Pagine

giovedì 4 novembre 2021

Etiopia - Degenera la guerra civile - Forze tigrigne verso Addis Abeba - In Tigray da entrambi i fronti: torture sui prigionieri, strupri di gruppo e arresti su base etnica.

Il Sole 24 Ore
Le forze tigrine si stanno avvicinando alla capitale, il premier Abiy chiede di fare muro. Come si è arrivati alla crisi e perché è pericolosa per l’intera regione.


Si fa sempre più incandescente la situazione in Etiopia, il paese del Corno d’Africa nel vivo di una guerra civile fra i ribelli della regione settentrionale del Tigray e il governo di Addis Abeba. 

Il primo ministro Abiy Ahmed, Nobel per la Pace nel 2019, ha dichiarato uno stato d’emergenza di sei mesi in risposta alla avanzata delle truppe tigrine verso la capitale, facendo appello ai cittadini perché «difendano» la città dall’ingresso delle truppe separatiste. 

È l’escalation più brusca di un conflitto esploso nell’autunno 2020, quando Abiy ha dato il via all’offensiva contro la regione per replicare agli attacchi delle forze tigrine alla base militare di Sero.

Nei piani di Abiy, fresco di ri-elezione dopo il voto di luglio 2021, le tensioni si sarebbero dovute risolvere nell’arco di qualche settimana. Il blitz è sfociato in una guerra intestina che si trascina da oltre un anno e rischia, ora, di far piombare definitivamente nel caos la capitale del secondo paese più popoloso dell’Africa (115 milioni di abitanti), sede dell’Unione africana e snodo economico e commerciale di prima importanza per il Continente. 

Un report pubblicato il 3 novembre dalle Nazioni unite ha denunciato le «estreme brutalità» commesse da entrambi le parti in conflitto, senza sbilanciarsi sulle maggiori responsabilità. Gli abusi perpetrati includono torture sui prigionieri, strupri di gruppo e arresti su base etnica.

Come si è arrivati a questa crisi?
L’avanzata tigrina verso Addis Abeba è l’ultimo capitolo di una guerra che ha fatto riemergere tutte le tensioni interetniche dell’Etiopia, incrinando le ambizioni di unità nazionale incarnate dallo stessi Abiy. 
Il premier, salito al potere nel 2018, ha dissolto la coalizione di governo fra i principali gruppi etnici che aveva governato per tre decenni il paese: Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, un blocco politico che vedeva fra le sue forze di maggior peso proprio il partito tigrino (Tigray People’s Liberation Front, Tplf). La scelta di Abiy di sciogliere il partito e dare vita a una formazione che superasse le logiche di divisione etnica non ha incontrato i favori del Tpfl, espressione di una regione che incide sul 6% della popolazione etiope (circa 7 milioni di persone nel 2020) ma gode di un’influenza notevole negli equilibri nazionali.

Le tensioni fra la capitale e i ribelli del nord erano già fermentate di fronte alla scelta dei secondi di indire a settembre 2020 delle elezioni per il consiglio di Stato tigrino, uno strappo ovviamente sgradito ad Abiy e al potere centrale di Addis Abeba. La scintilla della guerra oggi in corso sono stati gli attacchi alle basi militari etiopi nell’ottobre 2020, l’episodio che ha spinto (ufficialmente) Abiy a reagire con l’invio delle truppe a nord. L’operazione militare ha coinvolto anche contingenti in arrivo dall’Eritrea, il paese confinante ed ex avversaria della stessa Etiopia, oltre a truppe della regione Ahamara.

Il blitz previsto da Abiy è degenerato nella guerra in corso. A giugno 2021, a otto mesi dall’inizio delle ostilità, le forze tigrine hanno ripreso «al 100%» il controllo della capitale Macallè. Nello stesso mese il governo di Addis Abeba ha isolato completamente la regione, bloccandone l’accesso a beni commerciali e aiuti umanitari, producendo quello che il report delle Nazioni unite classifica come «un severo impatto socio-economico sulla regione». 

Secondo dati risalenti a ottobre, almeno 500mila persone sono ridotte alla fame, mentre la stessa Onu ha dovuto interrompere il trasporto di beni umanitari a Macallè.

Alberto Magnani

lunedì 1 novembre 2021

Guerre dimenticate - Yemen: 460 scuola colpite, 400 mila dei bambini (60%) senza istruzione, il 20% rischia la vita

RaiNews
Yemen: Il 60% dei bambini lascia le scuole attaccate. 1 su 5 rischia violenze e la vita Sono 460 le scuole colpite dal fuoco incrociato, nella guerra civile per il controllo dei pozzi di petrolio. 400mila il numero della dispersione scolastica.

