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lunedì 7 giugno 2021

Italia - Abusi e contenzione - Pazienti legati al letto e lasciati morire - Misura sempre più utilizzata in strutture psichiatriche, per anziani e disabili.

Domani
Due storie tragiche, 
Antonia Bernardini nel 1978, Elena Casetto nel 2019,  lontane 47 anni l’una dall’altra, ma incredibilmente simili. In mezzo le storie di altre morti terribili, di altri abusi, ma anche la più grande riforma della psichiatria con la legge Basaglia che ha abolito i manicomi. Rainews24 parte da queste storie per cercare di fare il punto sulla contenzione, pratica controversa che nessuno considera terapeutica che divide il mondo psichiatrico tra chi la definizione necessaria quando il paziente può essere pericoloso e chi definisce una vera e propria tortura e ne invoca il superamento.


Quella di Antonia Bernardini è una storia del secolo scorso, quando ancora esistevano i manicomi. Antonia, romana, 40 anni, era internata nel manicomio criminale di Pozzuoli. C'era finita per un litigio banale, con quella formula paradossale di “proscioglimento per infermità mentale” che esclude il processo ma apre le porte dell'internamento, spesso senza alcuna scadenza. Dopo 43 giorni consecutivi legati al letto di contenzione, per protesta dà fuoco al materasso. Muore quattro giorni dopo, ma fa in tempo a dire al magistrato: «Ero sempre legata... L'ho fatto perché chiamavo, chiamavo e non mi davano l'acqua… per la disperazione». Quella morte suscita un dibattito che porta alla chiusura del manicomio di Pozzuoli. Un evento che non cambia il destino delle internate, ma dalla forte portata simbolica, ancora prima della legge 180.

Elena Casetto, invece, è una storia di questo secolo, anche se somiglia terribilmente a quella di Antonia. Milanese, brasiliana di origine, 19 anni. Era appena tornata da Bahia per vivere con sua madre nel bergamasco. Il 31 luglio 2019 la trovano su un ponte che minaccia di buttarsi. Viene ricoverata prima al reparto di psichiatria di Gavardo, nel bresciano, poi viene trasferita all'ospedale di Bergamo. Il 13 agosto 2019, Elena dà fuoco al lenzuolo del letto dove era appena stata legata: mani, piedi e spalle. Nessuno riesce a spegnere l'incendio che si sviluppa incontrollabile, nonostante la struttura fosse nuova, inaugurata pochi anni prima. I vigili del fuoco troveranno la terra, accanto al suo letto: è riuscito a liberare i polsi e una caviglia, ma per farlo si è spezzata un braccio.

Agli atti dell'inchiesta ci sono due perizie chieste dalla Procura di Bergamo: la prima “assolve” l'ospedale da tutte le responsabilità ed è redatta da uno psichiatra, già primario del reparto di psichiatria dello stesso ospedale; la seconda invece considera l'Azienda Sanitaria responsabile, il consulente scrive che «si ritiene che l'incendio deve essere ricondotto ad un'inadeguata valutazione del rischio incendio per il reparto di Psichiatria».

L'azienda ospedaliera, secondo il perito, non ha valutato i rischi, non ha individuato misure per la sicurezza, non ha informato e formato i lavoratori. Per la morte di Elena la Procura di Bergamo ha indagato per omicidio colposo i due addetti dell'antincendio di una ditta esterna all'ospedale Papa Giovanni XXIII, a giorni ci sarà l'udienza preliminare. Nessuna responsabilità è stata ipotizzata a carico dell'ospedale.

Già nel 1909 il Regio decreto 615 ammetteva la coercizione “degli infermi” soltanto in casi eccezionali. Ma centodieci anni dopo la tragica storia di Elena Casetto dimostra che è ancora emergenza. Lo sottolinea anche il Comitato Nazionale per la Bioetica nel 2015, quando «ribadisce la necessità del superamento della contenzione e condanna l'attuale applicazione estensiva della contenzione» che definisce una «violazione dei diritti fondamentali della persona».

PRATICA DIFFUSA
«Applicazione estensiva» significa che invece di diminuire, la contenzione dai reparti psichiatrici è entrata anche nelle strutture per anziani e nei luoghi di cura per disabili. Un infermiere ci ha raccontato che si legano i pazienti anche nei reparti Covid, potrebbe togliersi l'ossigeno e non c'è personale sufficiente.
[...]
I giudici hanno condannato medici ed infermieri per sequestro di persona, i medici anche per falso ideologico. Un palese caso di abuso, purtroppo non un caso isolato.

Esistono reparti psichiatrici in cui si adotta una politica che esclude la contenzione. Un'intera regione, il Friuli, ha fatto del non legare un metodo di lavoro. Qui a dare risposte diverse è l'intero sistema dei servizi psichiatrici. Come anche centri di eccellenza: nell'Spdc di Ravenna, ad esempio, nessuno viene legato dal 2016. Ma nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici è una pratica ammessa in casi eccezionali. Molti ospedali si sono dotati di linee guida per regolamentarne e limitarne l'uso. Ma gli abusi ci sono: si lega il paziente quando il personale è poco. O perché lo si vuole punire. Casi in cui la contenzione non viene registrata. E' la contenzione sommessa, che non deve lasciare traccia.

'Chi non ha non è': così Franco Basaglia, intervistato da Sergio Zavoli negli anni sessanta. Citava un proverbio calabrese, per sottolineare come il malato mentale non avesse diritti, non avesse voce. Maria Grazia Giannichedda, che lavorò al fianco di Basaglia, ha detto a Rai News: «È stata tagliata la chioma, il manicomio, ma non le radici, quell'idea alla base che il malato mentale abbia meno diritti degli altri».

lunedì 7 ottobre 2019

Carcere - La malattia o il disturbo mentale colpisce il 50% dei detenuti

askanews.it
In Italia il 50% dei detenuti presenta una malattia o un disturbo mentale: il 25% ha una dipendenza da sostanza psicoattiva. 


Osservando le tipologie di disturbo prevalenti sul totale dei detenuti presenti, al primo posto troviamo la dipendenza da sostanze psicoattive (23,6), disturbi nevrotici e reazioni di adattamento (17,3%), disturbi alcol correlati (5,6%), disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%). Sono i dati su cui si confrontano circa 200 specialisti da tutta Italia in occasione del XX Congresso Nazionale Simspe-Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, Agorà Penitenziaria 2019, intitolato "Il carcere è territorio", che si è concluso 5 ottobre a Milano.

L'appuntamento, organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Simit - Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, è presieduto da Roberto Ranieri, Coordinatore Sanità Penitenziaria Regione Lombardia, rappresenta un momento di confronto fra tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di sanità e di salute all'interno degli Istituti Penitenziari e che intende fornire spunti per una riflessione approfondita del fare Salute in carcere. 

Analizzando le diagnosi per genere, prevale tra gli uomini la diagnosi di dipendenza da sostanze psicoattive (50, 8% degli uomini e 32,5% delle donne), e tra le donne la diagnosi di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili e 27,1% delle diagnosi maschili). Arrivano dopo, fra gli uomini, i "disturbi alcol correlati (9,1 % degli uomini e 6,9% delle donne), e fra le donne i disturbi affettivi psicotici (10,1% delle donne e 4,1% degli uomini), i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini e 3,4% delle donne), disturbi depressivi non psicotici (1,3% degli uomini e 2,8% delle donne).

"C'è tanto, troppo, disagio mentale dentro le mura - spiega il presidente Simspe, Luciano Lucania - c'è l'uomo recluso, c'è la cognizione del reato, ci sono condizioni detentive troppo spesso ai limiti, ci sono tante espressioni rivendicative di istanze, anche legittime, non soddisfatte. Ma tutto ciò che non piace, dentro le mura viene medicalizzato.

Quindi si chiedono i numeri, i dati. Ma continua a mancare un Osservatorio Epidemiologico nazionale. Oggi sono assicurate certamente le cure farmacologiche più aggiornate. Tuttavia manca il raccordo fra "dentro" e "fuori", manca l'interlocuzione diretta dei Presìdi con l'Autorità Giudiziaria, manca una rete territoriale di accoglienza. Ci sono aspetti di sistema, aspetti integrati, che devono essere ripensati e ridefiniti".

mercoledì 2 ottobre 2019

Carcere e psichiatria - Malati psichici non trovano posto nelle Rems e restano in carcere. Sono 200 in Italia ad attendere il ricovero

articolo21.org
Giacomo Seydou Sy è in carcere da quattro mesi ma dovrebbe essere in una Residenza per l'esecuzione della pena per curarsi. Giacomo ha poco più di 25 anni ed è affetto da bipolarismo motivo per il quale, secondo la relazione psichiatrica, è "inadatto al regime carcerario".


