Pagine

sabato 4 gennaio 2014

Detenuto suicida in carcere Ivrea In cella con un cappio ricavato dasacchetto plastica

ANSA
Torino, Un detenuto italiano di 42 anni si è suicidato nel carcere di Ivrea (Torino) impiccandosi alla grata del bagno della cella con un sacchetto di cellophane. Era in carcere per estorsione. Leo Beneduci, segretario dell'Osapp, nell'osservare che si tratta del primo suicidio in carcere del 2014, aggiunge: "Purtroppo dimostra quanto la polizia penitenziaria, grazie alla sordità della Guardasigilli rispetto alle esigenze organiche del Corpo, possa fare sempre di meno per prevenire gesti estremi".

Centrafrique : 1 million de déplacés ont fui les violences, selon l’ONU

AFRIK.COM
Les violences en Centrafrique ont provoqué près d’1 million de déplacés en Les violences en Centrafrique ont provoqué près d’1 million de déplacés en Centrafrique, a annoncé vendredi soir le Haut Commissariat aux réfugiés des Nations unies (HCR).


Le chaos persiste en Centrafrique. Le Haut Commissariat aux réfugiés des Nations unies (HCR) a annoncé vendredi soir que les affrontements entre ex-rebelles de la Séléka et milices chrétiennes "anti-balaka" ont fait 935 000 déplacés, dont 200.000 ces derniers semaines. « Les attaques ciblées contre les civils, les pillages et la présence d’éléments armés dans certains sites accueillant des déplacés limitent l’accès des organisations humanitaires auprès des personnes ayant besoin d’une assistance urgente », d’après l’organisation onusienne.

60% des réfugiés sont des enfants
Selon le HCR, plus de 510 000 personnes sont actuellement hébergées dans 67 sites à Bangui, la capitale, ou au sein de familles d’accueil, ce qui représente plus de la moitié de la population totale de la capitale, ajoutant que 60% des déplacés sont des enfants. L’organisation souligne également que cette semaine, le nombre de déplacés arrivant à l’aéroport a presque doublé. On compte désormais quelque 100 000 personnes sur place.

Mission rude des humanitaires
Le HCR tire donc la sonnette, soulignant que « la distribution de matériel d’abri et d’autres articles de secours est devenue plus difficile. Il est difficile de mettre en oeuvre un système de distribution. Les agences humanitaires travaillent sur une réponse interinstitutions rapide en 30 jours pour les personnes déplacées dans ce site ».

Face à la situation sécuritaire qui se dégrade chaque jour un peu plus, Médecins sans frontières (MSF) a, de son côté, réduit son personnel dans le camp de déplacés de l’aéroport.

venerdì 3 gennaio 2014

Vasto (Ch): il carcere dopo il carcere, una vita da internati tra chi resta dentro dopo il fine pena

Il Centro
Un viaggio sconvolgente tra i 170 reclusi, soli e dimenticati. Hanno pagato il debito con la giustizia, ma non li rilasciano.

Nell'istituto ci sono circa 170 "ospiti", la definizione è internati, persone che hanno finito di scontare la loro pena, che il magistrato ritiene ancora socialmente pericolosi e pertanto destina alle case lavoro, luoghi in cui, grazie ad esperienze di lavoro, col sostegno di operatori, dovrebbero riconquistare un normale rapporto con la quotidianità che li preservi dal tornare a delinquere. 

Definizioni a parte, quello che ho trovato è un coacervo di disagio e di povertà. Qualcuno che ha famiglia e casa, ma senza aspettativa di lavoro, qualcuno che non ha né casa, né famiglia e né speranza di tornare a qualcosa. Ero già stata in questo istituto quando era ancora carcere, qualche mese fa, quando era in corso la riorganizzazione ed era viva negli agenti di polizia penitenziaria la preoccupazione che, non essendoci aree di lavoro già in essere, gli internati non avrebbero vissuto la parte principale del percorso riabilitativo: il lavoro. Il direttore dell'Istituto, Massimo Di Rienzo, persona per cui sia gli internati che gli operatori hanno avuto parole di rispetto e di gentilezza, mi ha fatto vedere e immaginare un luogo diverso, con spazi fruibili per una quotidianità quasi normale. Ma mentre col direttore con l'immaginazione abbiamo visto un refettorio, un capannone per lavorazione industriale, un'area per imparare l'arte bianca, l'arte della panificazione, una nuova palestra, la realtà è che se la burocrazia non libera i 350 mila euro già assegnati da mesi per il 2013, chi ha già scontato la sua pena continua ad essere ancora solo un detenuto.

