Rai News 24
A Mosul le forze irachene stanno chiudendo il cerchio sulla città neutralizzando le ultime sacche di resistenza dello 'Stato islamico'. Intanto, l'Unhcr lancia l'allarme sulle migliaia di civili affamati e sotto choc che emergono dalle rovine della città.
lunedì 3 luglio 2017
domenica 2 luglio 2017
APPELLO URGENTE Fermare l'esecuzione di William Morva prevista il 6 luglio 2017 in Virginia
Blog Diritti Umani - Human Rights
6 Luglio 2017
Eseguita la condanna a morte di William Morva, 35 anni, grave malato mentale
www.santegidio.org
La sua storia
Chiediamo a tutti gli uomini di buona volontà di scrivere al Governatore della Virginia McAuliffe, affinché fermi l'esecuzione di William Morva, eventualmente utilizzando il testo che viene proposto di seguito.
6 Luglio 2017
Eseguita la condanna a morte di William Morva, 35 anni, grave malato mentale
www.santegidio.org
La sua storia
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| Milliam Morva |
William fu condannato a morte per l'uccisione di due poliziotti. La giuria era pienamente consapevole che tutti i suoi crimini erano causati da un forte delirio di persecuzione e da una grave patologia psicotica che non riesce a controllare. William crede di essere chiamato da un'entità soprannaturale per salvare il mondo, questi deliri lo hanno condotto a compiere diversi reati ed a subire altri processi in passato.
Chiediamo a tutti gli uomini di buona volontà di scrivere al Governatore della Virginia McAuliffe, affinché fermi l'esecuzione di William Morva, eventualmente utilizzando il testo che viene proposto di seguito.
chiedendo al Governatore di concere uno stop, abbiamo solo pochigiorni. Basta un click!
Ecco il testo per il Governatore:
Ecco il testo per il Governatore:
Caro Governatore McAuliffe,
Le scrivo per esprimere la mia sincera preoccupazione per l'esecuzione di William Morva prevista per il 6 luglio 2017.
La prego di considerare la malattia mentale di William e l'impatto che essa ha avuto sui crimini che ha commesso.
Le chiedo di mostrare misericordia e commutare la sua condanna a morte, così come è nel suo potere.
Come credente e come cattolico credo fermamente nella sacralità della vita e nella dignità di ogni persona umana.
Tale rispetto per la vita riguarda tutti, senza eccezioni, anche coloro che abbiano commesso molto male, come sosteneva anche il Papa Giovanni Paolo II.
Ciò vuol dire che dobbiamo riconoscere tale dignità e rispetto per la vita anche a William Morva, nonostante il grave crimine che ha commesso.
Il dono della vita dipende solo da Dio e noi non abbiamo alcun potere di crearla o di distruggerla.
Non voglio affatto dimenticare il tremendo dolore delle vittime e delle loro famiglie.
Come Chiesa, preghiamo per la guarigione e la pace di tutte le vittime di crimini violenti, ma non possiamo accettare o perdonare in alcun modo un'esecuzione pianificata da parte di uno Stato che intenda fare giustizia, soprattutto in un caso come quello di William Morva, la cui malattia mentale è evidente e certificata da molti esperti.
Come è noto la malattia e il delirio che essa comporta, fanno sì che Morva ancor oggi viva in una realtà che non esiste.
Per tali motivi le chiedo di concedere un atto di clemenza nei confronti di William Morva, affinché non gli sia negata la dignità della vita.
Cordiali saluti,
FIRMA
Le scrivo per esprimere la mia sincera preoccupazione per l'esecuzione di William Morva prevista per il 6 luglio 2017.
La prego di considerare la malattia mentale di William e l'impatto che essa ha avuto sui crimini che ha commesso.
Le chiedo di mostrare misericordia e commutare la sua condanna a morte, così come è nel suo potere.
Come credente e come cattolico credo fermamente nella sacralità della vita e nella dignità di ogni persona umana.
Tale rispetto per la vita riguarda tutti, senza eccezioni, anche coloro che abbiano commesso molto male, come sosteneva anche il Papa Giovanni Paolo II.
Ciò vuol dire che dobbiamo riconoscere tale dignità e rispetto per la vita anche a William Morva, nonostante il grave crimine che ha commesso.