Il suo caso, nonostante sia di dominio pubblico e sia stato preso in carico dal Garante dei detenuti del Comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, sembra destinato a non trovare una soluzione.

"Articolo 21 - ha esordito la portavoce Elisa Marincola, aprendo la conferenza stampa che si è svolta in Federazione nazionale della stampa - ha deciso di affiancare la mamma del giovane, Loretta Rossi Stuart, in questa battaglia di giustizia e diritti, raccogliendo il suo appello ad aiutarla a salvare suo figlio. Bisogna fare presto, da una settimana Giacomo è in isolamento a Rebibbia e questo può aggravare le sue condizioni. Ci affianchiamo alla rete di associazioni e alle istituzioni, dal Garante nazionale per le persone private delle libertà, che stanno cercando una soluzione al caso".
Il problema è rappresentato dalla mancanza di posti nelle Rems, le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi per legge. Attualmente nel Lazio sono in 43 ad attendere il ricovero, 200 in tutta Italia. Nell'attesa che se ne liberi uno chi è stato incarcerato con patologia che richiedono assistenza specializzata deve restare dietro le sbarre.
"Mio figlio è bipolare, non dovrebbe stare in carcere, lo dice la legge, ma nelle strutture psichiatriche previste per lui. È esasperato dalla situazione. Continua a resistere ma è assolutamente consapevole che lui non dovrebbe essere in cella. La mia battaglia è per lui e per gli altri che aspettano chiusi in carcere quando dovrebbero essere curati altrove. Spero che la mia battaglia serva almeno a questo: a dare voce a chi non ce l'ha" aggiunge questa madre coraggio che in questi mesi non ha smesso un solo istante di combattere per i diritti di suo figlio.

E gli esperti, le autorità in materia le danno ragione. Come la Garante dei detenuti per il Comune di Roma Gabriella Stramaccioni che ha evidenziato sulla necessità di aumentare i centri Rems spesso "sovraffollati perché le strutture vengono concesse a chi ha misure provvisorie e non a chi ha misure definitive".

di Antonella Napoli

lunedì 13 marzo 2017

Se dopo gli Opg il rischio è avere nuovi manicomi ...

Corriere della Sera
Le due associazioni che più si sono battute per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, StopOpg e Antigone, segnalano il pericolo di un ritorno al passato. Le residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria (le Rems), create per accogliere i detenuti con problemi di mente, rischiano di trasformarsi in nuovi manicomi criminali. 


Questi centri, infatti, a pochi giorni dalla completa applicazione della riforma del 2014 (abolizione dei cosiddetti ergastoli bianchi) si stanno riempiendo di persone che non dovrebbero finire lì. 

I giudici tendono a utilizzare le 30 Rems italiane, deputate al recupero terapeutico, come parcheggio di indagati sottoposti a misure di detenzione provvisoria la cui infermità mentale non è stata ancora accertata. Il fenomeno ha creato lunghe liste di attesa.

In circa 200, segnala nella sua relazione l'ex commissario per la chiusura degli Opg Franco Corleone, su ordinanza della magistratura aspettano di entrare nelle residenze senza possedere i requisiti. Non finisce qui. 

La situazione diventerebbe ancora più grave se fosse approvato l'attuale testo del ddl giustizia, ora in Senato, che propone di ricoverare nelle Rems anche detenuti con problemi psichiatrici sviluppati in carcere. Esattamente come accadeva nei vecchi Opg. 

Un emendamento depositato su iniziativa della senatrice Emilia Di Biasi vorrebbe correggere la doppia stortura per non alterare l'identità dei nuovi centri. Così come viene interpretata adesso la riforma non può decollare.




di Margherita De Bac

mercoledì 21 dicembre 2016

Italia - Rapporto salute mentale: 777.035 assistiti nel 2015 - Il 50% sono nuovi malati psichici

salute.gov.it
Sono  gli utenti psichiatrici assistiti nel 2015 dai servizi specialistici, di cui 369.569 entrati in contatto per la prima volta durante l'anno con i Dipartimenti di Salute Mentale. 
Il 90,3% di questi ultimi (333.554) ha avuto un contatto con i servizi per la prima volta nella vita (first ever). *


Gli utenti sono di sesso femminile nel 54,4% dei casi, mentre la composizione per età riflette l'invecchiamento della popolazione generale, con un'ampia percentuale di pazienti al di sopra dei 45 anni (66,1%). In entrambi i sessi risultano meno numerosi i pazienti al di sotto dei 25 anni (28,5) mentre la più alta concentrazione si ha nelle classi 35-44 anni e 45-54 anni soprattutto nei maschi (rispettivamente 20,0 % e 25,0%); le femmine presentano, rispetto ai maschi, una percentuale più elevata nella classe > 75 anni (7,7% nei maschi e 12,4% nelle femmine)
Questi alcuni dati contenuti nel Rapporto sulla salute mentale 2015 presentato a Roma in occasione del convegno del 14 dicembre 2016, Il rapporto rappresenta la prima analisi a livello nazionale dei dati rilevati attraverso il Sistema informativo per la salute mentale (Sism) e un prezioso strumento conoscitivo per i diversi soggetti istituzionali responsabili della definizione ed attuazione delle politiche sanitarie del settore psichiatrico, per gli operatori e per i cittadini utenti del Servizio Sanitario Nazionale.
La rilevazione, istituita dal decreto del Ministro della salute 15 ottobre 2010, costituisce, a livello nazionale, la più ricca fonte di informazioni sugli interventi sanitari e socio-sanitari dell'assistenza alle persone adulte con problemi psichiatrici e alle loro famiglie. Il sistema risulta particolarmente utile ai fini del monitoraggio dell'attività dei servizi, della quantità di prestazioni erogate, nonché delle valutazioni sulle caratteristiche dell'utenza e sui pattern di trattamento, inoltre rappresenta un valido supporto alle attività gestionali dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm) per valutare il grado di efficienza e di utilizzo delle risorse.
L'intento è che esso sia il primo di una serie di rapporti annuali sulla salute mentale che potrà arricchirsi di ulteriori e specifiche analisi dei dati rilevati dal Sism.

(*) Mancano i dati della Valle d'Aosta, della P.A. di Bolzano e della Sardegna.

lunedì 8 agosto 2016

Italia - A sorpresa rispuntano i vecchi Opg. Un disastro a cui porre rimedio

superabile.it 
Un emendamento approvato in Senato riapre di fatto una stagione che sembrava destinata a finire: i detenuti in infermità mentale e in osservazione psichiatrica saranno inviati nelle Rems. La denuncia di StopOpg che scrive al governo: "Torna la vecchia logica, intervenire subito". Dovevano essere chiusi da tempo, rischiano ora non solo di sopravvivere, ma di tornare a riempirsi e ad essere utilizzati come prima, seppur con un nome diverso. 



La storia infinita degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) si allunga con un nuovo capitolo, quello di un emendamento approvato al Senato che di fatto riapre l'intera stagione degli Opg, prevedendo l'invio nelle Rems (Residenze per le misure di sicurezza) di tutte quelle categorie di detenuti che in passato venivano trasferiti negli Opg. Alla faccia di tutti i passi avanti fatti finora, il nuovo provvedimento contraddice gli obiettivi che hanno spinto a operare negli ultimi anni per il superamento della vecchia logica così vicina al modello dei manicomi, negando di fatto la logica che ha condotto a puntare su progetti individuali con misure non detentive, da attuare nelle Rems.

Il campanello d'allarme viene lanciato da Stefano Cecconi, Giovanna Del Giudice, Patrizio Gonnella e Vito D'Anza, che a nome del Comitato nazionale StopOpg scrivono una lettera - appello al ministro della Giustizia Andrea Orlando, al sottosegretario alla Salute Vito De Filippo e per conoscenza al Commissario per il superamento Opg Franco Corleone. "Abbiamo appreso - scrivono i quattro - che è stato approvato al Senato un emendamento al Disegno di Legge 2067 (su garanzie difensive, durata dei processi, finalità della pena ecc.), che rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. L'emendamento in questione ripristina la vecchia normativa (quindi ante: legge 81/2014, Dpcm 1.4.2008 allegato C, Accordo Conferenza Unificata 13.11.2011), disponendo il ricovero nelle Rems esattamente come se fossero i vecchi Opg".

