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giovedì 14 maggio 2015

USA: Human Rights Watch denuncia "abusi e violenze su detenuti malati di mente"

Adnkronos
Nelle prigioni americane vengono commessi abusi e violenze su detenuti malati di mente. È questa la denuncia contenuta nel rapporto dell'inchiesta condotta da Human Right Watch in decine di carceri locali e statali dove sono stati denunciate pratiche scioccanti, come quella di tenere i detenuti legati a sedie e letti per giorni, usando contro di loro taser e agenti chimici tossici. 

In uno dei casi denunciati nel rapporto, si riporta che le guardie carcerarie di una prigione della California hanno spruzzato per circa 40 volte spray urticante contro un detenuto e poi hanno lanciato quattro bombolette di gas urticante nella sua cella dopo che l'uomo, che sosteneva di essere il "creatore", si rifiutava di lasciarla.

"Le prigioni possono essere un luogo pericolo, rischioso e persino mortale per uomini e donne con problemi di salute mentale", afferma Jamie Fellner, autrice del rapporto di Hrw che pubblica sul suo sito anche un video. "La forza viene usata contro questi prigionieri anche quanto, a causa della loro malattia, non sono in grado di obbedire agli ordini dati", aggiunge spiegando che in alcuni casi questi episodi si sono conclusi con la morte del detenuto.

Come Christopher Lopez, 35enne affetto da disordine schizofrenico di tipo bipolare, che una notte del 2013 fu trovato privo di sensi nella sua di una prigione del Colorado. Invece di mandarlo in infermeria, gli agenti lo ammanettarono, legandolo poi mani e piedi ad una sedia, da dove l'hanno liberato solo alcun ore dopo quando mostrava chiari segni di una crisi. "Era chiaro ed evidente a tutte le guardie, ma nessuno alzò un dito per aiutarlo", afferma David Lane l'avvocato della famiglia di Lopez che è morto la mattina del giorno dopo per ipotermia. "Gli agenti di custodia non sono preparati a lavorare con detenuti con problemi mentali, non sanno come disinnescare situazioni esplosive cercando di convincerli ad obbedire agli ordini: troppo spesso, l'uso della forza è l'unica cosa che conoscono e che quindi usano", conclude Fellner.

sabato 28 giugno 2014

Nigeria: ateo dichiarato malato mentale, a rischio di pena capitale

Blasting News
Internato in un ospedale psichiatrico dopo aver dichiarato il suo ateismo: forse la sua vita è in pericolo.
Nella regione di Kano, Mubarak Bala è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico dopo aver dichiarato alla sua famiglia di essere ateo. Il fatto sta suscitando grande clamore internazionale, anche grazie alla campagna su Twitter #FreeMubaraklanciata poche ore dopo l'ospedalizzazione.


L'ateismo come sintomo di squilibrio?
Kano, stato nella regione centrale della federazione nigeriana, è uno stato a grande prevalenza musulmana: la legge islamica è stata adottata sin dal 2000. Bala è stato internato dopo aver dichiarato davanti ai suoi familiari il proprio ateismo. La reazione della famiglia (secondo alcune indiscrezioni sostenitrice dell'ala estremista Boko Haram) a questo genere di affermazione è stata immediata: sono stati contattati due medici, il primo dei quali ha negato qualunque genere di squilibrio mentale. Il secondo medico ha invece correlato l'ateismo a una "condizione psicologica conflittuale", diagnosi che ha causato l'ospedalizzazione, immediata ed ovviamente non consensuale, di Bala. L'uomo è riuscito ad avere contatti con alcuni attivisti locali poco dopo l'ospedalizzazione, utilizzando un telefono cellulare sottratto ai controlli. 

L'ospedale ha dichiarato che l'uomo sarà "trattenuto solo per il tempo necessario" e che verrà immediatamente rilasciato una volta risolta la situazione psichica di conflitto. Intanto, alcuni comunicati stampa indipendenti suggeriscono uno stato di maltrattamento dell'uomo, che sarebbe stato aggredito e picchiato dai suoi stessi familiari e che si troverebbe ora sotto terapia farmacologica.

Prevista la pena di morte per il crimine d'ateismo
L'Unione Internazionale Etica ed Umanista (IHEU) ha immediatamente dato risalto alla notizia di questo ennesimo scacco ai diritti umani in Nigeria. La vita di Bala potrebbe essere a rischio: in Nigeria infatti è prevista la pena di morte per l'ateismo. Intanto, sulla rete si moltiplicano gli appelli e le petizioni per portare questa storia alla ribalta, ed ottenere il rilascio immediato di Bala. L'avvocato dell'uomo a quanto pare non ha potuto raggiungere il suo cliente, ma ha dichiarato alla BBC la volontà di organizzare una perizia psichiatrica totalmente indipendenteper accertarne le condizioni effettive e disporre eventuali interventi legali.

martedì 14 maggio 2013

USA: a New York avviati programmi di recupero per detenuti con problemi mentali

Tm News
New York sta facendo un passo avanti per concretizzare l’originale missione rieducativa del sistema carcerario.
 
