Pagine

giovedì 6 luglio 2017

Cina - Il Nobel, dissidente Liu Xiaobo si aggrava: “Gli restano pochi giorni di vita”

La StampaL’attivista democratico era stato condannato a 11 anni di carcere nel 2009 con l’accusa di «incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato»


Pechino: Sono ulteriormente peggiorate le condizioni di salute di Liu Xiaobo - intellettuale, attivista democratico e premio Nobel per la Pace - cui alla fine di maggio è stato diagnosticato un cancro al fegato allo stato terminale. 

Stando a quanto si legge in una nota dell’ospedale dove il dissidente cinese è ricoverato, l’ulteriore peggioramento fisico del premio Nobel sarebbe dovuto a un accumulo di liquidi nell’addome. «Gli mancano pochi giorni di vita», sostiene un amico di Liu che è in stretto contatto con la famiglia. 

Liu Xiaobo era stato condannato a 11 anni di carcere nel 2009 con l’accusa di «incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato» per esser stato tra i promotori di Charter ’08: un manifesto politico sottoscritto da centinaia di accademici e attivisti cinesi che chiedeva la fine del monopolio del potere del Partito comunista, democrazia e separazione dei poteri in Cina. 

Dopo otto anni passati dietro le sbarre, il mese scorso le autorità cinesi hanno permesso a Liu Xiaobo di potersi curare all’esterno del carcere. La condizione legale dello scrittore-dissidente rimane però quella di «persona privata della libertà»: la sua stanza d’ospedale è controllata dalla polizia cinese e non può ricevere visite, a eccezione dei familiari più stretti.
In queste ore circola on-line una foto che ritrae l’attivista democratico - fortemente provato dalla malattia - che abbraccia la moglie nei corridoi dell’ospedale del nord-est della Cina. Fin dal momento in cui diagnosi per Liu Xiaobo è diventata pubblica, Pechino ha fatto di tutto per mostrare al mondo che il premio Nobel stava venendo curato e trattato bene: nei giorni scorsi è stato diffuso un video che mostra Liu Xiaobo mentre viene sottoposto a una serie di esami medici. Ieri le autorità cinesi hanno anche annunciato di aver invitato un team medico internazionale, composto da esperti provenienti anche da Stati Uniti e Germania, per dare assistenza medica all’attivista.

In queste settimane, alcuni governi occidentali e NGO per i diritti umani hanno chiesto a Pechino che il premio Nobel potesse essere libero di scegliere se andare all’estero per curarsi. «Liu è un cittadino cinese. Perché dovremmo discuterne con altri paesi?» aveva risposto Pechino, rispolverando la consueta retorica sulla «non ingerenza negli affari interni della Cina». 

Alla vigilia del G20 di Amburgo, però, la tragedia personale di Liu Xiaobo rischia di essere un duro colpo per la leadership di Xi Jinping. Gli analisti ritengono che nel corso del vertice il presidente cinese proverà a presentare la Repubblica Popolare come un attore internazionale affidabile.

Francesco Radicioni

Iraq. Save the Children: le ferite dei bambini di Mosul. Non sorridono più!

Radio Vaticana
La battaglia per la riconquista di Mosul, una delle principali roccaforti irachene del sedicente Stato islamico, sembra giunta alle battute finali. Le forze governative, sostenute anche dagli Stati Uniti, sarebbero vicine al pieno controllo della città vecchia dove si trovano le ultime postazioni dei jihadisti. 


Una strenua guerriglia che si consuma strada per strada, casa per casa. Il prezzo più alto di questa guerra lo stanno pagando i bambini, feriti nel profondo dall’ inaudita violenza che da anni si consuma sotto i loro occhi. 