"Se non si rimedia - affermano i componenti di StopOpg - saranno inviati nelle strutture regionali, già sature, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e addirittura quelli in osservazione psichiatrica. Invece di affrontare il problema della legittimità delle misure di sicurezza provvisorie decise dai Gip, e di quelle che rimangono non eseguite, si ipotizza una violazione della legge 81 ripristinando la logica e le pratiche dei vecchi Opg. Un disastro cui bisogna porre riparo". "Non solo si ritarda ulteriormente la chiusura degli Opg rimasti aperti (Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto) ma così le Residenze per le Misure di Sicurezza (Rems) diventano a tutti gli effetti i nuovi Opg", viene affermato. E non solo perché così facendo "si stravolge la funzione delle Rems (e le si travolgono visti i numeri delle persone potenzialmente coinvolte), che non sarà più "residuale": cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione si ritiene non possano essere assolutamente praticabili".

StopOpg fa notare che "l'obiettivo della legge 81 sulla chiusura degli Opg (e sul superamento della loro logica) è quella di far prevalere, per la cura e la riabilitazione delle persone, progetti individuali con misure non detentive, nel solco delle sentenze della Corte Costituzionale, la n. 253 del 2003 e la n.367 del 2004, ispirate esplicitamente dalla legge 180 (Riforma Basaglia). In tal senso sono illuminanti a questo proposito le riflessioni di responsabili di Dipartimenti di Salute Mentale e di Rems e della stessa Società Italiana di Psichiatria".

Se il problema che l'emendamento vuol risolvere è quello di garantire le cure troppo spesso ostacolate o negate dalle drammatiche condizioni delle carceri, spiegano i quattro firmatari della missiva - occorre ricordare che "il diritto alla salute e alle cure dei detenuti non si risolve così. Occorre che si rafforzino e si qualifichino i programmi di tutela della salute mentale in carcere e che il Dap istituisca senza colpevoli ritardi le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche. È grave che le persone c.d. ex art. 148 CP siano reclusi a Reggio Emilia senza rispettare il principio della territorialità. Semmai si devono potenziare le misure alternative alla detenzione. Così invece, moltiplicando strutture sanitarie di tipo detentivo dedicate solo ai malati di mente, riproduciamo all'infinito la logica manicomiale. Il rientro di queste persone nel carcere (o comunque nel "normale" circuito delle misure alternative alla detenzione) serviva e serve proprio a ridimensionare il ruolo del cd binario parallelo".

"Ci aspettiamo - afferma StopOpg - un intervento deciso del Governo per rimuovere quanto inopinatamente l'emendamento in questione ha disposto, a sostegno del faticoso processo di superamento degli Opg. E nell'occasione - è la conclusione - rinnoviamo la richiesta di un provvedimento che eviti l'invio di persone con misura di sicurezza provvisoria nelle Rems, destinandole ai prosciolti definitivi".










mercoledì 6 aprile 2016

Francia: per i detenuti con problemi psicosociali isolamento e cure inadeguate

La Repubblica
La reclusione diventa un inferno, denuncia un rapporto di Human Rights Watch. Suicidi e atti di autolesionismo sono in costante aumento soprattutto tra i reclusi con disabilità psichiche. Nelle carceri francesi la mancanza di personale specializzato e il sovraffollamento inaspriscono il periodo detentivo dei più deboli.


"Preferirei mille volte restare in cella che in una stanza d'isolamento in ospedale, con braccia e piedi legati come fossi un animale". Sarah è una dei migliaia di carcerati con disabilità psicosociali reclusi nelle carceri francese. La sua storia che, assieme ad altre 50 è stata raccolta dalla Ong americana Human Rights Watch (Hrw) testimonia l'inadeguatezza del sistema carcerario d'oltralpe, incapace per mezzi e preparazione del personale addetto a gestire la permanenza dei reclusi con disagi psichici. Un'inefficienza che vìola i trattati internazionali e che getta i prigionieri in un circolo vizioso fatto di ricoveri, isolamento e autolesionismo.

Il doppio della pena. Per le persone con disabilità psico sociali la pena da scontare si raddoppia non in senso temporale, ma per l'inefficienza del sistema carcerario. I fattori che contribuiscono a questo sono diversi. Il primo riguarda la mancanza di personale specializzato in salute mentale. La mancanza di figure di riferimento, nominate spesso solo per prescrivere farmaci ai detenuti, si va a sommare al sovraffollamento cronico delle case circondariali. Il tutto a fronte di un numero sempre più ridotto di personale penitenziario. La situazione delle case circondariali francesi, documentata nel rapporto di Hrw intitolato "Doppia pena" proprio per sottolineare la sofferenza dei detenuti con disabilità psicosociali, vìola alcuni dei trattati internazionali ratificati dall'Eliseo. Tra questi anche la Convenzione europea dei diritti dell'uomo che garantisce ai detenuti "condizioni compatibili con il rispetto della loro dignità umana" e che non soffrano oltre "l'inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione".
Il sovraffollamento.
Adeline Hazan è l'ispettrice responsabile di tutte le case circondariali francesi. Ascoltata dai ricercatoti di Hrw, Hazan ha ribadito la sua preoccupazione per la superficialità del sistema giuridico. "Spesso - ha detto Hazan - i giudici pensano che l'imputato con problemi psichici sarà trattato meglio in carcere che fuori. Questo ragionamento è estremamente pericoloso Sono colpita dal numero di reclusi che hanno disturbi mentali. Ci sono un sacco di persone in carcere che non dovrebbero essere lì". Il sovraffollamento spesso si traduce in un maggior carico di responsabilità per ogni ufficiale penitenziario. Di conseguenza, il personale avrà poco tempo da dedicare alle necessità dei singoli andando a discapito dei più svantaggiati.
Ricoveri forzati e autolesionismo. Spesso, quando la salute psichica dei detenuti deteriora, una delle soluzioni possibili è il ricovero forzato in ospedali psichiatrici cui spesso si alterna la permanenza in celle di isolamento. Un trattamento che si ripercuote sulla stabilità psico emotiva dei reclusi. Dopo i ricoveri forzati o le celle d'isolamento, una volta tornato in carcere, il detenuto privo di un sostegno o di cure adeguate, peggiora tanto da dover ricorrere nuovamente alle cure ospedaliere. Così si innesca un circolo vizioso a scapito della salute del paziente. Il risultato è nei numeri. Secondo il rapporto della ong americana, i tassi di suicidio nelle carceri francesi sono sette volte superiori a quello dei liberi cittadini. E sempre stando alle statistiche i reclusi con disagi psicosociali hanno registrano percentuali ancora più elevate. Alto anche il numero di coloro che commettono atti di autolesionismo.
Peggio per le donne. Se per i detenuti con disagi psicosociali la situazione è debilitante, peggio è la condizione delle donne recluse. Per evitare che entrino in contatto con i detenuti di sesso maschile, la libertà di movimeno delle donne è ancor più ridotta. E un grande gap di genere determina una discriminazione anche nell'accesso alle cure sanitarie. Su 26 centri specializzati nella cura di disturbi psichici presenti nelle carceri francesi, solo uno ha posti letto riservati alle donne.
Le malattie dietro le sbarre. A mancare è anche uno studio che riporti dati e statistiche sulla salute mentale nelle carceri francesi. L'ultimo infatti risale al 2004. Secondo alcuni studi, si è riscontrato che tra i detenuti l'incidenza di psicosi, tra queste vanno annoverate anche depressione e disturbo bipolare, è pari al 25%, numeri che se paragonati alla media dei cittadini liberi (0,9%) delineano la gravità del fenomeno e l'inadeguatezza del sistema. "Dostoevskij ha scritto che si può giudicare il livello di civiltà di un popolo dalle sue prigioni - ha detto Izza Leghtas, ricercatrice Hrw per l'Europa Occidentale - La Francia ha i mezzi per fornire condizioni dignitose ai reclusi e può e deve fare molto meglio quando si tratta del modo in cui tratta i detenuti con disabilità psico-sociali".
di Chiara Nardinocchi

sabato 28 febbraio 2015

Ospedali psichiatrici giudiziari, fine della storia. Confermata la chiusura il 31 marzo 2015 al varo le REMS

Vita
Il 31 marzo 2015 gli OPG chiuderanno per sempre. Peppe Dell’Acqua, psichiatra, erede di Franco Basaglia, intervistato da Vita.it non ha dubbi: «Sono molto contento, è una restituzione di diritto a dei cittadini. Queste persone continueranno ad essere curate nei territori»


Fra 30 giorni in Italia chiuderanno gli ospedali psichiatrici giudiziari. Questo almeno è quanto prevede la legge, che ha indicato il 31 marzo 2015 come data per la chiusura definitiva: la deadline però già due volte non è stata rispettata. Questa però sembra la volta buona, a cominciare dal fatto che il Governo - che a ottobre «auspicava» una ulteriore proroga - ora invece, nella Seconda relazione al Parlamento, scrive nero su bianco che è sua «ferma intenzione dare attuazione concreta al superamento degli OPG», commissariando le Regioni inadempienti

Il capo del Dap, Santi Consolo, in audizione in Commissione Antimafia il 19 febbraio, ha garantito che il 31 marzo «dobbiamo essere disponibili a trasferire gli internati dagli Opg e a consegnarli alle Regioni perché li destinino alle Rems». Sarà così? Stop OPG ha lanciato un digiuno a staffetta che si svolgerà per tutto il mese di marzo, proprio per tenere alta l’attenzione sul tema ed evitare una ulteriore proroga (per adesioni http://www.stopopg.it). Noi a un mese dalla scadenza abbiamo fatto il punto della situazione con Peppe Dell’Acqua, psichiatra, erede di Franco Basaglia, già direttore del DSM di Trieste.

