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lunedì 4 novembre 2013

GB - Rivolta nel carcere di Maidstone per le pessime condizioni di detenzione

www.studioconsulenzaromano.net
Circa 180 detenuti hanno dato vita a una rivolta nel carcere di Maidstone, nel Kent, contro le pessime condizioni di vita all’interno del carcere, che si sono deteriorate in seguito a un taglio del personale.

La protesta, che si è poi risolta senza incidenti, ha reso necessario l’intervento delle forze speciali.
Nella stessa cittadina, lo scorso 20 ottobre, è stato massacrato di botte il 19enne italiano Joele Leotta.

domenica 3 novembre 2013

Napoli: lo Stato non paga la Comunità terapeutica e i tossici sfrattati tornano in carcere

Il Tempo 
Mancano i soldi per l'affitto? La comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti, convenzionata con lo Stato (nella fattispecie la comunità Arcobaleno di Castel Volturno) un bel giorno viene sfrattata dal proprietario che non vedeva la pigione da mesi e tutti i tossicodipendenti in loco che stavano agli arresti domiciliari per curarsi, così come prevede l'unica norma che si salva all'interno della legge Fini-Giovanardi, vengono rispediti in galera con il timbro del Tribunale di sorveglianza di Napoli. 

Questa storia che ha dell'incredibile è stata raccontata giovedì scorso intorno alle otto di sera in una lunga intervista a Riccardo Arena, il meritevole conduttore di Radio carcere, rubrica bisettimanale che Arena tiene il martedì e il giovedì sera su Radio radicale, da uno degli ex "ospiti" della comunità in questione: il signor Eugenio, un giovane che stava scontando in comunità un residuo pena di oltre 4 anni e sei mesi per reati compiuti nel 2005 quando era tossicodipendente. Pena poi andata definitiva circa sette anni e mezzo dopo. Eugenio si trovava nella comunità sfrattata insieme ad altri 21 giovani, tutti nelle sue stesse condizioni di arresto domiciliare in comunità. Ciri stava lì da mesi come lui e chi da anni. Quasi tutti ormai rinati a una nuova vita dopo indicibili fatiche e sacrifici. Anche dei loro familiari.

Poi un bel giorno la burocrazia colpisce: lo Stato, le Regioni, non erogano più soldi per le comunità convenzionate per il recupero dei drogati. I proprietari dei terreni e dei fabbricati pazientano un anno, magari due.. Poi iniziano le procedure di sfratto esecutivo.

Totale? Secondo il drammatico racconto del ragazzo, che è stato mandato tre mesi a Poggioreale, dieci in una stanza (ed è stato il più fortunato perché poi almeno ha trovato un magistrato che si prendesse la responsabilità di rimandarlo a casa agli arresti in cura al Sert ndr), i 22 in cura si ritrovano sparpagliati per le carceri super affollate di mezza Italia. E lì ancora si trovano.

Lui, Eugenio, che era di famiglia ab -bastanza facoltosa, riesce a ottenere un provvedimento provvisorio del magistrato di Napoli che invece di rispedirlo subito in carcere lo affida per l'intanto a un Sert di Napoli con l'obbligo di controlli bisettimanali sulle urine e con una terapia psicanalitica. Il provvedimento però dopo due settimane non viene confermato dal tribunale di sorveglianza di Napoli, presieduto da Angelica Di Giovanni, magistrato già balzato agli onori della cronaca quando stava per mettere in carcere il giornalista Lino Jannuzzi anni orsono.

Poi dopo tre inutili mesi passati in una cella sovraffollata, in un carcere in cui circolava liberamente la droga come in quasi tutte le galere patrie, finalmente un altro tribunale di sorveglianza, stavolta a Santa Maria Capua Vetere, lo ha rimesso ai domiciliari consentendo a Eugenio di continuare a curarsi e a ricostruire la propria vita.

