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lunedì 2 marzo 2015

Scuola, primo luogo di integrazione: 1 studente su 10 non è italiano

Radio Vaticana
È la scuola il primo luogo di integrazione: sono tutti d’accordo i numerosi relatori del seminario sull’immigrazione e l’accoglienza tenutosi a Roma, presso l'Ufficio in Italia del Parlamento europeo, alla presenza di numerosi studenti romani. 

Per noi c'era Corinna Spirito:
Tanti i giovani presenti a Roma per discutere di immigrazione. Tante le domande e la voglia di sapere di più sui loro coetanei rifugiati o emigrati in Italia. D’altronde sono proprio loro, i ragazzi, ad accogliere gli stranieri, perché la scuola è la culla dell’integrazione, come ha spiegato nel suo intervento Donatella Parisi, responsabile della comunicazione del Centro Astalli:

La nostra esperienza ci dice che i bambini, molto spesso, sono i primi mediatori culturali all’interno di queste famiglie, perché vengono inseriti il prima possibile nelle scuole pubbliche, nelle scuole italiane, e andando a scuola hanno immediatamente relazioni con i loro coetanei, con i maestri. Quindi questa loro presenza all’interno della scuola porta le famiglie ad essere – anche loro – più presenti, ad uscire dal centro e ad affacciarsi sul territorio: dal semplice colloquio con le maestre all’invito a casa dell’amichetto, alla voglia di leggere un libro che bisogna andare a comprare… Quindi loro spesso sono i motori di una inclusione sociale all’interno di un nuovo territorio, all’interno di un nuovo contesto per l’intera famiglia. Spesso i genitori devono elaborare il lutto del processo migratorio, che per i rifugiati avviene all’improvviso, avviene non scelto, avviene costretto da una situazione contingente. Questo dolore, a volte, è più forte della voglia di integrarsi nel nuovo contesto. Quindi questi bambini, in qualche modo, sono dei nemici di questo dolore e costringono le famiglie ad integrarsi”.

Durante il seminario sono stati i ragazzi stessi a far capire che non si può più parlare di stato d’emergenza, perché gli stranieri sono ormai parte integrante del Paese. Oggi uno studente su 10 non è italiano, un dato che mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, ha esortato a considerare una ricchezza:

“Certamente questa presenza nella scuola del mondo dell’immigrazione è stato un valore aggiunto significativo. Se si pensa che avremo perso 800 mila studenti e questo avrebbe significato anche molte scuole chiuse, molti insegnanti ulteriormente precari… Quindi questo è un patrimonio certamente significativo. La presenza di un 10 per cento proveniente da un’altra nazionalità nelle nostre scuole pone il problema di una scuola diversa: una scuola multiculturale, una scuola dove l’elemento linguistico anche di altri Paesi viene valorizzato come una realtà importante in alcune città. Penso, ad esempio, ad una città come Prato e alla scelta di alcune scuole di mettere come seconda lingua il cinese: è interpretare un territorio che ha 30 mila persone che provengono dalla Cina, valorizzando una certe realtà ed esperienza. Quindi, da questo punto di vista, credo che una riforma della scuola debba essere profondamente una scuola interculturale e possa veramente interpretare anche questa sorta di meticciato scolastico come una esperienza importante su cui ridisegnare non solo l’Italia, ma anche la nostra Europa”.

È il momento che la politica prenda atto che la scuola italiana è già multietnica, adottando provvedimenti che tutelino ogni studente. Ma non basta. È anche necessario far sì che la società inizi a comprendere che la sua identità è cambiata. A sottolinearlo è stata la prof.ssa di sociologia delle relazioni interculturali Enrica Tedeschi:

“ Bisogna conoscere, perché non si accetta ciò che non si conosce. Non bisogna colpevolizzare le persone che hanno paura: hanno paura, perché non sanno! Noi dovremmo dare loro gli strumenti per sapere. Quando si sa, si accetta”.

L’integrazione è un processo complicato che richiede degli sforzi tanto al migrante quanto allo Stato ospitante, ma alla fine arricchisce tutti. A quanto pare i più piccoli, con la loro curiosità e la capacità di vedere nell’altro un amico, lo hanno capito prima degli altri.

Arabia Saudita: moglie di Raif Badawi, blogger condannato a 1000 frustate, rischia pena di morte

ANSAmed
Londra - Raif Badawi, il blogger saudita condannato a 10 anni di prigione e 1.000 frustate per aver "offeso l'Islam", rischia adesso di essere condannato a morte.

