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sabato 6 ottobre 2018

Uganda: dove essere disabili è una da vergogna e una colpa da curare con streghe e stregoni

Avvenire
In Uganda, uno dei Paesi più poveri al mondo, sono moltissimi i casi di disabilità cognitiva e fisica: da stime ufficiali riguardano il 10% della popolazione. Le cause più diffuse sono poliomielite, malaria, infezioni ossee, paralisi celebrali, lesioni dalla nascita e malnutrizione. 


L’esistenza delle persone con disabilità in questo Paese è ancora fonte di grave sofferenza. Le famiglie di origine e le realtà a cui questi esseri umani appartengono generano esistenze di emarginazione, vergogna e umiliazione. Questa piaga sociale è un problema che è arrivato anche davanti agli occhi dei membri del Parlamento Europeo che il 15 marzo 2018 ha condannato l’Uganda per le violenze e gli omicidi commessi verso i disabili. 

La disabilità in questi luoghi dalla natura predominante è vista spesso come il segno fisico di un male da estirpare, spesso con pratiche sciamaniche che lasciano sul corpo del bambino ulteriori sofferenze. In un continente dove una creatura è pressoché un costo fintanto che non riesce a maneggiare un machete, a seguire una mandria o ad accudire i fratelli più piccoli, la presenza di una disabilità trasforma il peso in disgrazia, in una vergogna che spesso viene nascosta al resto della comunità.

Nella lingua locale il termine disabile non esiste. Non è considerata una condizione, queste persone si pensa siano possedute o vittime di malocchio da parte dei così detti Witch Craft. 

Per questo motivo la maggior parte delle famiglie fa ricorso ai Witch Doctor, streghe e stregoni che vivono nelle foreste di banani che, con erbe e lacci legati sul corpo cercano di guarire queste creature scacciando il demonio. 
Il Witch Doctorè la figura antitetica del Witch Craft, è colui che scaccia il maligno in contrapposizione a colui che lo invoca. 

Una luce nel buio per queste famiglie è la scuola per disabili fondata da Marta Novati e Giorgio Scarpioni che hanno iniziato l’attività di sostegno ai disabili in Uganda nel 2012. Sono due laici francescani che con Ewe Mama Onlus hanno fatto dell’Uganda la loro seconda casa da oltre sei anni. Qui, con l’aiuto dei Frati francescani della parrocchia di Rushooka, gestiscono un centro di accoglienza e istruzione per bambini disabili chiamato Karidaari Seed, (traducibile come “seme di senape”). 

Sotto il motto di «Disability is not inability», i bambini imparano a inserirsi nel mondo da cui prima erano del tutto preclusi. Solo imparando i lavori più semplici saranno poi accettati dalla famiglia quando faranno ritorno a casa 

Carolina Paltrinieri

La vera strage di migranti è nei deserti africani (non solo nel Mediterraneo)

Linkiesta
La Libia e il Mediterraneo sono solo il teatro della tragedia a noi più vicino e nessuno si preoccupa di ciò che accade prima ai migranti che attraversano i deserti, affrontando condizioni estreme e le violenze dei trafficanti di esseri umani.


Ha fatto molto scalpore, e giustamente, il report dell’Ispi secondo cui, negli ultimi quattro mesi, nel Mediterraneo Centrale (cioè includendo anche i migranti partiti dalla Tunisia) più di 8 persone al giorno sono annegate nel tentativo di raggiungere le coste italiane. Il rapporto mette a confronto il tasso di mortalità in mare registrato durante la precedente gestione del ministero dell’Interno (luglio 2017 – maggio 2018), quella di Marco Minniti (Pd), pari a 3,2 persone al giorno e a quello dell’anno precedente lo stesso Minniti (luglio 2016 – luglio 2017), pari a 11,7 persone al giorno, per concludere che la politica “porti chiusi” del Governo Conte incide poco sulla quantità degli arrivi e molto su quella dei morti in mare.

È un dramma atroce, è persino scontato dirlo. Ancor più se si pensa che negli ultimi quindici anni nel Mediterraneo sono scomparse più di 15 mila persone e in ogni caso i flussi, rallentati da misure di contenimento comunque contestate perché poco “umane” (Minniti, assai prima di Salvini fu messo sotto accusa), non si sono arrestati. Proprio questi dati, però, dovrebbero invogliarci a osservare il fenomeno dei flussi migratori, delle strategie per affrontarlo e regolarlo e della protezione da offrire ai migranti, in modo un po’ meno perbene e un po’ più concreto, senza troppo badare alla convenienze del nostro inguaribile eurocentrismo.