A partire da luglio i detenuti con problemi mentali che infrangono le regole della prigione non saranno più costretti all’isolamento, ma verranno inseriti in un programma di attività per imparare a mantenere un comportamento corretto.

 Fino ad oggi, spiega il New York Times, tutti i carcerati sono stati trattati alla stessa maniera, qualunque fosse la loro condizione mentale. 
Ma il sistema indiscriminato della reclusione in celle isolate, con al massimo un’ora d’aria al giorno, non sembra aver portato a buoni risultati. 

Di fatto “non migliora il comportamento”, ha chiarito il commissario alla salute di New York Thomas Farley, ma anzi “peggiora i sintomi della malattia”. 

Nelle carceri di New York, dove negli ultimi anni il ricorso all’isolamento è aumentato del 44 per cento, si tratta di un radicale cambio di rotta. 

Con un detenuto su tre con disturbi di mente, la prigione è divenuta “uno maggiori centri di assistenza per persone con malattie mentali nella nostra società”, ha spiegato Farley. 

Per questo da luglio i carcerati fino ad ora destinati all’isolamento, verranno trasferiti in cliniche interne al centro di detenzione per essere sottoposti a terapie psichiatriche e cure mediche.

venerdì 8 marzo 2013

La “follia” di chiudere gli Opg senza aver ancora creato una vera alternativa

Avvenire
C’è un tempo per costruire e un tempo per distruggere. Oggi la voglia di distruzione sembra avere qualcosa di furioso, globale, e pare virtù. Ma distruggere senza un progetto di ricostruire, sanando gli errori passati e recuperando i traguardi falliti, può diventare un salto avventuroso nel buio.
Il prossimo 31 marzo chiuderanno gli ospedali psichiatrici giudiziari. È da pazzi, che ci siano ancora: perciò tutti fuori i 1.400 internati. Per andare dove? È da pazzi non saperlo ancora, non avere il nuovo indirizzo.
Quando fu il tempo di costruire i manicomi criminali, si ragionò così: non è giusto punire un pazzo, perché non è responsabile. Non è però neppur giusto che la società sia esposta al rischio della sua irresponsabile devianza, perché ha necessità di sicurezza. Insomma, per dirla con Lombroso “la prigione è un’ingiustizia, la libertà un pericolo”. Perciò niente prigione, ma ospedale (con le sbarre); non per un tempo di castigo secondo il delitto, ma per un tempo di pericolo, secondo la malattia. Custodire e curare (l’immagine di una “famiglia” dentro un fortino).
Che cosa abbia rappresentato in pratica l’internamento per i malati di mente non imputabili e giudicati pericolosi, ci sono voluti gli urti di cronache spaventose a spiegarcelo, se allacciamo i resoconti della Commissione Marino alle testimonianze interne sul vissuto degli internati (nell’emozione solitaria dei “traditi” o dei “rinnegati”) in una sofferenza torturante, anche se son passati più cent’anni da quando Lombroso trovava somigliante un manicomio criminale “a un’immensa latrina”. E ci si può finire per un episodio da niente (da pazzi), che so, un urlo e uno spintone a un carabiniere, per farne sortire resistenza e lesione e interruzione di servizio e poi la pericolosità che fa scattare due anni minimi di internamento per l’imputato “benevolmente prosciolto”.
Due anni, prorogabili s’intende. La riforma del 1978 (legge Basaglia) ha appena scalfito questo scenario. La Corte costituzionale ne ha in parte corretto l’impostazione, accentuando il controllo giudiziario e i suoi poteri flessibili. Ma l’impianto sta ancora sui pilastri dell’imputabilità negata e della sicurezza postulata, e la chiusura degli Opg lascia intatto il processo penale e i suoi schemi e le sue angustie, solo cercando un indirizzo diverso al quale spedire i prosciolti.
E questa la nuova incognita. Lo si sapeva, lo si era impostato cinque anni fa, col decreto che avviò il trasferimento della sanità penitenziaria alla sanità ordinaria, e adesso il tempo stringe, il tempo scade. Bisogna ospitare 1.400 persone “malate”, reputate “pericolose”, in strutture abitative che le Regioni devono allestire, di dimensioni contenute, con organizzazione tipicamente sanitaria, lasciando alla vigilanza periferica, perimetrale, la sicurezza.
Bisogna che le Regioni procurino, udite, “forme di inclusione sociale adeguata”. Che parole difficili e nobili, che hanno dentro il pieno o il vuoto, il tutto o il nulla, e paiono frattanto il momento di rimorso e della vergogna per l’esclusione sociale che ha fatto, in una lunga storia, le carceri e i manicomi simili a discariche. Non siamo pronti, non siamo pronti, è tutto un gridare. Anche assennato, se si vuole, psichiatri in testa, perché il tempo di costruire chiede fatica maggiore del radere al suolo. Inventando, si prega, soluzioni diverse dai micro-manicomi. Difficile compito, assolvibile se si tiene salvo quel “pensiero pazzo” che governare è vocazione e fatica di servire.