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giovedì 4 gennaio 2018

La vita in un campo profughi di rohingya. Una tragedia da non dimenticare.

Il Post
Fra matrimoni e attività quotidiane ma soprattutto malattie e complicazioni, nelle immagini di due fotografi di Reuters.
Le foto di Marko Djurika e Alkis Kostantinidis >>>
La maggior parte delle persone rohingya, l’etnia musulmana scappata in estate dal Myanmar dopo decenni di violenze e persecuzioni, ha trovato rifugio nella provincia di Cox’s Bazar, una città costiera del Bangladesh. Negli ultimi quattro mesi ne sono arrivati più di 650mila, e in assenza di un vero piano di accoglienza hanno cercato di organizzarsi come hanno potuto. Sono nate decine di campi profughi, grandi quasi come delle città, dove fra le altre cose si aprono dei negozi improvvisati o si celebrano dei matrimoni.

A dicembre i fotografi di Reuters Marko Djurica e Alkis Konstantinidis hanno girato per alcuni di questi campi per documentarne la vita e le persone che ci abitano.

L’arrivo di così tante persone in un breve periodo di tempo ha creato diversi problemi. Le razioni di cibo diffuse dalle associazioni umanitarie non sono mai abbastanza. Il 60 per cento dei pozzi d’acqua presenti nei campi è contaminato con i batteri presenti nelle feci, perché troppo vicini alle latrine comuni. Spesso si diffondono epidemie di morbillo e difterite, o altre malattie che in condizioni igieniche migliori sarebbero facilmente debellabili.

Un’altra cosa che colpisce chi visita i campi dei rohingya è che i bambini sono ovunque: Save the Children stima che i minori scappati in Bangladesh siano 380mila, più di metà della popolazione rohingya arrivata nel paese. Secondo le associazioni presenti sul posto, i traumi e le privazioni degli ultimi mesi stanno già avendo pesanti conseguenze su di loro, sia fisiche sia intellettuali: molti sono malnutriti, hanno perso genitori o parenti oppure non ricordano nemmeno quanti anni hanno.

Sudan. Attivista per i diritti umani Wimi Omer arrestata per abbigliamento indecente, rischia 50 frustate

La Repubblica
Wimi Omer è stata dichiarata colpevole del reato previsto dall'Articolo 52 del Codice penale sudanese, altre 24 donne in attesa di un processo con l stessa accusa. Rischiare un anno di carcere e 50 frustate per aver indossato un abito non tradizionale e ritenuto incedente per una donna musulmana. Accade in Sudan, soprattutto se sei un'attivista per i diritti umani del popolo del Darfur, insanguinato da un conflitto che dura da oltre quattordici anni.


L'attivista si chiama Wimi Omer ed è accusata di aver indossato un abito troppo osé. Pochi giorni fa, un giudice del Tribunale di Khartoum ha dichiarato colpevole Wimi Omer, personaggio molto noto nel Paese, del reato previsto dall'Articolo 52 del Codice penale sudanese, ovvero di indossare abiti considerati troppo osé per la morale pubblica del Paese africano guidato da un governo islamico. La sentenza, su richiesta della difesa dell'attivista, è stata rinviata alla prossima settimana nell'attesa delle testimonianze di due persone che hanno assistito all'arresto della Omer e di Nahid Jabrallah, il direttore di Seema, un centro per la formazione e la protezione delle donne e dei diritti dei bambini.

Fermata dopo una festa privata. L'episodio risale allo scorso 10 dicembre. La giovane donna, assieme ad alcune amiche aveva appena lasciato una festa privata con decine di ospiti. Un agente di polizia si è avvicinato e l'ha fermata vicino al club di El Osdra, in una zona centrale della Capitale, dove stava aspettando un taxi per tornare a casa. Prima di essere portata in cella, le sono stati sequestrati il telefono e il computer portatile. Questo fa pensare che il suo arresto non sia principalmente dovuto ai suoi vestiti, ma alle sue attività a favore dei diritti umani nella regione in cui il presidente sudanese, Omar Hassan al Bashir, combatte i ribelli che si oppongono al suo potere.

Vietati pantaloni e abiti corti. È però un dato di fatto che le donne in Sudan non possano indossare pantaloni o abiti corti. Gli agenti del servizio di Ordine pubblico possono arrestare chiunque non sia vestito in modo considerato appropriato, secondo le indicazioni della Sharia, la legge islamica. In attesa di essere giudicate per lo stesso reato, solo a Khartoum, altre 24 donne che magari hanno anche la colpa di non voler piegarsi a una tradizione che le relega in ruoli subordinati e imporre regole ingiuste e opprimenti.

