegnare lo scenario attuale e a scardinare – forse troppo frettolosamente – il regime di Gheddafi, senza essere in grado, o avere la volontà, di condurre il paese ad una transizione effettiva e sicura.

Lo scenario appare poco omogeneo, anche a causa dei diversi gruppi che si spartiscono, oggi, il territorio. Cominciando dalla capitale, Tripoli, da una parte, la situazione umanitaria è migliorata: vi è un’evidente riduzione della presenza militare, ma non tutto è positivo. Le milizie di Alba Libica hanno infatti instaurato un clima estremamente repressivo, sin dal giorno successivo al loro ingresso in città. L’UNSML evidenzia diversi casi di minacce, assassinii e rapimenti che hanno colpito attivisti e giornalisti – obbligando molti di loro a fuggire, soprattutto verso la Tunisia. Perfino il National Council for Civil Liberties and Human Rights, l’associazione nazionale libica per i diritti umani, è stata obbligata a chiudere.

A Warshafana, nell’ovest, la situazione è critica. L’area è sede di gruppi che hanno tentato di contrastare le milizie di Alba Libica. La reazione, tra agosto e ottobre, non si è fatta attendere. Dopo aver ottenuto il controllo della capitale, le milizie hanno inaugurato un’operazione militare contro la regione. Non sono mancate le violazioni del diritto internazionale. Molte le scuole utilizzate, nei centri abitati, come base per il lancio di missili. Negli scontri sono morti almeno 100 civili e altri 500 sono rimasti feriti, mentre diverse strutture, case, fattorie, ma anche istituti ospedalieri, sono state bruciate e distrutte.

Fin qui, i numeri, sembrerebbero limitati. Se non fosse che gli scontri hanno portato ad una vera e propria emergenza umanitaria: almeno 120 mila persone – molte delle quali hanno trovato rifugio nelle città più vicine – sono attualmente in uno status di IDP(Sfollati interni), con scarsa disponibilità di cibo e medicinali. Una situazione che si è ripetuta, simile, anche nella zona dei monti Nafusa, seppur in misura più contenuta: circa 170 le vittime da ottobre, mentre 5700 le famiglie dislocate, molte delle quali a Tripoli.

Nell’est, a Bengasi, lo scenario è andato subendo un’escalation negativa sin da metà ottobre. L’Operazione Dignità, decisa dal Generale Haftar, ha avviato la conquista della città, sotto il controllo del Benghazi Revolutionaries’ Shura Council. L’UNSMIL ha ricevuto segnalazioni di bombardamenti e raid aerei indiscriminati. Il risultato è stato il danneggiamento di strutture fondamentali per garantire la salute dei cittadini, come l’Hawari General Hospital, l’Hawari Mental Hospital, o il Benghazi Medical Centre. In aggiunta a ciò, ed oltre allo scarseggiare di medicinali, le strutture sono state prese di mira da Ansal al-Shari’a e da altri gruppi armati.

A seguito del rapimento di diversi medici, parte del personale ha smesso di svolgere la propria attività, mentre diversi cecchini si sono stabiliti sui tetti di alcuni degli edifici. Più di 15 mila famiglie sono state sfollate, ed anche in questo caso, le violazioni del diritto internazionale sono state costanti: ad ottobre Ansal al-Shari’a ha utilizzato un’ambulanza per un attacco suicida, mentre alcune delle forze fedeli ad Haftar sono state segnalate – oltre che per aver indossato divise della Lesotho Red Cros Society durante alcuni scontri – per aver occupato la stessa sede dell’organizzazione, abbandonata dopo due settimane grazie all’intervento della comunità internazionale.

Nel Sud, ad Awbari, i bombardamenti hanno danneggiato scuole, banche, uffici governativi e case, ed oltre 140 persone sono state uccise tra fine ottobre e metà dicembre. 3500 famiglie sono state dislocate, mentre gli uomini di alcune etnie, come i Tuareg, sono stati arrestati e sono sotto detenzione dei gruppi armati per sospetta associazione con i gruppi rivali. Proprio questo è un aspetto tra i più critici: sono state centinaia le segnalazioni di civili rapiti da ogni forza in gioco – solamente per l’affiliazione, anche sospetta, a una certa tribù, famiglia o religione, in aperta violazione del diritto internazionale – così come quelle di abusi e torture, tristemente “normali” in uno scenario di guerra civile.

