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giovedì 23 agosto 2018

Da fantasmi a cadaveri: le sparizioni forzate (desaparecidos) nella Siria di Assad

Corriere della Sera
"Ci vorranno anni, forse non succederà mai. Ma io devo combattere perché i responsabili di questo massacro paghino per i loro delitti". Anwar Al Bunni sa bene cosa significa essere un prigioniero di Assad. Nel maggio 2006 è stato in carcere per aver firmato un documento in cui si chiedeva al regime una riforma democratica.

Una manifestazione a Londra dell’associazione siriana Families for Freedom. (Bissan Fakih per Families for Freedom)
Una volta uscito di prigione nel 2011 la situazione era peggiorata ulteriormente. Era iniziata la primavera araba e il governo di Damasco stava per torturare e uccidere migliaia di persone, soprattutto giovani. Oggi che sono passati più di otto anni, Al Bunni non riesce a dimenticare. "Molti di loro non sono più tornati ma io ho ancora davanti agli occhi tutti i loro volti", dice al Corriere della Sera.

Al Bunni è un avvocato e con l'aiuto della ong tedesca European Center for Consitution and Human Right si batte per assicurare alla giustizia i colpevoli delle sparizioni forzate. Di recente il governo siriano ha notificato la morte di alcuni attivisti morti in stato di detenzione a Damasco. 


E ci si aspetta che a breve faccia lo stesso per Aleppo. Ma Al Bunni sa bene quanto questa sia solo la punta dell'iceberg e che il regime non ammetterà mai le sue colpe. Assad e i suoi uomini si sentono al sicuro da ogni tipo di condanna.

"La Siria non ha firmato il trattato di Roma che crea la Corte Penale Internazionale dell'Aja, dunque nessun siriano può essere processato di fronte a questo tribunale. Ma se un domani qualche gerarca di Assad o il presidente stesso dovessero lasciare la Siria, beh allora le cose potrebbero cambiare", spiega ancora il legale. Affinché però ci sia una possibilità di assicurare queste persone alla giustizia sono necessari dei mandati di cattura internazionali. Non tutti i Paesi permettono di spiccare mandati per persone che abbiamo compiuto crimini al di fuori della loro giurisdizioni. Ma ci sono delle eccezioni: la Germania è uno di questi. E proprio il giugno scorso la giustizia tedesca ha emesso un mandato per Jamil Hassan, capo dei servizi segreti di Damasco, accusato di "aver ucciso centinaia di persone tra il 2011 e il 2013".

Tra le denunce che Al Bunni ha presentato per arrivare a questo importante risultato c'è quella di Yazan Awad, 30 anni. Nel 2011 Awad era uno studente figlio di una ricca famiglia di Damasco. Lui e i suoi amici scendevano spesso a manifestare in piazza. Fino a quando viene arrestato. Le forze di sicurezza lo portano alla base di Al Mezzeh. Al Mezzeh è un nome che tutti i siriani conoscono e temono: già Assad padre la usava per rinchiuderci gli oppositori. Il carcere venne dismesso ma nell'adiacente base militare le torture sono continuate. "Mi hanno frustato, volevano sapere i nomi dei miei compagni poi mi hanno sbattuto in una cella con altre 180 persone", racconta al Corriere della Sera Awad. Il peggio doveva ancora venire. "Al 36esimo giorno mi hanno messo una pistola in bocca e mi hanno obbligato a recitare la shadada (la dichiarazione di fede musulmana)".

Awad rivede alcuni dei suoi amici in carcere, alcuni di loro oggi non ci sono più. "Io non ho mai incontrato Jamil Hassan ma alcuni di loro sì. Ed è stato terrificante". Grazie all'intervento della famiglia Awad viene liberato al 137esimo giorno e con l'aiuto di Al Bunni i suoi genitori riescono a farlo scappare in Germania. "Allora non lo capivo ma se fossi rimasto sarei morto".