Con esiti drammatici per le loro esistenze, come rivela una ricerca dell’organizzazione umanitaria Save the Children. Ce ne riferisce Paola Simonetti:

Sono l’emblema della scia di male che la guerra, ovunque, è in grado produrre a danno di chi non può difendersi. Loro i bambini di Mosul, città simbolo della lotta al sedicente Stato Islamico in Iraq, portano il peso di quello che non hanno voluto, di cui non sono responsabili, tanto da non saper più sognare, da non conoscere più fiabe. 

I compagni fedeli di una intera generazione di minori sono infatti gli “incubi ad occhi aperti”, come ha definito uno degli esiti del trauma da conflitto, l’associazione Save the Children, attiva nel campo profughi di Haman Al Alil, dove l’organizzazione ha svolto una ricerca sul tema. Circa 65 i bambini intervistati, tra i 10 e i 15 anni, per sondare l’entità dei segni che il conflitto ha lasciato su di loro. 

Ne emerge un quadro dolorosamente drammatico e complesso, come spiega Marco Guadagnino, portavoce programmi internazionali di Save the Children…
“Un disagio sociale che noi in termini tecnici definiamo ‘lo stress tossico’, che poi si associa – se non trattato, se non curato – a una serie di effetti gravissimi anche sulla salute fisica. Questi sono bambini che hanno vissuto le violenze dell’Isis, hanno vissuto i bombardamenti, i giorni della fuga quando è iniziato il tentativo di riconquista della città da parte dell’esercito iracheno; stanno vivendo le drammatiche condizioni dei campi nei quali questi bambini sono stati sfollati …”.

Un carico di dolore quello sopportato dai bambini di Mosul, come da quelli di ogni luogo del mondo, che si manifesta in primis sui loro volti, cancellando senza pietà la loro stagione di innocenza. Sentiamo ancora Guadagnino:
“Intervistando questi bambini, abbiamo notato purtroppo che questi bambini non sorridono più. Le espressioni facciali sono assenti; hanno paura dei rumori; parlano di incubi ad occhi aperti: vedono i mostri … Ecco, questi bambini vedono i mostri anche durante il giorno, sono bambini ai quali basta ascoltare semplicemente il rumore di un elicottero che passa sopra il campo, quindi un rumore che ricorda in qualche modo il bombardamento, e scappano terrorizzati, cercano rifugio ovunque sia possibile. Sono bambini che hanno visto in prima persona decapitazioni. Alcuni bambini ci hanno detto: “Preferiamo essere feriti, così possiamo andare in un posto dove ci danno da mangiare”. In alcuni casi ci hanno detto: vorremmo morire perché in Paradiso non soffriremo più!”.

Portare sostegno a questa generazione di bambini diviene dunque cruciale per tracciare un futuro per loro come individui, ma anche come costruttori di un Paese nuovo, come conclude Marco Guadagnino, portavoce programmi internazionali di Save The Children:
“E’ il sentimento di fiducia verso gli adulti che bisogna costruire. Questi bambini non si fidano più di noi. Qui è necessario capire che oltre agli aiuti immediati, che sono ovviamente necessari, è necessario portare anche aiuto psicologico. Come operatore umanitario ritengo l’assistenza psicologica post-traumatica allo stesso livello di importanza della distribuzione alimentare. Per me è un elemento salva-vita, per questi bambini …”.

Sant’Egidio, strategia per i migranti «Usare la direttiva Ue per gli sfollati»

Corriere della Sera
Per il presidente della Comunità Marco Impagliazzo basta applicare la numero 55 del 20 luglio 2001 per un afflusso massiccio di persone dopo la crisi jugoslava. «Non accade lo stesso nel Mediterraneo? Prevede un equilibrio di sforzi fra gli Stati membri»



Fu un’idea della Comunità di Sant’Egidio quella dei «corridoi umanitari», il sistema per far arrivare in Italia, senza più barconi o traversate impossibili, i profughi siriani accampati in Libano, dopo la fuga dalle città distrutte dalla guerra. C’era una norma, nascosta da qualche parte, l’articolo 25 del regolamento sui visti dell’Ue, passata inosservata: fu scoperta da quelli di Sant’Egidio, che l’hanno messa in pratica. 

