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lunedì 27 luglio 2015

Andrea Riccardi: Storia di una coppia, lei cristiana lui musulmano, che hanno salvato 750 profughi eritrei nel Sinai

www.riccardiandrea.it
Riportiamo una storia di dolore e di speranza raccontata da Andrea Riccardi su SETTE, nella rubrica "Religioni e Civiltà" di questa settimana. Quella di Alganesh Fessaha, cristiana di origine eritrea e dello sheik Awwad Mohammed Ali Hassan, divisi dalla storia e dai confini, uniti nell'impresa di aiutare le migliaia di eritrei in fuga dalla disperazione, quelli che in molti chiamano i "dannati del deserto".
Gli angeli dei dannati del deserto
Storia di una coppia, lei cristiana lui musulmano, che hanno salvato 750 profughi eritrei nel Sinai, strappandoli da beduini, schiavitù e morte

di Andrea Riccardi

Nella penisola del Sinai, l'esercito egiziano sta combattendo in questi giorni i gruppi terroristici schieratisi con il "califfato". Da dietro la frontiera, gli israeliani, preoccupati, monitorano l'immensa area fuori controllo, dove si rischia l'insediamento terrorista. Fino a poco tempo fa, nell'apparente tranquillità del deserto biblico, si è svolto uno "scontro di civiltà" sulla pelle dei "dannati del deserto": i tanti rifugiati eritrei nel Sinai. Liberarli oppure sfruttarli come schiavi fino a ucciderli?

Quasi nessuno ha seguito questa tragedia umana, che ha coinvolto, per dieci anni, circa 30.000 persone in una terra abitata dai beduini. Solo una donna, Alganesh Fessaha, eritrea d'origine (ora cittadina italiana), se n'è accorta, ha lanciato l'allarme e si è mossa per aiutare. Tanti giovani eritrei, per sfuggire al servizio militare (praticamente illimitato nel Paese dal 2001), hanno pagato il passaggio fino al Sinai attraverso Sudan e Egitto, con la speranza di arrivare in Israele. I più fortunati sono finiti nel carcere egiziano in condizioni impossibili. Altri hanno vagato nel deserto.

Alganesh, con il suo telefonino, ha cominciato a rispondere agli appelli dei disperati. È andata tante volte nel Sinai. Sono rotte pericolose per chi è donna e cristiana. Qui ha incontrato un giovane religioso musulmano, Io sheik Awwad Mohammed Ali Hassan, responsabile di una moschea. Parla di lui con riconoscenza: «Mi protegge come fossi sua sorella». Si è stabilita tra loro una collaborazione coraggiosa per liberare gli eritrei rapiti dalle bande beduine, vere mafie che commerciano esseri umani e chiedono il riscatto alle famiglie. Almeno un eritreo su tre è morto nel deserto. Le donne sono state spesso violentate. Ci sono indizi di espianti di organi. Un rapporto dell'Onu, nel 2012, parla di un traffico organizzato di esseri umani dall'Eritrea verso i beduini del Sinai. Alganesh ha fondato una ong, Gandhi, che libera gli eritrei prigionieri in Egitto, a volta intere famiglie: circa 5000 in dieci anni.

TESTIMONI DI ORRORI. Mohammed e Alganesh insieme hanno salvato 750 persone, strappandole dai beduini, dalla schiavitù e dalla morte. I due sono stati testimoni di orrori: fosse comuni, corpi segnati dalle violenze. A volte, durante le torture, gli eritrei sono stati costretti a telefonare ai familiari in Europa e America, per implorare il riscatto.
Alganesh e Mohammed, la cristiana e il musulmano, hanno fatto una vera scelta di civiltà: salvare vite umane. Ho chiesto a Mohammed perché facesse tanto per i rifugiati (cristiani soprattutto, ma anche musulmani), nascondendoli nella moschea o in casa con rischio personale: «Sono uomini come me, non posso lasciarli morire così», ha risposto. È un musulmano senza particolare propensione al dialogo interreligioso. Ma per lui quei "dannati del Sinai" sono esseri umani: vanno aiutati. Per i banditi beduini invece, si tratta di non-uomini: oggetti da commerciare e su cui usare violenza. Ma oggi, per Mohammed, che è isolato nel Sinai, c'è un nuovo dramma: la guerra e le milizie del califfato.