Questa vicenda che ha dell'inaudito, anche perché gli altri 21 ricoverati nella comunità Arcobaleno di Castel Volturno sono tuttora detenuti, non la avrebbe conosciuta nessuno se non esistesse Radio radicale e la rubrica Radio carcere. Che ha fatto di più per i detenuti e la giustizia sostanziale in Italia di quanto siano riusciti sinora a fare gli ultimi tre o quattro ministri guardasigilli.

di Dimitri Buffa

Morire di Carcere - 306 detenuti suicidi in 5 anni - Non solo sovraffollamento ma mancanza di dignità e speranza

Famiglia Cristiana
Sono 306 i detenuti suicidi nelle prigioni italiane, in meno di cinque anni. Di cui 103 stranieri e 203 italiani. Troppi. Un grave sintomo di un sistema al collasso, che non solo è sovraffollato e congestionato, ma che soprattutto toglie dignità e speranza ai reclusi.

Yassine El Baghdadi, 17 anni, è morto il 17 novembre 2009 nel carcere minorile Meucci di Firenze, dove era recluso da tre mesi per un tentativo di furto. Non ce la faceva più e ha deciso di farla finita: nel momento della doccia, ha bagnato e arrotolato un lenzuolo, l’ha legato stretto alle sbarre della finestra del bagno, è salito su una scarpiera, si è legato il lenzuolo al collo, si è lasciato cadere ed è morto impiccato. La sua era una storia di solitudine e disagio: «Se Yassine fosse stato italiano e avesse avuto alle spalle una “normale famiglia italiana”, non sarebbe mai finito in carcere», commentarono i volontari di Altro Diritto onlus, che da dieci anni frequentavano il Meucci.

Anche Francesco Pasquini, 77 anni, si è ucciso impiccandosi con un lenzuolo, nel carcere di Lanciano, il 3 febbraio 2013. Yassine e Francesco sono il più giovane e il più anziano tra i 306 detenuti suicidi nelle prigioni italiane in meno di cinque anni, dal 1 gennaio 2009. Di questi,103 erano stranieri e 203 italiani; 7 le donne, di cui 4 straniere.

Secondo l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, i detenuti suicidi sono per la maggior parte giovani: 4 avevano meno di 20 anni, 84 tra 21 e 30 anni, 101 un’età compresa tra i 31 e i 40 anni, 68 tra i 41 e i 50 anni, 34 tra i 51 e i 60 anni, 12 tra i 61 e i 70 anni e 3 oltre i 71.

L’impiccagione è risultato il “metodo” utilizzato con maggiore frequenza per togliersi la vita (222 casi), seguito dall’asfissia con il gas delle bombolette da camping in uso ai detenuti (59). Più rari i casi di avvelenamento con farmaci (16), soffocamento con sacchi di plastica (5) e dissanguamento (4). Tutte e 7 le donne si sono suicidate impiccandosi.

In quali carceri si è registrato il maggior numero di suicidi (10)? Non a caso, a Sollicciano (Firenze) e Poggioreale (Napoli), che sono anche quelle che soffrono maggiormente il sovraffollamento.

I numeri dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere parlano di un forte malessere “al di là del muro”, dove vivono 100 mila persone, tra carcerati e carcerieri. Un mondo in cui dovrebbero farsi strada la rieducazione, la legalità, il rispetto della dignità, per restituire alla società persone libere e responsabili. Per produrre, in definitiva, più sicurezza. Questo è il senso della pena detentiva, il significato imposto dalla Costituzione e dalle successive scelte riformatrici.

Eppure, la realtà è lontana anni luce. Il sistema carcere sembra aver gettato la spugna sua possibilità di trattare i detenuti con dignità e di “risocializzarli”. Continua a considerare la chiave il simbolo della sicurezza, ma più sono le mandate, più sale la recidiva.

Il carcere “chiuso”, senza progetti di recupero sociale, diventa un “cimitero dei vivi”, ma soprattutto è patogeno e criminogeno: produce il 70% dei recidivi in circolazione. Tutto ciò al prezzo di 116,68 euro al giorno per ogni detenuto.