Il dono della vita dipende solo da Dio e noi non abbiamo alcun potere di crearla o di distruggerla.
Non voglio affatto dimenticare il tremendo dolore delle vittime e delle loro famiglie.
Come Chiesa, preghiamo per la guarigione e la pace di tutte le vittime di crimini violenti, ma non possiamo accettare o perdonare in alcun modo un'esecuzione pianificata da parte di uno Stato che intenda fare giustizia, soprattutto in un caso come quello di William Morva, la cui malattia mentale è evidente e certificata da molti esperti.
Come è noto la malattia e il delirio che essa comporta, fanno sì che Morva ancor oggi viva in una realtà che non esiste.
Per tali motivi le chiedo di concedere un atto di clemenza nei confronti di William Morva, affinché non gli sia negata la dignità della vita.
Cordiali saluti,
FIRMA
Turchia: appello intellettuali per docenti Nuriye e Semih in sciopero fame
AnsaMed
Istanbul - "Nuriye e Semih non devono morire. I diritti del lavoro devono essere restituiti". Recita così un appello lanciato stamani su 4 giornali di opposizione in Turchia da 111 intellettuali, artisti, parlamentari e attivisti nel 111/o giorno di sciopero della fame di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, i due docenti epurati e arrestati dopo il fallito golpe, diventati il simbolo della protesta contro le purghe di Recep Tayyip Erdogan.
Istanbul - "Nuriye e Semih non devono morire. I diritti del lavoro devono essere restituiti". Recita così un appello lanciato stamani su 4 giornali di opposizione in Turchia da 111 intellettuali, artisti, parlamentari e attivisti nel 111/o giorno di sciopero della fame di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, i due docenti epurati e arrestati dopo il fallito golpe, diventati il simbolo della protesta contro le purghe di Recep Tayyip Erdogan.
All'appello hanno aderito molti nomi noti del mondo della cultura turca, dalla scrittrice Elif Safak al regista Ferzan Ozpetek, dagli scrittori Asli Erdogan e Burhan Sonmez al giornalista in esilio e ricercato Can Dundar.
Nel messaggio, si ricorda come i docenti in sciopero della fame siano "solo 2 di 5 mila accademici, 50 mila insegnanti e 150 mila lavoratori" epurati con decreti dello stato d'emergenza in Turchia.
Cacciati rispettivamente dall'università Selcuk e da una scuola elementare, Gulmen e Ozakca sono stati arrestati a maggio con l'accusa di legami con il gruppo di estrema sinistra Dhkp-c, classificato da Ankara come "terrorista".
Filippine – Un anno di presidenza Duterte: un disastro per i diritti umani
il21.it
Manila – Nel primo anno di presidenza nelle Filippine, Rodrigo Duterte e la sua amministrazione “sono stati responsabili di una vasta gamma di violazioni dei diritti umani, intimidazioni e arresti di personalità critiche, instaurando un clima privo di legge”.
La medesima posizione viene espressa da “Human Rights Watch” /HRW) che rileva come il presidente Rodrigo Duterte abbia “scatenato una calamità per diritti umani nelle nel suo primo anno in carica”.
“Duterte si è insediato promettendo di proteggere l’ordine pubblico e i diritti umani, e ha passato invece il suo primo anno in carica come un istigatore turbolento di una campagna di uccisioni illegali” afferma Phelim Kine, vice direttore per l’Asia di HRW che, tramite indagini sul campo, ha confermato il tentativo di “dare una parvenza di legalità a esecuzioni extragiudiziali che possono equivalere a crimini contro l’umanità”.
Le Ong rilevano “il disprezzo del governo di Duterte per il diritto internazionale” anche nel tentativo di reintrodurre la pena di morte per i reati di droga e invitano il Senato delle Filippine a respingere questo tentativo.
Manila – Nel primo anno di presidenza nelle Filippine, Rodrigo Duterte e la sua amministrazione “sono stati responsabili di una vasta gamma di violazioni dei diritti umani, intimidazioni e arresti di personalità critiche, instaurando un clima privo di legge”.
Lo afferma una nota di Amnesty International ricordando che il 30 giugno 2016 il Rodrigo Duterete ha assunto ufficialmente i poteri di presidente. Amnesty cita “la violenta campagna governativa contro la droga che ha causato migliaia di esecuzioni extragiudiziali, persino più di quante se ne contarono durante il regime omicida di Ferdinando Marcos dal 1972 al 1981”.
