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giovedì 4 aprile 2013

La ONU critica la nueva ley húngara que criminaliza a los «sin techo»

ABC.es
Prohíbe dormir en la calle a las 30.000 personas sin hogar en un país con insuficientes refugios para ellos

La ONU criticóeste miércoles una reciente enmienda de la Constitución de Hungría que autoriza a las autoridades nacionales y municipales a prohibir dormir en espacios públicos y «criminaliza a las personas sin hogar», unas 30.000 en este país.

«El Gobierno está institucionalizando la criminalización de los sin techo y promoviendo su estigmatización. Esta reforma fomenta los prejuicios e impide el disfrute de los derechos fundamentales por parte de las personas sin hogar», señaló la relatora especial de la ONU sobre la pobreza extrema, Magdalena Sepúlveda.

La relatora especial para una vivienda digna, Raquel Rolnik, advirtió de que la prohibición de dormir en los espacios públicos, en un contexto de alternativas limitadas de alojamiento para los sin techo y personas con escasos recursos, es «contraria a los derechos humanos de la igualdad y la no discriminación».
Reforma apresurada

Rolnik señaló que en Hungría el espacio en los centros de refugio es insuficiente y que el Gobierno no dispone de un plan para atender a las 30.000 personas que viven en la calle en el país.

Las dos relatoras urgieron al Gobierno húngaro a retractarse de esta modificación constitucional y expresaron su preocupación porque este proceso de enmienda se llevó a cabo de forma apresurada y sin tiempo para realizar una consulta popular.

Immigrazione: penalisti visitano Cie di Milano; luoghi di detenzione peggiori del carcere

Dire
Ieri una delegazione di avvocati dell'Unione delle Camere Penali composta dai membri della Giunta Vinicio Nardo e Manuela Deorsola, dai membri dell'Osservatorio carcere Antonella Calcaterra, Michele Passione e Mirko Mazzali, dal presidente della Camera Penale di Milano Salvatore Scuto e dai membri del direttivo Giovanni Bellingardi e Francesco Sbisa, si è recata in visita presso il Centro di Identificazione ed Espulsione di Milano. Qui i penalisti hanno potuto registrare la presenza di 52 uomini e 5 transessuali, per una capienza massima di 84 posti consentita dai settori attualmente aperti. Oltre agli operatori della Croce Rossa - 31 a rotazione - nella struttura prestano servizio due mediatori, un medico dalle ore 12 alle 21 e un infermiere 24 ore su 24.

"I Cie sono dei luoghi di detenzione a tutti gli effetti e privi delle garanzie che sono proprie delle carceri", affermano i penalisti. Infatti, "sebbene manchino le condizioni di sovraffollamento tipiche degli istituti di pena e le stanze rimangano aperte, i reparti dove vivono le persone trattenute sono chiusi a chiave e gli spazi all'aperto loro riservati sono angusti. Inoltre - spiegano - rispetto al carcere, dove i detenuti sanno di cosa sono accusati e quanto dovranno rimanere ristretti, all'interno del Cie gli ospiti non sanno quando usciranno; e li preoccupa constatare che dentro con loro ci sono persone trattenute anche da un anno, in balia dell'incertezza ma anche dell'ozio, visto nella struttura non ci sono biblioteche, né corsi di alfabetizzazione o attrezzature sportive. Ne deriva un'atmosfera di spaesamento che si traduce in molteplici, quanto generiche, domande di aiuto che il trattenuto rivolge al visitatore.

Se si aggiunge che per due terzi si tratta di ex detenuti che sono passati direttamente dal carcere al Cie, vedendosi così negare non solo la libertà che avevano atteso contando i giorni, ma anche l'assistenza sanitaria di cui godevano in carcere, allora si capisce come il tasso di afflizione di questi centri sia addirittura maggiore del carcere.

Nel Cie - continuano i penalisti - si rimane per lo più "in attesa di identificazione" e, considerato che al 95 per cento gli ospiti sono stati ristretti in un carcere, quindi sono stati certamente identificati da varie amministrazioni dello Stato, appare evidente come la struttura non serva a risolvere, ma semmai costituisca essa stessa un problema. Un problema che, peraltro, detto per i duri di cuore, ha un notevole costo economico per le pubbliche finanze".

L'unica riforma possibile è la chiusura dei Cie
"L'unica riforma possibile è la chiusura dei Cie". A dirlo è il presidente della Camera Penale di Milano, Salvatore Scuto, all'uscita del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) in via Arcangelo Corelli a Milano. Secondo gli avvocati aderenti alle Camere Penali dunque, non ci sono possibilità di riforma ma l'unica via è la chiusura dei centri. Secondo i dati della Croce rossa, nel 2012 in via Corelli ci sono stati 871 nuovi ingressi, (734 maschi e 137 trans). Le uscite, in totale, 843.

