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domenica 5 aprile 2020

Coronavirus - Anziani - Marco Impagliazzo: "Tsumani nei luoghi di cura e assistenza spazza via una generazione. Più reti familiari e solidali, meno istituti."

Avvenire
È un tempo difficile, questo. Sentiamo il peso della riscoperta della fragilità, la sentono i nostri anziani, in particolare quelli ospiti negli istituti, nelle Rsa. Di loro ha parlato il Papa durante l’Angelus di domenica 29 marzo: «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo...».
Siamo tutti rimasti scossi, infatti, da quanto accaduto in tante residenze per anziani, nel Nord, ma anche in altre zone d’Italia: il contagio che arriva e colpisce tanti, in successione; l’ambiente che dovrebbe proteggerti diviene la prigione in cui un nemico invisibile può imperversare con facilità. In tanti, troppi, luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte a uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Ma forse c’è poco di 'naturale' in quanto sta avvenendo, frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti, con il risultato di concentrare tanti deboli e tanti fragili in uno stesso luogo.
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È fondamentale pensare già oggi a un domani diverso, dopo aver scoperto la nostra fragilità. Il virus, purtroppo, porta a termine un’operazione di 'scarto' (Bauman) di chi è anziano iniziata molto prima. Mentre ci sarebbe stato bisogno di potenziare attorno a chi è più avanti negli anni una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventasse garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti, è cresciuto il numero degli istituti e il numero di coloro che ne oltrepassavano la soglia.

Conosciamo forse la folgorante battuta di don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato gli istituti». Un modello basato sull’allontanamento dalla rete sociale e dal concentramento di coloro che sono in maggiore difficoltà, di fronte all’avanzare del coronavirus ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. 


Le case di riposo sono istituzioni che rispondono a un bisogno. In molte di esse c’è attenzione e cura per gli ospiti, la consapevolezza di quanto l’umanità sia il primo requisito da preservare e condividere. Eppure, quanto sarebbe stato meglio investire su un sostegno alla famiglia per permettere di far restare a casa l’uomo e la donna fragili, come saremo tutti noi, prima o poi! Per il futuro se ne dovrà tenere conto.
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Marco Impagliazzo
 

India - Abbandonati nei campi profughi rohingya la fame fa più paura del coronavirus e le norme igieniche sono scarse o inesistenti

Internazionale
Din Mohammad sta facendo tutto il possibile per mantenere in salute la sua famiglia e gli altri rifugiati rohingya nelle tre settimane di isolamento e blocco delle attività imposti dal governo indiano per contrastare il coronavirus. 

Nell’ultima settimana Mohammad, che ha 59 anni e vive con la moglie e i cinque figli nel campo profughi di Madanpur Khadar, a New Delhi, ha fatto il giro delle baracche per assicurarsi che le persone rispettino il distanziamento sociale e tengano pulite le loro misere abitazioni fatte di assi di legno e teli cerati.

Tuttavia sa che queste misure sono difficili da mettere in atto in campi profughi affollati come il loro, dove le persone vivono in condizioni soffocanti, senza accesso a servizi essenziali come i bagni e l’acqua pulita. “Siamo seduti su una polveriera”, dice. “Non ci metterà molto a esplodere”. 

Circa 40mila musulmani rohingya vivono in diversi campi profughi in India. Si trovano soli a combattere la pandemia da coronavirus, che temono diventi per loro una catastrofe umanitaria.

Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato un rigido lockdown, che riguarda 1,3 miliardi di indiani, per impedire la diffusione del virus. Ma la sua decisione ha subito avuto conseguenze tragiche perché ha costretto decine di migliaia di lavoratori irregolari a scappare a piedi dalle città. Alcuni sono morti.

Il timore di un’epidemia nei campi
Circa cento chilometri a sud della capitale, quattrocento famiglie rohingya vivono in un campo profughi della provincia di Nuh, nello stato di Haryana. Per loro il sapone è un lusso, figurarsi l’acquisto di mascherine e prodotti igienizzanti.

