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domenica 3 gennaio 2016

Libano campo profughi sotto la neve

La Repubblica
Le abbondanti nevicate cadute in queste ore sul Libano stanno rendendo ancor più difficile la vita dei rifugiati siriani ospitati in uno dei tanti campi profughi allestiti nel Paese. L'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che al momento ci siano almeno 195mila famiglie costrette a difendersi dal freddo con sistemi precari di riscaldamento.





martedì 20 gennaio 2015

Sant'Egidio - A Roma morte due persone senza dimora in appena tre settimane, del tutto insufficienti i ricoveri notturni

Comunità di Sant'Egidio
Non finisce il dramma di chi non ha un tetto sotto cui ripararsi per la notte. In neanche tre settimane, dopo Gregorio, polacco, trovato senza vita la mattina del 30 dicembre scorso all’Esquilino, nella notte tra venerdì e sabato scorso è morto Karim, 30 anni, di cittadinanza tunisina, davanti alla chiesa del Sacro Cuore, in via Marsala, di fronte alla stazione Termini.
Quando, a fine dicembre, a Roma la temperatura andò sotto zero, l’amministrazione capitolina decise di mettere a disposizione dei senza fissa dimora nuovi posti letto per la notte. Non risultano finora progressi significativi nell’ospitalità. Anzi, al momento si registra una disponibilità inferiore rispetto all’anno scorso e comunque del tutto insufficiente a rispondere al bisogno.

La Comunità di Sant’Egidio ritiene grave l’ennesimo ritardo nell’affrontare quella che è “un’emergenza ordinaria” e chiede al Comune di rendere disponibili rapidamente nuove strutture di accoglienza notturna per evitare ulteriori tragedie sulla strada e rendere Roma più vivibile per tutti, a partire dai più poveri.

venerdì 16 gennaio 2015

Reportage - Libano, i campi profughi nella morsa del freddo - «Meglio la guerra di questo gelo»

Lettera 43
Mille siriani vivono a 10° sotto zero. Senza energia né acqua potabile. In tanti muoiono: «Meglio la guerra di questo gelo».
da Fayda (Libano)
Nella nebbia si intravedono i frammenti dei visi e dei corpi di modelle che reclamizzano profumi o biancheria. Creano un paesaggio surreale.
I rifugiati siriani a Fayda, nel Nord del Libano, «usano i cartelloni pubblicitari per costruirsi i ripari», spiega Anna Maria Laurini, direttore di Unicef Libano, «dicono che sono migliori dei teli di plastica per proteggersi dal freddo» (guarda le foto).
Proprio il gelo è l’ultima tragedia ad avere investito le migliaia di profughi fuggite dalla violenza della guerra civile siriana.
UN BIMBO: «PREFERIVO LE BOMBE». A gennaio sul Libano si è abbattuta con violenza Zeina, una tempesta che ha portato con sé freddo polare, neve e vento. Strade e scuole chiuse in tutte il Paese, diverse vittime per crolli e incidenti, ma il prezzo più alto lo ha pagato il popolo di questi accampamenti. Almeno due i morti nei primi giorni del 2015.
«Un bambino di otto anni qui al campo mi ha detto che preferiva le bombe che sentiva ad Aleppo a questo freddo», dice a Lettera43.it Maria, un’operatrice di Beyond, Ong locale attiva in molti di questi campi informali, cioè non riconosciuti e non autorizzati dal governo libanese.
TEMPERATURA 10 GRADI SOTTO ZERO. A Fayda sono caduti almeno 25 centimetri di neve e la temperatura è scesa fino a 10 gradi sotto lo zero. Non ci sono stufe, non c’è energia elettrica, non c’è acqua potabile. Il terreno s'è trasformato in una palude fangosa e la neve ammucchiata ai lati delle tende inizia a ghiacciare.
Quello di Fayda è uno dei 15 campi che sorgono in questa zona, non lontana dal confine siriano. Ci vivono circa 1.000 persone, in maggioranza donne e bambini.
«Questi insediamenti non sono riconosciuti», spiega Joseph Hawad, responsabile di Beyond nella regione, «e questo accentua di molto i problemi. Non si possono fare lavori per migliorare le condizioni di vita della gente. Non si può portare acqua, energia o realizzare strutture migliori di queste tende».
I medici: «Anche un raffreddore può essere fatale»


Lettera43.it arriva al campo di Fayda in un giorno importante, si aspetta l’arrivo della clinica mobile dell'Unicef.
«Abbiamo messo in piedi queste strutture», dice Anna Maria Laurini, «per cercare di garantire un servizio sanitario di base a tutti gli insediamenti».
Le mamme escono dalle tende con i bambini e aspettano il loro turno in mezzo al fango.
«Malattie respiratorie, dissenterie, malnutrizione. Quasi tutti i bambini che visitiamo non sono in salute», spiega Hassan, uno dei due medici arrivati con la clinica. «In queste condizioni climatiche, igieniche e di cattiva alimentazione anche un semplice raffreddore può essere veramente pericoloso».