Nel 2018 i soli eritrei hanno costituito il 16% di tutti i migranti approdati in Italia, ovvero la seconda nazionalità dopo i tunisini con il 19%. Ed è indubbio che la Tunisia sia assai più vicina all’Italia dell’Eritrea. Secondo stime credibili ma ormai datate, più di 4 mila eritrei scappano dal proprio Paese ogni mese e ormai almeno mezzo milione di eritrei (su una popolazione totale di 6,5 milioni di persone) se n’è andato per migrare. Mezzo milione su 65 milioni non è una fuga, è un esodo di massa

[...]

Ho fatto il solo esempio dell’Eritrea per dire che la Libia e il Mediterraneo, su cui ci concentriamo in maniera quasi ossessiva, non sono né saranno, in ogni caso, i “luoghi” in cui il problema delle migrazioni dall’Africa potrà essere risolto. Sono solo i teatri più vicini a noi, quelli che abbiamo sotto gli occhi. 

Per ottenere qualcosa dovremmo dunque preoccuparci di quanto succede ai migranti PRIMA della Libia. E ciò che ci dicono le osservazioni più serie, come quelle di Richard Danzinger, direttore per l’Africa Orientale e Centrale dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni dell’Onu (Oim), è che muoiono molti più migranti nei deserti africani che nel Mediterraneo. Circa il doppio, anche se ovviamente mancano statistiche più precise.

Tutto questo si svolge sotto gli occhi dei Paesi occidentali, che hanno riempito l’Africa di missioni militari e hanno quindi occhi e orecchie attrezzatissimi sul posto. Gli Stati Uniti hanno basi militari a Gibuti, in Etiopia, in Niger (proprio ad Agadez), in Camerun e hanno svolto esercitazioni militari in Marocco, Guinea, Ghana e Camerun. Il 17% delle forze speciali americane è di stanza in Africa

Non bisogna essere dei geni per capirlo, peraltro. Da Agadez, il centro del Niger che è considerato uno dei maggiori hub per il traffico di esseri umani, a Tripoli (Libia) ci sono 3.300 chilometri. Prima ancora, per arrivare ad Agadez dal Ghana ci sono altri 2 mila chilometri, dal Camerun 2.200, dal Senegal 3.700. Dalla già citata Eritrea alla Libia sono più di 5 mila chilometri. Percorsi durissimi attraverso i deserti, che i migranti affrontano in condizioni di estrema debolezza, esposti non solo alle fatiche del viaggio ma anche alle violenze dei trafficanti e degli Stati che attraversano. Anche qui un solo esempio: secondo quanto riportato dall’Associated Press sulla base di dichiarazioni dei funzionari dell’Oim, “l’Algeria ha lasciato più di 13.000 migranti nel deserto del Niger e del Mali da maggio 2017, costringendoli a camminare o morire”.

Quel che è peggio, però, è che tutto questo si svolge sotto gli occhi dei Paesi occidentali, che hanno riempito l’Africa di missioni militari e hanno quindi occhi e orecchie attrezzatissimi sul posto. Gli Stati Uniti hanno basi militari a Gibuti, in Etiopia, in Niger (proprio ad Agadez), in Camerun e hanno svolto esercitazioni militari in Marocco, Guinea, Ghana e Camerun. Il 17% delle forze speciali americane è di stanza in Africa. Senza contare la forza navale che regolarmente incrocia al largo delle coste africane.

Dovremmo naturalmente aggiungere quanto Francia e Reno Unito hanno fatto per distruggere la Libia nel 2011 e quanto la Francia va facendo da allora, attraverso Hollande e Macron, per distruggere anche quel poco che della Libia è rimasto


La Francia ha missioni militari permanenti in Senegal, Gabon e Costa d’Avorio e basi in Niger, Ciad, Gibuti e Centrafrica. I francesi sono intervenuti militarmente infinite volte nell’area sub sahariana, anche contro il terrorismo islamista. 
[...]
In Niger le autorità sono intervenute per chiudere i ghetti dove i migranti venivano ammassati prima di affrontare la traversata del deserto e arrestare i trafficanti. I risultati sono stati due: meno migranti in partenza e più morti nel deserto, perché l’aumento del rischio ha reso i trafficanti sempre più inclini ad abbandonare nel nulla la loro “merce” al minimo segnale di rischio. Convincerli a non partire, costruendo per loro, nei loro Paesi, condizioni migliori di vita. Solo questo serve, se vogliamo ridurre i flussi migratori e le conseguenti morti. 
[...]