Sono tutti preoccupati per il virus ma possono fare poco per proteggersi. Le loro baracche sono addossate le une alle altre, cosa che rende impossibile mantenere le distanze. In generale l’igiene è scarsa, i bagni sono sporchi e l’accesso ai servizi sanitari è limitato. Jaffar Ullah, un insegnante d’informatica di 29 anni, vive in una delle baracche. Alcuni giorni fa ha finito la sua ultima saponetta. Non gli è rimasto niente per lavarsi le mani.

“In questa baraccopoli poche famiglie hanno il sapone, ma la maggior parte non può permettersi di comprarlo”, spiega. Le autorità hanno inviato degli addetti a irrorare di disinfettante i quartieri residenziali, ma non le baraccopoli. Negli ultimi giorni secondo Jaffar Ullah sono aumentati i casi di febbre tra gli abitanti dello slum. “Non so se si tratti di coronavirus o no”, osserva, “ma le persone sono terrorizzate. Non possono andare in ospedale perché gli ambulatori sono chiusi. Nessuno dall’amministrazione locale è venuto a controllare”.
I prossimi giorni saranno critici per la comunità rohingya, perché molte famiglie presto esauriranno le loro scorte di cereali

Molti ospedali hanno sospeso le attività ambulatoriali il 25 marzo. La Rohingya human rights initiative (Rohringya), un’organizzazione non profit con sede a New Delhi, ha intervistato 334 persone che vivono nel campo di Madanpur Khadar, e ha riscontrato che 37 mostravano sintomi simili a quelli del nuovo coronavirus, tra cui febbre, tosse e secrezioni nasali.

“Esiste un rischio serio che il nuovo coronavirus si diffonda nelle baraccopoli dei profughi rohingya”, ha dichiarato Sabber Kyaw Min, di Rohringya. “Il governo indiano sta proteggendo i suoi cittadini, mentre le organizzazioni internazionali come l’Unhcr si sono voltate dall’altra parte. Siamo stati lasciati soli a combattere la pandemia”.

Ridotti alla fame
L’ufficio dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a New Delhi nega di aver tardato a rispondere e dichiara di monitorare la situazione coordinandosi con le associazioni locali. “Ci stiamo lavorando molto. Nelle ultime settimane abbiamo organizzato diversi progetti di sensibilizzazione sul Covid-19 nelle baraccopoli”, ha detto Kiri Atri, responsabile delle relazioni esterne dell’Unhcr. “Da oggi cominceremo a distribuire kit per l’igiene personale contenenti delle saponette, mentre le mascherine saranno fornite sulla base di una valutazione caso per caso”.

Badar Alam, del campo profughi di Nuh, lavorava a giornata in un cantiere, ma a causa delle nuove misure per contrastare l’epidemia ha dovuto smettere. L’uomo, 31 anni, sostiene che la sua famiglia, composta da sua moglie e tre bambini, non mangia un pasto come si deve da una settimana. Ad Alam restano due chili di riso, 250 grammi di lenticchie e 250 rupie in tasca (l’equivalente di 3 dollari), e nessuna prospettiva di lavorare per almeno altre due settimane. “Cosa darò da mangiare ai miei figli? Pietre?”, chiede.

Raqib Hameed Naik, Al Jazeera, Qatar

giovedì 2 aprile 2020

Coronavirus - Bologna, prima vittima tra i detenuti. Dal 26 marzo agli arresti domiciliari in ospedale

Il Resto del Carlino
È morto all'ospedale Sant'Orsola di Bologna un detenuto positivo al Coronavirus, Vincenzo Sucato, 76 anni. E' la prima vittima tra i reclusi. A quanto si apprende da fonti penitenziarie l'uomo era agli arresti domiciliari nel nosocomio. 


È stato ricoverato in ospedale il 26 marzo per plurime patologie e aveva anche difficoltà respiratorie. Entrato in ospedale, dunque, non come paziente Covid-19, è stato comunque sottoposto a tampone, risultando positivo.