'Quando siamo a scuola, sentiamo delle esplosioni. Corriamo dentro la scuola e quando finiscono, usciamo di nuovo a giocare. Uno dei miei amici è rimasto ferito in una delle esplosioni". 

In tre righe un bambino di 8 anni racconta un ordinario giorno di scuola nello Yemen. Ma non c’è nulla di ordinario in un paese dove si combatte, da anni, una guerra civile per il controllo dei pozzi di petrolio. 


Non c’è nulla di ordinario se le scuole sono diventate dei rifugi, dei bersagli e il 60% dei bambini non è tornato tra i banchi. 

 È il quadro del nuovo rapporto di Save the Children, 'Will I see my children again?' pubblicato per la quarta Conferenza Internazionale sulla Dichiarazione delle Scuole Sicure, che si terrà da oggi al 27 ottobre per proteggere l'istruzione durante i conflitti armati. 

I numeri. I pericoli Scorrendo le pagine del rapporto non è solo la scuola il “pericolo” ma anche la strada per arrivarci. 

Un bambino su 5 ha raccontato del rischio di perdere la vita, di violenze e rapimenti. Il 90% va a scuola, ogni giorno a piedi. Negli ultimi cinque anni, più di 460 scuole sono state attaccate, comprese quelle colpite da fuoco incrociato. Più di 2.500 istituti sono stati danneggiati, utilizzati come rifugi per le famiglie sfollate o occupate da gruppi armati. La dispersione scolastica è di 400mila bambini.

 ''La situazione qui è allarmante – racconta Lamia, 30 anni, insegnante a Taiz una delle città al centro dei combattimenti- I gruppi armati si muovono in sicurezza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e gli studenti li vedono ogni giorno. 

In qualsiasi momento, ci aspettiamo che sparino, e spesso accade intorno al cancello in quanto gli uomini armati hanno reso questa scuola un bersaglio militare. Questo mette bambini e ragazzi in grave pericolo. Hanno persino rubato materiali da costruzione. Si studia nella paura studiando nella paura''. La paura Non c’è nulla di ordinario in tetti colpiti dall'artiglieria, in muri e classi ridotte in macerie. 

Non c’è nulla di ordinario in bambini che fanno lezione con il rombo degli aerei da guerra in sottofondo, o in tende improvvisate in campi profughi. Chi non torna a scuola, si legge nel rapporto, è per la paura ma anche perché a scuola, il luogo sicuro, hanno visto morire compagni, amici e insegnanti. Hanno visto volare via pagine di libri e quaderni.

venerdì 29 ottobre 2021

In Russia sale il numero di detenuti politici. Sono 420 come ai tempi pre Gorbaciov

rainews.it
È paragonabile a quello dell'Urss, prima dell'arrivo di Gorbaciov. Secondo le stime del Centro per i diritti dell'uomo "Memorial", nell'ultimo anno il numero di detenuti politici in Russia è salito da 362 a 420 persone, ed è paragonabile a quello ai tempi dell'Unione Sovietica, prima del rilascio dei detenuti politici per ordine di Mikhail Gorbačëv.


Tra i detenuti, 360 sono imprigionati per motivi religiosi ed altri 80 per motivi puramente politici. I dati sono stati diffusi alla vigilia della Giornata della memoria delle vittime della repressione politica che dal 1990 in Russia si commemora il 30 ottobre. 

Tuttavia, sottolinea "Memorial", il numero reale di prigionieri politici e altre persone imprigionate per motivi politici è senza dubbio significativamente più alto. L'aumento maggiore è dovuto alle condanne dei seguaci di Hizb ut-Tahrir, un'organizzazione politica internazionale pan-islamica e fondamentalista, il cui obiettivo è quello di ristabilire un califfato islamico che unisca tutta la comunità musulmana e che implementi la sharia, e dei testimoni di Geova.

giovedì 28 ottobre 2021

Siria: Onu, la guerra non è finita. Persone uccise, migliaia di detenuti, 12 milioni di sfollati soffrono la fame, 2% di vaccinati.

AnsaMed
La guerra in Siria continua nonostante molti Stati e analisti preferiscono considerare finito il conflitto: parole di Paulo Pinheiro, presidente della Commissione internazionale indipendente incaricata dall'Onu di far luce sulle violazioni umanitarie durante la guerra siriana.

