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venerdì 27 giugno 2014

Sudan, Ong: "Meriam è di nuovo libera"

La Repubblica
Secondo Sudan Change Now ha lasciato aeroporto in attesa dei documenti ora si trova in un luogo sicuro. Secondo l'avvocato è però ancora sotto custodia. Scarcerata lunedì, era stata di nuovo arrestata mentre cercare di lasciare il paese con la famiglia
"I nostri referenti di Sudan Change Now ci hanno confermato che le autorità sudanesi hanno rilasciato Meriam Yeya Ibrahim Ishag". E' quanto scrive sulla pagina Facebook di Italians for Darfur la presidente dell'associazione Antonella Napoli. Secondo l'avvocato della donna però è ancora sotto custodia.

"La donna sudanese di religione cristiana scarcerata lunedì dopo essere stata condannata a morte per apostasia - sottolinea Napoli - e nuovamente fermata e trattenuta all'aeroporto di Khartoum mentre tentava di lasciare il paese con il marito Daniel Wani e i due figli, è stata trasferita in un luogo sicuro dagli stessi servizi segreti che l'avevano bloccata e sottoposta a un lungo interrogatorio".

domenica 1 giugno 2014

Sudan - Ministero degli esteri alla BBC: Sarà liberata Meriam Ibrahim

Internazionale - Superblog
Non sarà eseguita la condanna a morte di Meriam Yehya Ibrahim, la donna sudanese condannata a morte con l’accusa di apostasia. Almeno è quello che sostiene un funzionario del ministero degli esteri sudanese, che ha dichiarato alla Bbc che sarà liberata tra pochi giorni.

Il sottosegretario, Abdullahi Alzareg, ha precisato che il Sudan intende garantire la libertà religiosa e si è impegnato a proteggere la donna, che intanto in carcere ha avuto una bambina. Il governo di Khartoum aveva ricevuto critiche da tutto il mondo per la condanna della donna, arrestata mentre era incinta perché si era sposata con un cristiano del Sud Sudan.

Meriam, che ha 27 anni, è stata cresciuta dalla madre come cristiana ortodossa, ma secondo un tribunale dev’essere considerata musulmana come il padre. Per questo presunto rinnegamento della fede islamica, l’11 maggio era stata condannata all’impiccagione, dopo aver rifiutato di rinunciare al cristianesimo.


di Stefania Mascetti

sabato 31 maggio 2014

Sudan - Meriam: rinviata di due anni l'esecuzione della condanna a morte per apostasia

Blasting News
Meriam partorisce in carcere la sua bimba: il tribunale rinvia di due anni l'esecuzione della condanna a morte.
Apostasia: un termine altisonante che deriva dalle parole greche "apo"(lontano) e "stasis" (restare) e indica l'abbandono volontario, il ripudio della propria religione, del proprio credo. Un termine che, a primo impatto, richiama alla mente altri tempi, altri luoghi, altre società e che contrasta con i moderni ideali di pluralismo culturale, di libertà religiosa, di diritti umani.

L'apostasia è, invece, ancora oggi, considerata dalla legge islamica tradizionale come un reato, punibile con la pena di morte. Per la Sharia, infatti, un non musulmano è libero di accettare o meno l'Islam e le sue leggi, ma un musulmano non può abbandonare la sua religione: il rifiuto del modello di vita islamico, dopo averlo accettato, è considerato un vero e proprio crimine, una rivolta che comporta una propaganda negativa nei confronti della religione islamica e una minaccia per l'ordine sociale e morale.

Meriam Yahia Ibrahim Ishag, ragazza sudanese di 27 anni, è stata arrestata nel mese di febbraio e condannata a morte per impiccagione qualche settimana fa: l'accusa è, appunto, quella di apostasia. Secondo il giudice che ha emesso la sentenza, la giovane, anche se regolarmente sposata con Daniel Wani, sudanese cristiano con cittadinanza americana, si sarebbe macchiata del reato contestato in quanto avrebbe rinnegato la religione del padre, musulmano. Meriam è stata condannata anche a cento frustate per adulterio: il matrimonio con un cristiano, infatti, non è ritenuto valido dalla Sharia.

Alla ragazza è stata concessa, per tre giorni, la possibilità di rientrare tra i fedeli islamici e, quindi, di evitare la pena capitale. Meriam ha rifiutato, confermando la sua posizione: "sono cristiana e mai ho commesso apostasia". In effetti, la giovane, abbandonata dal padre all'età di 6 anni, è stata cresciuta nelle fede cristiana (la madre è un'etiope ortodossa): nonostante ciò, poiché il padre è di religione musulmana, il diritto sudanese ritiene tale anche lei e considera nullo il suo matrimonio con un non musulmano.

Meriam è stata messa in carcere nonostante fosse in attesa di un bambino: in prigione con lei, già da febbraio, il piccolo Martin, figlio della coppia. Martedì 27 maggio è nata Maya: la notizia del parto è stata comunicata da Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, l'ONG promotrice di un appello per la liberazione della giovane. Intanto, anche la neonata, dovrà rimanere in carcere con la mamma. Secondo le notizie pervenute, dopo aver partorito, in catene, nell'ala ospedaliera del carcere di Khartum in cui è reclusa, la donna è stata riportata nella sua cella. Daniel Wami è riuscito ad incontrare i suoi cari, ma la sua sofferenza per una situazione così tragica rimane assolutamente invariata.