Andiamo o no verso una nuova proroga?
No e ne sono molto contento. Questo ovviamente non significa che al 31 marzo tutto sarà a posto, significa solo che dobbiamo continuare con le strategie e i percorsi che sono stati finalmente acquisiti con la legge 81/2014.

Quante sono oggi le persone internate in OPG?
Nell’ultimo anno le dimissioni sono aumentate in modo davvero sorprendente. Molti DSM si sono sentiti provocati, all’inizio qualcuno ha reagito in maniera scomposta ma alla fine si sono messi in atto meccanismi virtuosi ed è stato presentato un progetto terapeutico riabilitativo per ciascuna persona presente in OPG. L’ultimo dato ufficiale è del 30 novembre 2014, quando in OPG c’erano 761 persone.

Tre anni prima, nel dicembre 2011 erano 1300, quindi grossomodo la metà degli internati è già uscita. Allora si può fare!
Chiudere gli OPG è una questione di straordinaria delicatezza, in questi ultimi anni sono accadute cose straordinarie. Ovviamente dobbiamo dire che chi esce da un OPG non viene messo alla porta con il suo fardellino e arrivederci, altrimenti la gente pensa a 700 matti che escono in un colpo solo… A parte che 700 persone su tutta la popolazione italiana significa 15-16 persone su un milione, sono numeri ridicoli. Queste persone continueranno ad essere curate nei territori, non c’è motivo di alcun allarme sociale: è una restituzione di diritto a dei cittadini.



Cosa ha “sbloccato” la situazione e avviato questa fase di dimissioni?
La legge 81/2014, senza dubbio. Ma anche un privato sociale che si è mostrato interessato e disponibile: la maggior parte delle dimissioni fino ad oggi ha previsto un invio in comunità, con rette che si aggirano sui 5mila euro al mese. Lo step successivo, poi, ovviamente sarà verificare come funzionano queste comunità.

Infatti la domanda spontanea è dove sono finite queste 700 e più persone…
Speriamo che non siano “finite” da nessuna parte, ma che stiano “iniziando” una nuova fase della loro vita! I percorsi dono diversi, alcuni tornano a casa, in famiglia, altri in situazioni di abitare assistito, altri in comunità vere e proprie, altri ancora in comunità terapeutiche. La prima fase ha visto il prevalere di invii in comunità, adesso mi sembrano in aumento i programmi individuali che costruiscono un progetto di accompagnamento molto forte, ma senza inviare in comunità.


Chiusi gli OPG, Governo e Regioni avevano immaginato delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive, le Rems. Le Regioni avevano inviato progetti per mille posti letto: a questo punto non sono troppi?
La prima relazione al Parlamento, a settembre, ha evidenziato come delle 826 persone presenti, 476 risultavano dimissibili: il 58%. Dei non dimissibili solo il 17% presentava un profilo di pericolosità sociale: non più cioè dell’8% del totale. Oggi sappiamo che serviranno 400/450 posti letto, quindi sì, certo, costruire Rems per mille posti è un’esagerazione! E sarebbe assurdo spendere tutti quei soldi per qualcosa che non serve. Quasi tutte le Regioni però hanno già rivisto quei programmi, riducendo i posti letto.

Che criticità e problemi aperti vede?Il primo problema è che le dimissioni aumentano ma i nuovi invii non diminuiscono, nonostante le indicazioni contenute nella legge 81/2014. Significa che i magistrati continuano a fare come prima, un po’ perché manca il supporto e il coordinamento con DSM, Asl e servizi sociali, un po’ però temo sia anche perché una parte della magistratura è convinta che si debba fare così, ha un atteggiamento securitario.

E poi?
In generale nelle politiche regionali c’è una disattenzione intollerabile per la salute mentale comunitaria, in Lombardia come in Campania, senza differenze. Forse la chiusura degli OPG metterà in evidenza i problemi di sempre e forse si genereranno finalmente degli anticorpi. Negli ultimi anni ci si è sempre più orientati alle strutture residenziali, che sono un modello anacronistico… Però i due terzi dei budget per la salute mentale sono assorbiti dalle strutture residenziali.

venerdì 6 giugno 2014

Psichiatria Democratica: ok chiusura OPG ma non nuove strutture (REMS) ma progetti sul territorio

Psichiatria Democratica
La Camera dei Deputati ha definitivamente approvata la legge che, ci auguriamo, metterà, finalmente, la parola fine agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) nel nostro Paese: drastica riduzione dei posti letto, adozione di misure alternative alle strutture asilari, mai più ergastoli bianchi.

Ora si apre una nuova fase, assai delicata perché occorrerà governare il processo di dismissione dei sei Opg per chiudere - così come ripetiamo da troppo tempo - presto e bene questi luoghi di afflizione.

Per raggiungere questi obiettivi l'Associazione Psichiatria Democratica (Pd), fondata da Franco Basaglia, che si è da sempre battuta per la chiusura degli Opg, continuerà a impegnarsi, senza risparmio perché da parte delle Regioni, attraverso le articolazioni funzionali delle Asl (Salute Mentale, Dipendenze, Anziani ed Handicap) si provveda, con tutta urgente e con grande scrupolo e attenzione a:

1) Redigere programmi personalizzati per ciascun utente garantendo, così, una risposta adeguata ai bisogni dei singoli;

2) Le ingenti risorse economiche stanziate dalle Regioni per costruire nuove strutture, assolutamente sovradimensionate, e quelle stanziate per il personale individuato per la gestione delle Rems, siano investite nei Dipartimenti territoriali rilanciando e sostanziando, nei fatti, le pratiche territoriali - sempre più penalizzate e strangolate dalla crisi - così come richiedono con forza gli utenti, i loro familiari e tutte le figure professionali impegnate;

3) I progetti terapeutico-riabilitativi, individuali, dovranno riportare in dettaglio le risorse ad essi destinate e i tempi di attuazione del progetto stesso, insomma i soldi "seguano" i pazienti e il loro progetto di vita, e non servano a finanziare surrettiziamente nuove strutture;

4) Psichiatria Democratica, inoltre, mette sin da ora, le proprie competenze a disposizione del coordinamento per il superamento degli Opg, che si dovrà attivare entro presso il Ministero della Salute.

5) Pd si adopererà, infine, affinché si metta mano, al più presto, alla revisione degli articoli del codice penale relativamente alla cosiddetta pericolosità sociale.

martedì 14 gennaio 2014

Psichiatria e diritti umani: Elettroshock, è ora di dire basta! In Italia centinaia ogni anno.

L'Opinione
Riceviamo e pubblichiamo dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus un articolo a cura dello psichiatra americano Peter Roger Breggin.

Quando, nel corso del mio tirocinio in psichiatria, mi trovai a sottoporre alcuni pazienti a elettroshock (o TEC - terapia elettroconvulsiva), essi mi rivolgevano questa disperata preghiera: “Per favore, basta elettroshock!”. Dopo due o tre trattamenti, smettevano di esprimere alcunché e la loro “terapia” poteva proseguire senza reclami. Recentemente ho raccolto sul sito www.ectresources.org una collezione gratuita di documenti per aiutare la gente ad opporsi alla TEC. Comprende più di 100 articoli sottoposti a “revisione paritaria”, ricercabili tramite parole chiave come “brain damage” (danni al cervello), “memory loss” (perdita di memoria) ecc. È anche possibile scaricare una brochure dedicata ai pazienti e i loro familiari. La TEC prevede l’applicazione di due elettrodi sulla testa, per far circolare una corrente elettrica sufficiente a generare convulsioni di tipo epilettico.