È così che in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani. «E mercoledì — annuncia soddisfatto il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo — si aprirà il primo corridoio anche in Francia, con l’arrivo a Parigi di 15 migranti dal Libano. Poi, a settembre, partirà il corridoio dall’Etiopia con la Cei e ospiteremo qui in Italia altri 500 profughi dal Corno d’Africa...». 

Ora però a Sant’Egidio hanno scovato un’altra norma che, se applicata a dovere, potrebbe risolvere una volta per tutte la questione della ripartizione dei migranti tra i Paesi dell’Ue. 

È così, presidente Impagliazzo?
«Noi speriamo che lo sia. E dunque ci appelliamo qui al governo italiano e al Parlamento europeo affinché, invece di chiudere i porti, prenda in considerazione la nostra proposta».

Di che si tratta?
«È una direttiva Ue del 20 luglio 2001, la numero 55, pensata dopo la crisi jugoslava per far fronte, così c’è scritto, a un afflusso massiccio di sfollati. Non è forse la medesima situazione in cui ci troviamo ora, nel Mediterraneo?».

Continui.
«La direttiva prevede la concessione della protezione temporanea agli sfollati — attenzione, non lo status di rifugiato — e nello stesso tempo, così c’è scritto, promuove l’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze della loro accoglienza».

E perché dovrebbe essere così risolutiva, per l’Italia?
«Perché supera una volta per tutte il blocco di Dublino 3, secondo cui il migrante deve aspettare il riconoscimento di rifugiato nel Paese dov’è stato accolto. E ormai il 90% degli sbarchi avviene in Italia. Invece, in virtù della direttiva 2001, tutti i Paesi europei si prendono una parte dei migranti e riconoscono loro la protezione temporanea, che assicura comunque l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica. Non è, insomma, una tutela minore».

Il nostro governo, allora, cosa dovrebbe fare?
«Due cose. Presentare subito formale istanza alla Commissione Juncker di portare questa proposta di adozione del piano di protezione temporanea (un anno, ndr) al Consiglio europeo, alla riunione dei capi di Stato e di governo. In modo che, se i Paesi dell’Unione intendono prestar fede all’articolo 80 del Trattato Ue, che prevede spirito di solidarietà verso i richiedenti di protezione e tra gli Stati stessi, lo mostrino per davvero».

Per recepire la direttiva occorre una maggioranza qualificata: almeno il 55%dei voti, cioè 14 Paesi su 27.
«Ecco, appunto. La seconda cosa che potrebbe fare il nostro Paese, allora, è concludere accordi intergovernativi con alcuni Stati per applicare da subito la direttiva e sgombrare dal campo tante ambiguità. Penso ai distinguo di Macron sui migranti economici che non vuole ospitare. Non sono mica migranti economici, quelli che vengono dalla Libia e subiscono torture di ogni tipo. Quella è solo gente che ha tutto il diritto di ricevere protezione umanitaria. In altre parole, la direttiva è la via legale per pretendere dall’Ue una solidarietà vera».

mercoledì 5 luglio 2017

"Eravamo una risorsa, ora siamo un problema", Ong contro l'accordo tra Roma, Berlino e Parigi sui migranti

Huffington Post
La rivolta del mondo del volontariato, delle Ong che agiscono nel Mediterraneo


Rabbia, indignazione, ma non stupore, perché, dice all'Huffington Post uno degli operatori sulla "rotta della morte", "avevamo ben chiaro che più che una risorsa eravamo ormai visti come il problema". È la rivolta del mondo del volontariato, delle Ong che agiscono nel Mediterraneo. È la rivolta contro la "securizzazione" dell'emergenza migranti della quale l'Italia, con l'attivissimo e grintoso ministro dell'Interno, Marco Minniti, è capofila.
Tante le considerazioni che abbiamo raccolto, il cui filo conduttore è il seguente: ora è tutto chiaro. Il problema sono coloro che portano soccorso, non coloro che saccheggiano, distruggono, bombardano e che spesso sono in combutta con i trafficanti di esseri umani