La burocrazia! Un'infida palude in cui si perde lo slancio e la volontà di semplificazione. Le leggi non bastano, ci vuole una nuova cultura in chi lavora per la pubblica amministrazione: mentre quei soldi sono fermi in qualche passaggio tra uffici e autorizzazioni, 170 persone aspettano nelle loro celle strutture in cui lavorare, persone che hanno finito di scontare la propria pena. Lo ripeto perché questo fatto colpisce davvero: colpisce il dolore con cui un giovane salentino ripete "io ho pagato, sono qui perché devo lavorare per riabilitarmi, invece sono ancora di fatto un detenuto".

Mi mostra il suo foglio Inps, ha fatto il cuoco. Mi pressa perché io veda il gabinetto, nella cella, poco più di un metro quadrato, un piccolo lavabo, il water e un lava piedi. L'acqua freddissima. Mi chiedo perché in un posto sul mare, con una così ampia insolazione, non ci siano i pannelli solari per avere l'acqua calda con poca spesa. Un altro, campano, sta per andare a casa, lo ritroviamo più volte sul nostro percorso, col direttore si parlano un linguaggio familiare, fatto di monito e di "quasi" affetto. Un uomo con occhi vivaci, inquieti, mi incalza chiedendo che la politica si occupi della situazione delle carceri, è d'accordo con me che la rivoluzione della dignità si può fare solo tutti insieme. La dignità del nostro sistema carcerario viaggia insieme alla riforma della giustizia, ad un diverso approccio alla immigrazione, alla trasformazione della normativa sulla tossicodipendenza, ma soprattutto ha bisogno della massa critica, un numero crescente di persone che si convinca che in un paese moderno il carcere non è pena ma percorso rieducativo. 

Ungiovane mi ha detto: "Vedi, signora, noi per voi li fuori siamo la feccia, siamo una discarica umana", parole forti che il direttore ha tentato di mitigare trasformandole in "contenitore di disagio", ma la traduzione non ha alleggerito il senso doloroso dell'immagine. Stavo concludendo il giro quando un uomo all'apparenza mite ha richiamato la mia attenzione dicendo: "Sei medico, vieni a vedere". Sdraiato nel suo letto, un giovane con una gamba difettosa e le mani contratte per un problema neurologico mi guardava con lo sguardo dei semplici, per non so quale situazione di ritardo psichico. L'uomo che aveva richiamato la mia attenzione ha detto con voce bassa e gentile "Che male può' fare? Fatela scontare a me la sua pena". È li perché se esce finisce col mendicare, questa è stata la spiegazione che non senza pathos mi ha dato il direttore. Spero che da questi brevi riferimenti si colga il perché della mia inquietudine: pensavo di trovare storie di delinquenza e ho trovato prevalentemente storie di disagio e di povertà.

E si è rafforzata la mia convinzione che la rieducazione avviene, oltre che con il carcere per la pena, con percorsi di sostegno, di studio, di esperienze di lavoro, di esercizio al rispetto delle regole, ma con la sinergia del dentro e fuori le mura, dentro operatori e polizia penitenziaria, fuori una rete sociale di sostegno, una società prudente, ma solidale. Ho riportato la confortante impressione di una grande umanità e professionalità delle guardie di polizia penitenziaria, gente che fa un lavoro difficile, duro, psicologicamente usurante ma che non dimentica il rispetto per chi ha di fronte, la fermezza con la devianza, l'attenzione per la fragilità.