Insomma, in Libia la realtà è più critica di quanto molti possano pensare, nonostante sia stata relegata ad un ruolo marginale dai media mondiali. A farne la spesa sono, come al solito, anche e soprattutto i civili, mentre regna il silenzio tra chi, solo poco tempo fa, si faceva paladino della democrazia, proponendosi ed impegnandosi per ribaltare il regime di Gheddafi. A tre anni dalla sua morte, la situazione è ancora ben lontana dall’essere risolta.

Comune Roma Rebibbia - Bambini 0-3 anni in carcere. Sconcerto! Sospesi i "sabati di libertà" per mancanza fondi

Ansa
Dall'1 gennaio 2015 verrà interrotto il servizio di navetta, assicurato ogni anno dall'assessorato ai servizi sociali del Comune di Roma, per il trasporto dei bambini da 0 a 3 anni "detenuti" con le loro madri nella Sezione Nido della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia.

Lo ha comunicato l'Atac all'Associazione di volontariato A Roma Insieme: la motivazione consisterebbe nel taglio dei fondi destinati al servizio sociale di Roma Capitale da parte del Comune, tanto che l'Atac avrebbe messo in vendita le vetture destinate a questo tipo di convenzioni. La conseguenza immediata - spiega l'associazione di volontariato - sarà che a partire da sabato 3 gennaio i bambini che vivono in carcere, non potranno più usufruire dell'unico giorno da passare "in libertà" fuori dal carcere insieme ai volontari dell'associazione, che da più di vent'anni li va a prendere con il pullman dell'Atac, messo a disposizione dal Comune di Roma.

"Questa decisione, se confermata come sembra purtroppo dalle nostre richieste di chiarimento - commenta la presidente dell'associazione, Gioia Passarelli - ci sconcerta e anche ci indigna. Il taglio del Comune, infatti, coinvolge, soggetti "deboli" per definizione e non trova alcuna giustificazione nell'esigenza che nessuno nega della razionalizzazione delle spese. 


Il sindaco Marino, che in altre circostanze ha mostrato sensibilità sulla condizione dei bambini detenuti non deve sottrarsi al nostro richiamo. Questo nostro appello - ha concluso la Passarelli - si rivolge a tutti gli altri soggetti del mondo del volontariato affinché si prendano iniziative unitarie contro un palese atto di ingiustizia".

Tunisia: arrestato il blogger Yassine Ayari, aveva "screditato" l'esercito su Facebook

La Repubblica
L'attivista era stato condannato in contumacia per la diffamazione di quadri militari. È stato prelevato dagli agenti al suo arrivo in aeroporto dalla Francia. È stato uno dei leader della rivoluzione dei gelsomini. 

L'attivista tunisino Yassine Ayari è stato arrestato ieri sera tardi al suo arrivo dalla Francia all'aeroporto di Tunisi. Lo riportano la stampa locale e quella francese. Radio France Internationale cita come fonte l'avvocato di Ayari, Samir Ben Amor, il quale spiega che l'arresto giunge perché l'attivista il 18 novembre scorso era stato condannato in contumacia a tre anni di prigione dalla giustizia militare con l'accusa di avere screditato l'esercito con dei post su Facebook. Il blogger si è opposto adesso alla condanna e l'udienza è stata fissata per il 6 gennaio. Il legale precisa però che il blogger non era stato avvisato né del processo a suo carico né della condanna, e sostiene che si tratti di un attacco al giovane per le sue posizioni politiche.

Samir Ben Amor punta il dito contro l'ancien regime di Ben Ali e sostiene che il suo cliente sia perseguito solo per le sue opinioni dal momento che ha annunciato l'appoggio al Cpr del presidente uscente Moncef Marzouki, il quale non è stato rieletto e nelle elezioni presidenziali di domenica è stato battuto dal leader di Nidaa Tounes, l'88enne Beji Caid Essebsi.