NERVI TESI TRA I RIFUGIATI. Mentre i due medici sono al lavoro, si sentono delle urla. Due uomini litigano, quasi vengono alle mani, poi torna la calma. Hassan non si ferma neanche per un istante: «Non ho tempo da perdere, guardate quanti bambini ho da visitare».
Joseph spiega che a scontrarsi erano i capi delle due sezioni dell’accampamento, litigavano per chi dovesse avere la precedenza nelle visite. Spesso nelle tendopoli si riproducono le divisioni politiche e settarie che erano vissute in patria. «Hanno perso tutto e non sanno immaginare il loro futuro», commenta Maria, «litigano per questo».

L'EMERGENZA RIGUARDA 300 MILA PERSONE. Non è facile stabilire quante persone siano costrette a vivere in queste condizioni. Secondo l'Unhcr sono circa 160 mila, ma l’Agenzia per i rifugiati tiene conto solo di chi si è regolarmente registrato come profugo nel Paese. Stime più attendibili parlano di almeno 300 mila persone.
E mentre in Libano il freddo stringe i profughi d'assedio, in Siria regala un giorno di tregua. Il primo dopo quasi quattro anni: «L'altro giorno non abbiamo registrato nessun nuovo decesso», dice il presidente dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, Rami Abdel Rahman. «Sebbene abbia aggravato le necessità umanitarie, la tempesta di neve ha protetto i siriani dalle bombe».

mercoledì 31 dicembre 2014

Mafia capitale, si cerca di mettere una toppa ai buchi dell'emergenza freddo. Un morto di freddo all'Esquilino

Redattore Sociale
Centinaia di posti di accoglienza notturna ancora bloccati per l’indagine su “Mafia Capitale”: si cercano alternative in altre strutture. Radicchi (Help Center stazione Termini) chiede una pianificazione certa: “Ma dobbiamo chiederci quanto davvero vogliamo investire sugli emarginati, che non portano voti”
Roma - In azione per “mettere una toppa” al blocco dei posti previsti dal Piano freddo, tuttora bloccati come effetto collaterale dell’indagine su “Mafia Capitale”. Temperature rigide a Roma e piena emergenza per le persone senza dimora e in condizioni di povertà estrema, con la nuova responsabile dell’assessorato alle Politiche sociali, Francesca Danese, che chiede la collaborazione del mondo dell’associazionismo e di quello religioso, con l’appello rivolto alle parrocchie di offrire supporto nell’assistenza. Viste le condizioni date, un impegno da apprezzare, secondo Alessandro Radicchi,che è presidente dell’Osservatorio sul disagio nelle stazioni e a Roma è responsabile dell’Help center della stazione Termini, collegato al centro diurno “Binario 95”. Radicchi spiega la situazione attuale ma soprattutto allarga lo sguardo pensando al futuro, illustrando ciò che servirebbe e chiedendo: “Vogliamo davvero investire sugli emarginati che non portano voti?”

“Il nuovo assessore si muove con il massimo impegno e si sta confrontando con tutto il terzo settore: il problema è che ci troviamo davanti un’emergenza notevole e bisogna correre ai ripari con soluzioni estreme”. Quest’anno il Piano freddo prevedeva 800 posti in più rispetto al passato, ma la programmazione effettuata in anticipo è saltata di fronte alle conseguenze dell’indagine su “Mafia capitale” che tiene bloccati (per verifiche sulle cooperative coinvolte) almeno 500 di quei posti, per di più per la quasi totalità riferiti ad accoglienze notturne, quelle di cui si sente maggiormente il bisogno. “Bisogna mettere le toppe – dice Radicchi – e fare di tutto, anche l’apertura notturna delle stazioni delle metropolitane, che peraltro è evidentemente solamente un palliativo”.

Il vero problema è la carenza di strutture adatte. Per trovarle le strade sono diverse. C’è la via del coinvolgimento religioso, cioè conventi e strutture non utilizzate, oltre che le parrocchie: secondo Radicchi potrebbe essere possibile supportare le parrocchie che scegliessero questa strada mettendo a disposizione degli operatori specializzati, “anche di concerto con la Santa Sede, visto che l’elemosiniere aveva fatto sapere che mettere a disposizione della liquidità per questo problema non sarebbe stato un problema”. Dieci parrocchie con dieci posti ciascuna sono già cento posti: C’è poi da esplorare la via di possibili accordi con militari (Esercito e non solo) e con la Protezione civile. E poi la ricerca di alberghi abbandonati o vuoti, con appositi accordi con le relative proprietà.