“Duterte – recita la nota di Amnesty inviata a Fides – è salito al potere con la promessa di porre fine alla criminalità. Invece, migliaia di persone sono state uccise da, o per conto di una polizia che agisce al di fuori della legge, su ordine di un presidente che non ha mostrato altro che disprezzo per i diritti umani e per coloro che li difendono”.
“La violenta campagna di Duterte ha trasformato il paese in un luogo ancora più pericoloso, ha compromesso lo stato di diritto e consegnato al suo ideatore la fama di leader colpevole della morte di migliaia di suoi cittadini”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per il Sudest Asiatico e il Pacifico
A febbraio 2017, Amnesty International aveva pubblicato un rapporto in cui denunciava come la polizia si fosse trasformata in un’impresa criminale, uccidendo persone per lo più povere sospettate di consumare o vendere droga, assoldando sicari, impossessandosi dei beni delle persone uccise, collocando false prove sui loro cadaveri e rimanendo del tutto impunita.
“Il governo di Duterte evita a ogni livello di assumersi le responsabilità. Non ci sono indagini credibili a livello nazionale e non c’è collaborazione col Relatore speciale Onu”, ha sottolineato Gomez.
La medesima posizione viene espressa da “Human Rights Watch” /HRW) che rileva come il presidente Rodrigo Duterte abbia “scatenato una calamità per diritti umani nelle nel suo primo anno in carica”.
HRW nota “un brusco calo nel rispetto dei diritti fondamentali” e ricorda che le forze di sicurezza e “uomini armati non identificati” hanno ucciso almeno 7.000 tossicodipendenti sospetti a partire dal 1 ° luglio 2016, mentre l’amministrazione Duterte “ha respinto tutti gli appelli nazionali e internazionali per accertare gli abusi”.
“Duterte si è insediato promettendo di proteggere l’ordine pubblico e i diritti umani, e ha passato invece il suo primo anno in carica come un istigatore turbolento di una campagna di uccisioni illegali” afferma Phelim Kine, vice direttore per l’Asia di HRW che, tramite indagini sul campo, ha confermato il tentativo di “dare una parvenza di legalità a esecuzioni extragiudiziali che possono equivalere a crimini contro l’umanità”.
Le Ong rilevano “il disprezzo del governo di Duterte per il diritto internazionale” anche nel tentativo di reintrodurre la pena di morte per i reati di droga e invitano il Senato delle Filippine a respingere questo tentativo.
L’Ong filippina “Karapatan” ricorda inoltre l’uccisione extragiudiziale di 64 attivisti per i diritti umani diritti e critica l’imposizione della legge marziale sull’intera isola di MIndanao, che sta legittimando le forze militari a mettere in atto metodi repressivi, torture e abusi dei diritti umani, denunciati anche alla Corte Suprema.
sabato 1 luglio 2017
Ricordo di Simone Veil - Sopravvissuta ad Auschwitz e ha vissuto per la difesa dei diritti
Globalist
Esponente di spicco della sinistra francese, fu sempre in prima fila per i diritti delle donne.
Una grande figura, grande europeista: Simone Veil, dirigente di spicco della politica francese ed europea, ministro della salute e presidente del Parlamento dell'Ue, sopravvissuta alla Shoah e poi in prima linea nella lotta per i diritti delle donne, è morta oggi a Parigi all'età di 89 anni.
Esponente di spicco della sinistra francese, fu sempre in prima fila per i diritti delle donne.
Ad annunciare il decesso il figlio Jean Veil, ricordando che avrebbe compiuto 90 anni il 13 luglio prossimo. Nel 1975 promosse la legge che depenalizzava l'interruzione volontaria di gravidanza. Nata a Nizza nel 1927 con il cognome di Jacob, nel 1946 aveva sposato Antoine Veil da cui ha avuto tre figli. Presidente del Parlamento Ue dal 1979 al 1982, esponente di spicco della "gauche", durante la Seconda guerra mondiale era stata deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Sopravvisse insieme con la sorella, fino all'arrivo dell'Armata Rossa e alla liberazione il 27 gennaio 1945.
