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martedì 2 febbraio 2016

Migranti: 600.000 firme per Nobel della pace agli abitanti isole Grecia

ANSA
Per accoglienza migliaia profughi, petizione lanciata a novembre


ROMA - Una petizione per candidare al premio Nobel per la Pace gli abitanti delle isole greche che hanno accolto generosamente decine di migliaia di profughi in fuga da guerra e fame in Siria ha raggiunto le 600.000 firme sul sito specializzato Avaaz. 

Il termine ultimo per avanzare candidature era la mezzanotte di ieri. Secondo numerosi media greci ed internazionali, diversi accademici americani, britannici e danesi stanno redigendo la candidatura per i cittadini delle isole dell'Egeo. "Le popolazioni delle isole greche dell'Egeo hanno fatto e continuano a fare il possibile per aiutare i rifugiati siriani, anche se da molti anni sono vittime di una dura crisi economica", sottolineano gli autori della petizione, lanciata nel novembre scorso da Alkmini Papadaki, un architetto cretese.

Migranti. HRW, ”Partono ora, con enormi rischi, perchè Europa sta chiudendo”

Blitz Quotidiano
Gennaio è stato il mese con più morti dall'inizio della crisi la scorsa estate "perché il tempo sta peggiorando" e "i trafficanti fanno sconti a chi parte ora usando sempre di più barche non adatte alla traversata e le fanno condurre ai migranti stessi". Peter Bouckaert, direttore delle emergenze di Human Rights Watch, spiega che "oggi più che mai c'è l'idea che le porte dell'Europa si stiano chiudendo, che aspettando fino a primavera si perderà l'opportunità di entrare".


Roma – Gennaio è stato il mese con più morti dall’inizio della crisi la scorsa estate “perché il tempo sta peggiorando” e “i trafficanti fanno sconti a chi parte ora usando sempre di più barche non adatte alla traversata e le fanno condurre ai migranti stessi”. Peter Bouckaert, direttore delle emergenze di Human Rights Watch, spiega che “oggi più che mai c’è l’idea che le porte dell’Europa si stiano chiudendo, che aspettando fino a primavera si perderà l’opportunità di entrare”. 

Molte vittime sono bambini “perchè ne partono di più rispetto al passato – sottolinea – dobbiamo capire che la situazione in Siria peggiora di settimana in settimana. Che in Afghanistan ci sono oggi più aree sotto controllo Taliban di quanto non sia mai accaduto dal 2001″, i genitori rischiano la vita dei figli perché “dietro di loro c’è solo la morte”. 

In Turchia non ci sono scuole per i piccoli rifugiati, non ci sono lavori per i padri”. “I governi non hanno messo in campo abbastanza squadre e attrezzature di salvataggio. E neanche infrastrutture per la prima accoglienza e la registrazione”, spiega Bouckaert. “La crisi non è in Europa ma in Turchia, in Giordania, in Libano, dove oggi il 25% della popolazione è composto da rifugiati”. La crisi in Europa – afferma – l’hanno vissuta la Grecia e l’Italia e ora assistiamo al tentativo di chiudere di nuovo le frontiere, chiamando solo questi Paesi a rispondere”.

Siria. Falak e la sua famiglia. I primi verso Roma con il corridoio umanitario


Corriere della Sera
La piccola ha 7 anni ed è malata di tumore: con il fratellino e i genitori saranno i primi ad arrivare da noi con un corridoio umanitario

Falak e la sua famiglia
Tripoli (Libano) In un mese di lezioni online, seguite dallo schermo di un cellulare, Yasmine, la giovane mamma, ha imparato una gran quantità di parole italiane, che pronuncia con sorprendente precisione. «Facile», sostiene. Il piccolo Hussein, 6 anni, sa contare, incespica un po’ a partire dal quindici, ma apprende rapido anche lui. E alla domanda: che cosa farai una volta a Roma? Risponde diligente: «Studierò la lingua».