In quegli stessi mesi, come dimostrerà nel 2015 un approfondito rapporto di Human Rights Watch basato sulle immagini fornite da Caesar, il disertore del regime che ha fornito al mondo le prove delle torture, migliaia di giovani sono scomparsi. Queste fotografie, in cui vengono mostrati i cadaveri identificati da un numero, rappresentano uno sforzo burocratico da parte del governo siriano di tenere il conto dei morti nelle prigioni. Caesar, il nome è di fantasia, era incaricato di documentare i decessi a partire dal 2011. Quando il disertore porta fuori le prove (oltre 55 mila fotografie e documenti), finalmente ciò che era un sospetto diventa una certezza. Le immagini dei corpi mostrano segni di sevizie terribili. È un pugno nello stomaco per l'opinione pubblica. Quelle foto, che vi mostriamo, fanno il giro del mondo.

È sulla base di queste prove che Al Bunni e i suoi assistenti riescono a imbastire i casi. E non a caso hanno deciso di lavorare in Germania. Qui a causa del conflitto ha trovato rifugio un milione di siriani. Oltre alla ong tedesca, sono tante le associazioni per i diritti umani che si sono messe al lavoro in questi anni per fornire le prove dei massacri. Tra queste la Commission for International Justice and Accountability (CIJA), in italiano "Commissione per la Giustizia e la Responsabilità Internazionale", che ha svelato la massiccia documentazione finora raccolta sulle torture e le esecuzioni di massa ordinate personalmente anche da Assad.

A riportarne i dettagli è un'accurata inchiesta di Ben Taub per il New Yorker, che ha avuto accesso agli archivi della Commissione. Il direttore e fondatore della CIJA è William Wiley, canadese che ha lavorato in diversi tribunali internazionali di alto profilo, mentre il Capo del team investigativo è l'avvocato Chris Engels.

La Commissione lavora da anni per raccogliere elementi e documenti sui crimini di guerra e contro l'umanità compiuti in Siria, avvalendosi della collaborazione di siriani che rischiano la vita per far uscire all'esterno migliaia di documenti dei vari servizi di sicurezza, d'intelligence e di polizia. Il risultato è un documento legale di 400 pagine in cui parla di "un record di torture sponsorizzate dallo Stato che è quasi inimmaginabile nel suo scopo e nella sua crudeltà".
Marta Serafini


Leggi anche su questo blog:
Siria, Assad inizia a fornire i nomi dei primi 400 "desaparecidos" che Amnesty stima siano 82.000

I sequestrati della Diciotti. Oltre alle gravi violazioni un boomerang politico? I "cattivisti" europei sono felici.

Corriere della SeraUna cosa è la politica, un’altra è la legge. Per realizzare obiettivi politici bisogna perciò muoversi dentro la legge, le convenzioni, le norme interne e internazionali. Più che mai in materia di migranti, e di sicuro quando sei il ministro degli Interni. 


Oggi il governo italiano sta invece sperimentando l’impossibilità di risolvere il problema degli sbarchi in assenza di un accordo europeo. Salvini può certo impedire a navi battenti bandiera di altri paesi di scaricare in Italia i migranti raccolti in mare, e lo ha fatto. Ma non può impedirlo a una nave militare italiana. Si sta riproducendo dunque a Catania un caso Diciotti bis, esattamente come a luglio, quando dovette intervenire il Capo dello Stato per ricordare al premier Conte che non si poteva negarle l’attracco. Ma il Presidente non può diventare un supplente del premier, e in un mese niente è cambiato. 

Così oggi ci troviamo di fronte alla situazione paradossale e francamente inquietante di una Procura che ipotizza un reato — sequestro di persona dei 177 «ostaggi» sulla nave — di cui il ministro degli Interni si assume apertamente la responsabilità, sfidando il procuratore. Mentre si accende uno scontro istituzionale esplicito perché Salvini intima al presidente della Camera Fico, che aveva criticato il blocco nel porto di Catania, di farsi i fatti suoi.

È la prova che la questione migranti, se mal gestita, può diventare un boomerang per la stessa maggioranza. Ciò che manca — spiace dirlo — è ancora una volta il Presidente del Consiglio. 
È lui che dovrebbe far sbarcare i migranti. 

Ed è lui che si era impegnato a trovare in sede europea una intesa per proteggere il giusto interesse italiano a non diventare l’unico porto di accoglienza di fuggiaschi che in realtà sono diretti in Europa. La sua promessa di far sì che i confini dell’Italia venissero da ora in poi considerati confini comuni dell’Unione europea non si è realizzata: ha ottenuto solo una «cabina di regia», che a Bruxelles non si nega a nessuno. In qualche occasione l’uno o l’altro paese ha fatto il bel gesto di prendersi una decina di migranti; ma questo non equivale a una nuova politica europea. Che infatti non c’è. E se il governo sovranista si fa trattare come i governi precedenti, allora il suo gioco è perso.