La procura militare, riporta la stampa francese, ha precisato che a carico del giovane ci sono tre capi di accusa: diffamazione di funzionari e quadri del ministero della Difesa, pubblicazione di indiscrezioni che rischiano di provocare confusione nelle unità militari e accuse di presunti responsabili di infrazioni finanziarie e amministrative senza presentazioni di prove.

Yassine Ayari, attivista già sotto il regime di Ben Ali, ha continuato a operare anche dopo la Rivoluzione dei gelsomini. Figlio del colonnello dell'esercito Tahar Ayari, ucciso a maggio del 2011 negli scontri con un gruppo di jihadisti a Rouhia nel nordovest della Tunisia, negli ultimi mesi si è mostrato molto critico nei confronti del partito Nidaa Tounes e del suo leader Essebsi, denunciando per esempio in un video il disprezzo per i martiri della rivoluzione espresso da alcuni sostenitori di Essebsi.

USA - Arizona e Oklahoma sfidano Onu. Giudice, ok a iniezione letale: "è più umana della forca"

Ansa
Oklahoma e Arizona sfidano l'Onu: entrambi gli Stati hanno dato nuovamente il via alle esecuzioni, fermate dopo la morte di due condannati sul lettino dell'iniezione letale dopo prolungate agonie. 


"L'iniezione letale è più umana della forca", ha giustificato il verdetto il giudice Stephen Friot della Corte Federale Distrettuale di Oklahoma City. 

La settimana scorsa l'Assemblea Generale dell'Onu aveva esortato gli Stati membri ad adottare una moratoria della pena di morte.

Mauritania, un giovane di 30 anni condannato a morte per aver criticato Maometto sul web

fanpage.it
Condannato a morte per aver criticato pubblicamente l’Islam. 

È quanto accaduto a un giovane mauritano, Mohamed Cheikh Ould Mohamed, condannato alla pena capitale per apostasia dell’Islam da un tribunale di Nouadhibou, nel nordest del paese africano. In particolare il giovane di 30 anni aveva scritto un articolo pubblicato su alcuni siti internet nel quale aveva criticato delle decisioni prese da Maometto argomentando le sue opinioni sull’Islam. 

Per questo motivo il giovane era stato arrestato circa un anno fa con l’accusa di aver “parlato con leggerezza del Profeta” e per lui era stata chiesta la pena di morte. Il codice penale mauritano infatti in caso di apostasia dell’Islam prevede la pena di morte. Durante il processo sono state diverse le manifestazioni nel paese che chiedevano la condanna a morte per il giovane e un avvocato locale che lo difendeva aveva rinunciato all’incarico per le minacce subite.

Il ragazzo si era scusato
L’uomo durante il processo si è scusato per le sue frasi e ha spiegato il perché avesse scritto quelle cose, ma purtroppo non è servito a risparmiargli la condanna. “Non volevo offendere Maometto, ma difendere uno strato della popolazione maltrattato, i fabbri” aveva spiegato il ragazzo, aggiungendo: “Se dal mio testo si è potuto comprendere quello di cui sono accusato io lo nego completamente e me ne pento apertamente”. 

In effetti nel suo articolo Ould Mohamed criticava in generale la società mauritana di perpetuare un “ordine sociale iniquo ereditato” dai tempi del Profeta. Al momento non si sa se la condanna sarà eseguita perché in Mauritania è in vigore la legge islamica e la pena di morte è ancora prevista, ma non è più stata applicata dal 1987.

Due suicidi in carcere tra Natale e Santo Stefano: negli ultimi 5 anni 19 detenuti si sono tolti la vita durante le festività natalizie

Ristretti Orizzonti
Il giorno di Natale, alle 7 di mattina, Cataldo Bruni, di 31 anni, si è impiccato con una corda rudimentale nel carcere di Trani (Bat). Stava scontando una condanna per detenzione di sostanze stupefacenti, pena che sarebbe terminata a febbraio prossimo.



Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre Massimiliano Alessandri, 44 anni, si è suicidato nel carcere Pagliarelli di Palermo impiccandosi con un lenzuolo. L’uomo aveva origini fiorentine, lavorava a Palermo come giardiniere, ed era appellante dopo una condanna in primo grado.