Ensaf Haidar moglie di Raif Badawi 
Lo denuncia la moglie, Ensaf Haidar, parlando con il quotidiano britannico Independent. Le autorità dell'Arabia Saudita vorrebbero, infatti, riprocessarlo per apostasia e, nel caso fosse trovato colpevole, rischierebbe la pena capitale. 

Il caso del blogger, la cui condanna prevede che gli vengano inferte 50 frustate a settimana, aveva suscitato la proteste di Amnesty International e di altre associazioni per i diritti umani. Badawi, 31 anni, aveva ricevuto la prima serie di frustate il 9 gennaio scorso sulla pubblica piazza a Gedda, davanti alla moschea Al Jafali. 

Poi i colpi di frusta erano strati sospesi ufficialmente per ragioni mediche. Il Dipartimento di Stato americano e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani hanno rivolto numerosi appelli alle autorità saudite per chiedere l'annullamento della pena. Lo scorso 10 febbraio, nel suo primo incontro con il nuovo re saudita, il principe Carlo aveva sollevato il caso del blogger ascoltando l'appello di Amnesty International.

Pakistan - Quattro anni dopo la morte di Shahbaz Bhatti, il processo è in alto mare

Vita
Fu ucciso a Islamabad quattro anni fa perché difendeva Asia Bibi. I suoi assassini hanno confessato ma le violenze degli estremisti hanno bloccato la sua causa

Il processo di Shahbaz Bhatti procede a rilento, anzi, non procede proprio. Il ministro cattolico per le Minoranze è stato ucciso a Islamabad quattro anni fa, il 2 marzo 2011. La sua auto è stata crivellata di colpi nella capitale. Nonostante la polizia abbia arrestato i suoi assassini, che hanno ammesso di averlo ucciso perché «Bhatti ha difeso i blasfemi», cioè Asia Bibi, ingiustamente condannata a morte per blasfemia, non si è ancora arrivati alla soluzione del caso.
IL RIFIUTO DEL GIUDICE. Il processo è delicatissimo e chiunque venga coinvolto rischia la vita. Per uno degli accusati, Abdullah Umar, parzialmente paralizzato, è stato chiesta il 21 gennaio con una dichiarazione scritta l’assoluzione ai giudici dell’Alta corte di Islamabad perché il fatto non sussiste. Ma il giudice Shaukat Aziz Siddiqui si è rifiutato di ascoltare le parti per paura degli estremisti, trasferendo la patata bollente a un altro giudice e chiedendo di essere estromesso dal processo. Il caso ora è stato aggiornato alla metà di marzo, spiega The Express Tribune.

PROCURATORE UCCISO. Le paure del giudice sono giustificate, visto che l’attentato a Bhatti è stato subito rivendicato dal gruppo terrorista Tehrik-e-Taliban Pakistan. Il capo procuratore dell’Ufficio investigativo federale, Chaudhry Zulfiqar Ali, che si occupava del caso del ministro ucciso, è stato a sua volta assassinato il 3 maggio 2013 in pieno giorno a Islamabad. Per il suo omicidio sono stati arrestati tra giugno e agosto Abdullah Umar (che fa parte del Ttp) e i suoi complici: Hammad Adil, Adnan Adil e Tanveer Ahmed.
Tutti gli arrestati sono stati accusati anche dell’omicidio di Shahbaz Bhatti, delitto che hanno in un primo momento confessato. Abdullah Umar è l’unico ad essere stato rilasciato dal carcere su cauzione per invalidità permanente: il giovane infatti nella sparatoria con le guardie di Zulfiqar Ali è rimasto paralizzato.

MINACCE DI MORTE. Nonostante le confessioni, il caso è ancora in alto mare. Dopo l’omicidio del procuratore, anche il fratello di Shabhaz, Paul Bhatti, è stato minacciato di morte e ha dovuto lasciare momentaneamente il Pakistan. Secondo l’avvocato che sta portando avanti il caso del ministro cattolico per conto del fratello, Rana Abdul Hameed, «Paul Bhatti non può venire in Pakistan per le minacce di morte ricevute – spiega a The News -. Anch’io ricevo costantemente minacce di morte ma ho promesso a me stesso di portare il caso fino in fondo».

«NON SI VA DA NESSUNA PARTE». L’avvocato è lo stesso che ha difeso Rimsha Masih, giovane cristiana accusata di blasfemia e poi prosciolta, prima assoluta nella storia del Pakistan: «Mi arrivano lettere che mi consigliano di dissociarmi da questo caso. Mi scrivono: “Tu hai liberato Rimsha, ora cerchi di far condannare i nostri compagni, dovresti avere imparato la lezione”». Il problema è che «anche i nostri testimoni ricevono continue minacce di morte. Quand’è così, che cosa puoi aspettarti dal caso? Non andrà da nessuna parte».

