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giovedì 18 giugno 2015

L'enciclica "Laudato Si" presentata da Valeria Martano, professoressa romana che lavora da 30 anni contro il degrado delle periferie

Messaggero
Città del Vaticano - Il j’accuse ecologista di Papa Francesco si allarga a Roma Capitale. Alla presentazione della enciclica Laudato Si’, tra il cardinale africano, il teologo ortodosso, l’economista americana e lo scienziato tedesco, Bergoglio ha voluto che a tenere a battesimo il testo fosse anche una professoressa romana, Valeria Martano che da 30 anni, nel tempo libero, fa la volontaria come insegnante ai bambini in uno dei quartieri più degradati, il Laurentino 38.

Valeria Martano
Minuta, bionda, elegante, ha descritto la difficoltà della vita quotidiana nella periferia capitolina. Una periferia che amministrazione, dopo amministrazione, parole sue, al termine della conferenza, è diventata sempre più complicata.

Secondo lei il Sindaco Marino si deve dimettere? “Non mi faccia parlare. La situazione è tragica”. Ecco quale è stato il suo intervento (applauditissimo).

“Il Papa scrive nell'enciclica: “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme”. Lo vediamo ogni giorno, tanto che non ce ne accorgiamo più: dal verde che non c'è, all'inquinamento, al calore eccessivo, che in questa stagione fa soffrire gli anziani. Nelle periferie vive un mondo di gente sola, con la crisi della famiglia, delle comunità e delle reti sociali. Per deboli e poveri, la solitudine è una povertà in più. Nelle città cresce la separazione tra mondo dei ricchi e dei poveri, pur in un tempo globale che pretende di essere "connesso”.

Le grandi metropoli – e Roma – stanno assumendo il volto di città polarizzate, dove a una periferia anonima si affiancano comunità di privilegiati e un centro-vetrina turistico e d’affari. La città si scompone come casa comune. Non si salva la natura avendo una casa con un giardino in un compound protetto: la città è una casa comune, come rivela l'inquinamento e la crescita di malattie da inquinamento. La periferia di Roma è fatta di quartieri-isole, poveri di luoghi di incontro, spesso abbandonati dal punto di vista urbanistico. La gente vive tra il posto di lavoro –se c’è - e i centri commerciali: s'impoverisce il tessuto umano, vera rete di protezione per i deboli. La difficoltà degli spostamenti sottrae tempo alla famiglia. I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti di tanti affaticati nel vivere.

L’ecologia urbana, messa in pericolo dall’inquinamento, dai pochi servizi, dall’individualismo pervasivo, rappresenta una sfida per noi cristiani. Nelle periferie si vive male, si accumulano rabbia e senso di esclusione. A troppi è negata la dignità di una casa, (come ai rom), e spesso si assiste alla distruzione delle abitazioni precarie senza l'offerta di un’alternativa. Gli anziani sono “espulsi” dal tessuto sociale, collocati in istituzioni periferiche. Da un mondo brutto, i giovani si ritirano nel virtuale. Si sperimenta la cosiddetta “morte del prossimo”. L’isolamento modella alcuni individui soli, depressi o aggressivi: vediamo la violenza in alcuni quartieri. Ma ci si può aiutare a vivere meglio se si esce dalla rassegnazione all'individualismo o dall'orgoglio solitudinario! Ci sono tante risorse umane, talvolta disperse!
Da anni, con la Comunità di Sant’Egidio, lavoriamo per sottrarre all’inquinamento umano spazi di “bellezza” e umanità. A partire dai deboli -bambini, anziani, disabili - si ricostruisce un tessuto umano. Nelle Scuole della pace si promuove l’integrazione dei bambini italiani e immigrati, togliendo terreno all’inaccoglienza. Attorno ai deboli, si può rinnovare il volto delle periferie, scoprendo energie che rinnovano l’ecologia umana.