Il coro delle critiche è trasversale: "Parigi, Roma e Berlino hanno lavorato a un patto per regolamentare l'attività delle Ong nel Mediterraneo. Il Forum del Terzo Settore esprime viva preoccupazione per le notizie rilanciate dai mezzi di comunicazione in questi ultimi giorni in merito alla ventilata intenzione da parte delle autorità italiane ed europee di procedere con misure per limitare gli interventi di salvataggio dei migranti che attraversano il Mar Mediterraneo verso l'Europa, fino a prevedere la chiusura dei porti alle navi di soccorso".

E ancora: "Il Forum raccoglie l'esperienza di una molteplicità di organizzazioni italiane impegnate per affrontare il fenomeno delle migrazioni con gli strumenti della solidarietà, in Italia e nel mondo. La chiusura dei porti sarebbe una misura inaccettabile, che contraddice i più elementari obblighi di assistenza e solidarietà; misure punitive verso le organizzazioni non governative potrebbero portare alla ingiustificata restrizione della loro capacità di prestare soccorso, in presenza di un'iniziativa europea ancora lacunosa". 

Per concludere: "Ci uniamo a quanti in questi mesi hanno richiamato l'Europa nella sua interezza alle proprie responsabilità in termini di assistenza. In particolare, crediamo che Paesi come l'Italia, che si trovano ad affrontare il carico maggiore del soccorso in mare, non possano essere lasciati soli nella gestione delle fasi di ospitalità di medio e lungo periodo. 

I governi europei devono assumere scelte coerenti, adottando decisioni credibili per la realizzazione in tempi rapidi di un piano di ricollocazione di rifugiati e migranti dei Paesi dell'Unione. Richiamiamo quindi l'attenzione del Presidente del Consiglio Gentiloni e del Ministro Minniti, in vista dell'incontro informale di Tallin di questa settima, a fornire rassicurazioni sul fatto che l'Italia non intenda abdicare alle proprie responsabilità in termini di assistenza e solidarietà e richiediamo, in questo senso, un incontro urgente". In totale sintonia è la presa di posizione dell'Aoi (Associazione ONG Italiane), la maggiore rappresentanza di Ong e organizzazioni sociali di solidarietà e cooperazione internazionale:

"Aoi esprime forte preoccupazione per quanto nei media emerge degli esiti del prevertice di Parigi, che anticipa di pochi giorni il summit di Tallin, sul tema dei flussi migratori. Italia, Germania e Ue hanno deciso: di dare 'fiducia' e autonomia nel controllo dei flussi dei migranti e profughi al governo libico, che non ha rispetto alcuno dei diritti umani, con la conseguente piena e libera operatività alla sua guardia costiera, quella stessa che spara alle navi che salvano vite umane, anche a quelle della guardia costiera italiana; di colpire le ONG, limitandone fortemente l'operato umanitario e stabilendo livelli di controllo addirittura delle loro fonti di finanziamento. In questi mesi ONG e associazioni impegnate nell'asilo e accoglienza dei profughi e migranti hanno inviato appelli, posizionamenti e proposte al Governo italiano chiedendo incontri per un confronto e hanno sensibilizzato le reti sociali della solidarietà europea perché chiedessero un impegno dei loro Paesi a fianco dell'Italia nell'affrontare la crisi umanitaria. Ma non questo tipo di impegno, teso a erigere nuovi 'muri'". Il dissenso è totale: "

Le Ong attive sulle navi della solidarietà – ricorda l'Aoi- sono state oggetto di attacchi mediatici e commissioni d'inchiesta da cui è emersa chiaramente la loro missione e la loro azione trasparente e coerentemente solidale.