In un discorso pronunciato nelle ultime ore di fronte ai membri della 3/a commissione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunitisi a New York, Pinheiro ha ricordato che in Siria si contano "diverse centinaia di migliaia di persone uccise", "decine di migliaia di detenuti", "più di 12 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare" e "12 milioni di sfollati".

Nella sua relazione, Pinheiro ha detto: "molti Stati e analisti preferirebbero chiudere con il conflitto siriano. Il governo controlla oltre il 70% del Paese e il presidente Assad è stato rieletto. Ma la realtà è che la guerra contro il popolo siriano continua". "Mentre parliamo - ha proseguito - milioni di civili continuano a essere condannati alla guerra, al terrore e al dolore. Molti degli sfollati hanno visto le loro proprietà distrutte o sequestrate dal governo, da gruppi armati o gruppi terroristici".

"L'inverno sta arrivando di nuovo - ha aggiunto Pinheiro - portando il freddo pungente nelle loro tende improvvisate. I siriani ora affrontano una nuova ondata di pandemia e solo il 2,1% della popolazione è completamente vaccinata". 

Alla luce di questi dati, il presidente della commissione d'inchiesta afferma: "non è il momento di pensare che la Siria sia sicura per il ritorno a casa dei suoi rifugiati. Siamo invece assistendo a un aumento dei combattimenti e della violenza". Pinheiro cita a proposito l'escalation di violenze armate verificatesi dall'estate scorsa nel nord-ovest, nel sud, nel nord e nell'est del paese. "Centinaia di migliaia di siriani si svegliano ogni mattina, preoccupati per il destino e dove si trovano i propri cari scomparsi", ha affermato.

martedì 26 ottobre 2021

Bangladesh, i profughi Rohingya deportati nell'isola-lager di Bhasan Char. Senza lavoro e scuola cercano la fuga dall'isola

La Repubblica
Bhasan Char è il luogo in cui il governo ha trasferito decine di migliaia di migranti musulmani birmani per dare respiro al famigerato campo di Cox’s Bazar. Ma la vita è un inferno: si rischiano inondazioni, il cibo è scadente, e così in tanti cercano di scappare via barca con l'aiuto dei trafficanti. "Vogliono lavorare e raggiungere la loro famiglia"


Il suo nome in bangladese significa “l’isola galleggiante", ma potremmo anche chiamarla l’isola che non c’è. Anzi, che non c’era. E che a forza di dragare i sedimenti del fiume Meghna e costruire argini ora c’è. Anche se rischia d’essere spazzata via dalle tempeste tropicali e dalle alluvioni dei cambiamenti climatici sempre più virulenti nel Golfo del Bengala. Ma il governo del Bangladesh vuol riempirla di 100mila profughi rohingya per alleviare il sovrappopolamento a Cox’s Bazar, il mostruoso campo dove vivono ammassati altri 890mila birmani musulmani, fuggiti dalle pulizie etniche del Tatmadaw, l’esercito buddhista di Myanmar.


Il problema di quest’isola che non c’era, Bhasan Char, 40 chilometri quadrati con 1.440 palazzine e 120 rifugi anti-ciclone, sotto un manto di tetti rossi retti da mattoni forati, è che i 20mila disperati che sono già venuti a viverci non vedono l’ora di scappar via. Sognano di tornare dalle famiglie a Cox’s Bazar, di raggiungere i mariti in Malesia, in Thailandia o in Medio Oriente, per poi aprirsi una strada verso l’Europa. 

Vogliono, soprattutto, non vivere di cibo regalato dagli aiuti umanitari, ma guadagnare qualche soldo, avere la dignità di un lavoro che li illuda di un futuro diverso. Così sono pronti a morire affogati, o a farsi riacciuffare e riportare qui. Ma devono superare la polizia che controlla i loro movimenti e che a volte impedisce ai residenti d’interagire con i vicini. “Sono confinati nell’isola, senza permesso di andarsene”, denuncia Zaw Win di Fortify Rights.

In questi mesi, più di 700 profughi hanno pagato ai trafficanti dai 130 ai 500 euro a testa per salire su una barchetta e traversare i 6 chilometri di mare che dividono l'isola dalla costa. Duecento di loro sono stati arrestati e ritrascinati a Bhasan Char, nelle loro unità ben allineate e organizzate che ricordano tanto un lager. Ad agosto, sono affondate due barche di fuggiaschi. Dodici dispersi nella prima, 14 morti e 13 dispersi nella seconda. Le storie sono tante, ma raccontano la disperazione di non sentirsi a casa, di provare un vuoto senza speranza che fa sembrare la morte come un’alternativa migliore di una vita alienante, lontano dalle persone amate, senza nulla in cui sperare. “E in un’isola dove tempeste e alluvioni mettono a rischio chi ci abita”, come denuncia Human Rights Watch.