Il direttore parla di quello che immagina e spera sarà la casa lavoro al termine del processo di trasformazione strutturale. Torna costantemente sulla necessità di far vivere agli internati una quotidianità quanto più vicina possibile alla vita da uomini liberi; mi ha mostrato tutte le aree, sottolineando la positività dei cambiamenti già in essere, la sala colloqui, il campo sportivo, la palestra, la lavanderia con due nuove lavatrici ed una moderna asciugatrice, la cucina linda, con i carrelli termici per la distribuzione delle vivande. Una cinquantina di ospiti era fuori in permesso per le festività del Natale, molti dentro arrabbiati per aver avuto negato il permesso dal magistrato. Ho cercato di guardare a tutto questo con razionalità e, al di là della pietas, ho toccato con mano Ta inadeguatezza del sistema: la pena è la limitazione della libertà non la lesione della dignità. La mia prima azione alla ripresa dell'attività parlamentare sarà un' interrogazione in commissione Giustizia al ministro per sapere dove sono fermi i fondi già assegnati per il 2013 per le aree di lavoro dell' Istituto di Vasto, con l'impegno a partecipare a tutte le iniziative con cui si possa dire al mondo che nessuno ha il diritto di togliere a un uomo o a una donna la sua dignità.

Educazione e lavoro per recuperare i detenuti alla società
Il carcere di Torre Sinello di Vasto è stato inserito in un progetto del ministero della Giustizia per la rieducazione e il recupero sociale dei detenuti attraverso il lavoro. L'istituto vastese da fine marzo ha cominciato a cambiare pelle. Molti dei detenuti sono stati trasferiti nei penitenziari di Lanciano, Pescara e Sulmona. A Vasto sono arrivati e arriveranno altri internati da avviare al lavoro. L'iniziativa rientra in un progetto molto più ampio deciso dal governo per promuovere e potenziare le attività già in essere nell'istituto e promuovere vere e proprie filiere produttive. Lavoro come speranza di vita, come trattamento rieducativo. La "Casa lavoro" seguirà i dettami dell'articolo 27 della Costituzione che prevede la rieducazione e reinserimento sociale degli internati. Il nuovo progetto oltre a favorire il riscatto sociale dei detenuti, porterà anche un notevole risparmio alla casse del ministero. La scelta del carcere vastese non è casuale. Più volte il carcere di Torre Sinello ha dimostrato di essere un istituto-modello pervia dei progetti di reinserimento lavorativo degli ospiti. Da anni in collaborazione con il Comune, alcuni detenuti vengono utilizzati per la pulizia della riserva di Punta Aderci. Nel 2009 grazie all'associazione Opificio AlterArs ai detenuti è stata offerta l'opportunità di dar vita a un laboratorio di arte itinerante ed esporre quadri sulla Loggia Ambling.
di Maria Amato

giovedì 2 gennaio 2014

Opg, la chiusura resta un miraggio

Avvenire
Ancora un rinvio. Il primo aprile 2014 non sarà la data in cui si metterà la parola fine agli ospedali psichiatrici giudiziari. Le Regioni negli ultimi mesi hanno consegnato i piani di riconversione, ma la loro realizzazione prevede tempi che oscillano dai 6 mesi per la Basilicata ai quasi 3 anni per Lombardia e Abruzzo.
Così «si prospetta la necessità che il governo proponga al Parlamento una proroga del termine che rispecchi la tempistica necessaria per completare definitivamente il superamento degli opg». La seconda battuta d’arresto nel processo di smantellamento compare nella relazione al Parlamento sullo stato di attuazione dei programmi relativi alla chiusura degli opg, che porta la firma dei ministri alla Giustizia, Cancellieri, e alla Salute, Lorenzin.

Alle Regioni serve ancora tempo, quindi. Non è bastata la prima deroga che fece slittare la chiusura dal 31 marzo 2013 al 1° aprile 2014, per avviare i piani di dismissione e realizzare i 990 posti letto nelle 43 Rems (Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) con un investimento di 173,8 milioni.