La corrente elettrica e le convulsioni danneggiano sempre il cervello in quanto causano sempre un coma profondo immediato, spesso accompagnato da un grafico di onde cerebrali piatte – simili a quelle che si hanno in seguito a morte del cervello – seguito inevitabilmente da segni di grave trauma cranico, come perdita di memoria, disorientamento, confusione, incapacità di giudizio, perdita di personalità e instabilità emotiva. I sintomi peggiorano e diventano permanenti all’aumentare del numero di trattamenti. Siccome almeno uno degli elettrodi, e spesso entrambi, viene posizionato sui lobi frontali, la TEC produce una vera e propria lobotomia elettrica.

Da diversi anni la TEC viene praticata sotto anestesia generale, ma questo non ne cambia la sostanza e non la rende più sicura. L’anestesia veniva già usata durante il mio tirocinio ad Harvard nel 1963-64, e uno dei suoi effetti è che rende necessaria una scarica molto maggiore per provocare le convulsioni rispetto al passato. Per esempio, agli albori dell’elettroshock si ottenevano convulsioni applicando corrente per un decimo di secondo, mentre oggi sono necessari fino a 6 secondi: una durata 60 volte maggiore! La TEC moderna è dunque persino più dannosa rispetto al passato.

Studi condotti su grandi mammiferi lo confermano: dosi relativamente basse di TEC causano delle micro emorragie e la morte di cellule cerebrali. Hartelius ha mostrato come il danno da TEC sui gatti sia sempre visibile al microscopio. A volte il danno è visibile persino su persone vive, tramite scansioni cerebrali con tecniche radiologiche avanzate. La ricerca mostra che la TEC non previene il suicidio, ma invece lo può causare. Studi clinici controllati mostrano inevitabilmente che essa non produce alcun beneficio.

Altri studi dimostrano un tremendo appiattimento emotivo durante la fase acuta del danno cerebrale e per le quattro settimane immediatamente seguenti il trattamento, erroneamente identificato come miglioramento. Lo ricordiamo: tutti questi studi sono disponibili su www.ECTresources.org. I familiari dovrebbero fare di tutto per impedire che i loro cari vengano sottoposti a elettroshock. Se la terapia è già in corso, i familiari o amici dovrebbero attivarsi per interromperla al più presto: non si fa alcun danno se s’interrompe il trattamento e, anzi, prima lo si fa e meglio è. Siccome la TEC rende le vittime più sottomesse e incapaci di protestare in maniera efficace, è presto diventata un abuso. Questa pratica dovrebbe essere abbandonata dai medici e vietata dalle leggi dello Stato.


Peter Breggin è uno psichiatra libero professionista nel suo studio di Ithaca, nello stato di New York. È direttore del Centro per gli Studi su una Terapia Empatica, e autore di dozzine di articoli scientifici e oltre venti libri. In Italia nel febbraio 2013, la Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino, durante la presentazione in Senato della relazione finale della commissionae, mette in evidenza che dal 2008 al 2010 in Italia i casi di pazienti che hanno ricevuto una terapia elettroconvulsivante, l’elettroshock, sono oltre 1.400 in ben 91 strutture ospedaliere.

mercoledì 22 maggio 2013

Le carceri in Italia hanno di fatto preso il posto dei manicomi degli anni 70

L'Opinione
Gran parte del disagio mentale, in una realtà in cui sia il clima che la reazione sociale agli eventi psico-patologici degli individui incidono pesantemente sull’evoluzione dei sintomi e nella totale assenza di strutture di effettiva assistenza, approda proprio entro le mura carcerarie.

Che, a loro volta, come i vecchi manicomi, sono fonte di peggioramento psichiatrico. 

Si tratta di una affermazione intorno a cui ha ruotato il convegno “Psichiatria e Giustizia” promosso qualche giorno fa a Roma dalla Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo, dalla associazione “Proposta per l’Italia” e dal quotidiano “L’opinione” e che ha rinnovato una discussione rimasta sempre aperta da quando la legge Basaglia stabilì la chiusura dei manicomi. 

La sfaccettata realtà sociale italiana, sempre più segnata, dopo la chiusura dei manicomi, da un’ inarrestabile e sottovalutata crescita degli individui affetti da gravi disturbi mentali o lasciati alla strada o abbandonati all’iniziativa individuale delle cure familiari, impone una improcrastinabile e sempre troppo tardiva riflessione sul “Che fare”. Partendo dalla presa d’atto, onesta, delle implicazioni che la mancanza di misure volte alla gestione del ‘disagio liberato’ ha provocato in seguito alla chiusura dei manicomi. 

Quello che si impone è un ulteriore atto di coraggio legislativo che, evitando i medesimi errori seguiti alla legge Basaglia ed oltre ad alleviare le famiglie dal peso esclusivo della gestione dei malati, miri a moltiplicare le strutture alternative alle strutture carcerarie cui destinare, invece, i reati di massima gravità. Perché? All’approvazione della legge 180 non è seguita una organica risoluzione, soprattutto nei centri urbani ad alta densità di popolazione, del problema del collocamento di chi è colpito da disagio psichico che prima stava nei manicomi. 

Di fatto la Basaglia, che ha rappresentato una operazione più che legittima di surrealismo psichiatrico, animata dalle migliori intenzioni, non ha infatti previsto modalità operative per una corretta presa in carico dei malati, tranne a Trieste, dove il rapporto tra operatori e individui affetti da disagio mentale è pari più o meno ad 1 a 1. Cioè un rapporto insostenibile per qualsiasi altra struttura pubblica. 

La situazione ormai consolidatasi è che questo “carico”, per quanto amorevole possa essere, pesa esclusivamente sulle famiglie nella più totale assenza dello Stato che opera nel settore con protocolli schematici e disumani. Uno Stato che, ahimè, interviene soltanto nel momento in cui i congiunti del malato, lasciati soli a gestire sacche di malessere il cui esito spessissimo è un crescendo di violenza poiché i malati spesso arrivano a compiere atti estremi contro se stessi o contro i familiari stessi, subiscono passivamente e drammaticamente le conseguenze del disagio mentale dei propri assistiti. 

Senza un controllo, un monitoraggio da parte di strutture sanitarie capaci di erogare un servizio adeguato in collaborazione e coordinamento con la famiglia, la psicopatologia diventa una delle realtà più logoranti per chi deve assistere il familiare affetto da disagio psichico, soprattutto perché nel quadro psicopatologico rientra sempre il rifiuto tassativo di curarsi e la casistica di famiglie costrette ad arrivare alla denuncia del malato, a seguito di episodi di violenza, è in devastante aumento. 

L’esito della 180 è quindi paradossalmente, di vedere approdare il disagio mentale proprio in carcere che tutto è fuorché un luogo di cura né di rieducazione. Questo quadro, insomma, è il prezzo pagato da un sistema psichiatrico arretrato all’ideologia che negli anni ha impedito di mettere mano ad una modifica della 180, facendo cadere entrambe le proposte degli ex deputati Alessandro Meluzzi e Carlo Ciccioli. Chiunque abbia tentato di intervenire in materia di assistenza psichiatrica è stato tacciato di voler riaprire i manicomi mentre si tratterebbe di scardinare un sistema ingessato e costruire una “trama terapeutica” che renda possibile umanizzare il mondo del disagio mentale che troppo spesso approda nella galera. E qui il malato muore (parlano le percentuali!) anche perché non regge al cospetto della delinquenza reale. La sfida, dunque, è quella di rilanciare il tema con finalità ancor più rivoluzionarie di quelle previste dalla legge Basaglia: ripensare il sistema carcerario prevedendo strutture più adeguate alla cura dei malati che stanno marcendo in carcere e dal quale, se usciranno mai vivi, ne usciranno ancor più mentalmente dissestati di prima. Oltretutto, particolare non trascurabile, curare un malato attraverso una rete di monitoraggio domiciliare, costerebbe molto meno del suo mantenimento in prigione (attualmente il costo di un detenuto supera i 400 euro al giorno!) Ridefinire questo sistema non-sanitario che sempre più spesso conduce il malato mentale dietro le sbarre è, dunque, come hanno detto congiuntamente Alessandro Meluzzi, Alessandro Domenico De Rossi, Carlo Ciccioli ed Arturo Diaconale, un atto doppiamente rivoluzionario e titanico poiché dietro alle resistenze “ideologiche” che ad esso fanno fuoco di sbarramento vi sono ben altre resistenze legate alle rendite di posizioni e di gestione di potere sanitario. Quel che verrebbe aggredito è ben altro morbo, consolidatosi in cinquant’anni di Welfare, prodotto dall’inamovibilità garantita da un elefantiaco ed ingessato sistema burocratico che, come ha ben sottolineato Alessandro Meluzzi, infonde in chi ne fa parte la percezione dell’inamovibilità, ne stravolge, con ineliminabile meccanismo dell’anima, il funzionamento cerebrale e lo blocca nelle gabbie dell’improduttività dove non cresce alcun meccanismo che premi l’attività e l’iniziativa. Insomma scardinare le sicurezze “dovute” del Welfare, attraverso un progressivo snellimento dei dipendenti pubblici che garantisca un processo di ri-efficienza del sistema attraverso la sussidiarietà, l’unica strada per garantire il monitoraggio della casistica presente sul territorio e l’assistenza alle famiglie.
di Barbara Alessandrini

sabato 13 aprile 2013

Congresso dei Giovani Psichiatri: in carcere 33% detenuti soffre di malattie mentali, picco suicidi negli ultimi anni