Questa mattina una delegazione dell'Unione delle Camere Penali italiane e della Camera Penale di Milano, ha visitato il Cie per verificare le condizioni degli ospiti e della struttura. Ad entrare nel Centro di identificazione ed espulsione, oltre a Scuto, sono stati Vinicio Nardi e Manuela Deorsola (giunta dell'Ucpi); Antonella Calcaterra, Mimmo Passione e il consigliere comunale Mirko Mazzali (componenti Osservatorio carceri Ucpi); Giovanni Bellingardi, Giampaolo Del Sasso e Francesco Sbisa (membri del direttivo degli avvocati aderenti alle Camere Penali).

"Questo - ha commentato Scuto - non è un carcere, è peggio. È un non carcere, una struttura ideologica e inutile che serve solo a tranquillizzare la pancia di questo Paese". All'interno del Cie "la situazione non è delle migliori" e "chi è dentro, non capisce perché si trova qui e non sa quando uscirà". C'è un extracomunitario, ad esempio, "che si trova nel centro da oltre un anno". Inoltre "si tratta di persone che non hanno fatto nulla e si trovano qui solo perché non sono identificabili". Secondo gli avvocati il Cie "è un cucchiaino d'oro (perché costa molto) con cui si cerca di svuotare il mare dell'immigrazione". Mazzali, infine, riferisce di aver visto una dozzina di poliziotti "che controllano le persone nel centro e che, invece, potrebbero essere reimpiegati in modi più utili".

Arabia Saudita: Amnesty denuncia; rese paralitico un amico, subirà la stessa pena

AGI
Amnesty International ha rivolto un appello all’Arabia Saudita perché fermi la condanna alla paralisi di un uomo. L’organizzazione, che ha sede a Londra, rilancia una notizia data dai giornali sauditi sulla vicenda di un 24enne, da dieci anni in carcere, perché quando aveva 14 anni pugnalò un amico, rendendolo paraplegico. Recentemente la giustizia saudita ha deciso che Ali-Khawahir venga reso paralitico se non paga un indennizzo di un milione di riyals (circa 250mila euro). È l’applicazione della cosiddetta “qisas”, la retribuzione, vigente in Arabia Saudita e che segue la legge del taglione, “occhio per occhio”. “Paralizzare qualcuno come punizione sarebbe una tortura”, ha denunciato Ann Harrison, vicedirettore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa, parlando di condanna “assolutamente scandalosa”. Secondo Amnesty, un’analoga punizione fu imposta nel 2010, ma non si è mai saputo se sia stata effettuata. Il regno musulmano ultraconservatore riserva vari tipi di punizioni corporali, ispirate alla “sharia”, la legge islamica (fustigazione, amputazione, estrazione di occhio o dente, decapitazione).

Giustizia: fino a tre detenuti per un solo posto, in cella mai così tanti

Avvenire
Un atto d'accusa durissimo. Le carceri italiane "sono più affollate oggi che prima dell'indulto del 2006" e "lo sono più che le carceri delle altre democrazie europee", in alcuni istituti italiani "si superano i 3 detenuti per posto" e "l'80% degli istituti ha più detenuti che posti regolamentari", il sovraffollamento carcerario "non dipende dall'aumento dei detenuti: Paesi con livelli di crescita della detenzione più alti del nostro controllano meglio di noi il sovraffollamento carcerario".

Come racconta una ricerca, comparata a livello europeo, sulla popolazione penitenziaria e sulle condizioni detentive della Fondazione Istituto Carlo Cattaneo. Le carceri italiane ospitano mediamente "140 detenuti ogni 100 posti disponibili in base alla capienza regolamentare" (dati primo bimestre 2013) - si legge, ma "in alcuni istituti si supera anche quota 300" e quindi per ogni posto si contano 3 detenuti. Anche grandi penitenziari "come San Vittore a Milano o la Dozza a Bologna superano quota 200".

Così, nel complesso - annota la ricerca -"su 209 istituti presi in esame, 23 registrano oltre 200 detenuti per 100 posti e ben 167, l'80%, ha più detenuti che posti a disposizione". E solo il 20% delle carceri italiane ha posti a disposizione sufficienti rispetto ai detenuti ospitati. Sul fronte comparativo, secondo l'Istituto Cattaneo "non solo l'Italia ha livelli di sovraffollamento carcerario ben superiori a quelli delle altre democrazie europee, ma anche gli attuali livelli del nostro Paese sono l'esito di una tendenza decennale alla crescita del tutto anomala rispetto al resto d'Europa". Ed a sorprendere è soprattutto l'osservazione di quanto accade a partire dal 2006: "Il Parlamento votò un provvedimento di indulto che ebbe come effetto immediato la riduzione drastica del sovraffollamento". E per quell'unico anno l'Italia "passò dalla prima all'ultima posizione per livello di sovraffollamento carcerario tra i Paesi presi in considerazione", cioè Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna.