La notizia era stata anticipata dal sindacato Uilpa, poi la conferma è arrivata anche dal Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), spiegando che l'uomo, di origini siciliane, non era più in carico al carcere bolognese dove era stato recluso.

Sucato era stato ricoverato nell'unità di medicina d'urgenza del policlinico Sant'Orsola, e poi, sottoposto al tampone, era risultato positivo. L'autorità giudiziaria competente gli aveva concesso gli arresti domiciliari all'ospedale.

"Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui", spiega all'Ansa
Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna.

mercoledì 1 aprile 2020

Coronavirus - Regno Unito - Estesi automaticamente di un anno i visti in scadenza per la Brexit per medici, infermieri stranieri e paramedici che stanno combattendo il Covid-19. Provvedimento valido anche per le loro famiglie

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Regno Unito estende a medici, infermieri e paramedici stranieri i loro visti che sarebbero scaduti nel 2020 in modo che possano "concentrarsi sulla lotta contro il coronavirus".



L'estensione si applicherà a circa 2.800 migranti lavoratori nella sanità dei migranti che lavorano per il SSN e che hanno visti di lavoro nel Regno Unito che dovrebbero scadere prima del 1° ottobre.

Saranno rinnovati automaticamente per un anno gratuitamente in modo da poter continuare a lavorare nel paese, ha affermato il Ministero degli Interni.
Le modifiche si applicheranno anche ai loro familiari.

Sono state inoltre revocate le restrizioni sul numero di ore settimanali che gli studenti medici e infermieri stranieri possono lavorare per il SSN.

Verranno inoltre prorogate le scadenze per gli infermieri stranieri registrati per superare i test di abilitazione in modo che abbiano più tempo per sostenere gli esami mentre lavorano in prima linea.

L'"Home Secretary" Priti Patel ha dichiarato: "Medici, infermieri e paramedici originari da paesi stranieri da tutto il mondo stanno svolgendo un ruolo di primo piano negli sforzi del SSN per combattere il coronavirus e salvare vite umane".
Ha aggiunto: "Dobbiamo loro molta gratitudine per tutto ciò che fanno e non voglio distrarli dalle procedure di rinnovo del visto. Ecco perché ho esteso automaticamente i loro visti - gratuitamente - per un ulteriore anno."

ES

Fonte: ITV

martedì 31 marzo 2020

Coronavirus - “Pieni poteri a Orban”, allarme in Ungheria: sospensione elezioni, carcere per la "disinformazione", nessuna scadenza allo stato di emergenza. E' un golpe!

La Stampa
Il Parlamento approva le contestate misure anti-virus. Anche i nazionalisti di Jobbik: «È un colpo di Stato»

Stato di emergenza a tempo indeterminato, poteri straordinari a Viktor Orbán, sospensione immediata delle elezioni, carcere per chi fa disinformazione sull’epidemia o sul governo. Sono questi i punti salienti del pacchetto di misure anti-coronavirus approvato ieri dal parlamento ungherese (138 voti favorevoli, 53 contrari) che di fatto lascia carta bianca al premier magiaro ultranazionalista: da oggi Orbán potrà governare per decreto, da solo e senza contestazioni.


Respinta con perdite la mozione dell’opposizione che chiedeva di inserire nel testo di legge almeno un limite temporale di 90 giorni allo stato di emergenza. 

La paura è, ovviamente, che il governo non revochi le misure neppure quando la pandemia sarà sconfitta e che la sospensione della normale pratica costituzionale in Ungheria sarà sine die. D’altronde i timori paiono fondati, visto che uno stato d’emergenza legato alla crisi dei migranti, voluto da Orbán nel 2015, è tuttora in vigore.

Vent’anni al potere
La mossa del premier magiaro arriva come coronamento di una strategia cominciata nel 2010, all’indomani delle elezioni (stravinte) che gli hanno consegnato il Paese. Orbán ha gradualmente esteso il suo potere, incurante dei moniti di Unione europea, comunità internazionale e associazioni dei diritti umani, preoccupati della progressiva erosione dello stato di diritto. 