Il caso di Lubna, la giornalista condannata a 40 frustate. Il primo caso che ha portato alla ribalta mondiale questa usanza fu quello di Lubna Ahmed al Hussein, una giornalista sudanese e collaboratrice delle Nazioni Unite, arrestata in un ristorante di Khartoum nel 2009 perché vestita con un abbigliamento "sconveniente", ovvero un largo pantalone, un lungo camicione e un foulard in testa? La vicenda divenne in poche ore mediatica e sfuggì al controllo delle autorità sudanesi. A suo sostegno si animò una mobilitazione internazionale, e anche Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite, intervenne per chiedere la sua liberazione. Ma il massimo che ottenne fu la commutazione della pena in una multa, che lei non ha mai pagato per disobbedienza civile e ha lasciato il Paese.

Ma non tutte sono fortunate come Lubna. Se Lubna si è difesa strenuamente e pubblicamente, sfidando le regole islamiche di fronte all'opinione pubblica mondiale, molte donne si dichiarano colpevoli nella speranza di subire una quantità minore di frustate.

Le pressioni familiari e sociali sono ancora troppo forti in un Paese come il Sudan perché una donna possa decidere di ribellarsi. Dopo il caso di Lubna si sperava che l'interesse e la condanna della comunità internazionale potesse portare a un atteggiamento più morbido da parte del governo, a una riforma di un ordinamento che punisce in modo spropositato le donne. ?Ma così non è stato. La legge in Sudan non è cambiata, né il numero di donne arrestate e condannate è diminuito.

Antonella Napoli

mercoledì 3 gennaio 2018

Brasile. Maxi-rissa in carcere, morti 9 detenuti, decine di evasi

Corriere della Sera
Duri scontri fra gang locali in un istituto di pena nello Stato del Goias. 106 detenuti sono scappati, una trentina sono stati catturati, mentre gli altri sono ancora in fuga. Una rissa tra detenuti in un carcere nello Stato brasiliano del Goias, ha causato la morte di almeno 9 detenuti e il ferimento di altri 14.



Secondo media brasiliani, che citano funzionari locali, la rissa è scoppiata all'interno della "Colonia Agroindustrial prison" nel complesso di Goiania, quando i prigionieri di un blocco del carcere hanno invaso altre tre zone dove sono detenuti membri di gang rivali.

La fuga in massa - Secondo il sito di informazioni brasiliano G1, circa 106 detenuti sono evasi durante la rissa, di cui 29 sono stati poi catturati dagli agenti. Altri 127 sarebbero rientrati volontariamente in carcere, aggiunge la stessa fonte.

Guerre dimenticate - Yemen: Onu, oltre 1000 giorni guerra. Il 75% della popolazione senza assistenza umanitaria.

AnsaMed
Il conflitto in Yemen ha superato la drammatica soglia dei mille giorni, e l'Onu ha affermato che se non si otterrà un maggiore accesso umanitario e una diminuzione della violenza, il costo delle vite sarà incalcolabile. "Con l'intensificarsi degli scontri nei giorni scorsi, altri bambini e famiglie sono stati uccisi in attacchi e bombardamenti", hanno detto i numeri uno delle principali agenzie delle Nazioni Unite (Oms, Unicef e World Food Program) in una dichiarazione congiunta.



Rivolgendo un nuovo appello alle parti in conflitto - i ribelli Houthi da una parte e una coalizione militare a guida saudita dall'altra - affinché consentano immediatamente il pieno accesso umanitario e fermino i combattimenti.

"Più di mille giorni di bambini reclutati per combattere, mille giorni di malattie, morte e sofferenze umane inimmaginabili", hanno detto, precisando che il conflitto ha creato la peggiore crisi umanitaria nel mondo.

Circa il 75% della popolazione in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, compresi 11,3 milioni di bambini che non possono sopravvivere senza di essa, e 16 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile e strutture igienico-sanitarie adeguate.

martedì 2 gennaio 2018

Iran ... cosa sta succedendo? Cerchiamo di comprendere il significato delle proteste

Il Post
Breve guida sulle grandi proteste degli ultimi giorni e sul loro significato.
Da giovedì scorso in Iran ci sono grandi manifestazioni dei cittadini per chiedere migliori condizioni economiche e per protestare contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione. Negli ultimi due giorni le proteste sono diventate violente: la tv di stato ha dato notizia di oltre venti morti e centinaia di persone arrestate (200 solo a Teheran, la capitale). Le manifestazioni sono le più grandi in Iran dal 2009, anno delle enormi proteste del cosiddetto “movimento dell’Onda Verde”, che nacque per denunciare i brogli elettorali nelle elezioni presidenziali vinte dal conservatore Mahmud Ahmadinejad.

