Pagine

Visualizzazione post con etichetta Catania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Catania. Mostra tutti i post

domenica 7 maggio 2017

Un ultimo estremo atto di giustizia per Osman il ragazzo immigrato morto per un berretto

Comunità di Sant'Egidio - Sicilia ONLUS
Oggi la nave Phoenix della ONG MOAS è arrivata al porto di Catania. Portava con sé 394 migranti salvati dai trafficanti e dall'orrore della morte, uno di loro non ce l'ha fatta ed è stato accolto da una preghiera, un atto estremo di giustizia e di saluto.



Una bella e commovente lettera scritta da padre Lobato Mupupuho, prete della Comunità di Sant’Egidio di Catania.


Questa mattina sono stato al porto di Catania per ricevere i migranti, sostenerli spiritualmente, aiutarli, pregare con loro.
Oggi la nave Phoenix della ONG MOAS è arrivata al porto di Catania. Portava con sé 394 migranti salvati dai trafficanti e dall’orrore della morte, uno di loro non ce l’ha fatta ed è stato accolto da una preghiera, un atto estremo di giustizia e di saluto.
E’ stato terribile vedere tra loro anche un ragazzo di 19 anni della Sierra Leone. Era morto. Ucciso dalla pistola di un trafficante che lo ha ucciso perché non ha voluto dargli il suo berretto da baseball. In Libia la vita di una persona vale un berretto. E’ da lì che fuggono i migranti, a volte disprezzati, spesso presi in giro, troppe volte non accolti con l’amore che può rimarginare le ferite ricevute in quella terra.
Oggi ci stringiamo commossi vedendo il corpo di Osmam, questo il nome del ragazzo, ma quanti sono quelli che arrivano che hanno sofferto le pene dell’inferno?
Quanti non sono mai arrivati?
Per lui quel berretto era importante, perché lo proteggeva dal sole e di notte del vento freddo, così mi ha raccontato la signora Regina Egle Catrambone del MOAS.
Osman,veniva dalla Sierra leone, un paese come sappiamo ferito da un male drammatico come l’ebola, da tante violenze,un paese pieno di vedove e di orfani.
Sono un prete cattolico ho avuto l’opportunità di dare a Osman l’estremo saluto benedicendo il suo corpo e così consegnandolo a Dio.
Ho abbracciato suo fratello, aveva ancora la forza di ringraziare tanto per quella preghiera, per essere stato salvato.
I bambini arrivati con questa nave erano tanti . Ho visto tante famiglie, madri, padri, nonni, nipoti.
C’erano tanti anziani che non riuscivano nemmeno a scendere da soli sulla nave.
Sono tutti dei sopravvissuti.
Non avevo mai visto una cosa di genere, c’erano tante famiglie siriane.
Nel salutare Osman, eravamo tutti commossi, io, i migranti, i membri dell’equipaggio. Quella nave io la chiamerò sempre “La nave della Misericordia”.
Regina Egle Catrambone, mentre eravamo commossi mi ha detto: ti ringrazio padre, ringrazio la Comunià di Sant’Egidio per averlo benedetto chi non ha visto con i suoi occhi la terra italiana. Per avere salutato nostro fratello Osman.
La gratitudine è mia, è nostra.
Ha abbracciato la bara di Osman mettendo il berretto dentro la barra.
Un ultimo estremo atto di giustizia.

martedì 23 giugno 2015

Catania - La moschea al centro della città aiuta molte famiglie di italiani poveri

Internazionale
Bangladesi, mauriziani, marocchini, egiziani, somali, senegalesi. La moschea di piazza Cutelli, nel centro storico di Catania, è la più grande del Mezzogiorno e accoglie centinaia di fedeli. 
Tanto che per il primo venerdì di Ramadan, il mese sacro del calendario islamico cominciato lo scorso 18 giugno, c’è chi è arrivato da Palermo, da Torino e chi, in fuga dal Medio Oriente, è qui solo di passaggio. 

Rotto il digiuno e terminata la preghiera, a sedersi ai tavoli allestiti per la cena comunitaria ci sono però anche alcuni italiani. La moschea della Misericordia e gli spazi del centro islamico sono infatti un riferimento per un quartiere popolato da molte famiglie indigenti, in gran parte italiane. Un elemento di integrazione e interazione sostenuto da diverse associazioni catanesi e capace, grazie a un accordo con il Banco alimentare di Sicilia, di offrire un aiuto continuativo a chi ha bisogno, anche oltre al periodo di Ramadan.

