Pagine

mercoledì 26 giugno 2013

Israele rifiuta di curare un detenuto con urgente bisogno di intervento chirurgico

InfoPal
La famiglia di un prigionieri palestinese della cittadina di Burqin, vicino a Jenin (nord della Cisgiordania) ha lanciato un appello a tutte le istituzioni competenti "per intervenire immediatamente e premere sulle autorità israeliane, al fine di salvare la sua vita del detenuto, la cui salute è in continuo peggioramento, e fornirgli il trattamento necessario".

 Nidal Khallouf, fratello del prigioniero, ha affermato che Ahmed (30 anni), condannato a 12 anni di carcere, "sta soffrendo a causa di un'infezione batterica al piede sinistro, con conseguente febbre e forti dolori". Ha aggiunto che "nonostante il via libera all'intervento chirurgico, dato dai medici proprio a causa della sua difficile situazione sanitaria, dovuta ad un gonfiore al piede, con conseguenti lacerazioni muscolari e erosioni ossee, l'amministrazione penitenziaria israeliana indulge nel sottoporlo al trattamento, incurante della sua condizione critica". 

Nello stesso contesto, in un comunicato stampa diramato domenica 23 giugno, Ragheb Abu Diak, segretario della Società dei prigionieri palestinesi, ha reso noto che "le condizioni di Khallouf stanno deteriorando giorno dopo giorno". Ha spiegato che alcuni ospedali israeliani "si erano rifiutati in passato di accogliere il prigioniero, a causa della gravità della sua salute, in quanto soffriva di un'infiammazione acuta, e necessitava dell'asportazione di un muscolo e la pulizia chirurgica dei tessuti ossei, oltre alla ricostruzione di un muscolo e il trapianto di pelle, per sostituire i tessuti danneggiati a causa dell'infezione". 

Abu Diak ha esortato tutte le istituzioni internazionali competenti che si occupano di diritti umani a "promuovere una causa contro il governo israeliano, presso la Corte internazionale di giustizia, per i suoi continui crimini contro i prigionieri, e specialmente la sua deliberata politica di negligenza medica nei confronti dei detenuti".

Taranto - Muore di infarto detenuto di 50 anni in una cella affollata con temperature sui 35°C

TR News
E’ morto d’infarto, questa notte, nel Carcere di Taranto un detenuto di cittadinanza italiana. Il Coordinamento del Sindacato Penitenziario (COOSP), insorge da tempo evidenziando le condizioni di super affollamentodegli istituti penitenziari pugliesi: fanalino di coda nelle medie nazionali.

“La notizia – si legge nella nota stampa – è appena trapelata dagli ambienti tarantini. Il detenuto aveva appena 50 anni e stava espiando una pena per reati contro il patrimonio. Nonostante l’intervento tempestivo e professionale dei baschi azzurri – spiega il segretario generale COOSP, Domenico Mastrulli – gli agenti non hanno potuto far altro, che riscontrarne il decesso.”

La vittima d’infarto era detenuta in una cella affollata, con temperature intorno ai 35°C. Il Carcere di Taranto su una dotazione media consentita di 350 detenuti, al contrario ne ospita quasi il doppio tra reparto maschile, e femminile.

Sono solo 70 gli agenti penitenziari che ricoprono quasi tutti gli incarichi, oltre ad effettuare servizio di piantonamento.

martedì 25 giugno 2013

Gran Bretagna: i Vescovi; ingiusto privare del diritto di voto i detenuti condannati

Radio Vaticana
Chi ha commesso un crimine può essere, ed a ragione, privato della libertà e detenuto in prigione, ma non smette mai di essere un cittadino”. Scrive così mons. Peter Smith, vicepresidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, in una lettera pubblicata sul quotidiano The Guardian. 

Al centro della missiva del presule, la questione del voto per i detenuti: attualmente è, infatti, al vaglio del Parlamento inglese la proposta di revocare ai carcerati il divieto di votare, puntando invece al loro essere “parte del processo democratico”. “Riconosciamo - scrive mons. Smith - che le persone in prigione siano in grado di esercitare la loro responsabilità civica”. 

Definendo, quindi, la privazione del diritto di voto come una decisione “ingiusta ed obsoleta” che viola, per di più, “gli obblighi del Regno Unito nei confronti della Convenzione europea sui diritti umani”, il vicepresidente dei vescovi inglesi afferma che tale decisione “mina gli sforzi di aiutare i detenuti a cambiare le loro vite, dando l’idea che le loro opinioni non siano desiderate e che le loro voci non contino”. Senza dimenticare, continua il presule, che “molti detenuti, prima di essere spediti in prigione, già erano emarginati a causa della povertà o di abusi; rimuovere il loro basilare e democratico diritto di voto rende ancora più dannosa questa emarginazione”. Di qui, l’appello lanciato alle istituzioni affinché il regolamento carcerario venga ripensato sotto questo aspetto.