Adnkronos Salute
In Italia un detenuto su tre soffre di malattie mentali. Sul totale della popolazione carceraria (circa 70 mila unità) sono quindi 20 mila quelli che convivono con una patologia psichiatrica. Psicosi, depressione, disturbi bipolari e di ansia severi sono la norma nel 40% dei casi a cui vanno aggiunti poi i disturbi di personalità borderline e antisociale. "Persone a volte già ammalate, altre che si ammalano durante la detenzione complici il sovraffollamento, i contesti sociali inimmaginabili, la popolazione straniera di difficilissima gestione". 
E' la fotografia scattata dagli esperti riuniti oggi a Roma per il congresso dei Giovani Psichiatri 'La psichiatria tra pratica clinica e responsabilità professionale'. Ecco che negli ultimi anni in Italia si è assistito al picco di suicidi nei penitenziari "quelli compiuti in carcere hanno numeri 9 volte superiori rispetto alla popolazione generale - precisano - con tassi aumentati negli ultimi anni di circa il 300% (dai 100 del decennio 1960-1969 a più di 560 nel 2000-2009 con oltre il 36% di decessi)".
La crescita dei suicidi non si arresta - aggiungono gli psichiatri - nel 2011 sono stati 63 i suicidi, più di mille i tentati suicidi e oltre 5.600 gli atti autolesivi. A farne le spese - precisano - anche l’organizzazione interna alle carceri: tra il 2000 e il 2011, 68 suicidi solo a carico degli operatori di Polizia Penitenziaria. Secondo Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria "questa condizione si è creata dopo anni di abbandono della salute mentale nelle carceri da parte delle istituzioni. Tra un anno chiuderanno anche gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) - sottolinea - quindi l’assistenza sanitaria dei detenuti va affrontata immediatamente e con le giuste risorse".
"Il Paese - precisa Mencacci - pagherà un conto salato, perché la norma entrata in vigore nel 2012 che avrebbe dovuto istituire una sezione di Osservazione Psichiatrica funzionante per ogni Regione è stata fortemente disattesa a causa della carenza di fondi specifici. Anche su questo aspetto chiediamo l’intervento del ministero tanto più ora che abbiamo prorogato la chiusura degli Opg, ma solo per un anno. Questa è quindi una cambiale a breve scadenza, ma non sappiamo quando potremo pagarla”.
Secondo gli specialisti "il sovraffollamento è a livelli record (150 detenuti per 100 posti, rispetto ai 107 del resto d’Europa). Una condizione di grave disagio per il detenuto sano, figuriamoci per un paziente con malattia mentale. Appena chiuderanno gli Opg una parte di questi detenuti tornerà in carcere e se la situazione non sarà cambiata potrebbe davvero diventare esplosiva".
"Il superamento degli Opg e il pieno passaggio dell’assistenza psichiatrica nelle carceri al sistema sanitario nazionale devono procedere parallelamente – avverte Mencacci – nell’ambito della più ampia riorganizzazione della Sanità penitenziaria e delle nuove competenze dei Dipartimenti di Salute mentale. A questi sono attribuite importanti responsabilità per la tutela della salute mentale dei cittadini detenuti. Si tratta, infatti, delle uniche istituzioni, nell’ambito del Servizio sanitario nazionale (Ssn), in grado di garantire una visione d’insieme ed un approccio realmente integrato al raggiungimento degli obiettivi sanitari ed assistenziali che vengono affidati dal Ssn alle proprie strutture".
"Tutto bene fino ad ora – chiosa Mencacci – ma solo sulla carta, perché nessuno ha ancora pensato e predisposto risorse per questa operazione. Si ritiene inderogabile, pertanto, che i Dipartimenti, siano potenziati e dotati delle risorse necessarie e sufficienti per garantire tale operatività in carcere, anche attraverso una dotazione di personale rispondente ai compiti affidati, e di strutture sovranazionali, quali i Centri di Osservazione Neuro Psichiatrica (Conp, nei fatti Servizi psichiatrici di diagnosi e cura intra carcerari, finalizzati alla gestione dell’urgenza) e i reparti di Osservazione psichiatrica (Rop, aree specialistiche di osservazione diagnostica qualificata a tempo definito)".

mercoledì 20 marzo 2013

Gli Opg? Verso la "non-chiusura"... aspettando la proroga. Interviste a 5 Direttorii

Redattore Sociale
Il 31 marzo è la data prevista per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma mancano le strutture alternative che dovrebbero ospitare gli ex internati. Parlano i direttori: "La scadenza non sarà rispettata su tutto il territorio nazionale".
C'è grande incertezza intorno alla chiusura degli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari, fissata al 31 marzo 2013. A pochissimi giorni dalla scadenza il quadro che emerge è che mancano strutture alternative in cui collocare gli internati. Cosa succederà dopo il 31 marzo? Quale sarà il futuro degli internati, quali saranno le modalità della loro presa in carico? Ci sarà una proroga della chiusura come ha annunciato il governo?
Redattore Sociale ha intervistato 5 direttori dei 6 Opg italiani. Dalle loro risposte si profila di fatto una "non - chiusura", visto che non ci sono le strutture sostitutive. "Una cosa è certa: l'Opg di Napoli continuerà a funzionare", afferma Stefano Martone, direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Secondigliano (Napoli). "Non abbiamo ancora notizie certe, ma la proroga sarà inevitabile", dichiara Elisabetta Calmieri, direttrice dell'Opg di Aversa. "La scadenza del 31 marzo non sarà rispettata su tutto il territorio nazionale, e ovviamente noi non faremo eccezione", spiega Ettore Straticò, direttore dell'Opg di Castiglione delle Stiviere (Mantova). Anche Antonella Tunoni, direttrice di Montelupo Fiorentino, sostiene che la chiusura del 31 marzo è "un'ipotesi molto difficile" e che non c'è "alcuna comunicazione ufficiale sulla disponibilità di strutture alternative". Tuttavia la regione Toscana si sta muovendo "per individuare la struttura, già esistente, ad alta intensità destinata a farsi carico dei casi più impegnativi, mentre per le situazioni più attenuate il modello sarà quello del tipo casa famiglia". Anche il direttore dell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto conferma di essere "in attesa della proroga della chiusura". Da parte sua il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria rimanda a domani la sua risposta.
In Italia ci sono 6 Opg: Barcellona Pozzo di Gotto (Messina, chiuso dopo essere stato posto sotto sequestro il 19 dicembre del 2012), Aversa (Caserta), Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Reggio Emilia e Napoli. In totale le persone che oggi sono ancora all'interno degli Opg sono 1.215 (dato aggiornato a febbraio 2013).
È la legge 9/2012, approvata a febbraio del 2012, a fissare per il 31 marzo la data di chiusura e a stabilire che sia concluso un accordo tra le regioni e l'amministrazione penitenziaria per individuare strutture sostitutive degli Opg. Per il superamento degli Opg, la legge prevede un finanziamento di 273 milioni di euro (93 per il personale e gli altri per le strutture).
All'approvazione della legge, nata da un disegno di legge presentato dalla Commissione Sanità presieduta dal senatore Ignazio Marino che nel 2011 ha visitato i 6 Opg, ha contribuito anche una grande mobilitazione della società civile riunita nel Comitato Stop Opg. Mobilitazione che è proseguita anche dopo la sua emanazione, in particolare in relazione al dibattito sorto sulle strutture sostitutive, evidenziando il rischio di un ritorno ai manicomi, nella forma dei cosiddetti mini-Opg.