Ci sono molte cose ancora confuse e poco chiare delle manifestazioni iniziate cinque giorni fa in Iran. Abbiamo messo insieme le più importanti cose da sapere, nel caso in cui in questi giorni di festa abbiate voluto fare tutto tranne che stare aggiornati sulle notizie del mondo.

Le manifestazioni sono cominciate giovedì a Mashhad, una città molto conservatrice di due milioni di abitanti nel nord-est dell’Iran. Alcuni analisti sostengono che quel giorno le proteste siano state segretamente organizzate dagli ultraconservatori, cioè quello schieramento politico che fa riferimento alla Guida suprema Ali Khamenei e che si oppone alle politiche moderate del presidente Hassan Rouhani.

Nel giro di pochissimi giorni le proteste si sono diffuse in decine di città iraniane e sono sfuggite di mano agli ultraconservatori, che sono diventati parte degli obiettivi degli slogan dei manifestanti.

Le ragioni delle proteste sono principalmente economiche: si chiedono migliori condizioni di vita e si protesta contro gli altissimi indici di disoccupazione giovanile e contro l’aumento dei prezzi. Fin da subito si sono però cominciati a sentire anche slogan politici contro la teocrazia islamica (il sistema di governo dell’Iran dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista), contro Ali Khamenei e contro il governo di Hassan Rouhani. Al momento, comunque, sembra continuare a prevalere la motivazione economica.

I manifestanti sono soprattutto giovani e persone molto povere, che vivono in provincia o in città medio-piccole e che non sembrano avere un orientamento politico comune di riferimento. Queste sono grosse differenze rispetto alle proteste del 2009, a cui parteciparono persone della classe media, che abitavano soprattutto nelle grandi città come Teheran e che erano vicine ai riformisti.

Le manifestazioni sembrano essere completamente spontanee: non c’è una leadership e gli stessi partiti politici iraniani stanno avendo grandi difficoltà a posizionarsi. Alcuni politici e religiosi stanno chiedendo un dialogo con i manifestanti, anche se diversi esponenti del governo e delle forze di sicurezza hanno minacciato interventi ancora più duri e decisi nei prossimi giorni nel caso in cui le proteste vadano avanti. Lo stesso Rouhani in un discorso in televisione due giorni fa ha ribadito il diritto di manifestare ma ha chiesto che non venga più usata la violenza.

Il regime iraniano ha cercato di fermare le proteste bloccando temporaneamente l’accesso di alcuni social network e app per comunicare, come Telegram. A Teheran, città finora coinvolta in maniera marginale nelle manifestazioni, sono stati dispiegati moltissimi poliziotti in tenuta anti-sommossa, checkpoint per le strade e mezzi con cannoni ad acqua.

Giornalisti e analisti esperti di Iran sono molto cauti nel fare previsioni sulle prossime settimane. L’inizio delle manifestazioni ha sorpreso un po’ tutti ed è difficile dire cosa potrebbe succedere in futuro, anche perché una cosa del genere – di queste dimensioni e caratteristiche – non si era ancora vista nella storia recente dell’Iran.

Angelus. Papa Francesco: assicurare a profughi e rifugiati un avvenire di pace

Avvenire
L'appello nel primo Angelus del 2018: «Da parte di tutti, istituzioni civili, realtà educative, assistenziali ed ecclesiali l’impegno per assicurare ai rifugiati un avvenire di pace», diritto di tutti.
"È importante che da parte di tutti, istituzioni civili, realtà educative, assistenziali ed ecclesiali, ci sia l’impegno per assicurare ai rifugiati, ai migranti, a tutti un avvenire di pace".

È l’appello rivolto dal Papa, nel primo Angelus del 2018, che coincide con la Giornata mondiale di preghiera per la pace, che quest’anno ha per tema: “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”.

L’esempio additato da Francesco è quello di Maria, alla cui figura ha dedicato l’omelia della Messa appena celebrata nella basilica di San Pietro. Maria che, “come madre, svolge una funzione molto speciale: si pone tra suo Figlio Gesù e gli uomini nella realtà delle loro privazioni, indigenze e sofferenze. Intercede, consapevole che in quanto madre può, anzi, deve far presente al Figlio i bisogni degli uomini, specialmente i più deboli e disagiati”. Ed è proprio a loro che è dedicata la giornata di oggi, ha ricordato il Papa: “Desidero, ancora una volta, farmi voce di questi nostri fratelli e sorelle che invocano per il loro futuro un orizzonte di pace”, l’appello.