Una donna straordinaria che dall'orrore dell'olocausto è riuscita a riemergere forte e coraggiosa, battagliera, profondamente consapevole del necessario ruolo delle donne nella vita pubblica del paese. Lavorerà infatti prima come magistrato e poi enterà in politica fino a raggiungere un primato storico: prima donna donna presidente del Parlamento europeo.
Dopo aver smesso di esercitare la professione di avvocato nel 1956 inizia la carriera al ministero della Giustizia e quindi al Consiglio superiore della magistratura. Viene nominata una prima volta ministra della salute nel 1974, presidente Valery Giscard d'Estaing. E' poi stata presidente del Parlamento europeo nel 1979, ministra della salute nel governo di Edouard Balladur (1993-95) e poi nel consiglio costituzionale, dal 1998 al 2007.
Il presidente Emmanuel Macron ha espresso le sue più vive condoglianze alla famiglia di Simone Veil auspicando che "il suo esempio possa ispirare i nostri compatrioti che vi troveranno il meglio della Francia".
Un esempio di cultura, intelligenza, determinazione, senso del dovere per tante giovani donne europee.
Una donna straordinaria che dall'orrore dell'olocausto è riuscita a riemergere forte e coraggiosa, battagliera, profondamente consapevole del necessario ruolo delle donne nella vita pubblica del paese. Lavorerà infatti prima come magistrato e poi enterà in politica fino a raggiungere un primato storico: prima donna donna presidente del Parlamento europeo.
Dopo aver smesso di esercitare la professione di avvocato nel 1956 inizia la carriera al ministero della Giustizia e quindi al Consiglio superiore della magistratura. Viene nominata una prima volta ministra della salute nel 1974, presidente Valery Giscard d'Estaing. E' poi stata presidente del Parlamento europeo nel 1979, ministra della salute nel governo di Edouard Balladur (1993-95) e poi nel consiglio costituzionale, dal 1998 al 2007.
Il presidente Emmanuel Macron ha espresso le sue più vive condoglianze alla famiglia di Simone Veil auspicando che "il suo esempio possa ispirare i nostri compatrioti che vi troveranno il meglio della Francia".
Un esempio di cultura, intelligenza, determinazione, senso del dovere per tante giovani donne europee.
Denuncia - Caritas di Roma: tra i rifugiati aumentano i casi di tortura
Avvenire
In 12 anni nel poliambulatorio diocesano sono stati presi in carico 334 pazienti. Nell'ultimo anno 45. Donne torturate e violentate. Anche casi di persone costrette ad assistere alle violenze.
«Con l'aumento dei richiedenti protezione internazionale crescono in Italia i cittadini stranieri che hanno subito varie forme di tortura ed oppressione».
In 12 anni nel poliambulatorio diocesano sono stati presi in carico 334 pazienti. Nell'ultimo anno 45. Donne torturate e violentate. Anche casi di persone costrette ad assistere alle violenze.
«Con l'aumento dei richiedenti protezione internazionale crescono in Italia i cittadini stranieri che hanno subito varie forme di tortura ed oppressione».
Lo denuncia la Caritas di Roma nel dossier "Ero forestiero e mi avete ospitato", elaborato in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2017.
Un capitolo è dedicato proprio ai casi di tortura, e prende spunto dal progetto "Ferite invisibili", avviato alle fine del 2005 presso il Poliambulatorio Caritas per immigrati «mirato specificatamente alla riabilitazione psicologica di queste persone che si trovano in condizione di fragilità sociale».
E i numeri sono drammatici. In quasi 12 anni di progetto sono stati presi in carico 334 pazienti (266 uomini e 68 donne) e sono stati effettuati 4.844 colloqui psicoterapeutici con una media di 14 visite/paziente a sottolineare la complessità e la delicatezza dell'approccio terapeutico. Casi che restano molto alti. Negli ultimi 12 mesi, ci spiega il dottor Salvatore Geraci, responsabile dell'area sanitaria della Caritas e presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni, «abbiamo seguito 45 pazienti, di cui 26 nuovi. Sono state prese in carico 37 persone, mentre le altre 8 hanno fatto il colloquio di valutazione e sono state orientate ad altri servizi territoriali. Finora sono state effettuate 425 sedute terapeutiche». «Più uomini che donne, ma spesso queste ultime oltre alla tortura hanno dovuto subire anche violenze sessuali - ci spiega ancora Geraci -. E ci sono anche casi di "tortura da spettatore", cioè essere esposto alla tortura di un familiare o di una persona che conosci».