In 5 anni (2009-2014) ben 19 detenuti si sono tolti la vita nel periodo delle festività natalizie (24 dicembre-6 gennaio). Una frequenza doppia rispetto al resto dell'anno. 


I motivi vanno ricercati nell’accentuato senso di solitudine per la lontananza dalle famiglie, nella assenza di proposte “trattamentali” (con la sospensione dei corsi scolastici e delle attività lavorative) e nella riduzione, causa ferie, di un personale già sotto-organico durante il resto dell’anno (gli agenti di Polizia penitenmziaria salvano la vita a centinaia di detenuti ogni anno, spesso togliendo loro letteralmente la corda dal collo).

Da inizio anno salgono a 43 i detenuti che si sono tolti la vita: avevano un’età media di 40 anni, 37 gli italiani e 6 gli stranieri, 2 le donne. 

[...]

Le carceri nelle quali si sono registrate più vittime sono Napoli Poggioreale (4) e Padova Casa di Reclusione (3).

giovedì 25 dicembre 2014

Les étudiants bloqués à Gaza demandent à Israël la réouverture des points de passage

Info-Palestine.eu
Rasha Abou Jalal
Ville de Gaza, Bande de Gaza – La fermeture continue du passage frontalier de Rafah menace l’avenir des étudiants Palestiniens devant voyager à l’étranger pour poursuivre leurs études.


Cette situation a conduit à un mouvement estudiantin à Gaza qui appelle à la nécessité d’ouvrir le passage de Rafah sinon, le cas échéant, les autoriser à faire le voyage via le passage d’Erez qui est sous contrôle israélien.

Mohib Izz al-Din est un exemple parmi tant d’autres. Bloqué à Gaza, cet étudiant de 22 ans a réussi à obtenir une bourse d’études en Médecine en Ukraine. Cependant, la fermeture du passage frontalier de Rafah l’empêche d’avancer dans ses études.

Il raconte à Al-Monitor : « Nous comprenons parfaitement que la situation sécuritaire dans le Sinaï est compliquée, néanmoins, les autorités égyptiennes doivent elles aussi comprendre que nous avons droit à l’éducation et de ce fait, l’obligation d’atteindre nos universités. Nous, étudiants Palestiniens, ne représentons aucune menace pour la souveraineté et la sécurité égyptienne. »

Et d’ajouter : « Mon Visa pour l’Ukraine expire dans sept jours. Si je reste bloqué, le billet et son prix que j’ai dû emprunter à des proches partiront en fumée. Et ce n’est pas tout, la nouvelle année universitaire a déjà commencé et je ne suis pas en mesure de rattraper le retard, ce qui bouleversera nettement et sensiblement mes résultats et mon niveau. »

« Pourquoi sommes-nous interdits de voyager pour poursuivre nos études? Le droit international ne garantit-il pas les droits de chacun à étudier là où il souhaite? » s’indigne Izz al-Din.

Bassam Jadallah est un autre étudiant qui souffre du verrouillage des passages frontaliers. Si cela persiste, il craint que son diplôme et son cursus ne soient remis en cause, c’est pourquoi, il a décidé de créer une page sur les sites des réseaux sociaux pour mobiliser et appeler les étudiants bloqués à organiser un sit-in.

Dans son interview avec Al-Monitor, Jadallah a expliqué : « Les promesses ne manquent jamais. Cela fait plus de deux mois qu’on nous promet la réouverture de Rafah. Pourtant, rien n’a changé et nous réalisons que les autorités égyptiennes n’accordent aucune importance à n’importe quel besoin humanitaire palestinien. C’est dans cette optique que nos regards se tournent désormais vers l’option du passage d’Erez. »

Jadallah dit avoir collecté 1500 demandes d’étudiants pris au piège à Gaza, qu’il a ensuite transmis au Département des Affaires Civiles Palestiniennes, chargé de l’enregistrement des citoyens désireux de voyager par le passage d’Erez. « Toutefois, à ce jour, aucune décision nous autorisant à voyager à travers Erez ne nous a été délivrée, notamment à cause des complications énormes qu’Israël impose à ceux qui veulent traverser le passage, » souligne Jadallah.