Per questa pace, che è diritto di tutti, molti di loro sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, ad affrontare fatiche e sofferenze”, ha ribadito Francesco citando il messaggio per la Giornata mondiale della Pace di quest’anno: “Non spegniamo la speranza nel loro cuore; non soffochiamo le loro aspettative di pace!”, ha esclamato. “Ci conceda il Signore di operare in questo nuovo anno con generosità per realizzare un mondo più solidale e accogliente”, l’auspicio per l’anno nuovo: “Vi invito a pregare per questo, mentre insieme con voi affido a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, il 2018 appena iniziato”.

Poi una sottolineatura a braccio del Papa: “I vecchi monaci russi mistici dicevano che in tempo di turbolenze spirituali era necessario raccogliersi sotto il manto della santa Madre di Dio. Pensando a tante turbolenze di oggi, e soprattutto ai migranti e rifugiati, preghiamo come loro ci hanno insegnato a pregare”. “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”, la preghiera del Papa.

lunedì 1 gennaio 2018

Carcere 2017 - Ritorna sovraffollamento +3.000 detenuti, aumento custodia cautelare, chiusi 37 bambini e diminuiscono gli stranieri

Ansa
Un prepotente ritorno del carcere e del sovraffollamento e la riforma dell'ordinamento penitenziario che, seppur ancora non conclusa, crea aspettative positive per il futuro. Questo il bilancio tra luci e ombre, dell'anno che sta per concludersi, tracciato dall'associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.



"Il 2017 - dice all'ANSA Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - è stato un anno che ha visto una crescita nel ricorso al carcere dopo alcuni anni in cui si era assistito ad una contrazione dei numeri e del suo utilizzo. 


In 12 mesi i detenuti presenti sono circa 3.000 in più rispetto a quelli che si registravano alla fine del 2016. Il tasso di affollamento ha raggiunto il 115%, mentre solo un anno fa era di poco superiore al 108%". "In aumento anche il numero di coloro che si trovano in carcere in custodia cautelare, che attualmente sono circa il 35%. Una percentuale - aggiunge Gonnella - che si alza nel caso degli stranieri. 

Tra questi ad essere detenuti senza condanna definitiva sono il 41%. Al 31 dicembre 2016 invece il tasso di detenuti in custodia cautelare era del 34,7% (gli stranieri in custodia cautelare erano il 41,7%), ad ogni modo sempre molto al di sopra della media europea del 22%".

A fronte dell'incremento della percentuale di affollamento e di quella relativa alla custodia cautelare, che interessa in misura ancor maggiore gli stranieri, "la percentuale di detenuti non italiani - sottolinea Gonnella - è praticamente stabile, aggirandosi attorno al 34,2%, mentre era del 34% a fine 2016. In entrambi i casi molto al di sotto di quella che si registrava nel 2009 quando questi rappresentavano il 37% del totale dei reclusi".

"A crescere è anche il numero delle madri detenute con i loro figli - dice ancora - Una situazione per la quale, nonostante la casa protetta inaugurata a Roma, non si riesce a trovare una soluzione definitiva anche a fronte di numeri molto contenuti.

Un anno fa le madri erano 34 con i loro 37 bambini, oggi sono 50 con 58 figli". Altri dati da sottolineare sono quelli che arrivano dalle visite effettuate dall'osservatorio di Antigone in 78 carceri italiane dalle quali emerge che in 7 di esse (9%) c'erano celle senza riscaldamento, in 36 (46%) senza acqua calda, in 4 (5%) il wc non è in un ambiente separato, in 31 (40%) l'istituto non ha un direttore tutto suo in 37 (47%) non ci sono corsi di formazione professionale e che in 4 (5%) non è garantito il limite minimo di 3mq a detenuto. 

Secondo Gonnella quello che sta per concludersi "è stato un anno di luci e nuove ombre per il sistema penitenziario italiano. Da un lato c'è la riforma dell'ordinamento penitenziario il cui iter non è ancora completamente concluso e che speriamo porti ad un maggior rispetto della dignità delle persone recluse, siano esse adulte o minori, nonché ad una estensione dell'uso delle misure alternative al carcere. Ma ci sono anche le ombre di una crescita della popolazione detenuta che, se non controllata, potrebbe nel giro di qualche anno riportarci alla situazione che determinò la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 2013 per il trattamento inumano e degradante nelle carceri".

"Un dato importante da sottolineare - conclude Gonnella - è quello dei detenuti stranieri. Nonostante il clima di intolleranza e di odio che si respira c'è, rispetto a 10 anni fa, una riduzione in termini percentuali del numero degli stranieri reclusi nelle carceri italiane".