Mentre i reazionari del Cambiamento si fanno i selfie 177 persone sono da giorni in condizioni difficili a bordo dell'imbarcazione della Guardia Costiera. La procura apre un'indagine.

Viene qui al pettine il nodo cruciale della maggioranza giallo-verde: ha detto agli italiani che il nostro problema sono i vincoli europei, e che li avrebbe rimossi. Ma in realtà il nostro problema è che senza l’aiuto europeo non possiamo farcela. 
Chiudendosi all Europa, l’Italia rischia solo di diventare un imbuto in cui i migranti arrivano ma da cui non escono. Ci sono governanti negli altri Paesi, spesso più sovranisti e «cattivisti» dei nostri, che sono felicissimi di questo isolamento italiano e che lavorano cinicamente per aggravarlo. Più i migranti restano da noi e meno problemi hanno loro. 
Ma il nostro governo non deve fare il loro gioco, al contrario.

Il ministro Salvini dovrebbe perciò capire che con le misure di polizia, come quella di bloccare lo sbarco a Catania, non solo non risolverà il problema internazionale che lui stesso ha posto, ma anzi rischierà di trasformarlo in un problema interno: mostrando i muscoli, invece che a Bruxelles, a Fico e a Toninelli, alle procure e al Quirinale, e generando così una vera e propria crisi istituzionale. Qual è il vantaggio che ne trarrebbe l’Italia?

Antonio Polito

mercoledì 22 agosto 2018

Cambogia, scarcerata Tep Vanny, la leader del movimento per la casa, dopo 700 giorni di carcere.

Amnesty International
Dopo oltre 700 giorni di carcere, il 20 agosto 2018 un provvedimento di grazia firmato dal re ha consentito a Tep Vanny, leader del movimento per il diritto alla casa della Cambogia, di tornare libera.

Sono stati, i suoi, due anni di detenzione ingiusta, dovuti solo al suo pacifico attivismo per il diritto all’alloggio.

Il 23 febbraio 2017 Tep Vanny era stata condannata a due anni e mezzo di carcere per “violenza intenzionale aggravata”, dopo che nel 2013 aveva preso parte a una protesta, convocata di fronte all’abitazione del primo ministro Hun Sen, per chiedere il rilascio di un’attivista della comunità del lago Boeung Kak, sotto sgombero in nome di uno dei tanti progetti di “riqualificazione urbanistica” (in altre parole, per fare spazio ad abitazioni di lusso e centri commerciali) in corso nella capitale Phnom Penh.

Tep Vanny era stata condannata anche a versare salatissimi risarcimenti ai due agenti di polizia che avevano denunciato di essere stati aggrediti.

Il 27 luglio 2017 e il 7 febbraio 2018 la sua condanna era stata confermata rispettivamente in appello e in Cassazione.

Nell’ultimo anno e mezzo oltre 200.000 persone hanno firmato l’appello di Amnesty International per chiedere la sua scarcerazione.

Garante detenuti scrive al Viminale sulla nave Diciotti: "Migranti privati di fatto della libertà, viola la Costituzione". A bordo 20 minori non accompagnati.

Huffpost
Il Garante nazionale, nel seguire la vicenda della nave Diciotti, ormeggiata nel porto di Catania con 177 persone a bordo e priva di autorizzazione allo sbarco dal 16 agosto scorso, in una lettera al Ministero dell'Interno esprime "preoccupazione" per la situazione di stallo, che potrebbe configurare anche una violazione della Carta Costituzionale.


La maggioranza dei migranti sarebbe, secondo quanto risulta al Garante, di nazionalità eritrea e a bordo ci sarebbero oltre 20 minori non accompagnati. "Le persone a bordo della nave - ricorda - si trovano in una condizione di privazione della libertà di fatto: senza la possibilità di libero sbarco e senza che tale impossibilità di movimento sia supportata da alcun provvedimento che definisca giuridicamente il loro stato. Ciò potrebbe configurarsi come violazione dell'articolo 13 della Costituzione e dell'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU)"

Il Garante ricorda che già nel 2016 l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la mancanza di un'idonea base legale per il trattenimento nel 2011 di alcuni cittadini tunisini nel Centro di Lampedusa e in alcune navi ormeggiate nel porto di Palermo.