Le nuove disposizioni prevedono in particolare che il premier possa prolungare indefinitamente lo stato di emergenza in vigore dall'11 marzo scorso, a sua discrezione e senza chiedere il voto del parlamento: questo rende possibile la sospensione per decreto di alcune leggi e l'introduzione di misure straordinarie se queste garantiscono la salute, la sicurezza personale e materiale e l'economia. Inoltre chi diffonderà «notizie false» sul virus o sulle decisioni del governo rischia fino a 5 anni di prigione: negli ultimi giorni, sono stati i pochi giornali indipendenti rimasti ad essere accusati dal governo di diffondere informazioni fasulle che potrebbero provocare «disordini sociali» e «impedire la protezione della popolazione».

Mario Giro: "La gente inizia ad avere fame, serve un reddito di emergenza in tempi rapidi. Altrimenti si rischia l’ “assalto ai forni” magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli"

Globalist

L'ex viceministro degli Esteri ed esponente di vertice di Democrazia Solidale: "Misure rapide altrimenti si rischia l'assalto ai forni magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli.

Alla crisi sanitaria si è affiancata quella economica, sempre più grave. Secondo Mario Giro, ex viceministro degli Esteri ed esponente di vertice di Democrazia Solidale, le misure del governo a sostegno del reddito sono giuste ma rischiano di arrivare troppo tardi. C’è bisogno di mettere in campo mezzi straordinari per accelerare i tempi.

Perché?
Il reddito di emergenza - che noi di Demos sosteniamo decisamente, sia detto per inciso - ha bisogno di alcune procedure di verifica e controllo. La nostra amministrazione pubblica è, già in tempi ordinari, notoriamente un po’ lenta, figurarsi in un momento straordinario come quello attuale. Per questo Demos propone misure quasi automatiche e facili da realizzare in poche ore. Servono nei prossimi 15-20 giorni, ovvero nella forchetta temporale di massima sofferenza prima che sia pagata la cassa integrazione e le altre misure previste. Occorre dare un segnale forte alla gente e raggiungere la platea di chi non viene mai raggiunto: i lavoratori discontinui, i piccolissimi artigiani, baristi, barbieri, banchisti, quelli del sommerso e del lavoro nero. Anche loro devono mangiare. Altrimenti si rischia l’ “assalto ai forni” magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli.


Come dare un aiuto immediato ai cittadini in grave difficoltà economica?
Proponiamo una ricarica straordinaria di 500 euro come accredito immediato sui conti di chi percepisce reddito di cittadinanza, assegni e pensioni sociali o di invalidità, Naspi, cassa integrazione e indennità di disoccupazione. Può essere un anticipo in alcuni casi, in altri, come le pensioni più basse, anche a fondo perduto.
Una misura una tantum per superare questo mese. Proponiamo anche un accordo con la grande distribuzione per fare la spesa a credito con autodichiarazione semplice e garanzia del rimborso statale. Invece di rendere i grandi magazzini l’obiettivo dei disperati che li assaltano, facciamone il luogo dove si allevia la sofferenza. 

Non possiamo militarizzare l’Italia: tendiamo la mano a chi ha fame. Se qualcuno ne approfitterà, pazienza. Ma va fatto entro 48 ore, subito. Infine proponiamo il buono acquisto per chi non ha un lavoro regolare e per i più poveri, da compilare online o mediante le associazioni. Una proposta per fare in modo che i 400 milioni messi ieri a disposizione dal governo aumentino e siano facilmente distribuiti.

Lei ha proposto di attivare il cosiddetto Helicopter Money. Cosa vuol dire?
In gergo economico, Helicopter Money sono i soldi che distribuisci a pioggia in un momento di crisi acuta. Chi oggi sostiene che non si vive di sussidi, non sa di cosa parla: la gente inizia ad avere fame. 