La famiglia Al Hourani si sta impegnando, come può, a un viaggio che è anche l’unica speranza: saranno i primi richiedenti asilo siriani — madre, padre e due figli — ad arrivare in Italia attraverso un corridoio umanitario. Prima degli altri perché non hanno tempo: la bambina, Falak, 7 anni, è molto malata. È stata già operata a un occhio, deve sottoporsi urgentemente alla chemioterapia.

È tutto pronto. La Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche e la Tavola Valdese hanno sottoscritto a dicembre il protocollo con Viminale e Farnesina. Un progetto pilota che, se s’innesca adesso con gli Al Hourani, può funzionare immediatamente per altre famiglie qui a Tripoli, nel Nord del Libano, e per 65 persone già individuate (grazie all’associazione Papa Giovanni XXIII) nel campo profughi «spontaneo» di Tel Abbaas, quasi al confine con la Siria. Maria Quinto, che da trent’anni si occupa di migrazioni per Sant’Egidio, e Simone Scotta, inviato dai valdesi, sono sul territorio da un mese per studiare i casi di «fragilità» (il criterio è questo) da mettere in lista: bambini, anziani, donne sole, malati, disabili. Non soltanto siriani, e non solo dal Libano. Sunniti, come gli Al Hourani, ma anche di altre religioni e nazionalità. La prima tranche calcola un totale di mille visti umanitari in due anni, con una quota di partenze anche dal Marocco. Spostamenti, alloggi e cure completamente finanziati dalle comunità religiose che promuovono il piano, in particolare dall’8 per mille.


Se comincia ad aprirsi, il corridoio può poi spalancarsi al resto d’Europa. Con il commissario Ue all’Immigrazione, Dimitri Avramopulos, è già fissato un incontro a marzo. È l’unica alternativa agli scafisti, spiegano gli organizzatori, ai giubbotti salvagente riempiti di segatura, ai gommoni che si ribaltano in un braccio di Egeo o a poche miglia dalla costa della Sicilia. «È con la strage di Lampedusa (3 ottobre 2013, ndr) che abbiamo avuto chiarissima l’assurdità insopportabile di queste morti in mare — racconta Maria Quinto, responsabile del progetto —. Dei corridoi umanitari si parla molto, ma non avevamo ancora trovato la chiave. Finché non abbiamo ristudiato la normativa e scovato la possibilità per gli Stati di concedere visti umanitari a validità territoriale». Il vantaggio per il Paese d’accoglienza è duplice: «Non spende un euro e può scegliere chi far entrare», perché il timbro finale non si ottiene senza controlli di sicurezza. A questa via, si potrebbe poi affiancare il meccanismo della «sponsorship», continua Quinto, che funziona già col Canada: uno sponsor — privato cittadino, associazione, chiesa, eccetera — si fa garante dell’arrivo e del sostentamento del richiedente asilo.

Il punto adesso è che l’esperimento parta, assieme a Falak: la famiglia ha già lasciato le impronte digitali in ambasciata a Beirut, compilando tutti i moduli, manca solo l’autorizzazione finale da Roma. Appello al governo italiano perché acceleri: la piccola non è in condizioni di aspettare, lo dicono anche i medici del Bambin Gesù che hanno esaminato le sue cartelle cliniche e sono attrezzati per curarla.

Per di più, il locale che papà Suliman ha recuperato in affitto dopo la fuga da Homs non è una casa adatta a una bimba malata. Duecento euro al mese per pochi metri quadrati aperti da una porta a vetri su una strada di rifiuti e carcasse d’auto. «Qui era economico», spiega Yasmine. Due poltrone, tre divani, un letto nascosto da un lenzuolo tirato come una tenda. Un fornellino a gas. Una ragnatela di cavi elettrici pericolosamente in bilico, su cui vigila Suliman che di lavoro aggiustava televisori e continua a farlo quando riesce.