“Ci danno da mangiare sempre la stessa sbobba, ogni giorno pesce e riso, pesce e riso”, si lamenta un ragazzo. “È cibo che possono mangiare i bangladesi, ma noi rohingya non possiamo ingoiarci quella roba per il resto della vita”. Un anziano, cieco da un occhio, approfondisce il tema: “Quando la gente non ha soldi, e non ha modo di guadagnarne, anche se ha cibo sul piatto, non può essere felice. Per questo vogliono scappar via tutti”. “Sì, è vero, la responsabilità del Bangladesh è servir loro cibo ogni giorno, non trovargli un lavoro”, analizza così il problema il commissario responsabile dei profughi e del rimpatrio per il Bangladesh, Shah Rezwan Hayat. “Dobbiamo ancora sviluppare una comunità, qui. E ciò richiede che arrivi più gente, non che se ne vadano. Quando arriveranno tutti i parenti di chi vive qui, meno gente vorrà andarsene”.

È proprio la mancanza di un’attività lavorativa e la scompaginazione dei nuclei familiari a spingere alla fuga dall’isola che non c’era. Lo ammette anche il poliziotto di Chattogram, una città lungo la costa, incaricato di intercettare i fuggiaschi. “Sono irritati dal fatto di non avere un lavoro. Vogliono lavorare e guadagnare. Per questo fuggono”. Il direttore del Progetto Bhasan Char, Rahed Satter, conferma: “Sono soprattutto i giovani e gli adolescenti a voler fuggire, via fiume, strada o via mare. Vanno a cercare un futuro”.
Chi resta organizza scioperi della fame e proteste, soprattutto quando arrivano gli osservatori Onu, i giornalisti o le organizzazioni a tutela dei diritti umani. E vedono le finestre spaccate, gli atti di vandalismo che rispecchiano rabbia e non senso d’appartenenza. “Siamo circondati dal mare e viviamo terrorizzati dalle alluvioni”, dice Dil Mohammed. “E poi mancano le scuole. Mio figlio sta dimenticando tutto quello che aveva imparato nelle aule di Cox’s Bazar”.

Chi è riuscito a scappare è felice. “Morivo ogni giorno in quell’isola”, confessa Munazar Islam. Nel 2017 era sopravvissuto alla pulizia etnica buddhista nella regione di Rakhine. Il Tatmadaw gli ha ucciso tre cugini. A Cox’s Bazar si era rifatto una vita, anche se in una baracca sovraffollata in un malsano campo profughi. Era venuto volontariamente fino a Bhasan Char, pensando che avrebbe avuto condizioni di vita migliore. Si è pentito, ha pagato 350 euro a un trafficante ed ora è di nuovo con la famiglia a Cox’s Bazar, dove si trova anche Jannat Ara. Mentre fuggiva su una barca per raggiungere il marito in Malesia, Ara fu intercettata dalla marina bangladese e portata a Bhasan Char a vivere con altre tre donne. “Telefonavo piangendo ogni giorno a mamma e papà, rimasti a Cox’s Bazar”. Poi ha pagato 500 euro a un trafficante che l’ha riportata dalla famiglia. “Solo Allah sa come ho fatto a vivere lì un anno intero. Era una prigione con i tetti rossi circondata dal mare”.

Carlo Pizzati

domenica 24 ottobre 2021

Sulle strade di Haiti tra fame e miseria. I giovani disperati in lotta per il futuro. Contro la fame i rapimenti come principale fonte di guadagno

La Repubblica
In un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni manca tutto: il cibo, l'energia elettrica, l'assistenza sanitaria. I più fortunati fuggono sperando di arrivare negli Stati Uniti. Per molti di quelli che restano i rapimenti sono diventati una delle principali fonti di reddito. Ieri il sequestro di diciotto missionari protestanti.