Marazziti: Amnistia non è una brutta parola o una scorciatoia: è una necessità

"Amnistia non è una brutta parola o una scorciatoia: è una necessità". Così nell'Aula della Camera il deputato di Scelta civica Mario Marazziti, durante la discussione della proposta di legge sulle pene alternative al carcere e la messa alla prova. "Questo ddl è un primo passo per far ritornare il nostro Paese normale e civile", afferma Marazziti, che sottolinea: "Occorre trovare in Parlamento un consenso largo per approvare un provvedimento di clemenza che permetta, assieme a interventi organici, di cui questo è il primo, di trasformare la patologia italiana in fisiologia".

"La messa alla prova, l'audizione anticipata del reo da parte del giudice può riassorbire il patetico fenomeno conosciuto come porte girevoli – prosegue. Ma occorre anche rimuovere quegli ostacoli che non permettono alle donne-madri di scontare la pena con i propri figli fino al decimo anno di età fuori dal carcere in case famiglia gestite dagli enti locali".

"L'Italia - sottolinea Marazziti - è un Paese leader nella lotta alla pena di morte, ma c'è una pena capitale all'italiana, reale e terribile, testimoniata dal numero di suicidi in carcere che, in un sistema orientato al recupero, dovrebbe essere solo l'extrema ratio dell'intervento punitivo. Non è dunque sovversivo, ma ragionevole - conclude - il fatto che lo Stato abbandoni una fallimentare politica meramente segregativa-assistenzialistica del detenuto, lasciando agli enti locali e al privato-sociale, in piena attuazione del principio di sussidiarietà, il compito di un intervento più capillare che possa investire in modo costruttivo nel rapporto con i detenuti".


Leggi anche:

Al voto decreto svuota-carceri. Aumenta la possibilità di scontare la pena fuori dal carcere ma senza automatismi

Il Sole 24 Ore
È un decreto legge snello, di 4 articoli, che fa cadere le preclusioni della ex Cirielli per i recidivi, ma non prevede alcun automatismo. Tutto viene affidato alla valutazione del magistrato di sorveglianza: detenzione domiciliare, lavoro di pubblica utilità, lavoro all'esterno.

Questo è il testo messo a punto al ministero della Giustizia dopo rinvii e trattative con il ministero dell'Interno, che intende intervenire sul fronte sicurezza con misure di prevenzione antimafia e anti stalking.

Grazie alle modifiche strutturali che il decreto-carceri prevede, si calcola che a regime - tra un anno e mezzo circa - si tornerà alla situazione precedente alla legge ex Cirielli: all'epoca (era il 2005), si contavano almeno 6mila affidamenti in prova di persone (libere) condannate, che quindi, invece di andare in carcere beneficiavano della misura alternativa; con il decreto che il governo dovrebbe approvare mercoledì al Consiglio dei ministri, sarebbero circa 5mila le ulteriori misure alternative alla detenzione operative. Insomma, nulla di rivoluzionario e tanto meno di inedito, e soprattutto nessun "colpo mortale alla sicurezza" come sostiene la Lega, visto che prima del 2005 non c'era alcuna emergenza-sicurezza, se non quella cavalcata dalle forze politiche dell'allora maggioranza per "bilanciare" la legge "taglia-prescrizione".

Non si sa ancora se mercoledì sarà varato un provvedimento unico o se i decreti saranno due. In ogni caso, per quanto riguarda il carcere, non c'è nulla che assomigli a un indulto, visto che le misure alternative non sono "libertà" ma solo una diversa modalità di scontare la pena (ai domiciliari o con lavori di pubblica utilità o lavoro esterno), in tutto o in parte, mentre l'indulto comporta uno "sconto" secco che anticipa il ritorno in libertà.

E questo vale anche per il ddl sulla messa alla prova che andrà in aula alla Camera domani (ma sarà votato, con tempi contingentati, da luglio) e che fra l'altro, prevede la "possibilità" che il giudice applichi direttamente la detenzione domiciliare se la condanna riguarda reati per i quali è prevista una pena superiore a 6 anni.

Anche qui nessun automatismo: in tutti i casi in cui si riapre la strada alle misure alternative, è sempre il giudice (della cognizione o della sorveglianza) che valuta caso per caso e sceglie tra carcere e misura alternativa. C'è un monitoraggio continuo. Anche perché, fanno notare in via Arenula, la Corte costituzionale ha sbarrato la strada, in più occasioni, a preclusioni e automatismi.