L'enciclica ci chiama a praticare il bene comune: la città e l'ambiente sono la casa comune. Viviamom spesso itinerari umani, frammentati e contradditori. Ognuno cerca di salvarsi nel proprio angolo. Ognuno persegue il proprio interesse. Ma c'è una “salvezza comunitaria”, che parte dall'inclusione dei deboli, preziosa risorsa di ecologia integrale. “E’ questo – ha detto papa Francesco- il tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo”. A tutti, allora, è chiesta una conversione alla costruzione responsabile della casa comune”.
di Franca Giansoldati

mercoledì 4 febbraio 2015

Riccardi, un'analisi da meditare: Islam, mafie, città globali e periferie - falsi spaventi, veri pericoli

Avvenire 
Un editoriale di Andrea Riccardi, pubblicato anche su AVVENIRE online, apre una riflessione sul rapporto tra violenza, estremismo islamico e mondo globale. E' nelle grandi periferie urbane il cuore del problema. Un'analisi da meditare. 

Dopo gli atti terroristici di Parigi, si è molto discusso di islam. Dietro a queste vicende c`è una cattiva interpretazione dell'islam.
Tuttavia spiegare i fatti parigini come un conflitto tra islam e occidente è una semplificazione: lo scontro di civiltà e religioni, evocato dopo 1'11 settembre 2001 sulla scia di Samuel Huntington. È peraltro una lettura popolare tra gli islamisti, tanto che la traduzione del libro dello studioso americano è stata molto venduta nel mondo arabo. 


Le semplificazioni sono attraenti per animi spaventati: l'islam sarebbe ineluttabilmente aggressivo. 

Le semplificazioni procurano consenso in casa nostra, mentre il richiamo alla complessità appare inutile. Se si vuole rispondere sul serio, bisogna però capire. Dobbiamo identificare i punti deboli delle nostre società. Senza dimenticare che molti Paesi europei sono vicini geograficamente a terre segnate dalla guerra: Siria, Libia e Iraq. 

Siamo in un mondo complesso perché globale, che necessita spiegazioni multiple. Un punto decisivo nei fatti sono le banlieues di Parigi. Qui si addenserebbero quasi due milioni di musulmani. Un esempio: Ivry sur Seine, centro della banlieu rossa, come si vede dalla centrale Avenue Thorez, il nome dello storico leader comunista. Qui, il cattolicesimo francese, dagli anni Trenta, si pose il problema di penetrare nel proletariato comunista. Cattolici come Madeleine Delbrel proposero una prossimità, alternativa allo scontro con i comunisti. Era il mondo dove, nel secondo dopoguerra, la Chiesa sentì la fragilità della parrocchia e lanciò i preti operai. Oggi questo mondo è finito: la rete comunista dissolta, la presenza cattolica ristretta. Quella cristiana è spesso affidata a comunità protestanti o neoprotestanti, composte da immigrati. L'islam è una grande realtà e le moschee si moltiplicano. 

Mancano reti, comunità: la gente è sola, spesso senza lavoro né legami. Sono finiti i partiti e tanti altri tessuti aggregativi. Ha dichiarato il primo ministro Manuel Valls: «In Francia esiste un apartheid territoriale, sociale ed etnico». Non solo a Parigi o in Francia, ma nelle città globali: mancano i corpi intermedi e la gente è sola. Ogni città ha la sua storia, ma la globalizzazione le trasforma tutte. 

L`uomo e la donna contemporanei sono spaesati, senza identità e capacità di lettura del mondo. La città, come spazio comunitario, si restringe ai luoghi del potere e dell`economia, ad aree centrali o abitate da ceti particolari. È la città "utile", centro di scambi e relazioni globali. E il resto del mondo urbano? 

L'islam, nelle periferie francesi, specie nelle forme estremiste, ridà identità a giovani che non ne hanno. Con terribili semplificazioni, individua nemici simbolici cui addossare la responsabilità di tanti mali. La comunità ebraica torna un bersaglio. È un fatto gravissimo che preoccupa gli ebrei del mondo e noi tutti. 

L'islamismo crea un sistema compensatorio che, con la militanza o la violenza, fa passare i periferici dall`anonimato all`"eroismo". Diventa un'ideologia di massa per i "dannati della terra", laddove non esiste cultura condivisa e manca il legame di prossimità. Il presidente egiziano al-Sisi ha parlato di un islam ridotto a «ideologia». 
Il problema non è solo l`islam, ma la città globale, caratterizzata dalla frattura tra la parte "utile" e periferie. 

Non è un caso che, in tante metropoli latino-americane o africane, i benestanti si chiudano nei compounds e interi quartieri siano fuori controllo. Qui non aggrega l'ideologia islamica, bensì le mafie, in cui il movente criminale è però capace di creare una rete sociale e addirittura una proposta religiosa (come il diffuso culto della Santa Muerte in Messico). Tante città messicane sono soffocate dalle mafie e dalla loro "guerre civili". In Italia, nonostante le dimensioni modeste delle città rispetto alle megalopoli, si deve stare attenti. 