Fulvio Scaglione

Premio Nobel per la pace a Denis Mukwege e Nadia Murad che combattono la violenza sessuale nei conflitti

Avvenire
Sono il ginecologo congolese Denis Mukwege e la testimone yazida Nadia Murad i vincitori del premio Nobel per la pace 2018. Il premio consiste in 9 milioni di corone svedesi, parti a circa un milione di dollari.

Il medico ginecologo congolese Mukwege cura le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo, mentre Murad è una donna yazida irachena, attivista per i diritti umani, ex schiava sessuale del Daesh, che nel suo villaggio uccise migliaia di persone.

Questa la motivazione del premi: «Per i loro sforzi per mettere fino all'uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati».
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venerdì 5 ottobre 2018

Report Amnesty - L'incubo delle donne nei campi per rifugiati in Grecia tra violenze e gravi disagi

Amnesty.itLe donne dirette in Europa sono particolarmente esposte al rischio di subire violenza fisica, verbale e molestie sessuali da parte dei trafficanti. Questa e altre preoccupazioni sono state raccolte grazie a un lavoro di ricerca presentato con una nota ufficiale e che ha coinvolto oltre 100 donne e ragazze che dal marzo 2017 vivono in campi e altre strutture nella capitale Atene, nei suoi dintorni e sulle isole greche.


Il report “Voglio decidere del mio futuro: dalla Grecia, le voci delle donne che hanno perso le radici“, descrive i viaggi pericolosi affrontati da donne e ragazze e i rischi cui vanno incontro quando arrivano sulle isole o sulla terraferma della Grecia.
I rischi per le donne migranti e rifugiate
“Quando i governi europei hanno chiuso le porte ai rifugiati, noi donne siamo finite sempre più nelle grinfie dei trafficanti. Non possiamo chiamare la polizia o chiedere aiuto a qualcun altro perché siamo ‘illegali’, e i trafficanti ne approfittano”, ha raccontato una rifugiata siriana.

Ma l’incubo non cessa quando raggiungono le coste europee.

“Ogni giorno va peggio. Il campo è stracolmo…”, ha riferito una donna del campo di Moria, a Lesbo, attrezzato per 3.100 persone e che attualmente ne ospita due volte e mezzo di più.

La mancanza di chiavi per chiudere le porte e la poca luce rendono pericolose attività del tutto normali e quotidiane come andare in bagno, fare la doccia o persino camminare fuori dalle tende di sera.

“Le porte delle stanze delle docce non si chiudono e gli uomini entrano mentre sei dentro. Nei bagni manca la luce. Quando è notte, mi faccio accompagnare da mia sorella o urino in un secchio”, ha denunciato una donna del campo di Vathy, sull’isola di Samo.

“Ci sentiamo totalmente dimenticate. Alcune di noi sono nei campi da due anni e non è cambiato nulla. Non riesco neanche a parlare dei miei problemi perché nessuno parla la mia lingua…”, ha denunciato una yazida irachena che si trova a Skaramagas, nei pressi di Atene.

Tanto nei campi quanto nelle strutture situate nelle aree urbane, la mancanza di informazioni sufficienti e di interpreti donne pongono grandi ostacoli all’accesso a servizi essenziali, come l’aiuto legale o l’assistenza ai centri per la salute sessuale e riproduttiva.

Tuttavia, nonostante queste improbe sfide, le rifugiate in Grecia stanno lavorando per cambiare le cose: si uniscono per dare vita a iniziative di vitale importanza, come la creazione di spazi nelle aree urbane dove le donne e le ragazze possono incontrarsi e accedere a determinati servizi, la ricostituzione di reti sociali e la condivisione di competenze ed esperienze per creare una vita migliore per loro e per le loro famiglie.