Montelupo Fiorentino: improbabile superamento Opg entro 31 marzo

La direttrice Tuoni: "Non ci sono comunicazioni ufficiali sulla disponibilità di strutture alternative". Ma la regione si sta muovendo: "Struttura ad alta intensità già individuata per i casi più impegnativi".
Entro il 31 marzo gli Opg devono essere dismessi per legge. Ma nel caso di Montelupo Fiorentino, come in molti altri casi in Italia, è un'ipotesi "molto difficile", almeno secondo la direttrice Antonella Tuoni, visto che "non abbiamo avuto alcuna comunicazione ufficiale sulla disponibilità di strutture alternative". Probabilmente si arriverà ad una proroga. La regione Toscana si sta comunque muovendo per trovare strutture alternative.
"La regione - spiega l'assessore alla salute Luigi Marroni - si sta muovendo per individuare la struttura, già esistente, ad alta intensità destinata a farsi carico dei casi più impegnativi, mentre per le situazioni più attenuate utilizzeremo più di una struttura. Il modello sarà quello del tipo casa famiglia e il riferimento sarà l'Azienda sanitaria locale di appartenenza. Al momento siamo nella fase conclusiva di individuazione delle varie strutture, sia quella ad alta che quelle a più bassa intensità e contiamo di rispettare i tempi previsti dall'ultimo accordo stipulato tra regioni e Governo". Dalla regione fanno inoltre sapere che la Toscana ha comunque già avviato, a partire dal 2011, il processo di superamento dell'Opg, che ha consentito di dimettere 22 internati e trasferirli presso residenze sanitarie. Una volta dismesso l'Opg, spiega ancora la direttrice Tuoni, "visto che sono stati spesi 5 milioni per ristrutturazioni, sarebbe una scelta miope buttare questi soldi nel cestino" e quindi sarebbe opportuno "trasformare la struttura in un carcere che potrebbe ospitare detenuti a bassa pericolosità sociale".

Barcellona Pozzo di Gotto: pronto il piano di riconversione

Il direttore Rosania: "Già individuate quattro strutture protette". "Per quanto concerne i tempi attendiamo la proroga del ministro sullo slittamento della chiusura".
Pronto il piano di riconversione per l'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto. A dirlo è il direttore Nunziante Rosania che conferma l'impegno ed il lavoro che è in corso con i rappresentanti delle quattro regioni di riferimento (Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia) per stabilire i criteri relativi alla dimissione di alcuni soggetti e le modalità organizzative relative all'attivazione delle quattro strutture alternative all'Opg già individuate nell'Isola.
"Stiamo lavorando a tutto campo con le regioni che rientrano nel nostro bacino di utenza - afferma il direttore Nunziante Rosania. In particolare, abbiamo firmato con i rispettivi assessorati alla Sanità dei protocolli d'intesa. Tra i detenuti vanno distinti i dimissibili da quelli non dimissibili per i quali ci sarà l'inserimento in strutture alternative che verranno predisposte nei prossimi mesi".
"Per quanto concerne i tempi attendiamo la proroga del ministro sullo slittamento della chiusura - continua. Siamo comunque ormai in una fase di superamento di cui adesso vedremo i tempi tecnici. Naturalmente anche le realtà alternative all'Opg vanno pensate in tutta la loro complessità, presupponendo che si tratti di realtà che auspichiamo siano altamente qualificate a sostenere ed accompagnare queste persone in tutte le loro problematiche. Va ripensata tutta la questione della psichiatria, tenendo conto che la malattia esiste e tutta la rete di assistenza va migliorata sotto tutti gli aspetti".
"Per quanto ci riguarda noi siamo pronti e abbiamo già il nostro piano di riconversione - sottolinea il direttore Rosania.
Adesso aspettiamo cosa fare per il prossimo futuro. Con l'assessorato regionale alla sanità di Palermo che coordina anche gli altri bacini di utenza delle altre regioni stiamo stabilendo i criteri di dimissioni delle persone detenute e le relative sedi alternative. Si tratta di strutture protette. In Sicilia ne sono già state individuate quattro: a Catania, Agrigento, Messina e Palermo". Le strutture alternative rispondono ai criteri organizzativi previsti dal decreto Marino: hanno una capienza massima di 20 persone e prevedono il personale specializzato distinto in uno psichiatra, uno psicologo, un tecnico della riabilitazione, un assistente sociale, 12 infermieri e sei operatori sanitari.
"Si tratterà di realtà alternative che assumono una valenza sperimentale forte che ci auguriamo lavorino nel migliore dei modi possibili - aggiunge ancora. Da tempo ho sostenuto che questi istituti, gli Opg, residuati bellici veri e propri venissero chiusi - dice. Adesso grazie al lavoro della commissione Marino tutto ciò si sta portando a termine.
Naturalmente il mio auspicio è che si istauri un tavolo tecnico che tenga conto di più voci esclusivamente per il bene ed il futuro di queste persone. Speriamo quindi di chiudere al più presto un capitolo per aprirne un altro positivo e costruttivo per tutti i pazienti e sicuramente migliore da tutti i punti di vista".
Attualmente nell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto ci sono 148 internati: tutti soggetti che a vario livello sono stati sottoposti a misure di sicurezza dell'Ospedale psichiatrico giudiziario. Di questi ci sono 42 prosciolti con misure di sicurezza definitiva, 36 sottoposti a misura di sicurezza provvisoria in attesa di giudizio, 40 in casa di cura e custodia definitiva seminfermi di mente con la pena ridotta di un terzo, 29 in casa di cura e custodia provvisoria in attesa di definizione, un soggetto in osservazione psichiatrica. A questi si aggiungono anche 8 detenuti che si sono ammalati mentre erano in altre carceri dove erano entrati sani di mente. "In un anno e mezzo sono usciti dall'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto parecchi detenuti - conclude il direttore. Se pensiamo che nel 2011 erano 400 e adesso ne abbiamo 148, potete immaginare quanto lavoro è stato fatto fino a questo momento".

Aversa: il 31 marzo l'Opg non chiuderà

Parla la direttrice Palmieri: "Non abbiamo ancora notizie certe, ma la proroga sarà inevitabile. Il problema più grande resta quello della mancanza delle strutture di accoglienza esterna che dovranno essere approntate dalle Asl e dalle regioni".
"Il 31 marzo l'Opg non chiuderà". Ne è certa la direttrice dell'Ospedale giudiziario di Aversa Elisabetta Palmieri. "Solo a febbraio è stato pubblicato il bando per la ripartizione dei fondi alle regioni finalizzati alla realizzazione delle strutture esterne che dovranno prendersi carico degli ex internati. E il termine per la presentazione dei progetti è ad aprile, già oltre quindi il termine del 31 marzo fissato per la dismissione. Non abbiamo ancora notizie certe, ma la proroga sarà inevitabile. Credo che maggiore certezza l'avremmo solo dopo l'insediamento del nuovo governo".
Quanti sono attualmente gli internati nell'Opg di Aversa? E quante sono le proroghe?
"Variano tra i 155 e i 160. Una ventina quelli reclusi da anni per le proroghe disposte dalla magistratura. Dopo il sequestro dell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto ospitiamo oltre agli internati di Campania, Molise e Abruzzo, che afferiscono alla nostra competenza territoriale, anche persone provenienti da Sicilia e Puglia, a centinaia di chilometri di distanza da casa e famiglia".
La Commissione Marino, due anni fa, valutò "pessime le condizioni strutturali ed igienico sanitarie della struttura", considerandole "unitamente al sovraffollamento, fortemente lesive della dignità personale". Cosa è cambiato da allora?
"All'epoca non ero ancora la responsabile, mi sono insediata da poco più di un anno. Ma posso affermare che quelle ispezioni hanno prodotto una scossa. Sono stati realizzati importanti lavori alla struttura ed è stato definitivamente chiuso il padiglione "La Staccata" che versava in condizioni pessime".
Dall'annuncio della dismissione quali passi sono stati realizzati in vista della chiusura?
"Ribadendo che il problema più grande resta quello della mancanza delle strutture di accoglienza esterna che dovranno essere approntate dalle Asl e dalle Regioni, qualche cambiamento c'è stato. Negli ultimi due mesi abbiamo registrato un incremento della disponibilità dei Dipartimenti di Salute Mentale ad avviare percorsi esterni individualizzati del 30 - 40 percento rispetto al passato. Anche perché i magistrati di Sorveglianza sono più perentori nell'intimare l'affidamento a strutture sanitarie esterne all'Opg per chi non è più valutato socialmente pericoloso".
Cosa crede si debba fare per la dismissione definitiva?
"Serve sicuramente maggiore impegno e tempestività da parte di regione e Asl nell'adeguarsi alla nuova norma. Ma credo non sia ancora sufficiente. In assenza di una modifica del codice penale che lega la pericolosità sociale all'idea di detenzione e lascia persistere il binomio cura e custodia, la dismissione degli Opg rischia di rimanere solo sulla carta".
In che senso?
"Lo sostengono molti addetti ai lavori. Se non c'è una riforma del codice gli operatori sanitari non avranno la competenza per affrontare le questioni giudiziarie delle persone affidate. Chi si occuperà delle incombenze giuridiche e legali degli internati nelle nuove strutture? Se si è deciso di perseguire la linea della chiusura credo occorra riformulare l'intero quadro normativo a riguardo. Altrimenti il rischio è che le nuove strutture replichino su scala ridotta gli attuali Opg".
Come sta vivendo il personale e gli internati l'annunciata dismissione?
"È una situazione che con il passare del tempo diventa sempre meno sostenibile. Gli operatori sono in una situazione di limbo: sanno che la situazione attuale sta per finire, ma non vedono realizzarsi le condizioni perché ciò avvenga. Da parte degli internati le reazioni sono agli antipodi: c'è chi vive l'attesa con la speranza di poter finalmente tornare a casa, altri, invece, appaiono spaventati. L'Opg, per tanti è diventata una casa, e hanno paura di dover affrontare il cambiamento. Storie diverse che dovranno essere affrontate con grande sensibilità".