Numeri alti ma provenienze che cambiano. Fino al 2010 i pazienti arrivavano soprattutto dall'Afghanistan, seguiti dalla Guinea, Nigeria e Eritrea. Dal 2011 al 2013 soprattutto da Costa d'Avorio, seguiti da Afghanistan, Camerun e Senegal. Tra il 2014 e 2015 si nota un aumento graduale e significativo di quelli provenienti dal Gambia. Attualmente prevalgono le persone in arrivo da Pakistan, Mali, Nigeria e Senegal. Vengono da paesi di guerre e di persecuzioni, accomunati dalle violenze subite nel loro paese o durante il viaggio.Casi molto difficili.
Numeri alti ma provenienze che cambiano. Fino al 2010 i pazienti arrivavano soprattutto dall'Afghanistan, seguiti dalla Guinea, Nigeria e Eritrea. Dal 2011 al 2013 soprattutto da Costa d'Avorio, seguiti da Afghanistan, Camerun e Senegal. Tra il 2014 e 2015 si nota un aumento graduale e significativo di quelli provenienti dal Gambia. Attualmente prevalgono le persone in arrivo da Pakistan, Mali, Nigeria e Senegal. Vengono da paesi di guerre e di persecuzioni, accomunati dalle violenze subite nel loro paese o durante il viaggio.Casi molto difficili.
Così l'equipe che li segue è formata da psicoterapeuti, psichiatri, mediatori culturali, infermieri, operatori del sociale, medici, e offre un servizio di ascolto e di psicoterapia transculturale. «L'aiuto - si legge sempre nel dossier -, attraverso un attento lavoro di equipe, consiste innanzitutto nel far riconoscere l'orrore vissuto e le "ferite" psichiche indotte, affinché queste persone possano riappropriarsi della dignità di esseri umani, dare un significato alla loro esperienza e riprogettare un futuro per la loro esistenza. Nel contempo cerca anche di costituire una fitta rete socio-assistenziale per sostenere percorsi legali, informativi e formativi (accoglienza protetta, insegnamento della lingua italiana, formazione professionale, inserimento lavorativo...)». Un lavoro prezioso al punto che nel febbraio 2012, l'Ufficio delle Nazioni Unite dell'Alto Commissario per i Diritti Umani ha riconosciuto il servizio all'interno della rete sovrannazionale di sostegno e cura alle vittime di tortura. «Sono persone fragili, da tutelare, da non ritraumatizzare», sottolinea Geraci.
Ma c'è un altro fenomeno che preoccupa gli operatori della Caritas, in parte collegato a quella delle torture. Infatti parallelamente all'aumento degli sbarchi «è stato possibile registrare un incremento sensibile dei ricoveri di pazienti stranieri negli ospedali psichiatrici italiani, ed è ipotizzabile (sia pur tutto da dimostrare) un qualche tipo di relazione tra le due osservazioni».
Ma c'è un altro fenomeno che preoccupa gli operatori della Caritas, in parte collegato a quella delle torture. Infatti parallelamente all'aumento degli sbarchi «è stato possibile registrare un incremento sensibile dei ricoveri di pazienti stranieri negli ospedali psichiatrici italiani, ed è ipotizzabile (sia pur tutto da dimostrare) un qualche tipo di relazione tra le due osservazioni».
Anche qui i numeri sono chiari: nel 2009 i ricoveri di stranieri in psichiatria sono stati 2.682 maschi e 3.362 femmine, più o meno in linea con gli anni precedenti; nel 2011, i ricoveri sono passati a 4.518 maschi e 4.909 femmine, mantenendosi anche negli anni successivi intorno a quest'ordine di grandezza, «con un incremento repentino e piuttosto significativo, che non si correla a un corrispondente aumento dello stock di immigrati nel Paese». Di conseguenza, i tassi sono passati da 122 a 188 ospedalizzazioni ogni 100mila immigrati residenti, con un incremento superiore al 50%.
Antonio Maria Mira
Antonio Maria Mira
Roma - Calci e pugni ad un cittadino italiano di origine bengalese per aver avuto la casa popolare
La Repubblica
"Questo non è il tuo posto": uomo di orgine bengalese picchiato per una casa popolare a Roma
È accaduto lunedì scorso in largo Mengaroni.