Perché, si legge nel documento arrivato alle Camere, «dalle valutazioni dei programmi presentati e dagli incontri con le Regioni» è emerso che il termine previsto «non è congruo, soprattutto per i tempi di realizzazione delle strutture, fase che si deve compiere con una serie di procedure amministrative complesse». E così il termine slitta ancora. Ma attenzione, questa volta - dicono i ministri - andrà prevista l’introduzione di «norme sanzionatorie per le Regioni che non realizzano, per quanto di competenza, la finalità del superamento degli opg né rispettano i tempi».

In realtà la Liguria e l’Emilia Romagna, ad esempio, - da quanto emerge nelle 20 pagine del report interministeriale - si distinguono per aver utilizzato i finanziamenti in modo virtuoso, riducendo la spesa in conto capitale, cioè per il mantenimento delle strutture, e investendo invece in risorse per la parte corrente, ovvero per i servizi sul territorio necessari a impostare i percorsi individuali di cura e inserimento sociale dell’ex internato. Ma molte altre hanno impiegato i fondi per costruire nuovi istituti.

Per questo, secondo il comitato StopOpg, «il problema non è il ritardo nella costruzione delle Rems, quanto evitare che la chiusura degli opg si trasformi in una regionalizzazione degli stessi». Nell’incontro con il ministro Cancellieri «abbiamo spiegato - dice Stefano Cecconi - che la proroga deve essere utilizzata per riveder insieme alle Regioni il percorso alternativo all’internamento». Un tempo, «stimabile per noi in almeno 17 mesi», necessario a riorientare le politiche locali su salute mentale e finanziamenti.

Un primo segnale positivo, «pur se insufficiente» sostiene il comitato, viene dalla circolare del ministero della Salute del 28 ottobre che prevede di assegnare, da subito, anche ai dipartimenti di salute mentale le risorse di parte corrente (38 milioni nel 2012 e 55 milioni ogni anno dal 2013). Ma non mancano sfide anche culturali, per vincere lo stigma e i pregiudizi nei confronti dei malati mentali. Si inizia il 9 gennaio con un incontro al ministero della Giustizia per porre le basi del piano che prevede nuove linee guida operative che consentano di coordinare Dsm, magistratura e sistema carcerario (da portare in conferenza Stato-Regioni) e un atto che rinvii la chiusura degli opg e riveda il codice penale.



Alessia Guerrieri

Stati Uniti: liberati ultimi tre uiguri detenuti a Guantánamo, ora sono in Slovacchia

Ansa
Il Pentagono ha annunciato la liberazione dei tre ultimi uomini cinesi di etnia uigura detenuti nel supercarcere di Guantánamo e il loro trasferimento in Slovacchia, il Paese che ha accettato di accoglierli, chiudendo così un caso imbarazzante per gli Stati Uniti. 

I tre - di religione musulmana, catturati in Afghanistan nel 2001 e sospettati di terrorismo - erano stati giudicati non colpevoli nel 2008, con tanto di ordinanza di scarcerazione da parte del giudice militare. 

Ma la loro liberazione è stata di volta in volta rinviata per l'impossibilità fino ad oggi di trovare un luogo sicuro in cui trasferirli. Tornando nel loro Paese di origine, la Cina, rischierebbero infatti la persecuzione. 

Le autorità slovacche hanno confermato che i tre uomini sono già arrivati nel Paese slavo e si trovano attualmente in un campo per immigrati. Il trasferimento è avvenuto col consenso degli ex prigionieri.

mercoledì 1 gennaio 2014

The Slow Demise of Capital Punishment

New York Times
More states are coming to recognize that the death penalty is arbitrary, racially biased and prone to catastrophic error. Even those that have not abolished capital punishment are no longer carrying it out in practice.

In 2013, Maryland became the sixth state to end capital punishment in the last six years. Eighteen states and the District of Columbia have abolished the penalty, and it is dormant in the federal system and the military. Thirty states have had no executions in the last five years.

