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mercoledì 23 settembre 2015

Egitto - Graziati i giornalisti di Al Jazeera

MISNA
Il presidente Abdel Fattah al Sissi ha graziato i due giornalisti di Al Jazeera in carcere con l’accusa di diffusione di informazioni false e collaborazione con la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terroristica.
Baher Mohammed e Mohamed Fahmy 
Il canadese Mohammed Fahmy e l’egiziano Baher Mohammed figurano tra i cento prigionieri a cui il capo dello Stato ha concesso la grazia in occasione delle celebrazioni per l’Eid al Adha. 

Nella lista anche i nomi di diversi attivisti democratici come Sanaa Seif, Yarra Sallam e Hany Al Gamal. Non è chiaro se la misura riguarda anche il terzo giornalista dell’emittente qatariota accusato assieme ai due colleghi, Peter Greste. Processato e condannato in absentia, Greste era stato rimpatriato lo scorso febbraio.

La decisione, che mette fine a un lungo braccio di ferro diplomatico e una campagna delle associazioni per la libertà di stampa, coincide con la partenza, domani, del presidente egiziano per New York dove parteciperà alla 70° Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

[AdL]

Brasile, lo sterminio silenzioso di un popolo Guarani – Kaiowá. L’appello sul web

Il Fatto Quotidiano
Traduco e trasmetto questo accorato appello giuntomi via Facebook.
La mattina del 18 settembre 2015, il popolo Guarani – Kaiowá (MS) ha subito un altro attacco di sterminio promosso da grandi agricoltori con l’incoraggiamento del deputato Luiz HenriqueMandeta (DEM), del deputato Tereza Cristina (PSB) e senatore Waldemir Moka (PMDB), i grandi agricoltori hanno anche il supporto del PM.
In questo ultimo attacco, così come hanno arrestato e torturato molte persone ancora una volta, una donna incinta e un bambino sono state violentate. Nonostante la gravità della situazione e le atrocità commesse contro queste persone poco si dice nei media. Lo stato brasiliano con i proprietari terrieri promuove lo sterminio di noi popoli indigeni. Se ancora non sapete informatevi e aiutate a diffondere le informazioni. Se sapevate e non vi siete commossi, siete complici di questa mostruosità. Se si vuole aiutare e non si sa come, divulgate informazioni e cambiate la vostra immagine del profilo in “siamo tutti Guarani Kaiowá”, è un inizio.


Na madrugada do dia 18 de Setembro de 2015, o Povo Guarani Kaiowá (MS) sofreu mais um ataque do extermínio promovido por…

Posted by Narubia Werreria on Sabato 19 settembre 2015

La situazione è molto grave e purtroppo non rientra affatto nel mainstream mondiale sulla violazione dei diritti umani. Uno sterminio silenzioso, coperto dal grande rumore che fa per altri motivi il furbo (fino a quando gli riuscirà) governo brasiliano. Ho parlato con alcuni “sem terra” nello stato di Bahia. Non sono necessariamente indios, ma anch’essi sterminati dai latifondisti senza pietà. Semplicemente sparano loro addosso, con l’aiuto della polizia. I governi sono conniventi se non d’accordo con lo sterminio di queste popolazioni considerate inutili e anzi un intralcio per lo sviluppo. Invece, oltre che violazione di diritti umani e sterminio di persone, si tratta della distruzione di una fetta di storia del paese e di una risorsa culturale.

Il latifondo che un tempo era dei colonialisti oggi è passato a deputati, senatori, possidenti vari. Purtroppo il Brasile è un paese troppo potente e troppo strategico attualmente per poter essere indagato da qualche organismo internazionale il quale, d’altra parte, farebbe comunque gli interessi dei potenti.

Del resto stare solo a guardare è dura. La diffusione della notizia nei rivoli del web può essere utile.