Napoli: l'Opg continuerà a funzionare

Martone, direttore dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Secondigliano: "Finché le Asl non creano strutture alternative, le autorità giudiziarie sono tenute a garantire la sicurezza detentiva".
"Anche se di fatto non ci sarà una deroga alla legge 9/2012, una cosa è certa: l'Opg di Napoli continuerà a funzionare per garantire la sicurezza preventiva". Ad affermarlo è Stefano Martone, direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Secondigliano, Napoli, che, a pochi giorni dalla data limite fissata per la chiusura degli Opg parla ancora di "incertezza" e di un "vuoto di fatto per la mancanza di strutture alternative in cui collocare gli internati".
Si avvicina il 31 marzo, la data prevista per legge per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Quale è la situazione di Napoli?
Siamo in attesa di capire cosa accadrà sul piano normativo. Il fatto che non siano state realizzate le varie strutture crea però un vuoto. Fatto è che dal primo aprile, anche se non dovesse intervenire una deroga, l'Opg deve continuare a funzionare. La legge 9/2012 è una norma a "legislazione invariata", vale a dire che non modifica l'ordinamento né il codice penale: questa legge non chiude gli Opg e finché le Asl non creano strutture alternative, le autorità giudiziarie sono tenute a garantire la sicurezza detentiva.
Come avete accolto la notizia della chiusura e come si è preparato l'Opg di Napoli in vista del 31 marzo?
In realtà paradossalmente abbiamo riscontrato negli ultimi mesi un aumento e non, come sarebbe stato normale, una diminuzione del numero dei ricoveri. Oggi sono 115 gli internati nell'opg di Secondigliano, 15 in più rispetto alla capienza regolamentare, che è di 100, e 5 in meno rispetto alla soglia tollerabile, che è di 120.
Come si spiega questo aumento?
Io me lo spiego in due modi. Da una parte, come conseguenza della chiusura dell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, che ha determinato un affollamento negli Opg del Sud Italia, compreso quello di Secondigliano. Ma anche come il frutto di una diversa attenzione alla patologia psichiatrica anche nel giudizio di cognizione. Per cui, noi adesso abbiamo il problema inverso: non quello di chiudere, ma di resistere a questa ondata di nuovi ingressi. Una inversione di tendenza rispetto al passato, se si pensa che tra il 2008 e il 2009 erano 80 i ricoverati e, in caso di dimissioni, di buona parte delle persone, la chiusura sarebbe stata una conseguenza naturale.
Quali sono i reati più diffusi anche tra i nuovi entrati?
I reati di scarso allarme sociale, anche se abbiamo anche casi di delitti avvenuti tra le mura domestiche. Ben venga quindi la chiusura degli Opg e che ci siano strutture adeguate e più accoglienti per queste persone, ma io credo che non si stia affrontando il vero problema.
Qual è secondo lei il vero problema?
Il problema di base è che in Italia vengono ancora applicate le misure di sicurezza, nel senso che ancora oggi si è privati della libertà personale per una presunta "pericolosità sociale", un concetto, una percezione.
La sua proposta?
La mia è una proposta sicuramente rivoluzionaria ma più umana: quella di eliminare le misure di sicurezza preventive, porre fine agli "ergastoli bianchi" e considerare questi autori di reato cittadini come tutti gli altri, messi in condizioni di potere uscire dal carcere e rifarsi una vita.

Castiglione delle Stiviere: scadenza 31 marzo non realistica

Ma senza una proroga ufficiale gli Opg non potranno più far entrare nessuno e non ci sono ancora le strutture sostitutive. Straticò (direttore): "Vuoto dannoso, la politica ha pochi giorni per rimediare".
"Guardi, le dico subito che la scadenza del 31 marzo non sarà rispettata su tutto il territorio nazionale, e ovviamente noi non faremo eccezione". Esordisce così Ettore Straticò, direttore del'Opg di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Come tutti gli Ospedali psichiatrici giudiziari anche quello guidato da Straticò sta affrontando una fase di transizione che dovrebbe portare alla chiusura del centro e alla distribuzione dei pazienti in strutture più piccoli gestite dalle Ausl del territorio.
Come state affrontando questa fase di passaggio?
Intanto faccio una premessa: da sempre siamo completamente sanitarizzati. A Castiglione lavorano medici, operatori sociali e infermieri. Non ci sono mai state guardie come succede negli altri Opg.
Stiamo lavorando su una serie di percorsi in collaborazione con la Regione Lombardia e abbiamo già individuato le sedi dove spostare i pazienti per rispettare la legge 9/2012 che prevede il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ovviamente la scadenza del 31 marzo non è realistica, e infatti si parla già di una proroga.
Cosa succederà a fine mese?
Continueremo a lavorare in serenità. C'è però un problema: se non arriveranno indicazioni in senso contrario dal primo di aprile non potremo più accogliere persone nel nostro Opg. Si verrà quindi a creare un vuoto dannoso per tutti, per la qualità del nostro lavoro così come per gli internati: gli Opg non potranno più fare entrare nessuno, ma non esisteranno ancora sul territorio strutture capaci di accogliere queste persone. La politica ha solo 9 giorni di tempo per rimediare, spero si faccia in fretta.
La situazione numerica a Castiglione?
Abbiamo 280 ospiti, una situazione di cronico sovraffollamento se pensiamo che i posti previsti sono 193 e la capienza tollerabile arriva solo a 220 posti letto. Detto questo siamo stabili: nel 2012 sono entrate 182 persone e ne sono uscite 182.
Quanti sono i cosiddetti prorogati?
Sono 70, ma ognuno di loro ha avuto una possibilità e ne avrà altre in futuro. Di solito si tratta di persone che hanno passato un periodo di prova in una comunità esterna e che non hanno saputo rimanere, vuoi per avere trasgredito le regole vuoi per avere dimostrato di non essere ancora pronti. Voglio far notare che dal 2010 a oggi abbiamo rinnovato il 93 per cento della popolazione dell'Opg, questo significa che le persone alla fine escono e solitamente sono affidate a comunità protette sparse sul territorio.
I tempi medi di permanenza?
Per gli uomini ci aggiriamo attorno ai 18 mesi, per le donne si sale a 2 anni e 3 mesi. La differenza si spiega col fatto che le donne arrivano da tutta Italia, isole comprese.
L'Opg di Castiglione delle Stiviere è da molti considerato un centro di eccellenza, chiuderà?
La legge 9 del 17 febbraio 2012 parla chiaro. Gli Opg vanno superati, e anche quello di Castiglione strutturalmente e architetturalmente ha bisogno di radicali cambiamenti. L'idea è quella di chiudere con l'attuale assetto organizzativo basato su grandi reparti e andare verso piccole strutture. Quello che mi sento di sottolineare è la necessità di preservare la professionalità del personale dell'Opg, che ha sempre lavorato ottimamente.