OGGI I DETENUTI SONO QUASI 65 MILA, NEGLI ULTIMI 20 ANNI SONO PIÙ CHE RADDOPPIATI
Le gravi condizioni igieniche e di vivibilità, peggiorate dal cronico sovraffollamento – 147 detenuti per ogni 100 posti, tra i Paesi del Consiglio d’Europa fanno peggio solo Serbia e Grecia –, hanno trasformato la pena in tortura legalizzata: i cosiddetti ospiti sono costretti a vivere in celle anguste, con infiltrazioni d’acqua, umide, buie; fanno i turni per stare in piedi e sgranchirsi le gambe, mangiano a un passo dal water. In alcuni casi, dormono a terra su materassini di gommapiuma fetidi e rosicchiati dai topi, tra scarafaggi e insetti di vario genere.

C’è un dato su cui riflettere. Secondo il Centro Studi di Ristretti Orizzonti, «i suicidi sono cresciuti del 300%» dagli anni Sessanta ai giorni nostri. I motivi? Quarant’anni fa, «i detenuti erano prevalentemente criminali professionisti (che mettevano in conto di poter finire in carcere ed erano preparati a sopportarne i disagi), mentre oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall’emarginazione sociale (immigrati, tossicodipendenti, malati mentali), spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere».

Sul tema è intervenuto anche il Papa il 23 ottobre incontrando i cappellani delle carceri italiane. Francesco, raccontando che spesso la domenica telefona ai detenuti di Buenos Aires, ha detto: «È facile punire i più deboli, mentre i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque».

«Papa Francesco ha ragione, il nostro è un sistema penale classista», ha commentato Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone. «Non è un carcere per ricchi. In carcere troviamo i più poveri, due detenuti su tre fanno parte del sottoproletariato urbano. C’è chi sta dentro perché vende cd contraffatti».

Aggiunge Gonnella: «Nelle galere italiane abbiamo tassi di alfabetizzazione e malattie (Tbc e scabbia) che ci riportano all’Italia del secondo dopoguerra e dimostrano quanto detto dal Papa. Ventidue anni fa, i detenuti erano 31.053. 12 anni fa erano 55.393. Oggi sono 64.798. Il 35,19% è composto da stranieri. Il 39,44% ha un’imputazione o condanna per violazione della legge sulle droghe. Il 53,41% è dentro per reati contro il patrimonio. Solo il 10,2% ha una condanna o un’imputazione di mafia e dintorni. 24.364 detenuti (il 60,45% delle persone condannate) deve scontare una pena residua inferiore ai 3 anni. Sono 647 i detenuti in possesso di una laurea, 22.117 quelli con la licenza di scuola media inferiore, 789 gli analfabeti».


di Stefano Pasta

sabato 2 novembre 2013

Sri Lanka: torture contro detenuti tamil

ANSA
New Delhi - L'organizzazione internazionale umanitaria Human Rights Watch (Hrw) ha accusato le forze di sicurezza dello Sri Lanka di praticare decine di abusi sessuali e torture contro uomini e donne appartenenti alla minoranza tamil, sospetti ribelli o ex militanti del movimento separatista delle Tigri sconfitto nel 2009. 

E' quanto emerge da un rapporto presentato a New Delhi dove sono documentati 75 casi di stupro avvenuti tra il 2006 e il 2012 in carcere o in centri di detenzione segreti.

Mozambico - Manifestazioni per la pace da Beira a Maputo

MISNA
Migliaia di persone hanno manifestato oggi a Maputo e nella città di Beira per dire basta ai sequestri e chiedere pace e giustizia: lo dicono alla MISNA missionari che hanno partecipato ai cortei, convocati dopo recenti scontri tra militari ed ex ribelli della Resistenza nazionale del Mozambico (Renamo).