Oggi di nuovo Italia, Francia, Germania e Ue insieme hanno deciso di 'sposare' la linea di Frontex e di individuare nel soccorso umanitario in mare delle organizzazioni sociali il problema, il mitico 'pull factor' del fenomeno migratorio.

[...]

Le Ong salvano tra il 30% e il 40% dei migranti e questo è un indicatore che può essere letto anche al contrario e indica la risposta mancata dell'Europa. Sembra quasi che si voglia impedire alle organizzazioni di fare la cosa più giusta e naturale, il terreno più neutro: salvare chi rischia la morte, così da usare i morti come deterrente. 

Si ignora però che chi scappa dalla guerra e dalla miseria non si ferma nemmeno coi carri armati, non ha nulla da perdere. Siamo davanti a un problema epocale, strutturale storico, possiamo farlo diventare un'opportunità, altrimenti sarà una catastrofe"

Una catastrofe annunciata. "Se le notizie emerse ieri sera nei media rispetto agli esiti del prevertice di Parigi saranno confermate dai documenti adottati dal vertice di Tallin – dice ad Hp Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia - l'Unione Europea compirà un enorme passo indietro sul fronte della protezione dei diritti umani nel proprio territorio e a livello internazionale. 

E' giusto che l'Italia chieda, e ottenga, un maggiore impegno degli altri Stati Membri nel gestire le sfide collegate all'aumento dei flussi migratori, che vedono il nostro paese in prima linea: è questa la strada da percorrere. Altre soluzioni, come la delega del controllo delle frontiere europee alla Libia, un paese che non è stabile e che non può in alcun modo essere "la porta sud dell'Europa", o la limitazione dell'operato delle Ong che rispondono oggi all'imperativo umanitario di salvare vite umane, non solo sono inefficaci per gestire il fenomeno, ma aumenteranno il numero di persone che soffrono e muoiono davanti alle nostre coste, in terra e in mare".

La Mongolia abolisce, dal 1° luglio la pena di morte per tutti i reati

Amnesty Italia
Con l’entrata in vigore, il 1° luglio, del nuovo codice penale approvato dal Parlamento il 3 dicembre 2015, la Mongolia ha ufficialmente abolito la pena di morte per tutti i reati.
La sezione locale di Amnesty International aveva lanciato la campagna abolizionista nel 1994, ottenendo nel 2010 la commutazione di tutte le condanne a morte e l’adozione di una moratoria sulle esecuzioni (l’ultima risaliva al 2008).

La Mongolia diventa il 105esimo paese ad aver abolito completamente la pena capitale. Altri sette l’hanno abolita per i soli reati comuni e 29 sono abolizionisti “de facto”, non applicandola più da almeno 10 anni.

lunedì 3 luglio 2017

India. Prosegue la campagna di persecuzioni contro i Dongria Kondh

La Repubblica
È morto in carcere dopo molestie e intimidazioni da parte della polizia, Bari Pidikaka, uno dei leader della tribù indiana dei Dongria Kondh, divenuta famosa per aver vinto, qualche anno fa, una impossibile battaglia contro un colosso minerario britannico.

Si tratta di un popolo indigeno dello stato indiano di Odisha, che conta circa 8000 persone, da sempre in condizioni di isolamento rispetto al resto del continente indiano. Sono devoti alla montagna di Niyam Dongar, dove abita il loro dio e si sono auto assegnati il ruolo di protettori dei torrenti e dei fiumi nelle foreste. 