Nella periferia di Roma, sono scomparsi i corpi intermedi e la gente è sola. E finiscono anche le figure istituzionali di prossimità come gli assistenti sociali. Chi ascolta la gente di periferia e la orienta in un mondo complicato? Le recenti vicende della "mafia" romana fanno riflettere sulle strumentalizzazioni della xenofobia.  

Non è un caso che papa Francesco, figlio di una megalopoli, Buenos Aires con le sue Villas Miserias, ponga il problema di ricominciare dalle periferie. Spesso, in alcune città europee o latino-americane, la Chiesa cattolica è nelle periferie una risorsa unica, ma risente del sovraccarico di domanda e della fragilità del suo personale. La realtà è complessa. Sarebbe però un errore trascurare il grande protagonista del nostro tempo: le masse periferiche, colpite dalla crisi economica, penalizzate dall`infragilimento delle istituzioni, estranee a una cultura condivisa. Sono le masse degli immigrati, ma non solo. Non le si recupera con una politica emozionale o con il messianismo dei leader, come in alcuni Paesi latino-americani. 

Nelle periferie, l'alternativa a una vita anonima sembra la violenza, favorita dalla grande circolazioni di armi, da reti mafiose o islamiche. 

Scriveva il poeta David Turoldo: la periferia «è come un cerchio di fuoco dove si azzuffano angeli e uomini...». Occorre affrontare, presto e in una prospettiva di lungo periodo, la questione delle città globali e delle periferie, prima che diventino invivibili e inestricabili. Ormai la storia del mondo è divenuta essenzialmente urbana dopo che, nel 2007, per la prima volta dalle origini, gli abitanti delle città hanno superato quelli delle campagne. Non si creda però che questa storia possa essere scritta senza inclusione delle masse periferiche. Sarebbe una storia pericolosa.

lunedì 15 dicembre 2014

Costituente per Roma - Scuse da chiedere a rom e immigrati, anima da ritrovare

Avvenire
Andrea Riccardi
Rorna è triste e svuotata. Come non esserlo di fronte ai primi risultati dell'inchiesta condotta con lucidità e senza protagonismi dal coraggioso procuratore Giuseppe Pignatone e dai suoi collaboratori? Non si tratta ora di discettare dell'ampiezza dello spettro mafioso. La magistratura indagherà e giudicherà. 

Si deve però manifestare un senso di vergogna di fronte ai romani, soprattutto ai deboli: «Speriamo che il 2013 sia pieno di monnezza, profughi, sfollati e bufere» - diceva un sms augurale di un attore di questa vicenda. Un altro affermava: «Si fanno più soldi con gli immigrati che con il traffico di droga». 

Credo che, innanzi tutto, c'è da scusarsi con la tanta gente delle periferie romane, gli immigrati e i rifugiati, i rom. E non si è ancora visto maturare quest'atteggiamento nel fuoco incrociato delle accuse e delle discolpe. 