Selon le Centre Juridique pour la Liberté de Circulation, Gisha, « Depuis mars 2006, la politique adoptée par Israël empêche les habitants de Gaza de traverser le passage d’Erez, à l’exception des cas humanitaires jugés extrêmes et exceptionnels. »

Le Centre ajoute : « Depuis juillet 2010, le nombre de Gazaouis enregistrés à Erez a atteint les 3000 citoyens par mois. Il s’agit principalement de commerçants et de malades voyageant avec leurs accompagnateurs afin de se faire soigner dans les hôpitaux d’Israël et de Cisjordanie. Ce chiffre a considérablement baissé depuis le déclenchement de la Seconde Intifada où, à l’été 2000, les Palestiniens circulant par Erez étaient estimés à plus de 26000. »

Pour Jadallah, la fermeture du passage frontalier de Rafah ne fait que compliquer le voyage et le déplacement des étudiants. Il explique : « Dans le cas où le passage d’Erez nous est ouvert, nous devrons d’abord traverser le territoire israélien et la Cisjordanie pour entamer de nouvelles procédures qui nous emmèneront en Jordanie. Tout cela pour que nous puissions à la fin rejoindre un aéroport à partir duquel nous voyagerons vers nos différentes universités étrangères. »

C’est donc le 20 novembre que Jadallah, en compagnie d’une dizaine d’autres étudiants bloqués, a protesté devant le Département des Affaires Civiles du Ministère des Affaires Étrangères. Les protestataires ont demandé au Président Palestinien Mahmoud Abbas d’intervenir en leur faveur pour qu’ils puissent voyager, dans les meilleurs délais, via le passage israélien.

Ils ont également brandi des banderoles où les slogans appelaient le Secrétaire-Général de l’ONU, Ban Ki-Moon, à intervenir pour mettre fin à leur souffrance et à œuvrer sérieusement à résoudre leur cause humanitaire.

Par ailleurs, une source officielle du Département des Affaires Sociales à Gaza a confié à al-Monitor : « Les Palestiniens autorisés à voyager à travers le passage d’Erez sont principalement des malades, des commerçants et des personnes de nationalités étrangères. »

La source qui a requis l’anonymat a poursuivi : « S’agissant des étudiants restés bloqués à Gaza, des discussions intensives entre la direction de l’Autorité Palestinienne et les autorités israéliennes sont en cours. L’enjeu est de permettre à ces étudiants de traverser Erez. Bien qu’aucun résultat n’ait à ce jour mené à une décision sérieuse, la partie israélienne a promis d’étudier le cas. »

La source a expliqué qu’ « Israël pourrait donner son accord pour certains étudiants et rejeter les demandes des autres. La question de qui peut voyager via Erez est soumise aux standards israéliens qui s’inscrivent souvent dans le cadre des prétextes liés à la sécurité. »

Rami Abdo, directeur du Réseau Euro-Méditerranéen pour les Droits de l’Homme à Gaza, a expliqué à al-Monitor : « Nous référant au droit international qui garantit le droit à l’éducation de chacun, nous estimons que le droit des étudiants palestiniens doit être protégé et préservé et que les points de passage doivent être ouverts afin de leur permettre de voyager et de ne pas se voir refuser le droit à l’éducation. »

Abdo a ajouté que les étudiants disposent du droit de voyager via le passage d’Erez, néanmoins, il confirme qu’Israël utilise des « prétextes peu convaincants liés à sa sécurité, » rien que pour empêcher les Gazaouis, toutes catégories sociales confondues, de voyager, chose qui le rend responsable juridiquement du blocage des citoyens car il doit assumer sa responsabilité envers le peuple palestinien sous occupation.

Il a également appelé la communauté internationale à « assumer sa responsabilité quant à la fermeture des passages dans la Bande de Gaza, à mesurer la nécessité d’exercer la pression sur Israël, à ne pas faire la sourde oreille et rester les bras croisés devant ce qui se passe, à ne pas permettre à Israël de punir les civils et à continuer d’accomplir ses tâches et fonctions qu’elle ne cesse de prôner en termes du besoin de l’application et du maintien des droits de l’homme. »