Se non si fa qualcosa di rapidissimo, la protesta non si ferma. Se agli occhi di qualcuno 10.000 morti e un lockdown totale di un mese non sono ragioni sufficienti per una forma di sussidio urgente, significa che vive tra le nuvole e non ha mai toccato la povertà umana. 

Inoltre ho proposto l’Helicopter Money anche per le imprese: tra Banca Europea degli Investimenti, Cassa Depositi e Prestiti e Sace, dobbiamo sbloccare almeno 500 miliardi per far ripartire produzione ed economia. Questi soldi possono venire dal mercato, usando le leve della Bei e quelle nazionali della Cdp e della Sace. Se anche la spunteremo sugli EuroBond, sarà già troppo tardi: anche qui bisogna fare in fretta, essere più veloci del riluttante Consiglio europeo.

lunedì 30 marzo 2020

Coronavirus - Africa - Per molti africani sarà impossibile isolarsi dagli altri. Gli slum, i campi profughi, il difficile accesso all'acqua, sistemi sanitari in difficoltà ...

Internazionale
La pandemia di Covid-19 ha già invaso ogni aspetto della nostra vita. Mentre gli ottimisti sperano che la malattia ci costringerà a riflettere sulle disuguaglianze e sugli ostacoli all’accesso alle cure mediche in tutto il mondo, i realisti sono convinti che l’effetto finale sarà quello di aggravare i divari esistenti.
In Africa la crisi non ha ancora raggiunto proporzioni epiche, ma s’intravedono alcune crepe. In Sudafrica, che ha da poco deciso la chiusura totale delle attività con l’obbligo di restare in casa, i lavoratori hanno cercato di evitare il più possibile il contagio anche quando dovevano viaggiare su mezzi pubblici affollati per andare a svolgere impieghi sottopagati, spesso appena sufficienti a garantirgli la sussistenza, mentre le persone più ricche svuotavano i negozi delle grandi catene per accaparrarsi da mangiare e tutta la carta igienica su cui riuscivano a mettere le mani.

In Sudafrica il governo ha proclamato “lo stato di disastro nazionale”tempestivamente, dopo appena sessanta casi confermati di nuovo coronavirus. Anche il Ruanda e il Kenya hanno adottato misure severe subito dopo i primi casi, tra cui restrizioni ai viaggi e divieti di assembramento in pubblico.

La scelta di bloccare le frontiere per frenare la pandemia fa senza dubbio discutere. Il Sudafrica, per esempio, ha dichiarato di voler costruire una recinzione lunga quaranta chilometri sul confine con lo Zimbabwe. La chiusura delle frontiere può contribuire al distanziamento sociale raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ma vale la pena riflettere su come questi provvedimenti possano essere messi in pratica in questi paesi.

Le malattie possono superare con facilità i confini, che sono delle linee immaginarie

Le frontiere nazionali furono tracciate arbitrariamente nell’epoca coloniale ed esistono solo a livello teorico per molte delle comunità che vivono a cavallo di questi confini. Le vediamo su Google maps, ma non impediscono agli scambi commerciali e ai legami familiari che preesistevano al colonialismo di sopravvivere ancora oggi. Si possono chiudere i valichi di frontiera ufficiali, ma non quelli irregolari, sparpagliati lungo centinaia di chilometri di territori, lungo il corso di fiumi e laghi.

Come abbiamo visto con l’epidemia di ebola in Africa occidentale, che è cominciata in Guinea, ma poi ha colpito anche Liberia e Sierra Leone, e con quella di colera scoppiata in Zimbabwe per poi diffondersi in Sudafrica, Botswana e Mozambico, le malattie possono facilmente superare quelle che sono essenzialmente delle linee immaginarie.