La gente delle periferie è stata imbrogliata. Sono stato a Tor Sapienza. Il quartiere è al limite della vivibilità: poca luce, scarse connessioni, traffico di droga e tante fragilità sociali. Volevano far credere che il problema fosse un pugno di rifugiati. Ora scopriamo che il caso è stato montato ad arte. Il problema è invece enorme: un quartiere abbandonato. Si è tentata una strategia della tensione tramite una facinorosa manovalanza anche per aizzare gli abitanti contro i rifugiati. Un caso di manipolazione della disperazione. Possibile che nessuno se ne sia accorto in tempo?
Bisogna, prima di tutto, chiedere scusa per il degrado delle periferie, su cui non si è investito. Non ci si lamenti poi dell'antipolitica o del ribellismo. I romani di periferia sono soli, in un momento economico e sociale così difficile. Scusarsi con la gente di periferia è necessario non solo per le evidenti responsabilità penali, ma anche per aver abbandonato una parte della città e non aver guardato a Roma dalle periferie.
Bisogna chiedere scusa agli immigrati, quando si è speculato su di loro. Il linguaggio delle intercettazioni - pur non penalmente rilevante - manifesta il degrado della cultura gestionale non solo della politica, ma anche di una fetta del sociale. Eppure il sociale, quello cattolico come quello "politico" (e soprattutto di sinistra), è stato un motore del riscatto delle periferie. Senza dimenticare i tanti lavoratori del sociale che sono fuori dalla logica delle "cupole". Ci sono però anche immiserimenti umani e culturali che hanno strangolato esperienze partite bene. Sono stati troppo trascurati il valore delle motivazioni e la dimensione del gratuito. C'è un fenomeno non secondario su cui riflettere: come parliamo dei deboli? Come parliamo di Roma? Le parole non sono casuali. Il linguaggio delle intercettazioni (ma anche della gestione) rivela che le fonti si sono quasi essiccate.
Cè stata la trasformazione della sinistra. Il mondo cattolico deve registrare l'invito del Papa a uscire dai suoi circuiti. Sono passati quarant'anni dal grande convegno del febbraio '74 sui mali e i dolori della città e delle periferie, da cui emerse un sogno su una città-comunità. Lo si è appena evocato, come un ricordo.
Bisogna chiedere scusa ai rom. Loro sono stati additati come colpevoli del degrado urbano. Ma il degrado era altro. Ricordo gli sgomberi dei campi rom, fatti con grandi dispiegamenti di forze (adatti a ben altri personaggi) e con una logica spesso insensata. Non voglio santificare nessun gruppo sociale, ma non si può trattare senza coscienza la gente della periferia, né i deboli. Solo perché non c'è (quasi) nessuno che li difenda o dia loro voce.
E emerso un cinismo che fa paura e ci fa sentire più insicuri. Roma è sfiduciata e insicura. Non è solo il problema della corruzione. Ancor prima dei giudizi sulle persone (che non è lecito anticipare), emerge però l'inconsistenza di una classe politica, permeabile, incapace di capire, di resistere nelle ragnatele degli interessi. Certo solo una parte (la maggioranza dei politici non è toccata), ma c'è un'inconsistenza generale nella tenuta, nel linguaggio, nella cultura. Qui non ci sono le energie per ripartire. Roma ha perso l'anima. L'ha detto giustamente Carlo Verdone. Le idee sulla città si sono diradate fino a evaporare. Di idee, cultura, visione, pochi si sono ultimamente interessati. Ma - ricordava Theodor Mommsen - «a Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti». Propositi su Roma non ci sono stati da vari anni. Cosmopoliti e universali ancora meno.
La gente di periferia è divenuta davvero periferica, perché sola. Non si ritrovano i soggetti, radicati nei quartieri, che li collegavano a un'idea di città, a una passione politica, a un processo di socializzazione. Davano anima a Roma. La maggior parte sono svaniti. Altri si sono ripiegati in modo autoreferenziale. La crisi economica, con i suoi effetti devastanti, ha fatto il resto, pesando sui più deboli e determinando tagli d'investimento sulla periferia. 

Roma, città così preziosa per la nostra identità nazionale e per il mondo religioso, è stata poco rispettata e amata: usata e buttata via.
Come ripartire? Non si può - come si dice a Roma - "metterci una pezza sopra". Né mettere alla gogna solo alcuni, pur colpevoli penalmente. C'è un problema generale.

La gente "perbene" è tentata di chiudersi in casa o nei suoi circuiti. Molti sono arrabbiati, ma impotenti. Non chiudiamoci però nello sdegno o nella rassegnazione. Papa Francesco ha spiegato la differenza tra i peccatori (ogni uomo è peccatore) e i corrotti (creatori di un sistema di male). Nel buio di questi giorni, non si vedono tanti aspetti positivi, le molte luci di 
Roma. Non mancano "forze sane". Ma tutti sono isolati e gli ultimi fatti sembrano confermare in quest'atteggiamento. 

Chi opera positivamente spesso lo fa da solo. Bisogna convocare le forze sane a un grande dialogo, una costituente per una nuova stagione di Roma: suscitare dibattiti e resuscitare passioni. Roma deve ritrovare la sua anima con un salto di coscienza, capace di segnare una rinascita. Roma ha avuto momenti felici, è un grande valore storico e sociale: non può condannarsi a una vita grama o all'assenza di futuro.

mercoledì 3 dicembre 2014

Fiaccolata al Campidoglio 4 dicembre h.18.00: "Roma città aperta sicura inclusiva ..."


