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martedì 7 maggio 2013

Italia - Immigrazione- Ancora 714 gli immigrati in carcere per reato di cladestinità

Redattore Sociale
Secondo i dati del ministero della Giustizia, si tratta di persone in cella per i reati previsti dalla legge 286/98, vale a dire irregolarità dei documenti di soggiorno, trasporto di stranieri in Italia, violazione dell’obbligo di abbandono del territorio Secondo il ministero della Giustizia negli istituti penitenziari italiani sono 1.906 gli immigrati reclusi con ascritti i reati di cui alla legge 286/98 (Testi unico sull’immigrazione, la c.d. “Turco-Napolitano”). 

I 1.906 detenuti stranieri hanno a loro carico diverse fattispecie di reato. In particolare, 83 persone sono detenute per violazione dell’art. 5 (contraffazione o alterazione di un visto d’ingresso o di reingresso, permesso di soggiorno, carta o contratto di soggiorno, o documenti necessari per il loro rilascio; semplice uso di un documento contraffatto o alterato), 899 persone hanno invece violato l’art. 12 (promozione, organizzazione, finanziamento o effettuazione del trasporto di stranieri non comunitari in territorio italiano; favoreggiamento della permanenza illegale dello straniero in Italia; ecc...), 298 persone per violazione dell’art. 13 (violazione dell’obbligo di abbandono del territorio italiano, rientro in Italia dello straniero espulso) e 714 persone per violazione dell’art. 14 (Violazione dell’ordine di lasciare l’Italia entro 7 giorni, contravvenzione anche a una sola delle misure cautelari in alternativa al trattenimento nel Cie). 

Ovviamente non è possibile ottenere il totale (che risulta superiore ai 1.906 reclusi prima citati) semplicemente sommando i soggetti per tipologia di reato, in quanto a ciascun detenuto possono corrispondere violazioni distinte. Come visto, inoltre, risultano tuttora presenti nelle carceri italiane detenuti con ascritti reati di cui all’art. 14, in quanto entrati prima dell’esclusione della reclusione per questo articolo e incriminati anche per altri motivi. “Attualmente - segnala il ministero - non risultano presenti detenuti ai quali corrisponda esclusivamente la violazione dell’art. 14 Tu 286/98”. Giova ricordare che la violazione di reati legati alla legge sull’immigrazione non è certo della causa prevalente di detenzione per gli immigrati, visto che in cima alla lista (dati aggiornati al 31 dicembre scorso) troviamo la violazione della legge sulla droga (11.110 detenuti), i reti contro il patrimonio (9.739), i reati contro la persona (7.579) e i reati contro la pubblica amministrazione (3.251 detenuti).

lunedì 6 maggio 2013

India - Orissa - Rinviata l'udienza per la liberazione di sette cristiani innocenti, accusati senza alcuna prova dell'omicidio di unleader indù

Asianews
Il giudice della Fast Track Court di Phulbani ha dichiarato chiusa la sua corte e affidato il caso a un tribunale regolare. Esso potrebbe impiegare altri anni per chiudere il processo. I sette sono accusati dell’omicidio di un leader indù, che scatenò i pogrom anticristiani del 2008. I maoisti hanno sempre rivendicato l’assassinio.
Per l'ennesima volta, il giudice della Fast Track Court di Phulbani ha rinviato di proposito l'udienza per la liberazione di sette cristiani innocenti, accusati senza alcuna prova dell'omicidio del leader indù Laxamananda Saraswati, la cui morte nel 2008 scatenò i violenti pogrom dell'Orissa. La nuova seduta è prevista per il prossimo 22 maggio. Sono ormai quattro anni e mezzo che questi uomini languono nelle carceri del Kandhamal, vittime di processi farsa, nonostante i maoisti abbiano sempre rivendicato la responsabilità dell'assassinio.

L'udienza che i sette cristiani e le loro famiglie aspettavano da tempo era prevista il primo aprile scorso. Quel giorno però il giudice ha annunciato che la sua corte avrebbe chiuso, e che quindi il caso passava in mano a un tribunale regolare (Session Court). Le Fast Track Courts sono dei tribunali speciali, istituiti dopo i pogrom dell'Orissa per cercare di velocizzare i processi.

Una volta in mano a una Session Court, il caso potrebbe subire ulteriori ritardi. Quando vennero creati, questi tribunali miravano a concludere un processo in modo rapido: ascoltando tutte le parti un giorno dopo l'altro. Ma le scappatoie procedurali e l'accumularsi di altri casi hanno trasformato i procedimenti in un continuo rinvio, impantanando l'intero sistema giudiziario indiano in modo quasi inestricabile.