Gli Al Hourani sono andati via da Homs due anni fa coi vestiti che avevano addosso, una busta di documenti e nient’altro, sotto le bombe. Hanno varcato il confine a bordo di un taxi e si sono fatti guidare dal passaparola per approdare ai piedi di quest’edificio dai muri forati come un gruviera, lasciati in ricordo dalla guerra civile.

È una storia comune a un milione di profughi siriani che affollano il Libano, tra accampamenti improvvisati, palazzi fatiscenti occupati e baracche in affitto. Simile a quella della famiglia di Deia, 10 anni, che per i colpi di mortaio a Homs ha perso una gamba, amputata malamente in un ambulatorio di fortuna. Subito dopo Falak, toccherà a lui passare dal corridoio umanitario, e potrà mettere una protesi. In quattro anni di esperienza per le strade sbilenche di Tripoli, con le sue stampelle quasi corre, ma anche lui attende con ansia la partenza. Alla domanda «come immagini l’Italia, che cosa ti aspetti?» sorride timido e risponde: «La gamba».

lunedì 1 febbraio 2016

Il Blog Diritti Umani - Human Rights supera le 400.000 visite. Grazie a tutti i lettori

Blog Diritti Umani - Human Rights

Il Blog Diritti Umani - Human Rights, ha superato le 400.000 visite!

Grazie a tutti i lettori!

Sono stati realizzati 4.000 post dal gennaio 2013 
e sono stati letti  in vari paesi del mondo:

I primi 10 paesi




Turchia: le violazioni dei diritti umani e il silenzio assordante dell’Europa

Articolo 21
Torno a Diyarbakir neanche tre mesi dopo le elezioni politiche di novembre, a cui ho partecipato come osservatrice. Allora la città era animata e brulicante; regnava la speranza che l’HDP, il partito democratico filocurdo, potesse ripetere il successo ottenuto nel voto di giugno, quando per la prima volta era riuscito ad entrare in parlamento, superando la soglia di sbarramento del 10%. Certo, a Sur, la città vecchia (patrimonio Unesco insieme alle splendide mura di granito nero che la circondano) avevo visto i segni degli scontri a fuoco tra l’esercito e i cittadini che avevano proclamato un pacifico autogoverno: il coprifuoco che si era protratto per quattordici giorni, c’erano state vittime civili e case e moschee portavano i segni dei proiettili, ma la tensione non riusciva a soffocare la vita quotidiana. Poi il voto ha restituito a Erdogan la maggioranza assoluta (ma l’HDP è riuscito di nuovo a superare il 10%), e il timore di un inasprimento della repressione si è fatto concreto.

Questa volta sono con una delegazione di avvocati turchi ed europei. Veniamo a Diyarbakir per raccogliere testimonianze e documentazione sulle violazioni dei diritti umani commesse dalla Turchia nei confronti dei suoi cittadini curdi. Partiamo sapendo che gran parte di Sur è sotto coprifuoco da 52 giorni consecutivi e che la situazione è molto tesa, ma quello che ci aspetta al nostro arrivo va oltre la nostra immaginazione.

Sur è transennata, non si entra e non si esce. Quello che viene definito “coprifuoco” è un vero e proprio assedio che dura 24 ore al giorno. Ogni tanto viene concessa qualche ora di respiro in cui si può uscire per strada o lasciare il quartiere, ma è meglio affrettarsi a tornare a casa: il coprifuoco viene ripristinato improvvisamente e spesso senza che la popolazione sia informata; agli ignari che si trovano per strada l’esercito spara senza preavviso. Dentro Sur, elettricità e connessione alla rete vanno e vengono. L’esercito ha demolito molte delle vecchie e fragili case travolgendole con i suoi enormi blindati. Il nostro albergo è a trecento metri dall’inizio della zona chiusa: a ogni ora del giorno e della notte si sentono colpi di mitragliatrice e di cannone. Le organizzazioni per i diritti umani stimano oltre 160 morti tra i civili, di cui quasi la metà sono donne, bambini o uomini ultrasessantenni. Le condizioni igieniche sono pessime: manca l’assistenza sanitaria; la popolazione non è neppure autorizzata a raccogliere i cadaveri rimasti per strada dopo gli scontri a fuoco. Mentre siamo lì si celebrano i funerali di due ragazzi uccisi diciotto giorni prima.