Il mito dell’autoisolamento
Conoscendo la realtà sul campo, è curioso che l’Oms e i ministri della salute di alcuni paesi africani raccomandino alle persone di isolarsi volontariamente nelle case se ritengono di essere state esposte al nuovo coronavirus. In Ruanda, per esempio, un uomo arrivato dagli Stati Uniti potrebbe aver infettato la moglie e il fratello, tre dei primi sette casi censiti nel paese. Questo esempio porta a chiedersi: come dovrebbero isolarsi le persone che vivono nella stessa casa?

Gli slum e gli insediamenti informali sono parte integrante di molte città africane. Sono sovraffollati e carenti di servizi anche quando non è in corso un’emergenza sanitaria globale. Ad Alexandra, a Johannesburg, più di 700mila persone vivono in meno di cinque chilometri quadrati; a Mbare, nella capitale zimbabweana di Harare, abitano 800mila persone; Kibera, il più grande slum di Nairobi, ne ospita almeno 250mila e Makoko, a Lagos, conta più di 300mila persone che vivono in palafitte sulla laguna.

Le grandi città sono un problema anche per chi si sposta per andare al lavoro. Chiunque sia rimasto bloccato nel traffico a bordo di un matatu a Nairobi o in un taxi collettivo a Johannesburg con almeno altre dodici persone a bordo sa bene che l’idea del distanziamento sociale tra i pendolari è un mito.

Questi mezzi di trasporto sovraffollati richiedono anche spostamenti e lunghe attese in fila durante le quali un numero ancora maggiore di persone potrebbe essere esposto al contagio

Per chi svolge un lavoro d’ufficio può essere pratico “lavorare da casa”, ma se l’unica fonte di sostentamento della propria famiglia è vendere pomodori o vestiti di seconda mano in un mercato informale di una grande città, come si può pensare di farlo “online”? A quel punto la scelta è tra restare a casa e non potersi permettere di dar da mangiare ai figli, o avventurarsi in città e cercare di cavarsela in qualche modo.

L’Oms raccomanda quindi l’isolamento a chi teme di essere stato esposto al virus. La raccomandazione è non condividere il bagno, il soggiorno o la camera da letto con altre persone. Ma come si fa quando si vive in una casa dove la camera da letto è anche la cucina e il soggiorno, da condividere con una famiglia (a volte allargata)? Queste raccomandazioni sono ancora più assurde se l’unica fonte d’acqua è un rubinetto comune o un pozzo, o se bisogna condividere il gabinetto con una decina di altre famiglie. Questa purtroppo è la realtà di molte persone che vivono ai margini della società.

A volte anche nei quartieri ricchi di molte città africane l’accesso all’acqua è difficile. Da una decina d’anni i rubinetti di Harare sono quasi a secco, eppure raccomandiamo alle persone di lavarsi spesso le mani. La minaccia del nuovo coronavirus ha riportato in primo piano l’importanza dell’accesso all’acqua. Anche se danno certi consigli, i governi e l’Oms conoscono bene le condizioni e le difficoltà che queste comunità hanno sempre dovuto affrontare.

Sistemi sanitari in difficoltà
Si è parlato molto dei sistemi sanitari di molti paesi africani e delle difficoltà che potrebbero incontrare a gestire un virus che si diffonde tanto rapidamente. Ci sono casi di paesi come il Sud Sudan e la Somalia, i cui sistemi sanitari sono praticamente crollati dopo anni di conflitti.

In alcuni paesi nell’area del Sahel – Niger, Burkina Faso e Mali – i conflitti in corso costringono le persone a lasciare le loro case e a vivere in condizioni squallide nei campi profughi. E anche nei paesi dove non si combatte, come l’Uganda e lo Zimbabwe, i programmi di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale hanno portato a una continua diminuzione degli stanziamenti pubblici a favore della sanità. La dichiarazione di Abuja del 2001, in base alla quale ogni paese avrebbe dovuto dedicare almeno il 15 per cento del suo bilancio nazionale alla sanità, sta ancora prendendo polvere negli uffici delle autorità sanitarie. Nessuno dei firmatari della dichiarazione ha raggiunto gli obiettivi.

Karsten Noko, Al Jazeera, Qatar