La prolungata permanenza dei migranti a bordo della nave - a quanto risulta al Garante essi sono costretti a dormire sul ponte e esposti alle condizioni climatiche, in situazione di sovraffollamento e di promiscuità - potrebbe configurarsi come violazione dell'articolo 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della CEDU, soprattutto se sono coinvolti soggetti vulnerabili come minori o persone traumatizzate

"Ora l'approdo al porto di Catania senza possibilità di sbarco - sottolinea il Garante -, se forse ha ridotto tale rischio di violazione ha anche reso ancor più evidente l'incongrua situazione di privazione della libertà personale. La mancata autorizzazione allo sbarco, con la conseguente impossibilità di valutare le singole situazioni, appare ancor più critica visto che la maggior parte dei migranti sono di nazionalità eritrea, e dunque in 'evidente bisogno di protezione internazionale', secondo la terminologia utilizzata dalla Commissione europea nella procedura di relocation operativa fino al settembre 2017".

Il Garante ricorda che "il trattamento riservato finora ai migranti è in contrasto con la piena effettività del diritto di accedere alla procedura d'asilo. Principio, questo sancito dalla Convenzione di Ginevra, dal diritto comunitario e dalla normativa italiana".

Infine il Garante esprime "rammarico per alcune affermazioni circolate in questi giorni e non smentite che vanno nella direzione della costruzione di una cultura che tende a considerare irrilevante la vita delle persone rispetto al dirimersi di conflitti di responsabilità tra diversi Paesi. La tutela dei diritti fondamentali delle persone non può essere sacrificata per nessun motivo, al di là della ragionevole aspettativa dell'Italia verso una maggiore solidarietà europea in tema di crisi migratorie".

Vittorino Andreoli: "Siamo la società dell'homo stupidus stupidus stupidus. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici"

Huffpost
Lo psichiatra ad Huffpost: "Distruttività, frustrazione e l'insicurezza sono le caratteristiche del nostro tempo. Siamo la società della paura e domina la cultura del nemico".

"Viviamo in una società dominata dalle frustrazioni. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia sa a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo".

Vittorino Andreoli, noto psichiatra e prolifico scrittore, riflette così sulla contemporaneità e sull'uomo. Lo fa nel suo ultimo romanzo, presentato al Salone del Libro di Torino, Il silenzio delle pietre (Rizzoli, pp.328). "Non credo alla divisione categorica fra romanzi e saggi" specifica lui. Non a caso, il volume è una lunga narrazione ambientata nel 2028: i tempi non sono più gli stessi, l'uomo non è più libero di scegliere, ma ha solo l'opzione benedetta dell'esilio. Che diventa mitico, e narrativo, quando si rivela volontario e scozzese. "Il mio protagonista – continua Andreoli - scappa da tutto. Scappa dai rumori, da internet, dal mondo virtuale che spaventa e occupa il tempo, impedendo di pensare. Scappa in un luogo in cui l'uomo ancora non c'è. Sceglie una baia meravigliosa, nella natura, per scampare a questa nostra società di frustrati".

Ha parlato di violenza e di distruttività. Che differenza c'è?
La violenza è finalizzata a produrre danno agli altri. Uno è geloso perché c'è qualcuno che gli ha portato via l'oggetto d'amore, e si vendica violentemente: lo ammazza. Ma, realizzato questo scopo, la violenza decade.

E la distruttività?
La distruttività invece è la tendenza a fare del danno agli altri, ma anche a se stessi. Si uccidono moglie, figli e ci si uccide. È una piccola apocalisse. Ed è molto frequente nelle famiglie oggi.

Stiamo vivendo un tempo distruttivo anche per la politica?
C'è il desiderio di fare la guerra, per mascherare situazioni personali, per fare le armi, per alimentare gli arsenali nucleari. C'è aria di guerra, e la guerra è distruttività. Lo ribadisco: la distruttività è la caratteristica fondamentale del nostro tempo.

Quali sono le altre?
La frustrazione e l'insicurezza. Siamo la società della paura. Domina la cultura del nemico.

Questo cosa comporta?
Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli.