Quanto avvenuto negli anni successivi "mostra chiaramente" gli effetti di quella decisione: "Già nel 2008 gli effetti dell'indulto furono riassorbiti e, a partire dal 2009, la crescita del sovraffollamento riprese la sua corsa riportando l'Italia in testa alla graduatoria e allargando la forbice tra il nostro e gli altri quattro Paesi". C'è infine una relazione tra sovraffollamento e crescita della popolazione penitenziaria?

Stando alla ricerca non ci sono prove dell'esistenza di questa relazione. Paesi come Regno Unito e Spagna in cui il tasso di detenzione (numero di detenuti rapportato alla popolazione) è aumentato, non hanno registrato alcuna crescita del sovraffollamento carcerario. In Spagna, ad esempio, i tassi di detenzione sono cresciuti sensibilmente all'inizio del secolo, ma il sovraffollamento, dopo un periodo di crescita, adesso inferiore a quello del 2000. Nel Regno Unito è addirittura diminuito. E se Francia, Spagna e Regno Unito hanno tassi di detenzione superiori a quelli italiani, in nessuno di questi Paesi il numero di detenuti supera il numero di posti disponibili nelle carceri.

Codice di procedura penale da riscrivere, di Luca Liverani (Avvenire)
Depenalizzazione dei reati, percorsi alternativi, rieducazione e lavoro per abbattere i tassi altissimi di recidiva, comunità terapeutiche per i tossicodipendenti, accordi diplomatici per il rimpatrio dei condannati stranieri. Può stupire solo chi del carcere ha una visione molto parziale che le soluzioni al sovraffollamento siano le stesse, sia per i cappellani e il volontariato che per gli agenti penitenziari. "È un'equivalenza sciocca pensare che a ogni reato debba corrispondere una risposta carceraria", dice Luisa Prodi, la presidente del Seac, il Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario. "In carcere finisce di sicuro il topo d'appartamento e il piccolo spacciatore. Chi fa grandi abusi edilizi o speculazioni finanziarie spesso resta impunito.

Perché oggi in Italia il carcere è il ricettacolo di reati semplici fatti da persone "complicate": immigrati, rom, tossicodipendenti. È una discarica sociale per persone difficili da gestire". Il nodo allora "è quello delle pene alternative: l'impianto legislativo offrirebbe moltissime potenzialità". Il solito buonismo del volontari?

"L'80% di chi si fa tutta la condanna " dentro" - esemplifica la presidente del volontariato - quando esce delinque di nuovo. Chi invece usufruisce di pene alternative o regime non carcerario ci ricasca solo nel 14% dei casi". Insomma: "Costruire tante carceri per farci marcire la gente non solo è ingiusto - e da cristiana dico anche immorale - ma nemmeno conveniente economicamente".

Due i piani su cui intervenire, secondo l'ispettore generale dei cappellani nelle carceri, don Virgilio Balducchi: "Va riscritto il codice penale: il carcere deve essere l'extrema ratio". Delinquenti a spasso? "Niente affatto. Bisogna trovare forme di responsabilizzazione, di riparazione del danno causato, a livello personale e pubblico. Perché rimanere in cella non ripara il male fatto. E la recidiva crollerebbe. Il ministro Severino ci aveva provato con la messa alla prova...". E l'altro pianto di intervento? "Facilitare tutto quello che già oggi è permesso dalla normativa: lavoro esterno, sospensione della pena, affidamenti in prova". Senza dimenticare la prevenzione: "Il 70% di chi delinque viene dall'esclusione sociale e dalla povertà".

Concorda il segretario aggiunto del Sappe, Giovanni Battista De Blasis: "Sono anni che lo ripetiamo: serve un intervento strutturale", dice il sindacalista degli agenti di polizia penitenziaria. "Già papa Wojtyla- ricorda -per il Giubileo chiese un gesto di clemenza. Ma va riscritto il codice di procedura penale: decarcerizzazione, espulsioni degli stranieri condannati, malati e tossicomani fuori dal carcere. Gli indulti hanno solo un effetto placebo".

E il piano carceri? "L'allora guardasigilli Alfano promise 11 nuovi penitenziari e 40 padiglioni. In quattro anni non è stato posato un mattone. In Germania i detenuti affrontano un percorso formativo, escono persone diverse, con un lavoro. E la recidiva così crolla. Da noi in 11 anni si sono spesi centinaia di milioni per una trentina di braccialetti elettronici".

mercoledì 3 aprile 2013

Tunisie - Rached Ghannouchi se prononce pour l'application de la peine de mort

Jeune Afrique
Rached Ghannouchi, chef du parti islamiste Ennahdha. © AFP
Dans un entretien accordé à la chaîne de télévision France 24, diffusé dans la soirée du 1er avril, le chef du parti islamiste Ennahdha, Rached Ghannouchi, s'est dit favorable à l'application de la peine de mort, la qualifiant de "loi naturelle". Aucune exécution n'a eu lieu en Tunisie depuis 1991.