"È chiaro - ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival - che è in corso una campagna persecutoria per intimidire se non eliminare i Dongria Kondh, comunque per indebolire la loro resistenza contro lo sfruttamento della loro terra".
L'ultima vittima. Bari Pidikaka era stato arrestato nel 2015 mentre tornava a casa dopo una manifestazione di protesta. La sua morte è l'ultimo atto di una battaglia di sopravvivenza, portata avanti dal popolo Dongria per tutelare i propri luoghi e, con essi, la propria identità. Non è l'unica vittima della persecuzione. Denuncia Survival: "Kuni Sikaka, un'attivista Dongria di 20 anni, parente dei due più importanti leader Dongria, è stata trascinata fuori dalla sua casa a mezzanotte, dalla polizia, senza alcun mandato. Poi è stata presentata ai funzionari e ai media locali come una "maoista arresa" nonostante non vi fossero prove a sostegno di ciò".
E che dire dell'attivista Dasuru Kadraka, detenuto senza processo per più di 12 mesi: "Sono stato arrestato e portato nell'ufficio del sovrintendente della polizia. Lì sono stato torturato, mi hanno legato le mani e con dei cavi elettrici attaccati alle orecchie mi hanno dato delle scosse per costringermi alla resa - e per farmi lasciare il movimento. Mi sono rifiutato... Il movimento è la mia vita, non smetterò mai di proteggere le colline di Niyamgiri e le foreste".
I precedenti. Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro nel tempo. Nel 2008, la Corte Suprema indiana autorizza l'apertura della miniera nelle terre dei Dongria. Scatta la resistenza della piccola tribù per impedire gli scavi nel loro sito più sacro. Nel 2013, scende in campo al loro fianco anche Rahul Gandhi, figlio di Sonia Gandhi e vice-presidente del partito del Congresso Nazionale indiano. A quel punto la Corte Suprema dell'India ordina un referendum tra i dodici villaggi Dongria che circondano il sito della miniera: all'unanimità e nonostante le intimidazioni e le molestie, la tribù respinge il progetto della miniera. Le consultazioni, passate alla storia come "il primo referendum sull'ambiente" mai avvenuto nel Paese, non restano senza conseguenze: la cifra in gioco è enorme. Si tratta, secondo Survival di "un progetto di 800 milioni di dollari. Numerosi azionisti tra cui la Chiesa d'Inghilterra, vendono per questioni etiche, le proprie quote; anche il governo britannico decide di bocciare il progetto dopo un reclamo all'Ocse presentato da Survival". Ed il popolo Dongria diventa nell'immaginario collettivo, il vero popolo Avatar.
Il post vittoria. Dopo la vittoria contro il colosso minerario, scattano pestaggi e torture con cavi elettrici per costringere i Dongria a fermare la campagna per i propri diritti. Survival denuncia intimidazioni, arresti arbitrari e rapimenti sistematici nei confronti dei leader Dongria da parte della polizia di Stato che "agirebbe per promuovere gli interessi della compagnia mineraria britannica". E fa quadrato: "I Dongria - commenta Corry - sono assolutamente determinati a proteggere le colline che sono il fondamento della propria identità. Noi continueremo a lottare perché sia loro consentito di determinarsi autonomamente senza aggressioni".
L'appello al Presidente dell'India. Più di cento organizzazioni indiane indipendenti hanno scritto una lettera aperta al Presidente dell'India: "Negli ultimi due - tre anni, diversi giovani e anziani Dongria sono stati arrestati, hanno subìto abusi e sono stati uccisi, e uno di loro si è suicidato dopo aver subìto molestie e torture da parte delle forze di sicurezza. In nessuno di questi casi i funzionari sono stati in grado di fornire prove che li collegassero ai cosiddetti Maoisti".

di Anna Maria De Luca

Tre mesi di proteste in Venezuela, 86 vittime e rischio di guerra civile

La Stampa
Non si fermano le manifestazioni nate in tutto il Paese contro il presidente Nicolas Maduro dopo il fallito tentativo di colpo di stato da parte della Corte Suprema


Tre mesi consecutivi di proteste in Venezuela. Non accenna a fermarsi l’ondata di manifestazioni nate in tutto il Paese contro il presidente Nicolas Maduro, che ha portato a 86 morti. 