Informazioni più precise è impossibile averne: a nessuno è permesso entrare a Sur, neppure alle delegazioni internazionali, neppure ai medici e agli infermieri che ogni giorno si presentano ai posti di blocco chiedendo di essere autorizzati a prestare soccorso ai feriti più gravi e a portar via i bambini ammalati e vengono prontamente rispediti indietro. Anche le zone della città vecchia formalmente non soggette a coprifuoco sono in sostanza off limits per chiunque e altrettanto pericolose. Alle transenne che imprigionano dentro oltre 120.000 persone è sconsigliabile perfino avvicinarsi: scatto una foto all’inferriata che sbarra una via secondaria, un poliziotto scende dalla camionetta e mi ordina di cancellarla, vuole vedere tutte le foto che ho scattato, quelle che mostrano i blindati non posso tenerle.

Da Sur è in corso un esodo silenzioso: si stima che fino ad ora se ne siano andate oltre 22.000 persone, stremate dall’assedio e dai bombardamenti. Chi lascia la sua casa è sotto shock, non ha voglia di parlare, cerca solo di trovare un riparo e qualcosa da mangiare per sé e la sua famiglia. L’amministrazione comunale osserva impotente: non può interloquire con le autorità centrali sulla gestione del coprifuoco e non ha fondi sufficienti per assicurare adeguata assistenza materiale ai suoi cittadini.

Quanto durerà tutto questo, per quanto ancora gli abitanti di Sur rimarranno sotto l’assedio dell’esercito, per quanto decideranno di resistere, di restare nelle proprie case, non è dato sapere. Di giorno in giorno si fa più assordante il silenzio dell’Europa su questa atrocità.

di Dora Rizzardo

Uganda, omo e transessuali a rischio a un mese dalle elezioni

La Repubblica
I difensori dei diritti umani si schierano contro il governo. L’organizzazione Soleterre – Strategie di Pace lancia l’allarme. Le minoranze dello stato africano sono sempre più esposte a vessazioni e violenze. E l’appuntamento del 18 febbraio potrebbe portare Kampala a nuove leggi draconiane


Roma – La battaglia politica che infiamma i palazzi del potere della capitale ugandese potrebbe avere gravi ripercussioni sulle fasce più deboli della popolazione. Questo perché, a pochi giorni dal suo 30° anniversario dalla presa del potere, il presidente Yoweri Museveni, deciso a ripresentarsi e vincitore secondo i sondaggi, vuole rafforzare il consenso. A rischio è soprattutto la comunità Lgbti (Lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali) usata in passato dallo stesso Museveni per riunire elettori attorno alla condivisa intolleranza verso i differenti orientamenti sessuali.

Duplice attacco. Nel novembre 2015 lo stato dell’Africa orientale ha approvato l’Ngo Bill, una legge che regola l’operato delle organizzazioni non governative su suolo ugandese. Già nei mesi precedenti la sua approvazione, la legge ha generato un’ondata di dissenso da parte della comunità internazionale e degli operatori umanitari poiché a causa di questa norma, le organizzazioni umanitarie perdono gran parte della propria indipendenza. Lo stato infatti, attraverso ministero degli Esteri e Consiglio nazionale, possono sospendere le attività, richiedere ispezioni senza necessità di dare una valida motivazione, avere accesso ai dati sensibili e chiudere l’ong senza la possibilità di ricorrere in appello. Una limitazione evidente dei diritti degli operatori che rischiano fino a otto anni di reclusione per le attività svolte sul campo.