martedì 11 novembre 2014

Il libro: Alganedh Fessaha - Occhi nel Deserto - Gandhi nel deserto del Sinai

Edizioni SUI
Le foto raccolte in questo volume ci mostrano corpi e volti segnati dalla violenza. Si riferiscono tutti ad un’emergenza umanitaria che ha come teatro il Sinai, lungo l'antico percorso che lo collega al Sudan e al Sahel, dove una nuova mafia rapisce, imprigiona e tortura - con logica e pratiche riconducibili alla peggiore tratta degli schiavi - decine di migliaia di donne, uomini e bambini. Un dramma che si consuma nel quadro di una più vasta e diffusa vittimizzazione dei migranti, facili prede di rapine, sfruttamento e violenza nel corso di viaggi difficili e pericolosi, ma con un aggravio di ferocia e di avidità che lo rende, secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, uno dei peggiori traffici di esseri umani di questo secolo. (Andrea Riccardi)

Algnesh Fessaha nata in eritrea, da 40 anni a Milano. Attivista in prima fila nella lotta contro il traffico di esseri umani, rapimenti e torture dei rifugiati Africani nella Penisola del Sinai, in Libia e in Sudan. Fondatrice e presidente della ONG Ghandi (http://www.asefasc.org/), che aiuta donne e bambini disagiati e vittime di abusi in vari paesi dell’Africa Orientale, Occidentale, in Europa e in India. Da oltre 20 anni impegnata nell’ambito nazionale e internazione su vari temi legati alla difesa dei diritti umani. A rischio della propria vita a salvato 650 dalle torture e dalla schiavitù e 3000 persone dalle prigioni egiziane. Ha ricevuto nel 2013 l’Ambrogino d’oro, la massima benemerenza civica milanese. Nel 2009 Il presidente della Regione Lombardia le ha conferito il Premio per la Pace.


domenica 27 aprile 2014

Organizzazione per i diritti umani: 200 morti nel Sinai dal golpe egiziano

InfoPal
Il Cairo-Quds Press. L’”Osservatorio egiziano dei diritti e delle libertà” ha dichiarato che, a partire dal colpo di Stato del 3 luglio 2013, guidato dal feldmaresciallo ed ex ministro della Difesa ‘Abd al-Fattah al-Sisi, le forze di sicurezza e l’esercito egiziano hanno ucciso almeno 200 persone, ne hanno arrestate altre 1500, hanno demolito 350 case in varie province e villaggi nel nord del Sinai, nel quadro che definisce l’attuale potere dei militare come “guerra al terrorismo”.
Nel rapporto pubblicato sui crimini contro l’umanità commessi ai danni di cittadini egiziani nel nord del Sinai, sotto l’ombrello della guerra al terrorismo, con il titolo “appena diventano reati, solo numeri e dati”, il Centro ha dichiarato che le operazioni dell’esercito egiziano nel Sinai costituiscono violazioni sistematiche che, esorbitando dall’ambito della legalità, delineano un quadro di crimini contro l’umanità.

Il rapporto enumera tali crimini, affermando che comprendono l’omicidio “al di fuori del quadro previsto dalla legge, così come la tortura e l’arresto arbitrario di centinaia di egiziani”.

Il Centro ha quindi sottolineato come l’espressione “guerra al terrorismo” non sia uno strumento che garantisce all’esercito egiziano il diritto di fare quello che vuole senza una base giuridica.