« Nous disons que la peine capitale est une loi naturelle, une âme pour une âme. Et celui qui menace la vie d'autrui doit savoir que sa vie est aussi menacée », a jugé le chef d'Ennahdha, Rached Ghannouchi, alors qu'il était interrogé sur le sort qui doit être réservé aux violeurs. Le pays a connu plusieurs faits divers dramatiques, tel le viol répété d'une fillette de trois ans par le gardien de son jardin d'enfants.

« Ce crime [le viol, NDLR] doit être sanctionné de la manière la plus sévère et je dirais même oui à la peine capitale », a-t-il déclaré. « Le viol c'est comme une peine capitale pour une femme et pour toute sa famille », a-t-il encore ajouté.

Moratoire
Selon le code pénal tunisien, le viol, l'assassinat, les actes de terrorisme et de complot contre l'État sont tous passibles de la peine capitale. Bien que la peine capitale soit régulièrement prononcée en Tunisie, un moratoire de fait sur les exécutions est observé depuis 1991.

Le parti Ennahdha est dans le collimateur de l'opposition laïque et des défenseurs des droits de l'homme qui l'accusent régulièrement d'orchestrer une islamisation rampante de la société tuisienne et de chercher à imposer les principes de la loi islamique, la charia.

Siria, dramma dei rifugiati: mangiano erba come gli animali e bevono acqua stagnante

TM News

Aleppo - Mangiare erba e bere acqua piovana, come animali, vivere lontano chilometri dal pronto soccorso più vicino e soprattutto dalla propria casa, dai propri affetti. Siamo Kherbet al-Khaldiyé, un campo profughi siriano nella provincia settentrionale di Aleppo, lungo il confine con la Turchia. Qui, nelle tende dell'Unhcr, vivono centinaia di persone fuggite dai combattimenti tra l'esercito siriano e i ribelli che si oppongono al regime di Bashar al-Assad. "Quando piove l'acqua ristagna - dice questo giovane - così noi possiamo berla. È questo il modo in cui viviamo". "Mangiamo a terra, bruchiamo come le bestie - aggiunge quest'uomo - ci nutriamo d'erba, di tutti i tipi di erba e facciamo il pane in un forno tradizionale come ai vecchi tempi. Non c'è più pane nei panifici". La mancanza di cibo e acqua è solo uno dei problemi che questa gente è costretta ad affrontare. La pessima qualità di ciò che si mangia e l'acqua paludosa, infestata da funghi e insetti, causano malattie che possono rivelarsi più fatali della stessa guerra. "Non c'è nessuna farmacia qui vicino - dice Aissa - nel tempo che impieghi per raggiungere la farmacia più vicina il tuo bimbo è già morto, che vita è questa?" In quasi due anni di conflitto sono oltre un milioni i profughi che hanno lasciato la Siria in cerca di rifugio all'estero o lungo i confini. I morti, invece, secondo una stima dell'Onu, sono oltre 70mila, in gran parte civili.


Sudan: liberati primi detenuti politici dopo amnistia presidente Omaral-Bashir

AGI
Le autorità sudanesi hanno rilasciato sei prigionieri politici, i primi a beneficiare dell’indulto concesso ai detenuti politici dal presidente, Omar al-Bashir. I sei sono usciti di prigione sotto gli occhi dei giornalisti presenti e hanno potuto riabbracciare i familiari che li attendevano all’esterno del carcere di Kober, nella parte settentrionale di Khartoum; la gran parte erano stati arrestati due mesi fa, in occasione di una conferenza in Uganda a gennaio, in cui c’erano stati tensioni che avevano portato all’arresto di alcuni oppositori. Bashir, al potere da più di due decenni e inseguito da un mandato d’arresto della Corte Penale internazionale dell’Aja per i massacri nel Darfur, ha annunciato lunedì la liberazione di tutti i prigionieri politici del Paese per spianare la strada a un dialogo nazionale tra tutti i partiti e consentire la scrittura di una nuova Costituzione. L’opposizione è in attesa di vedere se, tra coloro che saranno liberati, ci sono anche i guerriglieri separatisti durante la guerra civile in Sudan: i miliziani dell’Splm-N, il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan-Nord, il movimento ribelle che ha combattuto per quasi due anni le truppe governative nel Stati del Kordofan e del Nilo Azzurro.