In sintesi, queste le misure del decreto: per i tossicodipendenti è prevista la "possibilità" di avere il lavoro di pubblica utilità non solo nei casi di piccolo spaccio, ma anche per altri reati come piccole truffe o ricettazioni, rapine non aggravate. Sempre previa valutazione del giudice.

Per la detenzione domiciliare cade la preclusione per i recidivi prevista dalla ex Cirielli, per cui rimane invariata quella ordinaria di 2 anni per tutti, mentre è di 4 anni per donne incinte, sessantenni inabili, ultrasettantenni, anche come pena residua (prima per questi soggetti non era previsto alcun limite di pena). Si interviene anche sull'articolo 656 cpp, per cui cade la presunzione di pericolosità per i recidivi (ma non per mafiosi e terroristi) e l'esecuzione della condanna è sospesa in attesa della decisione del magistrato di sorveglianza. Anche qui niente di nuovo, perché questo era il sistema con la legge Simeone-Saraceni del 1994.

L'affidamento in prova non viene toccato. Il lavoro all'esterno (il cosiddetto articolo 21) "può" invece essere concesso anche se non è retribuito, quindi come lavoro socialmente utile o volontariato. Non viene toccata la "svuota-carceri" voluta prima da Angelino Alfano e poi prorogata da Paola Severino (arresti domiciliari per i detenuti che hanno un residuo pena fino a 18 mesi), che scade a dicembre, ma che verrebbe assorbita dalle nuove misure.

Se non saranno introdotte altre modifiche, il testo sarà approvato mercoledì ed entrerà in vigore subito, poi passerà al Parlamento per la conversione in legge. E lì il governo dovrà vigilare che il decreto non venga svuotato o stravolto con misure incoerenti rispetto alla sua filosofia, che è poi la stessa del ddl sulla messa alla prova, cioè puntare sulle misure alternative al carcere, anche come pene principali, comprese le sanzioni interdittive, ben più efficaci e deterrenti di quelle detentive.

lunedì 24 giugno 2013

Libia, la pena di morte per una vignetta

Il Fatto Quotidiano
Per una vignetta considerata offensiva nei confronti dell’Islam rischiano la pena di morte. 

È questo, la condanna alla pena capitale, uno dei possibili esiti del processo, ripreso domenica 16 a Tripoli e poi rinviato al 13 ottobre, nei confronti di due esponenti del Partito nazionale libico, Ali Tekbali e Sathi Sager.

Tekbali e Sager devono rispondere di molteplici accuse: aver seminato discordia tra i libici,aver tentato di cambiare i principi basilari della costituzione, aver offeso l’Islam e aver incitato all’odio. I primi due reati risalgono all’era di Gheddafi, quando erano usati regolarmente per reprimere la libertà d’espressione e perseguitare gli oppositori politici.

Cosa hanno fatto, di così grave, Tekbali e Sager? Nel corso della campagna di un anno fa per le elezioni del Congresso, avevano diffuso una vignetta che rappresentava quattro uomini – uno dei quali con la barba lunga – circondare una ragazza che, coi libri sottobraccio, si stava recando all’università, intenti a discutere sul ruolo della donna nella società libica: potete immaginare con quali aperture di vedute.

La stessa vignetta, tre mesi dopo, era apparsa nella rivista satirica francese Charlie Hebdo. Qui, l’uomo con la barba lunga era stato descritto come il profeta Maometto. Ne era seguita la consueta scia di polemiche.
A novembre, dopo un raid di una brigata militare del Consiglio supremo di sicurezza, la sede del Partito nazionale libico era stata chiusa ed era stata avviata l’azione giudiziaria nei confronti dei due uomini politici.

Come abbia potuto un magistrato mettere sotto processo due persone accusandole di essersi ispirate a una vignetta pubblicata tre mesi dopo il loro poster elettorale, resta un mistero.

Il processo però evidentemente s’ha da fare. Il primo del genere nella Libia post-Gheddafi.

Mentre Sager è sotto processo per le sue responsabilità politiche in quanto segretario generale del partito poi messo fuorilegge, Tekbali rivendica di aver ideato la vignetta per punzecchiare l’elite conservatrice maschile del suo paese, contraria al diritto delle donne all’istruzione. Oltre agli altri tre, gli serviva un profilo di un uomo con la barba e lo ha semplicemente scaricato da Internet.

“A differenza di ciò che pensano gli uomini ritratti nella vignetta, le donne non sono dei contenitori di peccato che vanno in giro per la città. Una società non può progredire se gli uomini e le donne non lavorano insieme verso il raggiungimento degli stessi obiettivi”.