IL TESTIMONE CHIAVE. Ad esempio, le persone che avevano affermato di aver visto Abdullah Umar sparare, al momento di comparire per accusarlo non si sono presentate. I difensori dell’imputato hanno quindi parlato di «evidenza» della sua innocenza, ma le parole dell’avvocato Rana Abdul Hameed fanno capire che sotto c’è ben altro. Anche la All Pakistan Minorities Alliance (Apma) ha dichiarato: «Minacce di morte sono arrivate anche al testimone chiave del processo».

QUATTRO ANNI DOPO. Per impedire che fatti simili si ripetessero, il legale di Bhatti ha chiesto di trasferire il processo a una più sicura Corte anti-terrorismo di Faisalabad. La richiesta è stata fatta il 22 ottobre 2014, riporta Newsweek Pakistan. La polizia di Islamabad ha inviato la richiesta ufficiale al ministero degli Interni ma finora non è stata prodotta alcuna risposta. E a quattro anni dall’omicidio del ministro cattolico, ancora non si è arrivati a nulla.

«UN POSTO AI PIEDI DI GESÙ». Ma le minacce degli estremisti non hanno cancellato la sua coraggiosa testimonianza. Scriveva nel suo testamento spirituale: «Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese».


Leone Grotti

domenica 1 marzo 2015

Siria - Osservatorio per i diritti umani - Isis ordina rilascio 29 cristiani rapiti.

Ansa
Un tribunale dell'Isis nel nord della Siria ha ordinato il rilascio di 29 dei circa 220 ostaggi cristiani assiri rapiti nei giorni scorsi. 


Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani citando un comandante assiro, stando a quanto scrive la Cnn online. Il destino degli altri cristiani assiri sequestrati deve essere ancora deciso dai tribunali islamici dello Stato islamico, avrebbero detto i giuristi dell'Isis al comandante che li tiene prigionieri, secondo la stessa fonte. 

Intanto continuano a ritmo battente i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro obiettivi dell'Isis. Lo ha affermato il Comando centrale Usa (Centcom) precisando che tra ieri e oggi i caccia alleati hanno compiuto 20 raid in Siria e 11 in Iraq. In Siria sono state prese di mira in particolare installazioni militari e petrolifere jihadiste nei pressi di Kobane, al Hasakah e Dayr az Zawr; mentre in Iraq son stati bombardati edifici, depositi e veicoli utilizzati dai miliziani.

Grande manifestazione a Mosca per ricordare Boris Nemtsov

AP
Migliaia di persone parteciperanno a Mosca a una manifestazione per ricordare il politico dell’opposizione Boris Nemtsov, ucciso a Mosca ieri. 

La manifestazione è stata convocata dall’opposizione russa. Le autorità avevano chiesto di spostare la commemorazione in periferia, ma l’opposizione ha chiesto di rimanere nel centro della città e di attraversare il ponte sul quale Nemtsov è stato ucciso.

Siria il nunzio: civili ostaggio di due fronti

MISNA
“Se non si risolve il conflitto cominciato nel 2011 avremo sempre un’erba amara che alimenta la sorgente inquinata del ‘califfato’”: lo dice alla MISNA monsignor Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, mentre si rincorrono le notizie sulla cattura di ostaggi da parte di combattenti del gruppo Stato islamico.
Il colloquio comincia proprio dagli scontri armati in corso e dall’occupazione dei villaggi assiri nell’estremo nord-est della Siria; come pure dal rischio di semplificare le dinamiche di un conflitto con almeno due fronti, non cominciato con la proclamazione del “califfato” da Raqqa a Mosul nel giugno scorso ma almeno tre anni prima.

Eccellenza, che informazioni ha sulle violenze nell’area di Hasaka? Sul numero delle persone catturate dallo Stato islamico in questa zona, perlopiù popolata da cristiani assiro-caldei-siriaci, sono circolate ricostruzioni diverse…
“Tutte le informazioni sono molto imprecise e difficili da verificare. Ora sembra che i villaggi occupati non siano due come si era creduto in un primo momento ma addirittura 11. Anche sul numero delle persone rapite non c’è alcuna certezza: si è detto di 70 o 90, poi di 250 e stamattina alcune fonti riferivano di 300 ostaggi. C’è grande difficoltà a ricostruire i fatti, anche sui motivi della cattura degli ostaggi. È possibile che gli uomini dello Stato islamico vogliano uno scambio di prigionieri, ma si potrebbe anche trattare di un attacco settario o del tentativo di procurarsi scudi umani in una zona dove i combattimenti sono molto intensi. Nell’area opera la coalizione internazionale e i villaggi occupati erano sotto il controllo delle forze curde. Una zona ad alto rischio, insomma. Il vescovo siro-cattolico aveva lanciato l’allarme già nell’ottobre scorso. Questa mattina, poi, è stato riferito del rischio di un’offensiva su Hasaka…”