È accaduto lunedì scorso in largo Mengaroni.
L'uomo, cittadino italiano, ha denunciato la vicenda al commissariato di polizia Casilino Nuovo.
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| Howlader Dulal |
Picchiato perché di origine bengalese, ancorché con cittadinanza italiana, beneficiario di un alloggio popolare. È quanto accaduto lunedì scorso a Howlader Dulal di 52 anni, a Tor Bella Monaca. L'uomo ha denunciato la vicenda al commissariato di polizia Casilino Nuovo. Secondo quanto raccontato alla polizia, ad aggredirlo con calci e pugni, in largo Ferruccio Mengaroni, sono stati quattro ragazzi italiani tra i 20 e i 25 anni ai quali stava chiedendo informazioni per raggiungere l'abitazione popolare assegnatagli dal Comune. "Qui non c'è posto per te. Lascia stare le case popolari", avrebbero detto i ragazzi strappandogli le carte che aveva in mano prima di aggredirlo brutalmente. "Abbiamo presentato denuncia per lesioni con aggravante dello sfondo razziale", ha spiegato Paolo Palma, l'avvocato che difende il 52enne.
Dulal che è in Italia da 26 anni e lavora regolarmente in un ristorante, è perfettamente integrato e al momento vive con tutta la famiglia in un appartamento di 40 metri quadri. "Lui lavora, ha un figlio laureato - spiega Palma - e un altro disabile come disabile è anche lui perché cardiopatico". "È nono in graduatoria tra gli aventi diritto all'alloggio popolare. Dopo l'aggressione, in comune gli è stato detto di portare la denuncia così gli avrebbero cercato un altro alloggio in un luogo diverso. È inaccettabile", denuncia il legale, "che il dipartimento non accompagni le persone a visionare gli alloggi assegnati e li abbandoni al proprio destino senza verificare se l'alloggio sia realmente libero oppure occupato abusivamente".
A dicembre dello scorso anno alcuni abitanti di via Filottrano, a San Basilio, erano scesi in strada per evitare che la famiglia assegnataria, marito e moglie marocchini con tre bambini, prendesse possesso di un alloggio Ater. "Non vogliamo negri nè stranieri qui, ma soltanto italiani" ripetevano i manifestanti ai caschi bianchi del gruppo sicurezza pubblica emergenziale e gruppo Tiburtino. La famiglia ha poi ottenuto un alloggio a Tor Sapienza.
A gennaio alcune decine di militanti di estrema destra hanno organizzato un picchetto bloccando, di fatto, l’ingresso al condominio a una famiglia egiziana, legittima assegnataria di un alloggio Ater, e facendo intanto rientrare nella casa i due giovani italiani che la occupavano abusivamente.
Dulal che è in Italia da 26 anni e lavora regolarmente in un ristorante, è perfettamente integrato e al momento vive con tutta la famiglia in un appartamento di 40 metri quadri. "Lui lavora, ha un figlio laureato - spiega Palma - e un altro disabile come disabile è anche lui perché cardiopatico". "È nono in graduatoria tra gli aventi diritto all'alloggio popolare. Dopo l'aggressione, in comune gli è stato detto di portare la denuncia così gli avrebbero cercato un altro alloggio in un luogo diverso. È inaccettabile", denuncia il legale, "che il dipartimento non accompagni le persone a visionare gli alloggi assegnati e li abbandoni al proprio destino senza verificare se l'alloggio sia realmente libero oppure occupato abusivamente".
A dicembre dello scorso anno alcuni abitanti di via Filottrano, a San Basilio, erano scesi in strada per evitare che la famiglia assegnataria, marito e moglie marocchini con tre bambini, prendesse possesso di un alloggio Ater. "Non vogliamo negri nè stranieri qui, ma soltanto italiani" ripetevano i manifestanti ai caschi bianchi del gruppo sicurezza pubblica emergenziale e gruppo Tiburtino. La famiglia ha poi ottenuto un alloggio a Tor Sapienza.
A gennaio alcune decine di militanti di estrema destra hanno organizzato un picchetto bloccando, di fatto, l’ingresso al condominio a una famiglia egiziana, legittima assegnataria di un alloggio Ater, e facendo intanto rientrare nella casa i due giovani italiani che la occupavano abusivamente.
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