Convinte che fosse arrivato il giorno di riabbracciare i loro mariti, sei delle sette mogli insieme ai rispettivi figli si sono recate al centro pastorale di Konjamendi, che sin dall'inizio della vicenda offre assistenza e sostegno ai cristiani detenuti e alle loro famiglie. Così, il 18 marzo scorso queste donne e 12 ragazzi e ragazze hanno incontrato i pastori Prasan Pradhan, Sushant Pradhan e Sunil Parichha, Sajan George - presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic) - e fratel Markose. Insieme hanno ripercorso i momenti dell'arresto dei loro uomini e poi hanno pregato insieme. Il giorno dopo i leader religiosi hanno accompagnato tutte loro nella prigione di Phulbani, per visitare i mariti. Al termine della giornata, i pastori hanno riaccompagnato le famiglie nelle loro case a Kotagad.


I vescovi delle Isole Salomone dicono "no" alla pena di morte

Radio Vaticana
La Chiesa cattolica “si oppone fortemente alla pena di morte. Meglio la prigione a vita con lavori forzati come pena alternativa per i colpevoli di gravi crimini”, inclusi “rapimento, omicidio e rapina a mano armata”: è quanto ha detto mons. John Ribat, arcivescovo di Port Moresby, nelle Isole Salomone. Il presule è così intervenuto in un momento in cui, nel Paese, viene portata avanti una campagna pro-pena capitale, contrastata dalla Chiesa e da altri settori della società che promuovono, invece, una moratoria e l’abolizione della condanna a morte. “Nessuna vita può essere eliminata – ha ribadito mons. Ribat – Non abbiamo alcun diritto di fare questo, ma abbiamo quello di rendere migliore la vita delle persone”. Quindi, pur evidenziando la necessità che il sistema giudiziario sia fermo nell’affrontare il crimine, mons. Ribat lancia un appello affinché si incoraggi la pace e sottolinea la volontà della Chiesa di “lavorare insieme al governo per attuare programmi che aiutino lo sviluppo integrale e positivo delle persone”. Infine, l’arcivescovo di Port Moresby esorta al rispetto delle donne, spesso vittime di stupro e violenze. (I.P.)

Nigeria - ONU - Gravi violazioni dei diritti umani nel contrasto al terrorismo

MISNA
Rispettare i diritti umani e evitare ogni ricorso eccessivo alla forza durante le operazioni sul terreno: a due settimane dalla strage di Baga, è questo il monito rivolto dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani alle forze di sicurezza della Nigeria e al governo centrale di Abuja. 
In una nota diffusa a Ginevra, l’organismo delle Nazioni Unite sottolinea che interventi dell’esercito come quello attuato lo scorso 16 aprile nello Stato settentrionale di Borno non fanno che “alimentare il risentimento delle popolazioni locali, quando civili vengono uccisi e abitazioni sono danneggiate o distrutte”. Durante e dopo una vera e propria battaglia tra truppe nigeriane e combattenti del gruppo estremista di Boko Haram, attivo da anni nella regione nord-orientale, il 40% del villaggio di pescatori di Baga, affacciato sul Lago Ciad, è stato raso al suolo dalle fiamme. Alla perdita di più di 2200 case si è aggiunto un pesante bilancio che si aggira tra le 187 e le 220 persone uccise, di cui un numero imprecisato di civili, e più di 80 feriti.
“Siamo molto preoccupati per l’elevato numero di vittime, tra cui molti civili, per le massicce distruzioni di abitazioni e per l’ingente flusso di sfollati nel nord-est della Nigeria” prosegue il comunicato. Rivolgendosi al governo del presidente Goodluck Jonathan, l’Alto commissariato Onu per i diritti umani sollecita “un’inchiesta approfondita ed imparziale su questo episodio” e “ulteriori sforzi per garantire la sicurezza della gente nel rispetto dei diritti umani”.
Rinnovando il proprio appello a favore di “sforzi concertati per sradicare le cause profonde delle ripetute ondate di violenze” nel nord-est del paese, l’istituzione Onu accoglie con favore la creazione da parte dell’esecutivo di un organismo incaricato di mettere a punto un programma di amnistia e di disarmo. “Le autorità nigeriane devono però assicurarsi che non godranno dell’amnistia né dell’impunità sia gli esponenti di Boko Haram che gli stessi membri delle forze di sicurezza responsabili di gravi violazioni dei diritti umani” conclude il comunicato.

domenica 5 maggio 2013

La svolta della cassazione: Non esiste nessuna emergenza rom - Fermaregli sgomberi

Frontiere News
Non esiste nessuna “emergenza nomadi”. Gli sgomberi forzati dei campi rom devono essere immediatamente bloccati in tutta Italia. Il“Piano Nomadi” della giunta Alemanno, predisposto dal Prefetto Giuseppe Pecoraro per la città di Roma e responsabile, fra l’altro, dell’abbattimento del campo di Tor De’ Cenci, è da cancellare. Le persone di etnia rom e sinti hanno diritto ad accedere alle case popolari.