Un coro di denucia. Per questo l’organizzazione italiana Soleterre, già da un anno presente sul territorio, ha deciso di schierarsi al fianco dei difensori dei diritti umani. Nonostante le difficoltà condivise da tutti gli operatori umanitari, i più a rischio sono gli attivisti per i diritti della comunità Lgbti, da sempre capro espiatorio di una politica opportunista e cieca di fronte alla sofferenza delle fasce sociali più deboli. “Il ruolo dei difensori dei diritti - afferma il presidente di Soleterre Damiano Rizzi - è fondamentale in paesi a rischio come l’Uganda. Per noi agire in loro sostegno è una priorità: solo riconoscendo e proteggendo il loro lavoro per l’uguaglianza e la giustizia sociale si contribuisce fattivamente alla democrazia e alla pace globale, condizioni necessarie per il pieno rispetto dei diritti umani e per lo sviluppo”.

Da Kato all’Anti Homosexuality Act. Da tempo la comunità Lgbti è vittima di violenze, vessazioni e rappresaglie da parte delle fasce più estremiste della popolazione. Simbolo della battaglia per i diritti Lgbti è David Kato, fondatore di un’organizzazione a loro difesa e ucciso nel 2011 a bastonate nella sua abitazione dopo che un giornale ugandese aveva diffuso la sua foto con la scritta “Impiccatelo”. Un sentimento d’odio cavalcato dal governo di Kampala che nel 2009 ha proposto la pena di morte per gli omosessuali, pena poi tramutata in ergastolo nel 2014. La legge contro l’omosessualità è stata poi ritirata in quanto decretata anticostituzionale dalla massima corte ugandese. Un sospiro di sollievo per la comunità Lgbti che però a oggi non ha visto diminuire le violenze contro gli omosessuali.

Pericolo elezioni. Il 18 febbraio, 15 milioni di ugandesi andranno alle urne per eleggere il nuovo presidente. Dopo 30 anni di potere, in molti danno per scontato la rielezione del presidente uscente che se eletto inizierebbe il suo quinto mandato. Il rischio è che la comunità Lgbti diventi un campo di battaglia decisivo per il risultato degli exit poll. Questa volta infatti Museveni deve fare bene i suoi conti. Da un lato il suo partito, il Movimento di resistenza nazionale (Nrm), spinge affinché il leader rimetta mano alla legge contro l’omosessualità dettando norme draconiane che strizzerebbero l’occhio alla larga fetta di elettorato più intransigente, dall’altra il presidente ugandese è consapevole delle ripercussioni che una tale legge avrebbe sulle relazioni internazionali del paese e gli aiuti umanitari. Inoltre tra i candidati alle elezioni c’è anche l’ex primo ministro Amama Mbabazi, primo candidato nella storia delle presidenziali ugandesi a schierarsi apertamente contro l’omofobia e la discriminazione per orientamento sessuale.

Spegnete la radio. Nel frattempo, a pochi giorni dalle elezioni, una serie di azioni coercitive del governo stanno mettendo a tacere la stampa critica nei confronti del suo operato. Le denunce da parte di giornalisti e Ong finora sono cadute nel vuoto. Anche la ong Human rights watch ha chiesto a Kampala di porre fine alle vessazioni contro la stampa e ha documentato casi di corruzione in cui esponenti del Nrm hanno pagato giornali e tv per articoli a loro favore. A questo va affiancato l’operato dei Crime Preventers, una forza volontaria composta da oltre 1 milione di civili affiliati all’Nmr, reclutati e gestiti dalla polizia, formalmente istituiti per garantire la sicurezza del paese, ma autori di assalti ed estorsioni arbitrarie nei confronti delle organizzazioni che tutelano le minoranze. “Ci uniamo all’appello che molte Ong locali e internazionali stanno rivolgendo al governo – conclude Damiano Rizzi - perché la campagna elettorale e il voto delle imminenti elezioni si svolgano in un clima libero e senza violenze, nel rispetto della legalità e del diritto dei cittadini ugandesi di poter scegliere in libertà e sicurezza i loro rappresentanti”.

Africa 2016 i focolai della crisi - Mappa

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