Un’idea di società, quella di Tekbali, che non pare molto popolare nel suo paese, se è vero che lui e Sager rischiano la pena di morte per essersi espressi in favore dei diritti delle donne.


Riccardo Noury 

R D Congo - Minerali estratti a mani nude per i cinesi

Corriere della Sera
Da decenni, il sottosuolo della Repubblica Democratica del Congo ha un grande potere di attrazione per le imprese minerarie straniere. Lì sotto si trova una delle più importanti quote di riserve di minerali al mondo. Per i minerali congolesi si sono fatte guerre, nell’est del paese, in base al principio che se occupi il suolo disponi del sottosuolo – e ci fai un sacco di soldi.

Nel sud della Repubblica Democratica del Congo si trova la regione del Katanga, che viene ricordata soprattutto per il tentativo di secessione dei primi anni Sessanta.

Qui da anni operano imprese minerarie, fornitori e commercianti di vari paesi.

La Cina è in procinto di diventare l’attore economico straniero più presente e influente nel settore estrattivo del paese africano. Le attività delle compagnie minerarie cinesi nel Katanga sono collegate, secondo un recente rapporto di Amnesty International, a gravi violazioni dei diritti umani.

Il contesto è quello dell’estrazione del rame e del cobalto, affidata ai cosiddetti “artigiani”, sottopagati e sfruttati fino all’esaurimento fisico. Ogni anno, molti di essi muoiono o restano gravemente feriti. Spesso lavorano a mani nude, senza tenuta di protezione e in luoghi mal ventilati, dove le temperature possono essere estremamente elevate.


Amnesty International ha visitato la miniera di Tilwezembe (nella foto), a 30 chilometri dalla città di Kolwezi. Le condizioni di lavoro sono pericolose, sfruttamento e maltrattamenti sono all’ordine del giorno. Qui si registrano feriti e morti a causa delle frane, della caduta delle rocce o dell’assenza di ventilazione adeguata.

Gli “artigiani” di Tilwezembe vendono i loro minerali a Misa Mining, una compagnia privata che opera sul posto. Le istituzioni dello stato, tra cui le forze di polizia, che dovrebbero sorvegliare lo svolgimento delle attività, non fanno nulla per rimediare alle condizioni di lavoro agghiaccianti. Misa Mining ha dichiarato di non essere a conoscenza di problemi relativi ai diritti umani.

Non solo le autorità congolesi non fanno niente per impedire che le compagnie minerarie e i commercianti commettano violazioni dei diritti umani, ma esse stesse se ne rendono responsabili. Per favorire l’estrazione dei minerali, non si fanno scrupolo di compiacere le imprese cinesi e sgomberare intere comunità.

Il rapporto di Amnesty International cita, tra gli altri, il caso di 300 famiglie della città di Luisha, sgomberate nel 2012 quando la compagnia cinese Congo International Mining Corporation (Cimco) ha ottenuto i diritti di sfruttamento di un sito al centro della città.

Un funzionario locale aveva dato alle famiglie un preavviso di due settimane, scaduto il quale queste sono state trasferite in un altro terreno a bordo di camion a quanto pare appartenenti alla stessa Cimco. Sono state semplicemente abbandonate a se stesse, senza alloggio né alcuna infrastruttura.

Per di più, poco dopo il trasferimento gli operai di una società mista sino-congolese, la Comilu, accompagnati da agenti di polizia, hanno utilizzato bulldozer e scavatrici per creare una trincea larga tre metri, impedendo così l’accesso a una strada di campagna usata da decenni dalla popolazione locale per raggiungere i campi e le fonti di acqua potabile. Ora i tempi di percorrenza sono molto più lunghi.

Quando gli abitanti hanno protestato, la polizia ha esploso colpi di pistola in aria e un uomo è rimasto ucciso da una pallottola vagante.

Sollecitate da Amnesty International, molte delle compagnie citate nel rapporto hanno tentato di negare ogni responsabilità per le violazioni dei diritti umani, scaricandole sulle autorità locali.

Secondo i Principi guida delle Nazioni Unite sulle imprese e i diritti umani, alle imprese spetta il rispetto di tutti i diritti umani. A loro volta, compete ai governi dei paesi in cui hanno sede le imprese, e dunque in questo caso a quello della Cina, verificare che queste non contribuiscano a violazioni dei diritti umani nei paesi in cui operano, come la Repubblica Democratica del Congo.

Amnesty International ha inviato il suo rapporto alle compagnie cinesi coinvolte in attività minerarie nella Repubblica Democratica del Congo, chiedendo loro iniziare a dimostrare di volersi impegnare sul serio a rispettare i diritti delle comunità sul cui territorio agiscono.

Si attendono risposte.