Lo afferma la Corte di cassazione, con la sentenza in cui dichiara definitivamente illegittima “l’emergenza nomadi” proclamata dal governo Berlusconi il 21 maggio del 2008.La Corte Suprema di Cassazione ha rigettato il ricorso del governo italiano, richiesto dall’allora premier Mario Monti il 15 febbraio 2012, alla sentenza del Consiglio di Stato. Nel novembre 2011, infatti, il Consiglio di Stato aveva già espresso, con la sentenza n. 6050, l’imperativo di porre fine alla cosiddetta emergenza, in seguito al primo pronunciamento del Tar del Lazio sul ricorso delloEuropean Roma Rights Center e di una famiglia rom. Anche in quel caso, si affermava “l’illegittimità del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008”.

La sentenza è una svolta epocale per tutti movimenti, politici e non, che si battono in difesa dei diritti di rom e sinti. Una grande vittoria per Amnesty International, che da 5 anni si oppone alle massicce violazioni dei diritti umani conseguenti al provvedimento del governo nei confronti delle comunità rom. Jezerca Tigani, vicedirettrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. ha subito rilasciato una dichiarazione: “La cosiddetta ‘emergenza nomadi’ ha condotto a un livello senza precedenti di discriminazione nei confronti dei rom. Siamo felici che la Corte di cassazione abbia finalmente protetto i loro diritti”. Forte plauso anche da parte dell’Associazione 21 Luglio, onlus apartitica presente negli insediamenti informali dei rom e impegnata nella lotta alla discriminazione, che ricorda le terribili criticità registratesi durante l’emergenza: “la chiusura della stagione emergenziale, sancita definitivamente dalla Corte di Cassazione, chiude una delle pagine più buie dei diritti umani delle comunità rom e sinti in Italia. Il periodo dell’emergenza aveva scandito la nascita di diversi Piani Nomadi, attraverso i quali, in alcune città italiane, politiche discriminatorie e segregative avevano causato sistematiche violazione dei diritti delle comunità rom e sinte. Dietro la giustificazione di un presunto “stato di emergenza”, le autorità delle città interessate, in deroga alle normative vigenti, hanno promosso politiche segnate da schedature etniche, costruzione di mega campi mono-etnici e azioni di sgombero forzato”. Festeggiano anche SEL e Rifondazione Comunista.

L’ “emergenza nomadi” del 2008, adesso dichiarata illegittima e inesistente senza possibilità di ricorso, venne proclamata il 21 maggio, quando l’allora presidente Berlusconi dichiarò, con decreto, lo “stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”, nominando commissari delegati i prefetti di Roma, Napoli, Milano al fine di realizzare “tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza” in Lazio, Campania, e Lombardia. Lo stato di emergenza, di durata annuale, avrebbe dovuto terminare a maggio del 2009, ma venne prorogato al 31 dicembre del 2010 ed esteso alle regioni del Veneto e del Piemonte. Nelle cinque regioni interessate, il decreto venne ulteriormente prorogato al 31 dicembre 2011, quando subì la prima battuta d’arresto da parte della sentenza del Consiglio di Stato.

Rossella De Falco

sabato 4 maggio 2013

Dal Cardinale Sepe l’appello al Paese: “serve più dignità per il mondo del carcere”

Volontariato Oggi
NAPOLI. Il seminario “La revisione critica ai tempi del sovraffollamento” è stato aperto da Franco Esposito, presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia Campania. “Proponiamo -ha detto Esposito- nuove letture che toccano la vita, le relazioni, l’incontro. Per realizzare il sogno di un mondo senza carceri che facciano pagare solo le pene, ma un mondo in cui ci sia una realtà che faccia prendere coscienza del male e inviti a cambiare”.

Un saluto agli organizzatori è giunto anche dal Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe il quale ha scritto agli organizzatori, ribadendo la “necessità, per una vera rinascita di quanti hanno sbagliato e sono reclusi, di esprimere loro vicinanza e sostegno indicando con gesti concreti che è possibile una vita nuova nella solidarietà”. Così come -ha scritto Sepe- sono necessarie condizioni più dignitose di vita ed evitare il sovraffollamento”.

È stata poi la presidente nazionale del Seac ad avviare i lavori, ribadendo come la pena si fonda su alcuni principi e la misura in cui sono dosati decide il sistema penale che si vuole costruire.