Mauro Villone

Capolavoro all’Onu. Da oggi a vigilare sui diritti umani ci sarà l’Arabia Saudita

Tempi.it
Le minoranze, i perseguitati, i discriminati e chiunque nel mondo soffre per il mancato riconoscimento dei suoi diritti umani può stare tranquillo: nel 2016 sarà difeso dall’Arabia Saudita. Purtroppo non è uno scherzo: l’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad è appena stato eletto a capo del Consiglio per i diritti umani dell’Onu per l’anno 2016.
DIRITTI UMANI. Toccherà dunque a uno dei pochi paesi a non aver mai firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani, difendere per conto dell’Onu i diritti umani nel mondo. Quest’anno la presidenza, che viene ricoperta a rotazione da un paese di una diversa area continentale, toccava al gruppo asiatico e la monarchia assoluta islamica l’ha spuntata su paesi come Bangladesh, Cina, Emirati Arabi Uniti, India, Indonesia, Giappone, Kazakistan, Maldive, Pakistan, Repubblica di Corea, Qatar e Vietnam.

«PIÙ DECAPITAZIONI DELL’ISIS». L’annuncio, comprensibilmente, ha destato molta perplessità. Hillel Neuer, direttore di UN Watch, ong di Ginevra che monitora il lavoro in difesa dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha commentato così la notizia: «È scandaloso che l’Onu abbia scelto un paese che ha giustiziato più persone dello Stato islamico quest’anno per presiedere il Consiglio dei diritti umani. Petrolio, dollari e politica nuocciono a questi diritti».

RECORD MONDIALE. Neuer non ha usato mezzi termini, ma ha le sue ragioni. L’Arabia Saudita è il quarto paese al mondo per numero di esecuzioni capitali, dietro Iraq, Iran e Cina, che detiene il record assoluto e irraggiungibile con migliaia di condanne a morte contro le centinaia degli altri paesi. Nel 2014 in Arabia Saudita sono state decapitate in tutto 88 persone. Ad agosto è stata decapitata la 102esima del 2015. E mancano ancora quattro mesi alla fine dell’anno.

CONDANNE ALLA CROCIFISSIONE. Pochi giorni fa, il 17 settembre per la precisione, nel Regno è stato condannato alla crocifissione Ali Mohammed Al-Nimr, figlio di un critico della monarchia islamica, arrestato nel 2012 quando aveva appena 17 anni. È stato accusato di aver protestato in modo illegale e di essere in possesso di armi da fuoco. Secondo molti giornali arabi, il ragazzo avrebbe confessato tutto sotto tortura. La sua richiesta di appello, appena respinta, è stata giudicata non pubblicamente, ma in segreto.
Solo per citare uno degli ultimi esempi di intolleranza radicale, l’Arabia Saudita ha proibito a National Geographic di vendere il suo numero di agosto in edicola e di spedirlo agli abbonati. La rivista ha citato «motivi culturali» alla base della censura. In copertina, sotto il titolo “La rivoluzione silenziosa”, c’era una foto di papa Francesco.

«ZERO DIRITTI». Al di là di questi ultimi casi, l’elenco delle violazioni dei diritti umani che avvengono in Arabia Saudita è lungo: dal trattamento delle donne a quello delle persone non islamiche, dalla violazione della libertà religiosa alla negazione della libertà di espressione, dallo sfruttamento disumano dei migranti per lavoro al trattamento riservato agli omosessuali, che possono incorrere anche nella pena di morte, per non parlare della rigidissima applicazione della sharia.
L’attivista laico Kacem El Ghazzali riassume così la vita nel Regno: «Questa è l’Arabia Saudita: l’unico membro dell’Onu a non aver firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani, uno Stato con zero diritti per le minoranze, zero diritti per le donne, zero diritti umani, zero libertà e un sacco di oppressione e barbarica soppressione per chi dissente».

CI PENSANO I SAUDITI. Il Consiglio Onu per i diritti umani è nato nel 2006 e al Palazzo di vetro avevano giurato che «gli Stati membri avranno i più alti standard nella promozione e protezione dei diritti umani». Il Consiglio ha come scopo quello di «rafforzare, promuovere e proteggere i diritti umani nel mondo», oltre che «denunciarne le violazioni». Da oggi, ci penserà l’Arabia Saudita.

Pakistan - Sospesa l'impiccagione dell'uomo paralizzato: "Non riesce a stare in piedi sul patibolo"

Sospesa l'impiccagione dell'uomo paralizzato: "Non riesce a stare in piedi sul patibolo"
Today
Abdul Basit, 43 anni, è paralizzato dopo aver contratto la meningite tubercolare in carcere: è stato condannato a morte in Pakistan per un omicidio che ha sempre negato di aver commesso“

Un giudice pachistano ha sospeso oggi l'impiccagione nel carcere di Faisalabad di Abdul Basit, un detenuto paralizzato dalla vita in giù e costretto a muoversi su una sedia a rotelle. Lo ha annunciato il giudice Dilshad Malak.