Il tribunale ha preso la decisione di rinviare l'esecuzione della pena capitale per due anni, a far data dalla nascita della bimba. La vicenda della giovane ha dato luogo ad una vera e propria mobilitazione internazionale, che sui social networks ha avuto e continua ad avere una grande risonanza: si chiedono la liberazione di Meriam, il rispetto dei diritti umani e la garanzia della libertà di religione, sanciti dal Diritto Internazionale e dalla stessa Costituzione Sudanese. Gli avvocati di Meriam hanno presentato ricorso alla Corte d'Appello: se tale ricorso dovesse essere infruttuoso, si sta già pensando di portare il caso davanti alla Corte Suprema del Sudan. Intanto, sempre dal Sudan, arriva la notizia di un'altra donna in prigione da aprile per aver dichiarato di essere cristiana.

mercoledì 28 maggio 2014

Sudanese woman sentenced to death for apostasy gives birth

The Telegraph
Meriam Ibrahim, the Sudanese woman awaiting the death penalty for refusing to convert to Islam, has given birth to a baby girl
The Sudanese woman who has been sentenced to hang for refusing to renounce Christianity has given birth to a baby girl named Maya, her lawyers told The Telegraph.

Meriam Ibrahim, 27, gave birth to the girl – her second child – in the early hours of Tuesday morning, in the hospital wing of the prison.
"They didn't even take Meriam to a hospital - she just delivered inside a prison clinic," As Elshareef Ali Elshareef Mohammed, her lawyer, told The Telegraph.
"But neither her husband nor I have been allowed to see them yet."
Mr Elshareef said he and Daniel Wani, Ms Ibrahim's husband, were still waiting outside the prison at 2pm in Khartoum (12.00 in the UK).

Her son, 20-month-old Martin, has been with her inside the cell since she was first charged in February. Ms Ibrahim’s husband, Daniel Wani, who is in a wheelchair, said last week that she was being kept shackled by the ankles in her cell.

She was sentenced to death on May 15 by a court in the Sudanese capital, Khartoum.

Ms Ibrahim denied the charges of apostasy and adultery - the court did not recognise her 2011 marriage to Mr Wani, a Christian - because she said her Muslim father abandoned the family, and she was raised a Christian.

She is to be allowed to nurse her child for two years before the sentence is carried out.

A petition to quash Ms Ibrahim’s sentence, organised by Amnesty International, has been signed by 660,000 people so far – but the rights group has been barred from Sudan since 2005.

“Apostasy and adultery should not even be crimes,” Manar Idriss, Sudan researcher at Amnesty, told The Telegraph. “It’s a personal choice who to marry and what to believe.

“The human rights situation has been deteriorating for the past few years. It’s an extremely repressive regime, with opposition activists tortured, and the targeting of anyone who dares to defy the regime.”

On Thursday her lawyers filed an appeal at the Appeal Court of Bahri and Sharq Al Nil. If the appeal is unsuccessful, they are planning to explore further avenues, and take the case to Sudan’s Supreme Court and Constitutional Court.

The crime of apostasy – for which Ms Ibrahim has been sentenced to death – is defined as the renouncing of your religion.

Some divisions of Christianity – among them Roman Catholics, Eastern Orthodox, Baptists – believe apostasy is a sin. But it is mainly seen as an Islamic crime, based on a Hadith – saying - from Prophet Muhammad who said, “Whoever changes his religion kill him.” But many scholars point out that numerous verses in the Koran guarantee freedom of belief.

Nina Shea, director of the Centre for Religious Freedom at New York’s Hudson Institute, said that apostasy from Islam is criminalised in many, though not all, Muslim-majority states. Turkey does not criminalise it, but Iran and Saudi Arabia do imprison converts. Actual executions by governments for conversion are virtually unheard of today.

“In the case of Meriam Ibrahim, the government of Sudan is adopting the practice of Islamic extremist groups like Boko Haram, al-Shabab, and the Islamic State of Iraq and Syria,” she told The Telegraph. “All of those groups do put Christian converts to death.”

sabato 17 maggio 2014

Sudan: no alla pena di morte per Meriam, la donna cristiana avrà un nuovo processo

www.tgcom24
Meriam Yahia Ibrahim, la donna sudanese incinta condannata a morte per apostasia per aver sposato un cristiano "avrà un nuovo processo che esclude la pena capitale". Lo annuncia Antonella Napoli, presidente di "Italians For Darfur". "Il nuovo pronunciamento dei giudici è atteso a breve, tra poche settimane", conclude.
Meriam era stata condanna a morte per impiccagione da un tribunale di Khartoum con l'accusa di apostasia, perché cristiana, pur avendo padre musulmano. La sentenza prevedeva anche 100 frustate per "adulterio", avendo sposato un cristiano. 

La donna è in carcere, con un altro figlio di 20 mesi, dopo essere era stata arrestata lo scorso febbraio in seguito alla denuncia di un parente. All'udienza il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa si è rivolto all'imputata chiamandola con il nome arabo, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah e le ha chiesto se rifiutava di convertirsi nuovamente all'Islam. 

"Io sono cristiana e non ho commesso apostasia", aveva replicato la giovane. Da qui la sentenza. La notizia di oggi, confermata dalla Ong Sudan Change Now, arriva dopo la mobilitazione di tutto il mondo contro la decisione del giudice.