Secondo padre Leonello Bettini, un comboniano che vive a Beira, la seconda città del Mozambico, “migliaia di persone hanno chiesto più sicurezza e più sviluppo in un paese dove 21 anni dopo la fine della guerra civile quasi la metà della popolazione continua a vivere in condizioni di povertà estrema”.

I cortei sono stati convocati da organizzazioni della società civile, laiche e religiose. Una delle richieste di fondo è un maggiore impegno a tutela della pace, messa a rischio da agguati della Renamo e controffensive dell’esercito che si susseguono ormai da settimane. All’origine delle manifestazioni, del resto, c’è un aumento dei casi di sequestro da parte di gruppi criminali. Solo negli ultimi otto giorni ci sono stati dieci rapimenti, a Beira, a Maputo e nella vicina città di Motola.

A colpire in modo particolare l’opinione pubblica è stato il caso di un ragazzino di 13 anni di origini indiane, ucciso dai sequestratori dopo che i genitori avevano informato la polizia di essere pronti a pagare un riscatto. “In molti – dice padre Leonello – sostengono che invece di acquistare 30 navi da guerra, come annunciato di recente, il governo dovrebbe investire di più nel contrasto alla criminalità, negli ospedali e nei servizi sociali”.

Ad accrescere l’allarme sono state anche alcune risultanze giudiziarie. Lunedì in relazione a una serie di sequestri sono stati condannati anche ufficiali di polizia. Uno di questi, Arsenio Chitsotso, era membro di un corpo di élite responsabile della sicurezza del presidente Armando Guebuza.

Australia - Respinti i profughi ma per il governo è un successo

MISNA
Un successo, il piano di respingimento dei boat-people in navigazione verso le coste australiane, per il premier Tony Abbott. Operazioni affidate alla responsabilità dei militari e per questo non divulgabili nei dettagli, ma che hanno portato oggi il primo ministro a dichiarare: “La diga è chiusa, le barche stanno fermandosi”.
In carica dal 18 settembre, il premier aveva puntato molto in campagna elettorale sulla promessa di interrompere il crescente flusso di profughi verso il suo paese. Per questo, una volta eletto, aveva accentuato le misure preventive che prevedono il respingimento delle imbarcazioni verso i paesi di provenienza o verso l’Indonesia da dove abitualmente tentano l’ultimo passaggio verso l’Australia. Nei casi in cui questo non fosse possibile, è previsto l’arresto e l’invio dei boat-people nei centri offshore dell’isola di Manus in Papua-Nuova Guinea e in quello di Nauru. Affidando inoltre le operazioni di individuazione e di fermo alle Forze armate.

“Il cammino sarà ancora lungo – ha detto oggi Abbott – ma sono compiaciuto di poter dire che le barche stanno fermandosi, arrivano ora a un ritmo del 10% rispetto a quanto succedeva con il precedente governo fino a luglio”. Secondo i dati del premier, gli arrivi che sotto la precedente amministrazione laburista avevano raggiunto i 50.000 all’anno sono ora ridotti drasticamente.

Dati in linea con quanto comunicato venerdì scorso nel suo rapporto settimanale dal ministro dell’Immigrazione, Scott Morrison, secondo cui solo due imbarcazioni erano state intercettate la scorsa settimana e solo una in quella precedente.

Questo mese l’Australia ha firmato un accordo con la Malesia che blocca nel paese molti – circa la metà dei profughi complessivi – che qui arrivavano dal Medio Oriente e l’Asia meridionale prima di ripartire verso l’Indonesia e l’Australia.

venerdì 1 novembre 2013

Il vescovo e 70 parroci in visita al carcere - Il "ponte" di Palmi tra carcere e comunità cristiana

Avvenire
Un "ponte" tra carcere e comunità cristiana. E farlo fisicamente, andando oltre quelle altissime mura. Lo hanno fatto ieri il vescovo di Oppido-Palmi, Francesco Milito, e una settantina di parroci della diocesi. 