I dati forniti dal portavoce militare, continua il Centro, “sono diventati uno strumento per legittimare violazioni, per lanciare accuse di apostasia, di terrorismo e di pericolosità, senza chiarire il quadro legislativo adottato alla base di queste disposizioni”.

domenica 16 marzo 2014

Azezet Kidane la suora che assiste le vittime della tratta dei rifugiati del Sinai

Vatican Insider
Azezet Kidane da quattro anni assiste le vittime della tratta nel deserto del Sinai. Storie di sfruttamento, torture e violenze sessuali
“Il primo a raccontarmi queste storie incredibili è stato un giovane eritreo. Lo avevano portato nel deserto del Sinai, lui voleva andare in Israele, alla ricerca di un lavoro. I trafficanti volevano più soldi, ma non potevano contattare la sua famiglia: sua madre non aveva neanche il telefono. E allora lo tenevano lì, come uno schiavo: lui doveva picchiare gli altri detenuti. Se non lo faceva, picchiavano lui. E lo hanno battuto tante volte”.

Questa è una storia senza nome, l’identità deve restare segreta. Il volto però, quello no, il volto di quel giovane lo ricorda molto bene suor Azezet Kidane, missionaria comboniana: “È rimasto lì per oltre un anno, non aveva più speranze. E invece lo hanno salvato i suoi compagni di sventura, quelle stesse persone che lui aveva dovuto picchiare tante volte. Appena giunti in Israele, hanno fatto una colletta per liberare anche lui”.
Suor Azezet è stata testimone di storie incredibili, negli ultimi quattro anni. Ha lavorato come volontaria in un "Centro per i Rifugiati africani", a Tel Aviv. Da quando il governo Berlusconi nel 2008 ha stretto un accordo con Gheddafi per fermare l’emigrazione dalle frontiere della Libia, il Sinai si è popolato di clandestini. Negli ultimi quattro anni quindicimila africani sarebbero transitati in quelle zone desertiche, e almeno tremila sarebbero morti di stenti, violenze e torture. Le vittime sono soprattutto sudanesi, somali, etiopi ed eritrei, in fuga dalle guerre o da regimi dittatoriali. Suor Azezet è eritrea, conosce le loro lingue, e così ha potuto raccogliere per prima le loro testimonianze.
“I trafficanti di uomini portano questi emigranti nel deserto, poi li incatenano e chiedono più soldi alla famiglia”. Il viaggio della speranza costa da 1500 a 4000 dollari. Alcune famiglie però, vittime di questi ricatti, si sono ridotte in miseria per pagare fino a 45mila euro e liberare i loro figli da uno stato di vera e propria schiavitù. Suor Azezet ha raccolto più di 1500 testimonianze, solo nei primi due anni di attività: “Non si poteva tacere. Quando ho scoperto come venivano trattate queste persone, ho sentito che le loro storie dovevano essere divulgate, nel mondo si doveva sapere che molti migranti vengono trattati in questo modo disumano!”
Molti non vogliono raccontare che cosa hanno vissuto. Lo rimuovono, per difesa psicologica, o perché temono ritorsioni. Suor Azezet lo sa bene: “Sono sicura che molti, il peggio non me lo abbiano raccontato. Quello che so però è già troppo... Una donna mi ha raccontato di aver subito più volte violenza, incatenata ad un’altra ragazza. Non sapeva neanche chi stesse abusando di lei, perché era bendata. Poi l’altra donna è morta, ma l’hanno ancora lasciata lì, incatenata a lei, per tre giorni”. Le torture sono terribili, oltre agli abusi sessuali e alle botte, i profughi vengono ridotti alla fame, abbandonati nudi sotto il sole cocente del deserto. Due sudanesi sono stati appesi a testa in giù con una corda legata ai polsi, hanno dovuto amputare loro entrambe le mani.
Suor Azezet ha ricevuto diversi premi, per l’attività che ha svolto. Fra gli altri il riconoscimento di “Eroe del dipartimento del traffico di persone” degli Usa. Il premio più grande però, per lei, sarebbe regalare un futuro a queste persone, da cui ha imparato tanto: “Non ho mai sentito parole di odio contro i loro carcerieri. E anche le donne rimaste incinte da questi atti sessuali violenti, amano i loro figli come se li avessero voluti. Questo mi ha toccato molto, come donna, suora e missionaria”.
Le testimonianze divulgate da suor Azezet hanno raggiunto anche i Paesi di provenienza dei migranti. La vera soluzione sarebbe fermare le migrazioni di massa, togliere la fonte di guadagno ai trafficanti senza scrupoli. Ma le condizioni di vita nel Corno d’Africa sono talmente difficili, fra guerre e dittature, che nonostante tutto molti preferiscono rischiare.
Davide Demichelis