Vedere con i propri occhi i numeri del dramma di Haiti suscita per un verso sgomento, per l'altro sdegno assieme all'urgenza di gridarlo comunque. Chi ha letto il rapporto 2020 sulla fame e la denutrizione nel mondo redatto dalla Fao sa che il 48,2% della popolazione di Haiti (più di 5 milioni di persone, poco meno della metà della popolazione del Paese) patisce una fame cronica; il 21,9% dei bambini sotto i cinque anni soffre di arresto della crescita, il 6,5% muore. Il 70% della popolazione è senza assistenza sanitaria, il 60% senza accesso all'elettricità, il 27% vive sotto la soglia di povertà...e si potrebbe continuare.

Mentre atterro a Port au Prince, capitale di questa nazione martoriata, ho in mente anch'io questi e molti altri tragici numeri che ho letto per prepararmi a un breve viaggio. Vengo da Santo Domingo, e chi ha fatto questo volo si accorge della frontiera tra i due Paesi dal cambio di paesaggio: verde quello da dove viene e il deserto quello dove si atterra. E già questo mette sull'avviso. Quando poi la macchina che mi accompagna inizia ad attraversare la città, lo spettacolo di nugoli di bambini e cumuli di spazzatura mi assorbe: i numeri diventano volti (quale fra la ventina dei più piccoli che ho visto non festeggerà i cinque anni?). Neanche le frenate brusche per evitare le infinite buche delle strade dissestate mi distraggono. Al più mi ricordano che dobbiamo mantenere la velocità elevata e rimanere attaccati alla macchina della scorta: proprio ieri hanno rapito diciassette missionari protestanti - in una delle numerose zone abbandonate del Paese - e non è il caso di fare soste o deviazioni.

Il business dei rapimenti
I rapimenti sono diventati, così mi raccontano, una delle principali fonti di reddito di non pochi giovani che hanno fatto di questa attività l'unica fonte di reddito della loro vita. Non ci sono praticamente prospettive di lavoro...la più prospera è quella dei rapimenti. Il 70% della popolazione è sotto i 30 anni! I giovani più fortunati, e i pochi che non si arrendono malgrado tutto, sperano di prendere al più presto il diploma e di volare negli Stati Uniti: anche loro pretendono un pezzetto del sogno americano, e non importa se questo significa abbandonare il loro Paese, le loro famiglie, i loro amici. Haiti sembra non avere nulla da dare al 70% della sua popolazione che ha meno di 25 anni. Se poi sono donne, il destino è ancora più triste e pieno di violenza: sopravvivere alla fame non è sempre foriero di buone notizie. Lo sfruttamento delle ragazze e delle bambine è abitudine quotidiana.

Mi mostrano alcuni articoli che raccontano come si scappa da Haiti. Per raggiungere gli Stati Uniti un giovane Haitiano deve andare nella vicina Santo Domingo e da lì prendere un volo per il Cile, l'unico Paese del continente americano che non chiede il visto. Dopo alcune settimane di lavoro per racimolare qualche soldo si mette in marcia e, a piedi (sì, a piedi!) inizia un viaggio che dura anche tre mesi e che attraversa tutto il Centramerica. Chi resiste a passaggi in mare, superamento di valichi montani e attraversamento di foreste, si trova a un certo punto il Rio Grande che segna il confine tra Messico e Stati Uniti e il muro che in tutti i modi cerca di contenere questa onda continua. Sono dati che conosco, ma sentire i racconti carichi di rabbia e delusione e vedere le immagini delle persone travolte dal flusso delle acque del fiume volutamente innalzate per "pulire" il Rio Grande è un'altra cosa.

La speranza nel lavoro di associazioni e ong
Il vuoto politico e culturale di questa nazione - la tragedia dell'assassinio del Presidente rende il vuoto politico ancor più drammatico - sposta la speranza all'esterno dei suoi confini: ogni visitatore è accolto con favore ed è destinatario di una richiesta di aiuto. Insistono: qui manca totalmente la speranza per il domani e l'oggi è invivibile. 

Ci sono esempi e me li presentano di Ong e associazioni straniere che hanno progetti di risanamento e di sviluppo. Mi commuovono alcuni giovani di Sant'Egidio che con la "scuola della pace" si impegnano a far crescere più serenamente, per quanto possibile, i bambini di uno slam della capitale. Ma è come la goccia nel mare, o meglio nel deserto di vita e di speranza. Mi chiedono di parlare di loro al Papa, convinti che la sua autorità morale possa innescare un rinnovamento in una popolazione che non riesce a trovare al suo interno una forma strutturata e feconda per affrontare la situazione in cui versa.