Luterani su decreto immigrazione: lesivo dei diritti umani

Agenzia NEV
La Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI) si è detta “preoccupata per i contenuti limitativi e gravemente lesivi dei diritti umani” del decreto legge sicurezza e immigrazione del 24 settembre 2018.



La responsabile della diaconia della CELI, Daniela Barbuscia, ha dichiarato: “La sostanziale abolizione della protezione umanitaria e quindi la negazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, così come la riforma del Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), costringeranno i richiedenti asilo nei centri di identificazione […] Strutture chiuse, di tipo carcerario, frequentate da centinaia di persone vulnerabili in un momento in cui avrebbero bisogno di supporto e sostegno. Nutriamo forti preoccupazioni perché, con questa impostazione, si potenzia un modello che darà parecchi problemi sul territorio”.

La CELI è impegnata in numerosi progetti di accoglienza e supporto sociale, fra cui quello dei “Dublinati”, in cooperazione con la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). “Continueremo nell’impegno dando accoglienza, supporto sociale e assistenza legale ai migranti e sperando che il decreto, in netto contrasto con i diritti umani, non venga convertito in legge dal Parlamento” si legge nel comunicato stampa diramato dalla CELI, che conclude: “Non è solo un dovere cristiano accogliere e facilitare l’integrazione dei richiedenti asilo, ma è un principio morale inderogabile”.

Diritti umani calpestati. E noi zitti. L'analisi di Pierluigi Battista

Corriere della Sera
Le ingiustizie non conoscono la geografia. E identico è il nostro disinteresse. Dovremmo protestare per la condanna all'ergastolo di sei scrittori e giornalisti al termine di un processo-farsa in Turchia: ma non lo faremo, non ci conviene o, meglio, non ce ne importa granché, la nostra sensibilità sulla difesa dei diritti umani si è affievolita fino a scomparire, inghiottita dalle regole e dalle ipocrisie e dal cinismo del realismo politico.


I governi europei devono tenersi buono Erdogan, pagato profumatamente per tenersi i profughi della Siria, e non saranno certo scossi dalla drammatica denuncia di un perseguitato del regime turco, Ahmet Altan, contenuta nel libro "Non rivedrò più il mondo" pubblicato in Italia dalle edizioni Solferino. Decine di migliaia di dipendenti pubblici in Turchia sono stati licenziati con la scusa di una loro presunta partecipazione al golpe fallito del 2016.

Ma tutti noi facciamo finta che non sia successo nulla, le istituzioni europee, assenti e rinchiuse in un'ignavia che dovrebbe far vergognare un'Europa che si dice cementata nella difesa di valori non negoziabili, e un'opinione pubblica oramai narcotizzata sulle violazioni della più elementare libertà politica attuate in Paesi a noi vicinissimi. Del resto, quasi tiriamo un sospiro di sollievo quando i tribunali egiziani, succubi della dittatura "laica", distribuiscono pene capitali a pioggia a esponenti dei Fratelli musulmani.

Siamo anche disposti ad accantonare il caso Regeni per mantenere buoni rapporti con il Cairo: l'Egitto non è forse un bastione nella guerra contro il fanatismo oscurantista islamico? E il massacratore del popolo siriano Assad, sostenuto da Putin, non è forse il "male minore" da lasciare in pace nella guerra contro l'Isis? E dovremmo commuoverci per la tragica sorte del popolo curdo, raccontata su queste pagine da Lorenzo Cremonesi, che proprio nella lotta contro lo Stato islamico è stato eroicamente in prima fila? Nella logica ferrea del realismo politico dovremmo forse contemplare l'ossequio a un sentimento desueto come la gratitudine?

Siamo peggiorati. Tutti: destra e sinistra, sovranisti e democratici, establishment e popolo, senza distinzione. Tutti uniti dall'osservanza dell'unico principio a cui teniamo davvero: la nostra tranquillità. 

La carneficina siriana, le cui conseguenze ci hanno lambito fino a farci perdere il sonno e il controllo, ci ha reso insensibili alla strage di diritti umani, all'incedere incontrastato di dittature feroci con cui vogliamo intrattenere solidi e "tranquilli" rapporti di reciproca non ingerenza. I tempi dell'"ingerenza umanitaria"? Archiviati.