“Al di fuori delle cene per il mese sacro non possiamo offrire da mangiare, non avendo una cucina adeguata”, spiega Abdelhafid Keith, imam della moschea e presidente della comunità islamica di Sicilia. “Abbiamo così deciso di muoverci in altro modo”. L’idea si è concretizzata a ridosso del Natale 2013 ed è cresciuta rapidamente, diventando un servizio stabile a partire dall’estate 2014.

“Abbiamo stretto un accordo con il Banco alimentare che ci consegna parte dei viveri raccolti durante la colletta alimentare nei supermercati: noi prepariamo i pacchi e, due volte al mese, li distribuiamo a chi ne fa richiesta”, racconta Ismail Bouchnafa, direttore del centro islamico annesso alla sala di preghiera. Si tratta di circa 300 famiglie, provenienti soprattutto dallo storico quartiere Civita, un lembo di case basse tra il porto e la via Vittorio Emanuele. “In alcuni periodi siamo arrivati a supportare fino a 500 nuclei familiari: vagliamo le richieste, teniamo un database di chi accede al servizio e inoltriamo poi le liste al Banco alimentare”. Un aiuto fondamentale di cui beneficiano, per l’80 per cento dei casi, famiglie italiane residenti da generazioni in uno dei quartieri più poveri della città.

Alla collaborazione con il Banco alimentare il Centro islamico affianca quelle con il Movimento dei focolari, per un’attività di doposcuola offerta a alunni italiani e stranieri, con la Comunità di Sant’Egidio e con la Caritas diocesana. “Chi fa il digiuno non può mangiare alla mensa della Caritas perché gli orari non sono compatibili”, spiega Bouchnafa. “Così la Caritas ci ha offerto parte della propria spesa alimentare, aiutandoci a dare un pasto ai musulmani più bisognosi, in uno spirito di condivisione e di ringraziamento per chi, come diverse associazioni di ispirazione cristiana, ha sempre aiutato i nostri confratelli”.

Un’ospitalità reciproca che, secondo Abdelhafid Keith, deve essere “al centro della vita di ogni fedele e dell’esperienza del digiuno, che insegna a mettersi nei panni degli altri”. “La nostra moschea è nel cuore della città”, sottolinea l’imam. “Dalla sua apertura, nel 2012, è diventata un luogo di incontro e dialogo, patrimonio di tutti i catanesi”. A confermarlo, seduti alle tavolate per la cena del Ramadan, sono alcuni anziani del quartiere, serviti dai volontari del Centro islamico. Cercano, a gesti, di capirsi con dei giovani siriani, sbarcati da pochi giorni. Per loro, come le per migliaia di connazionali che li hanno preceduti, la moschea di Catania continua a essere un punto d’appoggio nel lungo viaggio verso il nord Europa.

sabato 21 settembre 2013

Carceri: Dap, Polizia penitenziaria salva vita a detenuto che tenta il suicidio a Catania

Adnkronos
Roma, Tentato suicidio nel carcere di Catania Bicocca, sventato dall'intervento della Polizia Penitenziaria. ''E' solo uno dei tanti episodi da ascrivere al merito della Polizia Penitenziaria quello che stamattina si e' verificato nel carcere di Catania Bicocca". 


Lo afferma in una nota Luigi Pagano, vicecapo vicario del Dap, parlando dell'intervento dell'assistente Capo Guadagno che, durante un giro d'ispezione nel reparto, ha notando i movimenti del detenuto, C.A., 31 anni, in attesa di 1° giudizio, ha aperto immediatamente la porta della cella, ha strappato dalle mani il pezzo di stoffa e ha riportando alla calma il detenuto. "Sono tanti i tentativi di suicidio nelle carceri prosegue Pagano - molti sono atti puramente dimostrativi, vale a dire che non vi e' una vera intenzione di portare a termine l'atto suicida, magari e' solo un modo per attirare attenzione sulla propria condizione, ma in tanti altri casi le intenzioni sono reali, e solo il tempestivo intervento degli agenti penitenziari impedisce l'esito fatale''. ''E' giusto raccontarli questi episodi - spiega Pagano - per ricordare a tutti che la Polizia Penitenziaria, all'interno delle carceri, lavora con professionalita' e partecipazione umana per rendere meno dure le condizioni detentive''.