Ma dal responsabile dell’Help Center della stazione Termini arriva anche una domanda: “Bisogna capire una volta per tutte quanto si vuole investire sugli emarginati di cui quasi nessuno si occupa e che non portano voti”. E riferendo il caso di un uomo “che solo alcuni giorni fa, dopo otto anni di lavoro, siamo riusciti a convincere ad accettare un’accoglienza e un’assistenza medica”, spiega meglio: “Alcune persone, che hanno situazioni particolarmente gravi, hanno bisogno di alte professionalità per periodi lunghi di tempo per essere avvicinate e accolte: poiché anche questo è un costo (un operatore, a 15 euro l’ora, per 4 ore a settimana, cioè 200 all’anno, pesa 3.000 euro), dobbiamo capire se consideriamo ne valga la pena”. In pratica, dice Radicchi, va trovata la giusta via di mezzo fra la necessità di prestare assistenza e quella di evitare di accanirsi su chi non vuole essere assistito: tutto questo però dentro un sistema che al momento svolge soprattutto un servizio di pura emergenza.

[...]

martedì 17 dicembre 2013

Caritas Libano: "Migliaia di profughi siriani rischiano di morire per il gelo e la neve"

Asia News
Per mons. Simon Faddoul, presidente di Caritas Libano, la situazione dei rifugiati nella valle della Bekaa (est del Paese) è "terribile". Al freddo e alla fame si aggiunge il rischio di incendi causate da stufe improvvisate per sopportare il gelo. Ieri un bambino di un anno è morto in un rogo in un campo profughi nel sud del Libano. L'appello di Caritas per ricordare nel periodo natalizio gli oltre 1,3 milioni di rifugiati in fuga dalla guerra in Siria.
Beirut - "La situazione nella valle della Bekaa è terribile. Molte persone stanno morendo a causa di questo clima eccezionalmente rigido. I profughi hanno solo tende e baracche per ripararsi dal gelo e dalla neve". È quanto afferma ad AsiaNews mons. Simon Faddoul, presidente di Caritas Lebanon, che sottolinea la drammatica situazione degli oltre 800mila rifugiati siriani accampati nelle aree al confine con la Siria colpite dall'intensa tempesta di neve causata dal ciclone Alexa, che in questi giorni ha provocato alluvioni e tormente in tutto il Medio Oriente. 

"Insieme ad altre organizzazioni non governative e all'Onu - continua mons. Faddoul - la Caritas tenta di soccorrere i rifugiati. In queste settimane abbiamo distribuito migliaia di coperte, materassi, stufe a kerosene, vestiti invernali , teloni di plastica e buoni carburante, nella speranza di scongiurare il peggio, ma i nostri sforzi non sono sufficienti. L'esodo è quotidiano, il numero delle persone che varcano ogni giorni i confini è ormai incalcolabile". Il sacerdote lancia un appello ai Paesi occidentali e a tutti i cristiani invitandoli ad inviare aiuti e denaro per la popolazione siriana.

Nella sola valle della Bekaa vi sono circa 430 insediamenti improvvisati. Le famiglie più "attrezzate" hanno costruito i loro ripari con tavole di legno, sacchi di iuta e lamiere, divenuti ormai un bene di lusso. Gli ultimi arrivati tentano di trovare rifugio nei ripari di altri gruppi familiari, ma le baracche sono piccole e le famiglie numerose. Per molte persone l'unica alternativa è dormire in tende realizzate con teloni di plastica e costruite alla meno peggio con cartone, copertoni e altri rifiuti.

Per mons. Faddoul l'inverno di quest'anno ha trasformato la già grave situazione umanitaria dei rifugiati in una catastrofe: "Molte madri tentano di scaldare i propri figli accendendo dei falò all'interno delle baracche, con un alto rischio di incendi. L'ultimo è avvenuto proprio questa notte in un campo situato nel sud del Libano. Il rogo causato da un piccolo falò si è propagato per tutto l'insediamento uccidendo un bambino di un anno e facendo diversi di feriti. Tali incidenti possono accadere ogni giorno". Il sacerdote sottolinea che a una "emergenza del genere si può rispondere solo con la carità, donando aiuti e ricordando, soprattutto nel periodo natalizio, il destino di centinaia di migliaia di persone che in questi tre anni hanno perso i loro familiari, la loro casa e ora rischiano di morire per il freddo e la fame".

Nonostante la grave situazione molte famiglie di profughi, cristiani e musulmani, preparano al Natale. Nei prossimi giorni la Caritas organizzerà alcune iniziative per i bambini residenti nei campi profughi. "Stiamo preparando con i nostri volontari - spiega mons. Faddoul - dei giochi e canti natalizi per portare un po' di speranza e gioia, almeno fra i più piccoli".