sabato 14 dicembre 2013

Traffico esseri umani, in un rapporto le tragedie del Sinai - Sequestri e torture per migliaia di profughi

ANSAmed
ROMA - ''Dovremmo esserne consapevoli": del fatto che nel mondo vi sono "milioni di persone alla deriva", in fuga dalla violenza, dalla povertà estrema o dalla pulizia etnica, oppure vittime di traffico per essere sfruttate o ridotte in schiavitù, oppure rapite a scopo di estorsione... 

Comincia cosi' il rapporto "Il traffico internazionale di esseri umani: Sinai e oltre" che viene presentato oggi a Roma, con la prevista partecipazione della presidente della Camera Laura Boldrini. Le 223 pagine del rapporto - già illustrate a Bruxelles - sono state curare da Miriam van Reisen (direttrice dell'Europe External Policy Advisors - Eepa di Bruxelles), Meron Estefanos (giornalista) e Alganesh Fissehaye (presidente della ong Ghandi), con l'apporto di molte persone, fra cui don Mussie Zerai dell'Agenzia Habeshia, che opera in Italia ed in Svizzera.

"Il mondo occidentale - sottolineano gli autori - parla di gente alla deriva come minaccia" alla propria sicurezza e prosperità, ma talvolta, "improvvisamente, queste stesse persone vengono descritte come vittime di circostante drammatiche - come se tali circostanze non fossero parte di un mondo che noi stessi costantemente concorriamo a creare". Ripensamenti delle opinioni pubbliche occidentali che in particolare accadono nel caso di tragici naufragi come quello del 3 ottobre a Lampedusa, in cui morirono quasi 400 persone partite per chiedere asilo in Europa.

Il rapporto - consultabile sul sito dell'Eepa - racconta come dall'inizio del 2009 migliaia di migranti dal Corno d'Africa siano stati rapiti e tenuti in ostaggio nel deserto del Sinai.

Si tratta di uomini, donne e bambini - il 95% eritrei - in fuga da circostanze disperate. Fatti sconfinare illegalmente o rapiti dai campi per rifugiati di Etiopia o Sudan - raccontano gli estensori del rapporto - essi rimangono sequestrati nel Sinai vicino al confine con Israele, costretti in condizioni inumane e torturati perchè i loro familiari li riscattino pagando fino a 50 mila dollari. Molti di loro muoiono durante il sequestro o anche dopo il riscatto, altri ''semplicemente spariscono".
Le testimonianze dei superstiti dall'inferno del Sinai erano state raccolte e pubblicate in un precedente rapporto del 2012.

Ma "altri rifugiati continuano ad essere rapiti e trattenuti nel Sinai", e i numeri sono in crescita, con il rischio di venire sequestrati di nuovo, o di essere incarcerati o rimpatriati o di morire nel Mediterraneo.

Il rapporto 2013 indaga sulle ragioni della spirale infernale in cui finiscono le vittime del traffico, sulle politiche delle autorità africane nei confronti dei rifugiati e sull'impatto di quelle europee in tema di immigrazione, cercando di individuare possibili soluzioni. E si conclude con raccomandazioni alle autorità europee, a quelle dei paesi coinvolti.