As it becomes less frequent, the death penalty also becomes more limited to an extremely small slice of the country, and therefore all the more arbitrary in its application. All 80 death sentences in 2013 came from only about 2 percent of counties in the entire country, and all 39 executions — more than half occurred in Texas and Florida — took place in about 1 percent of all counties, according to a new report by the Death Penalty Information Center. Eighty-five percent of all counties have not had a single execution in more than 45 years.

Public support for the death penalty — an important factor in the Supreme Court’s consideration of its constitutionality — is at its lowest level in four decades, and 40 percent of people surveyed by Gallup say they do not believe it is administered fairly. Surely that is due in part to the hundreds of exonerations based on DNA testing — including 18 death-row inmates — which continue to reveal irreparable failures throughout the system.

Of course none of this matters to, say, Troy Davis or Cameron Todd Willingham, both of whom were executed in recent years despite deep doubts about their guilt. Nor is it of much use to the 3,100 people still sitting on death row around the country.

The argument is not that all of these people are innocent, or that they deserve to be released. Most would be justly imprisoned for most if not all of their life. But the death penalty as applied in America now — so thoroughly dependent on where the defendant lives and how much money he can spend on his defense — violates the constitutional guarantees of due process and equal protection, and no longer can overcome the Eighth Amendment’s ban on cruel and unusual punishments.

The dishonor and shame of capital punishment are further highlighted by the current shortage of lethal-injection drugs, a “crisis” resulting from the refusal of European drug makers to provide them for executions. As a result, states that use lethal injection have turned to unregulated compounding pharmacies, and have even passed laws to hide the identity of those pharmacies and the chemical makeup of the drugs. This only underscores the fact that when it comes to the death penalty, the United States is virtually alone in the Western world.

In a 1994 case, Justice Harry Blackmun wrote: “I feel morally and intellectually obligated simply to concede that the death penalty experiment has failed. It is virtually self-evident to me now that no combination of procedural rules or substantive regulations ever can save the death penalty from its inherent constitutional deficiencies.” How long must we wait before a majority of justices agree?

Cina: dai campi di rieducazione alle "celle nere"?

www.unimondo.org
Il 2014 è alle porte. È tempo di bilanci e in materia di diritti umani non tutti sono positivi, almeno in Cina, dove le analogie con la Corea del Nord (raccontate solo qualche settimana fa) non sembrano limitarsi alle prossimità geografiche. 

Il 15 novembre scorso la Cina aveva ufficializzato l'abolizione del longevo sistema della rieducazione attraverso il lavoro, che per decenni era stato usato per trattenere arbitrariamente centinaia di migliaia di persone senza né accusa, né processo. Un passo sollecitato e lungamente atteso da molte organizzazioni per i diritti umani anche perché il percorso "rieducativo" prevedeva spesso la tortura affinché i reclusi rinunciassero alle loro idee politiche o religiose e alle loro opinioni personali.

Non è un caso, infatti, se dai campi della rieducazione attraverso il lavoro della Cina sono arrivate negli anni tante tremende testimonianze come quella di Zhang Lianying che è stata per tre volte nei campi per la rieducazione a causa della sua fede religiosa. Nel famigerato campo di Masanjia (raccontato dal fotoreporter cinese Du Bin, che su Masanjia ha girato uno sconvolgente documentario e scritto un libro), la Lianying è stata sottoposta regolarmente, anche 20 volte al giorno, alla tortura della cremagliera: sdraiata su un telaio di legno, braccia e gambe legate a dei tiranti che venivano fatti girare provocando dolore intenso. A volte la denudavano e fino alla fine del "trattamento" non poteva andare in bagno, bere o mangiare. Adesso pestaggi, scariche elettriche, annegamento simulato (il "water boarding" di cui molto si parla a proposito degli interrogatori di sospetti terroristi da parte della Cia), iniezioni di sostanze sconosciute, minacce nei confronti dei familiari, diniego del cibo e delle visite dei parenti sembrano finalmente finite, ma le ricerche di Amnesty International dimostrano che le autorità stanno incrementando l'uso di altri sistemi per punire le persone da "rieducare".