E poi?
Sa, c'è stato il periodo della ragione, dei lumi, delle grandi ideologie e adesso...

Adesso?
Adesso abbiamo il periodo della stupidità.

Perché dice così?
Perché governa l'irrazionalità! Domina l'assurdo. Non c'è il senso dell'etica. Peggio di così... E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all'homo pulsionale.

Ricordavo che appartenessimo all'homo sapiens sapiens.
No! In questo momento storico in cui domina l'assurdo, noi siamo l'homo stupidus stupidus stupidus.

Per quale motivo?

Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è la stupidità. Se oggi uno non è stupidus in questa società non può vivere.

Come ci si salva?
Facendo come il protagonista del mio romanzo, che va in un mondo bellissimo dove non esistono commendatori. Dove non esiste l'uomo. La genesi si è fermata al quinto giorno, perché il Padre eterno è molto intelligente e in una parte del mondo non ha fatto l'uomo.

Dove si concentra la stupidità oggi?
Nel potere. Il potere oggi è per definizione stupido. Io uso il potere come verbo: posso, quindi faccio. E faccio perché posso. Il potere è l'aspetto più chiaro della stupidità.

Lei si considera un uomo di potere?
No. Ho scritto dei Nessuno, quelli con la N maiuscola, perché in questa società c'è qualcuno che non è stupido, e sono i Nessuno. Io sono un Nessuno, perché non conto niente.

Ma lei conta...
Essendo Nessuno non devo accettare compromessi. Il Nessuno è colui che c'è, ma è come se non si fosse. Amo questa società, quella fatta dalle persone bellissime che non contano niente.

Non conta niente, però c'è un qualcuno, Gene Gnocchi, che le fa l'imitazione in televisione.
L'ho vista poco tempo fa. Considero l'umorismo e l'ironia come difensive. Aiutano la gente a sopravvivere. Io amo i matti, considero la follia stupenda, umana, e quello che ho sempre cercato è l'uomo rotto. E l'ho sempre cercato con un'arma, l'ironia. Anche se non l'ho mai incontrato, considero Gene Gnocchi molto bravo.

Anni fa con Andrea Purgatori su Huffington Post fece una diagnosi al nostro Paese ormai storica. Possiamo aggiornarla, questa diagnosi?
L'Italia è solo peggiorata perché non è mai stata curata.

E gli italiani?
Siamo dei masochisti felici: viviamo in un costante e grave pericolo economico e sociale, però siamo capaci di divertirci.

E poi?
Siamo frustrati. Pieni di rabbia. Darwin parlava di istinto, ma noi stiamo regredendo all'epoca della pulsionalità. Si guardi intorno.

Lo faccio ogni giorno.
Ecco: ormai non c'è l'etica, ma ci sono i comitati etici. Domina l'io e non il noi. Io voglio questo. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.

In questo contesto, crede che sia significativo l'aumento della violenza sulle donne?
Antropologicamente, la donna è stata da sempre preda dell'uomo. Salomone, che era la saggezza del popolo, diceva: "Più terribile della morte è la donna, solo l'uomo timorato di Dio ne può scampare, mentre il peccatore ne è avvinto, abbindolato".

Dopo cosa è accaduto?
Poi è arrivato Cristo, che le donne le ha rispettate. C'è stata la cultura che faticosamente ha dato valore alla donna, alla femminilità, alla sua resistenza. Ma se precipitiamo nell'uomo pulsionale, la donna ritorna ad essere la preda.

L'altro giorno a Cannes 83 attrici hanno sfilato silenziosamente in segno di protesta contro l'industria cinematografica, e le discriminazioni di genere. Cosa pensa di quel movimento globale che è #metoo e delle conseguenze inevitabili che avrà sul presente?
La donna ha ancora bisogno di un movimento forte. Ricordo ancora che presi parte alla storica marcia delle donne da Central Park fino a Broadway. Oggi però la donna non deve fare l'errore del femminismo degli anni Settanta.
Quale?
Escludere gli uomini. Averlo fatto, in passato, non le ha permesso di crescere. Il movimento, come diceva quella grande donna che era Ida Magli, bisogna farlo insieme. Altrimenti l'uomo resterà culturalmente distaccato. Resterà un omuncolo.

Lei come si sente?
Io sono un infelice gioioso.