Penso al recente discorso che Papa Francesco ha rivolto ai movimenti popolari latinoamericani in cui ha lodato la loro capacità di accompagnare e fare crescere un popolo e mi chiedo se possa valere anche qui. Vedo un popolo resiliente che attende un nuovo futuro per il proprio Paese.
Vedo il bene che fanno, anche a medio termine quei progetti che, seppur avviati da soggetti stranieri, fanno crescere le realtà locali chiedendo di diventare protagonisti del loro futuro e, dono ancor più prezioso di soldi e contributi, offrono loro un motivo per farlo.

Il grido di aiuto di questa popolazione giovane e martoriata risuona sempre più prepotente nella mia testa e nel mio cuore: da oggi ha la forma della giovanissima madre il cui sguardo incrocio in uno "slum" della capitale, o del giovane vescovo di Anse-à-Veau che mi racconta dell'infinito disastro prodotto da un terremoto che ha colpito la sua città.

Il grido di aiuto di una nazione non può essere inascoltato. Men che meno dall'Europa che questa isola magnifica ha, lungo i secoli, diviso, depredato e infine abbandonato. In diversi mi chiedono perché l'Italia non riapre l'ambasciata ad Haiti chiusa diversi anni fa. Io mi chiedo come possiamo tornare a camminare insieme a questo popolo, dismettendo le vesti terribili dei colonizzatori e assumendo quelle amichevoli dei compagni di viaggio. Perché, in questo mondo ormai fattosi stretto, ci possiamo salvare solo insieme: noi, ormai avanti negli anni, e i giovanissimi ragazzi che stazionano rumorosamente lungo le strade tutto il giorno senza che nessuno faccia qualcosa per loro. Solo insieme. Ci salveremo.

Vincenzo Paglia -  Presidente della Pontificia Accademia per la vita



sabato 23 ottobre 2021

Etiopia la guerra fratricida in Tigray oscurata. Combattimenti intensi, emergenza sanitaria e ogni giorno oltre 400 persone muoiono di fame

Avvenire
I combattimenti sono sempre in più intensi nel Nord del Paese e l'area è isolata da quasi un anno. Impossibile fare arrivare gli aiuti umanitari


Ne uccide più la fame che le bombe nella guerra civile fratricida oscurata e dimenticata in Etiopia settentrionale. Intanto la controffensiva di terra e d’aria lanciata da Addis Abeba due settimane fa per riprendersi il Tigrai ha toccato l’apice con i bombardamenti che hanno toccato dopo mesi il capoluogo Macallè provocando tre morti e molti feriti. La notizia è stata confermata da entrambi i contendenti.

Dal punto di vista umanitario, dopo 11 mesi di blocco di viveri e farmaci che passano col contagocce, la situazione è sempre più drammatica, con circa mezzo milione di persone a rischio di morte per carestia.

All’ospedale Ayder di Macallè, quello meglio rifornito della regione, i medici che abbiamo potuto raggiungere al telefono confermano che 24 persone ammalate di diabete sono morte per mancanza di farmaci ed è impossibile somministrare cure adeguate ai piccoli pazienti ricoverati per malnutrizione acuta.

I sanitari, che mantengono contatti con i colleghi delle strutture delle altre città e delle aree rurali, denunciano una situazione complessiva peggiore. Il black-out comunicativo voluto dal governo centrale – zero Internet, telefono e viaggi in molti distretti tigrini – che ha caratterizzato la guerra fin dall’inizio isolando la regione rendono molto difficile delineare un quadro dettagliato anche se giungono le prime immagini di bambini allo stremo anche fuori Macallé.

Ocha, agenzia Onu che coordina gli aiuti, ha reso noto che l’altra settimana sono giunti in Tigrai 211 camion di aiuti. Ancora insufficienti. Il cibo è stato infatti distribuito a 145.000 persone, ma per sfamarne 5.2 milioni in stato di necessità occorre raggiungerne 870.000 a settimana.

Altrettanto grave l’emergenza vaccini per 887.000 bambini che aspettano l’antipolio e più di 790.000 che hanno bisogno dell’antimorbillo. La carenza di corrente e carburante rendono difficoltosa la distribuzione. I prezzi del cibo sono alle stelle. Gli accademici dell’università di Gent, in Belgio, applicando i metodi di calcolo del Programma alimentare mondiale e dell’agenzia governativa americana per gli aiuti, Usaid, hanno stimato che in Tigrai ci sono almeno 425 morti per fame al giorno, dimenticati in una carestia nascosta che ricorda quella degli anni ’80, provocata come quella da mano umana. 

Paolo Lambruschi