“La Costituzione -ha detto la Prodi- dichiara esplicitamente la “finalità rieducativa” e sono partite nei decenni scorsi molte idee come quella del trattamento e della collaborazione fra territorio e carcere. Il sistema delle misure alternative rappresenta un’alternativa valida perché diminuisce il tasso di recidiva.
Tutto il processo trattamentale, e la possibilità di aiutare la persona ad uscire dal proprio passato, andrebbe letto alla luce dei 65.000 detenuti di fronte ad una capienza di 47.000 posti e della scarsità di educatori e magistrati di sorveglianza. Queste cifre significano anche una sconfitta dei processi rieducativi perché quando si è in troppi non si riesce a fare rieducazione”.

venerdì 3 maggio 2013

Rapporto del Consiglio d'Europa - Carceri, Italia terza persovraffollamento in Europa


La Repubblica

Rapporto del Consiglio d'Europa. Grave anche dato sui detenuti in attesa di giudizio. Una guardia ogni due carcerati


STRASBURGO - Dopo Serbia e Grecia, è l'Italia il paese del Consiglio d'Europa con il maggior sovraffollamento nelle carceri, dove per ogni 100 posti ci sono 147 detenuti. L'Italia è anche al terzo posto per numero assoluto di detenuti in attesa di giudizio, dopo Ucraina e Turchia. Questi sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto del Consiglio d'Europa sulla popolazione carceraria nei 47 Stati membri, fotografata al settembre 2011.

Tra i 47 Stati membri del Consiglio d'Europa solo 5 hanno superato la soglia dei 130 detenuti per 100 posti disponibili: Cipro, Ungheria, Italia, Grecia e Serbia. Ma quello del sovraffollamento, come emerge dal rapporto del Consiglio d'Europa sulla popolazione carceraria, è un problema che tocca anche altri 19 Stati membri. L'Italia ha tuttavia anche un'altra maglia nera. E' infatti, dopo Ucraina e Turchia, il paese con più detenuti in attesa di un primo giudizio, 14.140 su un totale di 67.104 carcerati, cioé il 21,1%. L'Ucraina ne ha quasi 18 mila ma su un totale di oltre 158 mila detenuti, mentre in Turchia ci sono quasi 36 mila persone in attesa di giudizio su una popolazione carceraria di quasi 127 mila detenuti. Lo Stato che dopo l'Italia ha più persone in attesa di giudizio in carcere è la Francia: 12.561 persone su un totale di 72.326 detenuti. L'Italia è infine il secondo paese, dopo la Spagna, ad avere in termini assoluti il maggior numero di condannati in via definitiva per reati connessi alla droga: 14.868 su 37.622, cioé quasi il 40%. La Spagna ne ha 15.551 ma su un totale di quasi 60 mila condannati in via definitiva.

ITALIA, 1 GUARDIA PER 2 DETENUTI - In Italia, al settembre 2011, c'erano 35.458 guardie carcerarie per 67.104 detenuti, ossia una guardia carceraria ogni 1,9 detenuti. Un rapporto più favorevole di quello che si registrava nello stesso momento in Francia, Germania, Inghilterra e Galles, dove per ogni guardia c'erano tra i 2,6 e i 2,8 detenuti, anche se questi Paesi non soffrono del fenomeno del sovraffollamento carcerario come l'Italia. E' quanto emerge dal rapporto sulla popolazione carceraria pubblicato oggi dal Consiglio d'Europa, da cui risulta anche che l'Italia nel 2010 ha speso, escludendo le spese mediche, 116,68 euro al giorno per ogni detenuto. Allo stesso tempo la Francia e la Germania, che prendono in considerazione anche le spese mediche, ne hanno spesi rispettivamente 96,12 e 109,38.

DONNE DETENUTE APPENA 5,3% IN TUTTA EUROPA - Su 67.104 persone detenute in Italia le donne sono solo 2.887, cioé il 4,3%. Una percentuale che non varia di molto negli altri paesi del Consiglio d'Europa, dove in totale le donne in prigione sono il 5,3%. Secondo Marcelo Aebi, professore di criminologia all'università di Losanna, e autore del rapporto sulla popolazione carceraria pubblicato oggi dal Consiglio d'Europa, questa bassa presenza femminile si spiega principalmente col fatto che "le donne compiono meno atti violenti degli uomini". "C'é chi ritiene che sia dovuta anche a un diverso trattamento che i sistemi giudiziari riservano alle donne", dice il professor Aebi, portando ad esempio il fattore figli che giocherebbe a favore delle donne ma non degli uomini. "Io ritengo però che questo spieghi solo in minima parte la differenza", sottolinea l'autore del rapporto. Delle 2.887 donne in carcere in Italia al settembre 2011, il 40,7% era di origine straniera, a fronte di una popolazione carceraria totale proveniente da paesi terzi del 36%. Le detenute in attesa di un primo giudizio erano invece il 42,3%, una percentuale doppia rispetto a quella del totale delle persone detenute in attesa di giudizio che è del 21,1%.