All'Egitto in particolare si chiede di por fine all'impunità per trafficanti e sequestratori; alle detenzioni che non distingono tra vittime e responsabili del traffico di uomini; e alla deportazioni in Etiopia ed in Eritrea. Ma impegni si chiedono anche alla Libia, a Israele ed a tutti i Paesi europei, contro le deportazioni e le politiche di respingimento in mare e anche su terra (come la barriera sul confine tra Israele ed Egitto), o contro le "esternalizzazioni" dei controlli. Alla Commissione europea gli autori del rapporto chiedono inoltre che si assicuri l'applicazione delle direttive per la protezione delle vittime del traffico di esseri umani, anche quando sia avvenuto fuori dell'Europa; che vengano rilasciati permessi a breve termine ai sopravvissuti che collaborano con le autorità; che si provveda ad una più equilibrata distribuzione dell'accoglienza dei rifugiati tra i Paesi membri. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu viene poi invitato a nuove, piu' pesanti sanzioni nei confronti dell'Eritrea, cui viene chiesto di valersi anche della cooperazione internazionale per garantire i diritti umani di tutti i cittadini e per la quale si chiede lo stop di ogni aiuto estero finchè non sia abolito il servizio militare a tempo indeterminato. Si auspica infine l'apertura di una specifica inchiesta della Corte penale internazionale. 

di Luciana Borsatti

lunedì 22 aprile 2013

Sinai Peninsula - Many refugees, mostly from Eritrea, kidnapped and held hostage by criminal networks

All Africa
Many refugees, mostly from Eritrea, are being kidnapped and held hostage by criminal networks working in the largely lawless Sinai Peninsula.

Since around 2006, the Sinai Peninsula in eastern Egypt, bordering Israel, has been the site of what the UN has referred to as one of the most unreported humanitarian crises in the world. Criminal gangs operate through complex networks with impunity, and the region has been seen several cases of serious human rights violations, torture and human trafficking.

Operating in a largely lawless wilderness, gangs take refugees who are fleeing northwards towards Egypt and Israel hostage and demand ransoms for their release. The hostages are often tortured and some are killed. Meanwhile, many accuse the Egyptian and Israeli governments of not doing enough to combat the problem and of contravening their legal obligations towards refugees.

Escaping the Horn
Most of the victims of human trafficking and kidnapping in the region are from Eritrea. Thousands reportedly escape the repressive regime of Isaias Afewerki each year, some ending up in Ethiopia but more tending to find themselves in refugee camps in eastern Sudan. Eastern Sudan's Shagarab camp, for example, reportedly houses nearly 30,000 refugees.

But the likes of Shagarab are often unsafe and some refugees do not stick around for long. Many put their lives in the hands of people-smugglers promising safe passage to Israel or Egypt, but instead are kidnapped and held hostage.

Those believed to be responsible for most of these kidnappings are groups of Rashaida tribesmen, mostly located in Eritrea and north-eastern Sudan. However, these gangs are usually assisted by intermediaries inside camps, and allegedly even the Sudanese military, especially those at border checkpoints. Later on, criminal elements within the Bedouin community 'buy' hostages from the Rashaida, transporting them to Sinai and subjecting them to torture, forced marriage, rape or bonded labour.

Many former victims have recounted horrific tales of being held for months and repeatedly raped, of having plastic melted over their back and legs, and of being electrocuted and burned. Many have died at the hands of their tormentors.
The precarious peninsula
Sinai's lawlessness is a largely a result of its turbulent past. The peninsula was under Israeli occupation from 1967 until 1982, when the Israeli government returned it to Egypt as part of the Camp David Peace Accords. However, under the agreement, only a limited contingent of the Egyptian army is permitted in the region, despite Egypt's implorations for permission to deploy armoured equipment to secure the area.