Il magistrato ha detto: "L'esecuzione è stata rinviata - ha spiegato il magistrato - perchè Basit non ha potuto mettersi in piedi sul patibolo come prescrive il regolamento carcerario. E per questo non ha potuto essere impiccato". Lo stesso magistrato ha disposto l'invio del dossier al governo per una decisione.

Abdul Basit, 43 anni, è paralizzato dopo aver contratto la meningite tubercolare in carcere: è stato condannato a morte per un omicidio che ha sempre negato di aver commesso.

Molti attivisti per i diritti umani hanno criticato il Pakistan per questa condanna a morte, definita una "punizione crudele e disumana", scrive il Telegraph.



Potrebbe interessarti: http://www.today.it/rassegna/impiccagione-detenuto-paralizzato-pakistan.html
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martedì 22 settembre 2015

USA: rimpatriato marocchino detenuto da 13 anni a Guantánamo senza processo

Nova
L'amministrazione del presidente statunitense Barack Obama ha annunciato ieri il rimpatrio di un cittadino marocchino detenuto senza processo da 13 anni presso Guantánamo Bay (Cuba). L'annuncio - scrive il "New York Times" - segna un minuscolo passo verso la chiusura del malfamato penitenziario speciale, noto per i maltrattamenti e le torture dei detenuti sospettati di terrorismo e che Obama si era impegnato a chiudere sin dall'inizio del suo primo mandato.
Col rimpatrio del cittadino marocchino, il numero dei detenuti in custodia a Guantánamo scende a 115, e potrebbe presto calare di un'ulteriore unità, dal momento che una commissione composta da sei agenzie governative Usa ha approvato proprio ieri il rimpatri odi un secondo detenuto, un kuwaitiano che in precedenza era stato giudicato troppo pericoloso per consentirne il rilascio. Ad oggi 53 detenuti di Guantánamo, quasi la metà, sono stati individuati come potenzialmente idonei per il trasferimento a patto vengano soddisfatte le necessarie condizioni di sicurezza.

Giordania: premier Ensour, 1,4 milioni rifugiati siriani vivono nel regno

Agenzia Nova
Il primo ministro giordano Abdullah Ensour ha detto che la Giordania ospita circa 1,4 milioni di rifugiati siriani, mentre i paesi ricchi dell'Unione europea stanno lottando per far fronte all'afflusso di profughi dal paese devastato dalla guerra. 

Parlando a margine dell'incontro ad Amman con Stephen O'Brien, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, il premier ha affermato che "alcune importanti nazioni ricche dell'Unione europea si trovano in uno stato di emergenza, a causa della questione relativa all'accoglienza dei rifugiati siriani”. 

Il capo del governo di Amman si è chiesto poi "come può un paese povero come la Giordania permettersi di prendere in circa 1,4 milioni di profughi siriani e sostenere i costi e gli oneri di ospitarli”.

Rifugiati paesi in via di sviluppo ne accolgono l'86%. 10% in Europa - 3% in Italia

La Voce d'Italia
Roma. – Se è vero che i rifugiati in gran parte provengono dai Paesi in via di sviluppo, è anche vero che altri Paesi in via di sviluppo accolgono l’86% del totale dei rifugiati. In Europa arriva meno del 10% dei rifugiati e di questi meno del 3% arriva in Italia, ovvero meno del 3 per mille del totale.
E’ la lettura del fenomeno dei migranti forzati e dei rifugiati che emerge dal secondo Rapporto sulla Protezione internazionale in Italia, che sarà presentato nella sede dell’Anci a Roma.

Il Rapporto è il frutto della collaborazione, per il secondo anno consecutivo, tra Anci, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e Sprar, in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).

Si tratta, spiegano i promotori, di una ricerca approfondita che attraverso dati certi e comparati vuole sgombrare il campo da approssimazioni e luoghi comuni sul fenomeno e permettere una più completa e reale lettura dello scenario internazionale, europeo ed italiano.