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venerdì 8 maggio 2015

2014, record di sfollati interni: sono 38 milioni - 30 mila al giorno lasciano la loro casa per cercare un luogo sicuro

VITA
I dati sono stati divulgati dal “Rapporto Global Overview 2015” del Internal Displacement Monitoring Centre, il centro di ricerca del Norwegian Refugee Council. «Ogni giorno 30.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case», sottolinea il segretario generale Jan Egeland

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Il numero di persone fuggite all'interno del proprio paese a causa di conflitti o violenze ha raggiunto la cifra record di 38 milioni, pari all’insieme degli abitanti di Londra, New York e Pechino. «Questi dati sono i peggiori dell’ultima generazione e segnalano il nostro completo fallimento nella protezione di civili innocenti», ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council (NRC).

L'Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), il centro di ricerca del NRC, ha presentato il suo rapporto “Global Overview 2015: People internally displaced by conflict and violence” presso le Nazioni Unite a Ginevra. Per il terzo anno di fila, i dati relativi al numero di persone in fuga all’interno del proprio paese ha superato il precedente record, con il rapporto documenta 11 milioni i nuovi sfollati a causa delle violenze nel 2014.

«I diplomatici di tutto il mondo, le risoluzioni delle Nazioni Unite, i colloqui di pace e gli accordi di cessate il fuoco hanno perso la loro battaglia contro uomini armati e senza pietà, spinti da interessi politici o religiosi, i che da imperativi umani», ha dichiarato Egeland. «Questo rapporto dovrebbe costituire un sostanziale campanello d'allarme. Dobbiamo interrompere questa tendenza in cui milioni di uomini, donne e bambini rimangono intrappolati nelle zone di conflitto di tutto il mondo».

Volker Türk, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR, ha affermato che tale, impressionante, numero di persone in fuga a causa di conflitti e violenze anticipa ulteriori esodi. «Sappiamo che sempre più sfollati sono costretti a fuggire più e più volte all'interno del loro paese. Quanto più a lungo dura il conflitto, tanto più si sentono insicuri e quando la disperazione dilaga sono in molti a decidere di attraversare le frontiere e diventare rifugiati», ha dichiarato.

«Come abbiamo visto nel recente passato, ad esempio nel Mediterraneo, la disperazione spinge le persone a tentare la sorte, anche rischiando pericolose traversate in barca. La soluzione più ovvia è rappresentata da uno sforzo a tutto campo per portare la pace nei paesi devastati dalla guerra», ha aggiunto Türk.

Il rapporto evidenzia inoltre come i casi di esodo di lunga durata o prolungati contribuiscano in maniera rilevante all’allarmante dato totale sugli sfollati nel mondo. Nel 2014, in quasi il 90% dei 60 paesi e territori monitorati dall’IDMC erano presenti persone sfollate da dieci o più anni.

«Con nuove crisi in corso o con il peggioramento di quelle già esistenti, come in Ucraina o l'Iraq, nuovi casi di sfollati vanno ad aggiungersi a una già massiccia popolazione globale di sfollati a cui sembra impedito di trovare il modo di porre fine al proprio esodo», ha dichiarato Alfredo Zamudio, direttore dell’IDMC.

«La maggior parte di questa vasta popolazione è composta da coloro che sono diventati sfollati molti anni fa, in Azerbaigian o Cipro. Di conseguenza, ciò a cui comunemente assistiamo è che l’esodo interno costringe un individuo a un circolo vizioso a cui diventa sempre più difficile sfuggire con il passare del tempo», ha affermato Zamudio.

Il rapporto dell’IDMC descrive inoltre come questi esodi interni spesso rivelino difficoltà strutturali all'interno di un paese, e come tali crisi possano essere prolungate a causa di una deliberata politicizzazione della questione da parte del governo o del suo rifiuto di trovare una risoluzione formale per risolverle.

«38 milioni di esseri umani soffrono - spesso in condizioni orrende, trovandosi senza speranza e senza futuro. Se non ci impegniamo a cambiare il nostro approccio, l'onda d'urto di questi conflitti continuerà a perseguitarci per i decenni a venire», ha dichiarato Egeland.

domenica 4 gennaio 2015

Il bilancio della guerra in Siria nel 2014: 76.021 morti nel 2014, 17.790 civili di cui 3.500 bambini

Il Journal
Il conflitto civile in Siria ha rappresentato un autentico massacro, rendendo difficile anche fare delle stime precise. Ma i numeri diffusi dall’osservatore sui diritti umani sono già molto tragici.

I morti della guerra in Siria sono stati almeno 76.021 solo nel 2014. I numeri sono stati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani e vanno presi come una stima al ribasso, visto che in alcune aree del Paese – tipo quelle controllate dall’Isis – è impossibile ottenere informazioni (qui un articolo per orientarsi tra le varie fazioni in lotta).
Il bilancio delle vittime civili in Siria

Secondo le stime dell’organizzazione umanitaria, le vittime civili della guerra in Siria sono 17.790 di cui 3.500 bambini. Per quanto riguarda gli equilibri del conflitto, invece, il terribile conteggio parla di 32.747 combattenti anti-governativi uccisi nel corso degli scontri, mentre sono 22.627 i soldati e le milizie pro Assad rimaste vittime della guerra portata avanti nel 2014.

Le Nazioni Unite hanno sostenuto che dal 2011, anno di inizio del conflitto, sono morte oltre 200mila persone. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani sono precisamente 206.603. L’organizzazione ha sede in Gran Bretagna e raccoglie le informazioni grazie agli attivisti presenti sul territorio. Dunque, i dati non possono essere valutati in maniera precisa e indipendente. In ogni caso è immaginabile che l’entità della tragedia sia superiore anche a queste statistiche, già molto gravi.
Gli spiragli di pace tra regime e opposizione

Il regime di Damasco, negli ultimi giorni dell’anno, ha fornito una cauta apertura per un dialogo con le opposizioni non islamiste. La Russia ha offerto la propria disponibilità per mediare e raggiungere almeno inizialmente una tregua tra l’esercito regolare e la Coalizione Nazionale, capeggiata da Hadi al-Bahra, oltre che altri esponenti delle opposizioni, tra cui Qadri Jamil, ex uomo di Assad, ‘protetto’ dalla Russia e quindi ammesso all’eventuale tavolo per i colloqui di pace.

Il presidente Bashar Assad ha diminuito le sue apparizioni pubbliche, a conferma di una crescente preoccupazione sulla propria incolumità. Tuttavia, in una dichiarazione ha spiegato che la guerra potrebbe essere ancora molto lunga. Che sia una parziale presa di coscienza che la forza del suo esercito non basta?