Mi spiega meglio?
Oggi si parla solo di felicità, ma la felicità è qualcosa di individuale. È una sensazione positiva, piacevole, che appartiene all'io. La gioia appartiene invece a una condizione che riguarda il noi: l'io insieme all'altro. Si trasmette e la si riceve, ma riguarda sempre un gruppo. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici.

Per quale motivo?
Apparteniamo a una società troppo complessa perché non venga considerata la condizione degli altri. Come fa uno a essere felice se ogni giorno vede persone che soffrono?

Non lo so.Io non stimo molte persone, ma quell'uomo di Nazareth, quell'uomo con la U maiuscola, quello insegnava la gioia. Oggi però tutto è diverso.

In che senso?
Oggi non ci sono più i padroni della terra, degli immobili, ma quelli dell'umanità. Li racconta bene Avram Noam Chomsky.

Chi sono questi padroni?L'economia dipende da circa 20-25 persone. La maggior parte dei Nessuno fa fatica a vivere, mentre alcuni non sanno vivere perché hanno troppo.

Per esempio?
Mark Zuckerberg! La prossima volta lo guardi bene: ha perso 100 miliardi in un giorno. E sa cosa ha detto? "Non è niente per me". Ecco, così divento infelice e un po' arrabbiato. Ed è un bene.

Per quale motivo?
Perché fino a quando continuerò a indignarmi, continuerò a scrivere.

di Flavia Piccinini

martedì 21 agosto 2018

Gaza. Assedio israeliano, non entrano più forniture mediche e medicinali salvavita

Nema News
Dentro la Striscia non entrano più forniture mediche e medicinali salvavita, tra cui quelli necessari alla cura dei tumori. E uscire dall’enclave palestinese è diventato quasi impossibile


L’assedio a Gaza peggiora: nelle ultime settimane sono state interrotte le forniture mediche e l’arrivo di strumenti necessari per i trattamenti sanitari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che il combustibile donato dalle Nazioni Unite per gli ospedali in emergenza sanitaria finirà entro la fine di agosto.

L’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, ha registrato dal 30 marzo al 2 agosto, 17.259 casi di persone nei Territori Occupati Palestinesi con problemi di salute provocati dall’inalazione di gas nocivi, armi da fuoco ed altre patologie.

La chiusura parziale del varco commerciale tra il confine di Karem Abu Salem e la Striscia di Gaza ha impedito l’accesso ai medicinali e alle attrezzature per eseguire radioterapie, terapie molecolari, scansioni Pet e scansioni isotopiche. Anche i medicinali chemioterapeutici sono stati proibiti dal blocco israeliano: lunedì 12 agosto il Ministero della Salute affermava che l’80% dei malati di cancro sulla Striscia di Gaza rischia un deterioramento delle condizioni di salute.

Coree - Quelle lacrime che dopo 60 anni raccontano l'orrore della Guerra di Corea

Globalist
È la Settimana della Riunificazione: le famiglie separate dalla Guerra di Corea si incontrano per la prima volta dopo 60 anni. Non capitava più da tre anni.


Non succedeva da tre anni ma, dati i recenti sforzi delle due Coree per riprendere quantomeno un dialogo pacifico, la "settimana dell'unificazione" vede centinaia di uomini e donne, per lo più tra i 70 e i 90 anni, incontrarsi in un punto comune per rivedere, dopo lunghissimi anni, i propri familiari persi durante la Guerra di Corea, che stabilì il confine tra Nord e Sud. 

Secondo i calcoli dell'Onu, sono almeno 700mila le famiglie coreane letteralmente spezzate dalla guerra e il regime di Kim ovviamente non ha mai consentito ai suoi abitanti di scambiare informazioni con quelli del Sud, nemmeno con i propri figli, nipoti e fratelli. 

Ed è così che Lee Keum-seom, 92 anni, ha completamente perso le tracce del figlio Ri Sang Chol, 71 anni, quando questi di anni ne aveva 4. Non si vedono da allora. La donna non sapeva se il figlio o il marito, che era con lui, erano vivi, se stavano bene. 


Poi la chiamata a sorpresa dal governo: Lee Keum è tra le fortunate che potranno partecipare all'evento. E riabbracciare suo figlio, dopo 67 anni. Inutile dire che le lacrime non lasciano spazio alle parole.