Tutti insieme nella casa circondariale di Palmi, carcere storico ma anche attualissimo. Venne, infatti, creato nel 1979 dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora responsabile per le carceri, soprattutto per ospitare i terroristi. Ma poi nel tempo è diventato il carcere dei mafiosi. Tre sezioni di massima sicurezza, una di media, una capienza di 120 detenuti, ma ne ospita circa 300, come spiega il cappellano, don Silvio Mesiti, qui da 40 anni, praticamente dalla sua apertura. Carcere complesso, anche perché i detenuti sono in gran parte in attesa di giudizio e, quindi, problematici per recupero e reinserimento. Una bella sfida, dunque, quella che la diocesi ha deciso di accettare.

«Siamo venuti qui a scuola dagli operatori del carcere», ha sottolineato monsignor Milito, spiegando che nel prossimo anno diocesano della Carità «la questione carcere sarà tenuta viva costantemente». L’incontro «è l’inizio di un rapporto che permetta alla diocesi di prendere di petto questa realtà nel campo pastorale». «Fare un ponte col mondo esterno», dunque, come ha sottolineato anche il direttore Romolo Pani (erano presenti il comandante della polizia penitenziaria, il capo del’area educativa e il magistrato di sorveglianza), affermando che «questo è uno degli obiettivi dell’amministrazione penitenziaria, per preparare i detenuti al loro reinserimento».

Soprattutto per un carcere, come quello di Palmi, che al territorio è legato per le presenze di molti detenuti provenienti dai paesi della diocesi. Per questo, spiega ancora il vescovo, le parrocchie sono state invitate a lavorare «facendo scoprire del carcere tutte le sfaccettature, dai detenuti ai loro familiari». Una riflessione che fanno anche alcuni parroci. «Il carcere nonostante sia a due passi da noi, è sempre stato un luogo misterioso, eppure ospita tanti dei nostri – dice don Nino, parroco di Drosi –. Ognuno di noi parroci ha qualcuno lì dentro. È stata una forte esperienza: pregare nella cappella dove pregano loro, camminare nei corridoi dove camminano, entrare nel loro vissuto». Ma poi, aggiunge, «dobbiamo sempre ricordare che noi viviamo ogni giorno con le loro famiglie: il loro mondo lo abbiamo noi, non il carcere. Per questo il dialogo col carcere è necessario».

Ne è convinto anche don Pino, parroco di Polistena. «Dobbiamo impegnarci soprattutto col carcere che abbiamo nel nostro territorio. Io ho più di 50 detenuti tra i miei parrocchiani e quindi devo impegnarmi di più coi familiari. Oltre che andare dai carcerati dobbiamo andare da loro. Come Chiesa non lo abbiamo sempre fatto, e lo dico con rammarico». Ora vescovo, parroci e operatori del carcere lanciano «un appello al territorio per una vera condivisione con chi pur privato della libertà deve mantenere la propria dignità», come sottolinea don Pasquale, parroco di Gioia Tauro. «La nostra vuole essere una Chiesa che guarda con carità a questo mondo». 

 Lo ha ripetuto proprio il Papa nel recente incontro coi cappellani, ricordato da don Silvio. «Ci ha detto "dite ai carcerati che il Papa è vicino a loro e Gesù Cristo entra nelle celle di ognuno". Il carcere - aggiunge il cappellano di Palmi - non deve essere un’isola e interroga i sacerdoti sul fronte della prevenzione e del reinserimento».

Il ponte ora è gettato, il lavoro è solo all’inizio. E dopo l’incontro con gli operatori ci sarà prossimamente uno con i detenuti. «È come se finalmente due desideri si incontrassero – riflette ancora don Nino –. Pensavamo che tra i nostri mondi ci fosse un muro e invece non c’era». Un impegno che il vescovo e i parroci hanno poi posto nella cappella del carcere davanti a Cristo, in un’intensa e inusuale adorazione eucaristica. «Un’impressione molto forte – commenta un parroco –. Mi sono girato verso un confratello e gli ho detto: "È la prima volta che mi inginocchio davanti a Gesù in carcere"».