Le proteste sono iniziate dopo il fallito tentativo da parte della Corte Suprema, controllata dal Capo di Stato, di togliere i poteri all’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione. Una situazione che rischia di trascinare il Paese nella guerra civile.

Dopo la morte di tre manifestanti, avvenuta venerdì nello Stato nord occidentale di Lara, sabato 1 luglio oltre mille persone si sono radunate nella strada principale di Caracas, nell’est della capitale roccaforte dell’opposizione, per esprimere sostegno alla procuratrice generale, Luisa Ortega Díaz, divenuta una delle più agguerrite avversarie del successore di Hugo Chavez, che rischia di essere perseguita dalla Corte suprema di Giustizia. «Oggi torniamo in piazza per dimostrare che siamo un popolo pacifico che vuole impedire la costituente fraudolenta voluta da Maduro», ha scritto su Twitter il deputato Tomás Guanipa.

I cittadini hanno manifestato anche per appoggiare una serie di azioni che la procuratrice ha avviato contro la magistratura, accusata di aver violato l’ordine costituzionale e contro la Costituente voluta dal presidente. Con queste mosse Ortega Diaz ha ottenuto l’appoggio del popolo venezuelano e delle organizzazioni internazionali e, su Twitter, ha assicurato che il suo impegno è rivolto ai diritti umani e alle «libertà democratiche».

Il primo vicepresidente della Camera, l’oppositore Freddy Guevara, l’ha definita «un punto di riferimento» per quello che, a suo giudizio, dovrebbero fare i funzionari dello Stato che hanno appoggiato il chavismo e che ora «sono obbligati a fare un passo avanti». «Questo le è costato la persecuzione? Sì, ma le ha donato una vittoria molto più grande, la coscienza, il sostegno di un popolo e il rispetto della comunità internazionale», ha aggiunto parlando a Efe. La procuratrice infatti non solo ha mostrato il suo rifiuto alla Costituente ma ha anche criticato l’azione degli agenti della sicurezza dello Stato affermando che almeno 23 delle morti per le proteste sono da attribuire ai corpi di polizia e ai soldati che hanno sedato le manifestazioni.

Anche il difensore del popolo del Venzuela, Tarek William Saab, ha esortato i militari a «non praticare abusi» e a garantire il rispetto dei diritti umani durante e dopo gli arresti nelle proteste, dopo le denunce dei mesi scorsi. «È assolutamente vietato nella nostra legislazione qualsiasi atto di tortura, disumano, crudele o degradante dei diritti umani», ha scritto su Twitter. Nel dettaglio, è proibito «trascinare e colpire a calci i detenuti nel momento e dopo l’arresto». Saab si è detto preoccupato per i recenti avvenimenti in cui sono state violate le norme. Il riferimento è ai fatti di giovedì scorso quando decine di giovani sono stati arrestati dalla polizia nazionale bolivariana (Pnb) a Caracas, al termine di una protesta indetta dall’opposizione. Una ventina di persone è stata caricata su un camion dentro cui sarebbero stati fatti esplodere lacrimogeni, secondo quanto denunciato dall’opposizione.

«Hanno preso 20, 30 persone – racconta un testimone - Le hanno portate su un camion senza targa. Dove hanno portato questi studenti, dove si trovano? Sono scomparsi e hanno rubato tutte le loro cose, le carte di credito. Una persona stava soffocando per i gas lacrimogeni».

Dal canto suo, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha decorato l’ex comandante generale della Guardia nazionale bolivariana (Gnb, la polizia militarizzata), Antonio Benavides Torres, imputato dalla Procura per la presunta violazione dei diritti umani durante le proteste. L’accusa è di «gravi e sistematiche violazione commesse durante la repressione delle manifestazioni». 

Nel frattempo, resta ancora tutta da chiarire la vicenda delle presunte bombe lanciate da un elicottero della polizia sulla corte costituzionale. Il pilota che si è auto accusato del gesto è introvabile.