Le istituzioni internazionali si avvitano nella più patetica impotenza. Le Nazioni Unite, ostaggio di satrapi e tiranni, mettono nelle loro commissioni per i diritti umani esponenti di regimi che dei diritti umani fanno sistematica strage. Ci impressionano le immagini di tortura che hanno luogo nei centri libici di reclusione dei migranti, ma l'Onu non fa nulla perché quell'oscenità non abbia più luogo.

L'Europa, neanche a parlarne: le uniche parole pronunciate dalla responsabile degli affari esteri europea, Federica Mogherini, sono animate dalla sua ossessione anti-israeliana e dalla sua difesa della teocrazia iraniana, dove le donne, esattamente come accade nell'Arabia Saudita, sono perseguitate e condannate a una condizione coatta di soggezione e oppressione. Apprendiamo ora che nell'Iraq liberato dagli aguzzini dell'Isis le donne che osano trasmettere loro immagini libere su Instagram vengono minacciate e assassinate: ma noi non sappiamo più nemmeno farci impressionare da notizie così.

I diritti umani calpestati non conoscono la geografia. Si ripetono identici anche in altri contesti, come resta identica la nostra indifferenza. Dopo la denuncia generosa di papa Francesco, siamo tornati a dimenticare la sorte dei Rohingya, la popolazione musulmana massacrata dall'esercito di Aung San Suu Kyi, incredibilmente insignita dal più immeritato dei Nobel per la pace.

E ancora oggi resta isolato il coraggio di Angela Merkel che ha sfidato l'ira di Pechino stringendo la mano al Dalai Lama, rappresentante di un popolo, come quello tibetano, ancora oppresso nel silenzio. Del mondo. Il valore universale dei diritti umani, sempre al centro dei discorsi ufficiali, è spartito dall'agenda dei governi e dal cuore dell'opinione pubblica mondiale. Ancora una volta le persecuzioni di Erdogan resteranno impunite, l'unica, tristissima, certezza.

Pierluigi Battista

giovedì 4 ottobre 2018

Migranti - La sfida delle associazioni italiane, una nuova nave nel Mediterraneo per "monitorare, denunciare e salvare"

La RepubblicaOng e Onlus hanno organizzato un'imbarcazione battente la bandiera del nostro Paese per "un’azione di disobbedienza morale contro gli slogan delle destre nazionaliste e di obbedienza alle leggi del mare, del diritto internazionale e della Costituzione"

La prua della nave che punta verso le coste libiche
Il rimorchiatore battente bandiera italiana “Mare Ionio” è partito nella notte di mercoledì dal porto di Augusta alla volta della costa Libica. 
Si tratta della prima missione in acque internazionali completamente organizzata in Italia ed è stata ribattezzata “Mediterranea”. 

Il progetto, promosso da varie associazioni (tra cui Arci nazionale, Ya Basta di Bologna, la Ong Sea-Watch, il magazine online I Diavoli e l'impresa sociale Moltivolti di Palermo) e sostenuto politicamente e finanziariamente da Nichi Vendola e tre parlamentari di Leu (Nicola Fratoianni, Erasmo Palazzotto e Rossella Muroni). 

E’ stato avviato nello scorso luglio ed ha preso corpo nei mesi successivi. L’attività del “Mar Ionio” sarà ufficialmente circoscritta di “monitoraggio, testimonianza e denuncia”, spiegano gli organizzatori. 

Tuttavia tra le dotazioni a disposizione del “Mare Ionio” ci sono anche gli equipaggiamenti per il Sar, l’attività di search and rescue per la quale però non è abilitato. Nelle prossime ore l’imbarcazione, seguita dalla barca appoggio Burlesque (uno sloop Bavaria 50 battente bandiera spagnola con a bordo giornalisti nazionali e internazionali, attivisti e mediatori culturali), entrerà in azione nella stessa zona in cui da qualche giorno incrocia il veliero Astral dell’ong spagnola Open Arms, più volte definita dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, un “taxi del mare”. 

“Non potevamo più stare a guardare – dicono da bordo gli attivisti - bisognava agire e trovare il modo di contrastare il declino culturale e morale che abbiamo davanti. Quella di Mediterranea è un’azione di disobbedienza morale ed al contempo di obbedienza civile. Disobbediamo al prevalente del discorso pubblico delle destre nazionaliste obbedendo alle leggi del mare, del diritto internazionale e della nostra Costituzione che prevedono l’obbligatorietà del salvataggio di chi si trova in condizioni di pericolo”

Marco Mensurati