In un documento in inglese e dall'ironico quanto amaro titolo "Changing the soup but not the medicine?": Abolishing re-education through labour in China reso pubblico la scorsa settimana Amnesty International ha dichiarato che "l'abolizione del sistema della rieducazione attraverso il lavoro rischia di essere una modifica di facciata, poiché le autorità cinesi stanno già mettendo in opera altre forme di persecuzione".

Secondo Amnesty International, mentre i campi della rieducazione attraverso il lavoro vengono chiusi, le autorità cinesi ricorrono sempre di più alle cosiddette "celle nere" cioè dei centri per la riabilitazione obbligatoria dei tossicodipendenti e dei "centri per il lavaggio del cervello". "Abolire il sistema della rieducazione attraverso il lavoro è stato un passo nella giusta direzione. Tuttavia, pare trattarsi di una mera modifica di facciata per evitare la condanna dell'opinione pubblica nei confronti di un sistema in cui la tortura era la norma - ha dichiarato Corinna-Barbara Francis, ricercatrice di Amnesty International sulla Cina - È evidente che la politica di fondo di punire le persone per le loro attività politiche o per la loro fede religiosa, non è mutata. Gli abusi e le torture continuano, solo in modo diverso".

A quanto pare i vecchi campi per la rieducazione attraverso il lavoro vengono ora ristrutturati o viene loro semplicemente cambiato nome. Alcuni hanno riaperto o sono stati meramente chiamati "centri per la riabilitazione dei tossicodipendenti" anche se la maggior parte di questi offre ben pochi trattamenti disintossicanti e opera in modo praticamente identico ai campi per la rieducazione attraverso il lavoro, in cui i detenuti possono rimanere per anni, sottoposti a duro lavoro forzato e a maltrattamenti.?? Le autorità hanno inoltre aumentato anche l'uso dei cosiddetti "centri per il lavaggio del cervello", talvolta denominati ufficialmente scrive Amnesty "classi per l'educazione legale", destinati prevalentemente ai praticanti del Falun Gong con l'obiettivo dichiarato di farli rinunciare alla loro fede attraverso i maltrattamenti e la tortura.

Sempre dal rapporto Changing the soup but not the medicine? risultano in aumento anche l'uso delle cosiddette "celle nere". Si tratta di strutture detentive non ufficiali, spesso allestite casualmente in alberghi o edifici abbandonati, per imprigionare i promotori delle petizioni di protesta. Queste carceri non hanno alcuna base legale nella legge cinese e le autorità continuano a negarne l'esistenza, lasciando i detenuti potenzialmente ancora più a rischio di subire violazioni dei diritti umani che nei campi per la rieducazione attraverso il lavoro. "Molti detenuti, dopo aver trascorso anni nei campi per la rieducazione attraverso il lavoro, ora vengono trasferiti nelle celle nere, nei centri per il lavaggio del cervello o nei centri per la riabilitazione dei tossicodipendenti, solo perché si ostinano a non rinunciare ai loro diritti e alle loro idee" ha denunciato la Francis.

Occorre quindi un cambiamento profondo e non solo di facciata nelle politiche cinesi che sono alla base della repressione e che privano i detenuti dei loro diritti più elementari. Per questo "Le autorità cinesi devono porre immediatamente fine a ogni forma di detenzione arbitraria e assicurare che le leggi a tutela dei detenuti siano in linea con gli standard internazionali sui diritti umani" ha concluso la Francis, che ha ricordato come "Fino a quando queste politiche saranno in vigore, le autorità cinesi si limiteranno a trovare una forma al posto di un'altra per punire le persone che considerano una minaccia". Secondo dati diffusi dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, attualmente sarebbero ancora circa 190 mila i cinesi ancora rinchiusi nei 320 campi di lavoro in fase di "smantellamento". Molti di loro non possono più sopportare semplicemente un cambiamento di nome alla loro "rieducazione".

di Alessandro Graziadei