Roma può e deve confermare la sua tradizione di accoglienza, e non può rassegnarsi al degrado ed all’impoverimento progressivo delle sue periferie.

L’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo ‐ fra i quali si contano molte donne e minori ‐ è un dovere ineludibile per una società civile e per una comunità degna di questo nome ed è per questo che l’intero mondo del lavoro e dell’associazionismo si è mobilitato immediatamente, oltre che per sollecitare le istituzioni ai diversi livelli ad adempiere fino in fondo al loro compito, pure in una situazione nella quale si manifesta il disagio dei cittadini, italiani e romani, assolutamente comprensibile in un quadro di degrado e di povertà aggravati dalla mancanza del lavoro

Non è ammissibile, difatti, che le diverse comunità di immigrati, che fuggono dalle persecuzioni e dalle guerre, non trovino nell’Europa e nello Stato italiano la garanzia prevista dai trattati e dalle normative internazionali. Sono troppi i ritardi con cui vengono svolte le procedure per rispondere alle richieste di asilo, con cui vengono gestiti i centri di seconda accoglienza (SPRAR). Come dimostra l’esperienza in altri campi d’intervento, è preferibile un sistema fondato su strutture di accoglienza di piccola entità, integrate nei territori e diffuse in tutti i municipi.

L’inclusione non è un problema di sicurezza, è un problema sociale e come tale va trattato.

I fatti di Tor Sapienza sono emblematici da questo punto di vista e rischiano di creare un precedente pericoloso, innescando una dinamica secondo la quale alla violenza si risponde con l’arretramento dello Stato. Viceversa, proprio il ruolo dello Stato e delle istituzioni va rafforzato, partendo dalla qualità dei servizi pubblici erogati.

La violenza deve essere condannata sempre e comunque, così come è doveroso stigmatizzare il comportamento di quelle forze politiche che strumentalizzano il disagio e alimentano l’odio sociale.

La risposta al degrado delle periferie ‐ che denunciamo da anni ‐ non può venire dalla compressione dei diritti umani da esercitare a carico dei più deboli, bensì da politiche mirate volte alla costituzione di un tessuto sociale ed economico in grado di dare risposte permanenti ai cittadini.

Roma non è soltanto una cartolina per turisti, ma è fatta di tante realtà, molte delle quali in sofferenza.

Le istituzioni devono dare una risposta immediata al disagio sociale, facendo del tema delle periferie una priorità della propria azione politica, anche coinvolgendo tutti i soggetti sociali in un’azione corale, la sola che può creare coesione sociale

Per le suddette ragioni e per rimettere al centro dell’agenda politico‐amministrativa il tema delle periferie – in cui le indiscutibili difficoltà legate al degrado sociale ed ambientale, e le intolleranze di ordine razziale, rischiano di determinare una pericolosa implosione ‐ che riteniamo doveroso richiamare le coscienze civili della città, le istituzioni, le associazioni e le comunità a focalizzare l’attenzione sulla centralità dei temi della coesione, dell’integrazione e dell’inclusione sociale, ponendosi, nel contempo, a garanzia di quell’irrinunciabile senso di sicurezza che soltanto un attento governo del territorio può fornire, in un clima di necessaria visione condivisa di superamento delle fragilità ed a tutela della cittadinanza nel suo insieme.

A tal fine il giorno 4 dicembre 2014 alle ore 18.00, i sottoscrittori del presente appello promuovono una fiaccolata che si svolgerà in piazza del Campidoglio per:

  • condannare con fermezza ogni tipo di violenza; 
  • praticare la via del dialogo; 
  • fare proposte per superare l’emergenza e per governare in termini pianificati gli interventi per il prossimo periodo, da incentrarsi sul tema dello sviluppo, crescita, integrazione socio‐culturale;
  • avviare concretamente un processo di recupero e riqualificazione delle periferie romane, così da riaffermare il valore di una Capitale accogliente e includente. 

Il Comitato Promotore 

CGIL, CISL, UIL, ACLI, ARCI, CENTRO ASTALLI, CNCA, COMUNITA’ SANT’EGIDIO, FORUM TERZO SETTORE, LIBERA, FONDAZIONE INTERNAZIONALE DON LUIGI DI LIEGRO, SOCIAL PRIDE.
Invia la tua adesione a:
costruiamolainsieme@gmail.com