Come sta cambiando il conflitto in Siria?
“Ultimamente i mezzi di informazione internazionali non fanno che parlare dello Stato islamico, del ‘califfato’ e degli ostaggi. Ma non bisogna dimenticare che tra qualche giorno il conflitto civile entrerà nel suo quinto anno. Ci sono già stati 210.000 morti, un milione di feriti, sette milioni di sfollati e tre milioni e mezzo di persone costrette a lasciare il loro paese. Questo è passato in secondo piano. Il taglio delle gole colpisce e impressiona, giustamente. Ma non bisogna perdere di vista il quadro generale. In Siria ci sono due fronti, uno peggio dell’altro. Quello aperto a giugno dall’avanzata dello Stato islamico è solo l’ultimo”.

L’inviato dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, è a Damasco per colloqui con il governo del presidente Bashar Assad. La trattativa può portare risultati?
“Gli sforzi diplomatici sono fondamentali. Ho incontrato De Mistura due settimane fa e la sua iniziativa è da appoggiare. Bisogna provare tutte le strade per porre fine al conflitto anche alla luce di questo nuovo flagello rappresentato dallo Stato islamico. I due fronti di guerra sono interconnessi. Lo Stato islamico si insinua nelle aree di debolezza. Se non si risolve il conflitto cominciato nel 2011 avremo sempre un’erba amara che alimenta la sorgente inquinata del ‘califfato’”.
[VG]

Human Rights Watch. (HWR): Accuse ai curdi, discriminazioni verso arabi in zone riconquistate all'Isil

EuroNews
Una sorta di “rivalsa” per tutti gli anni di repressione vissuti nel loro territorio. Questo starebbero compiendo, indistintamente verso tutta la popolazione araba, i peshmerga. I combattenti curdi che hanno riconquistato dall’Isil vaste porzioni del nord iracheno.


A denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch.
Un ragazzo arabo aveva raccontato all’organizzazione ciò che aveva visto a dicembre: “al posto di blocco chiedevano ‘arabo o curdo. Questo è arabo, questo è curdo’. Se eri curdo, nessun problema, se eri arabo, c’erano grossi problemi”.

Settanta arabi sarebbero rimasti a lungo detenuti dalle forze di sicurezza curde senza che fosse formulata loro alcuna accusa.
La conferma che, in alcuni villaggi nelle province di Ninewa ed Erbil, agli arabi è stato impedito di tornare a casa, arriva dagli stessi curdi.

Due anziani abitanti del villaggio di Zuram, sempre a dicembre, raccontavano, durante le indagini compiute da Hrw come erano andate le cose.

“Non ci sono arabi qui. Sono scappati. Quindi stiamo nelle loro case” aveva affermato uno.

“I peshmerga mi hanno portato in una casa di arabi e mi hanno detto che potevo stare lì” ha confermato il secondo.

La ong ha sollevato da mesi dubbi verso il governo regionale curdo relativi a una discriminazione in atto.

Nella risposta avuta il 5 febbraio dal ministero dell’Interno curdo, si affermava che la difesa dei diritti umani è una “priorità”.

Si affermava che le autorità del governo regionale hanno svolto indagini sulle forze di sicurezza, anche in seguito alle segnalazioni di Human Rights Watch, che i responsabili saranno punti perché “nessuno è al di sopra della legge”.

“Le forze militari curde – ha spiegato Letta Taylor, ricercatrice di Hrw – recentemente hanno cominciato ad allentare queste restrizioni in alcune aree che controllano in nord Iraq, ma rimangono in vigore in molte altre”.

Nel mese di dicembre, però, alcuni funzionari curdi, in incontri con Human Rights Watch avevano difeso le restrizioni, sostenendo che molti arabi avevano assistito all’avanzata Isil e potrebbero aver collaborato con il gruppo armato, formato in gran parte da arabi sunniti.

Ma Letta Taylor sostiene che le misure restrittive applicate vanno a l di là di una ragionevole prudenza, volta a impedire che collaborazionisti dell’Isil tornino a insediarsi nelle zone liberate.

Di Alfredo Ranavolo