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venerdì 28 agosto 2015

Libia, una nuova strage di migranti: 200 morti in due naufragi.

Ansa
Circa 200 cadaveri di migranti sono stati individuati dalla Guardia costiera libica davanti alle coste di Zuwara
Circa 200 cadaveri di migranti sono stati individuati dalla Guardia costiera libica davanti alle coste di Zuwara, teatro ieri di un doppio naufragio. Lo riferisce il Guardian. I corpi di 40 persone sono stati trovati all'interno della stiva di un barcone che si è arenato su una spiaggia, mentre circa 160 galleggiavano in mare a circa 1 km dalla costa. 

La Guardia costiera è riuscita a recuperare alcuni cadaveri ma altri sono stati lasciati in mare perché il battello "non aveva abbastanza luce per continuare il lavoro". I corpi sarebbero di migranti provenienti dall'Africa sub-sahariana, dal Pakistan, dalla Siria, dal Marocco e dal Bangladesh.

Secondo una ricostruzione di ieri della Bbc, uno dei barconi aveva a bordo circa 50 persone mentre il secondo, che è affondato molto dopo, trasportava 400 passeggeri. Nel Canale di Sicilia l'incidente con il bilancio più pesante resta quello del 18 aprile scorso: circa 700 le vittime, la strage più grave dal dopoguerra. La Libia, con la sua crisi interna che spacca il paese vari pezzi e favorisce l'infiltrazione dell'Isis, è terra da cui salpano molti barconi allestiti dai trafficanti di esseri umani grazie proprio alla carenza di controlli provocata dall'instabile situazione. Zuwara è notoriamente un punto da cui salpano molti i barconi.

Rapporto dell'Onu: immigrati e profughi eritrei in fuga da carceri lager e torture

Il Secolo XIX
A settembre dell'anno scorso 13 ragazzini ("sette maschi e sei femmine") "vengono abbattuti da militari al confine con il Sudan, nella zona di Karora". Pochi mesi prima "quaranta persone sono uccise a fucilate nel tentativo di raggiungere di nuovo il Sudan: del gruppo sopravvivono, e riescono a scappare, in sei.
Un soldato a sua volta rifugiatosi in Etiopia racconta: "Gli alti ufficiali, che agiscono su mandato diretto del presidente, ci hanno dato la facoltà di sparare ai bambini, se si ritiene che stiano tentando di lasciare il Paese".
C'è un rapporto dell'Onu che in pochissimi si sono presi la briga di leggere, nelle ultime settimane. Nemmeno quelli che d'immigrati e profughi (stra)parlano spesso, magari perché se ne devono occupare governando città, regioni o partiti.

È un dossier di 484 pagine redatto dopo nove mesi d'inchiesta da quattro fra membri e consulenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: Mike Smith (Australia), Victor Dankwa (Ghana), Sheila B. Keetharurth (Isole Mauritius): lo hanno illustrato a Ginevra a fine giugno, ma è finito in fretta nel dimenticatoio.

Eppure è la prima indagine ad ampio spettro di un'istituzione internazionale - dopo i tentativi di "Amnesty International" - sulla dittatura in Eritrea, ex colonia italiana dell'Africa orientale da cui proviene la maggioranza di uomini e donne sbarcati nel 2015 sulle nostre coste e talvolta dirottati verso la Liguria. I dati del Viminale aggiornati all'altro ieri parlano chiaro: su 111.354 migranti giunti dal primo gennaio, la gran parte sono eritrei (29.019), poi nigeriani (13.788), somali (8.559), sudanesi (6.745) e siriani (6.324). Nigeria, Somalia, Sudan e Siria sono straziati da guerre civili e terrorismo. L'Eritrea no. Ma allora perché in 5.000 ogni mese fuggono, rischiando d'essere falciati dall'esercito, e consapevoli che "il 25-30%" di quelli che dribblano le pallottole morirà comunque attraversando in Sinai o il Mediterraneo?

La risposta è in questo dossier, scritto a valle di 550 interviste a ex carcerieri o vittime del regime del sedicente marxista Isaias Afewerki, l'uomo che ha vinto la guerra d'indipendenza dall'Etiopia nel 1991 e ha progressivamente trasformato la sua nazione in un lager a cielo aperto, con l'economia paralizzata. Dove la leva obbligatoria inizia a 14 anni e ha durata indefinita, le donne-soldato sono sottomesse e violentate dai capi, gli oppositori politici incarcerati e torturati, si commettono "sospetti crimini contro l'umanità"; dove non c'è lavoro, speranza, nulla. E ad attraversarla un po' si rimane senza fiato perché l'Eritrea è (anche) un rottame d'Italia, con le insegne dei cinema in italiano, i pochi bar che sanno fare il cappuccino e i cannelloni, i camion Iveco vecchi di oltre mezzo secolo ancora in marcia.

Gli ispettori Onu spiegano subito che l'Eritrea non ha permesso di entrare. E i colloqui sono avvenuti negli stati dove a migliaia hanno cercato la salvezza (357mila i rifugiati alla primavera scorsa suddivisi fra una decina di nazioni nel mondo, pari al 10% della popolazione residente) oppure "in segreto", fra chi è rimasto, grazie a intermediari.

Il governo Afewerki, che pure mantiene buoni rapporti con Roma e varie aziende italiane, è definito un "regime della paura": non ci sono mai state elezioni, nel '97 doveva essere promulgata una costituzione ma non è accaduto, i ministri svolgono un ruolo poco più che simbolico e il vero potere è detenuto dai generali che riferiscono direttamente al capo dello Stato.

La sicurezza interna è un'ossessione; ma mentre a polizia ed esercito è delegata la bassa manovalanza, e i soldati sono ammassati al confine con l'Etiopia nel delirante timore d'una nuova guerra che non ci sarà mai, lo "strapotere" è del National Security Office, squadra politica dentro cui sono nate le forze speciali Unit 72, alle quali è concesso tutto.

Vige "una legge di fatto", i giudici sono confinati "a mansioni burocratiche" ed è stata creata una Special Court "che include in prevalenza militari e non persone esperte di diritto". Avvengono "omicidi extragiudiziali", gli arresti "sono spesso arbitrari e non comunicati ai familiari", basati sul semplice sospetto di dissidenza. Il sistema di spionaggio è "capillare". E poiché la scarsità di fondi e tecnologia inibisce parecchio le intercettazioni, si arruolano miglia di adolescenti che origliano e pedinano.

Nessuno rifiuta di fare la spia, "altrimenti si può essere arrestati, torturati o uccisi. Tutti controllano tutti - precisano quindi Smith, Dankwa e Keetaruth, citando letteralmente decine di resoconti personali: nelle famiglie i figli non si fidano dei padri o dei fratelli".

Sono censite 95 prigioni, "dove condizioni igieniche spaventose possono portare a malattie di lunga durata o alla morte". Si è detenuti perlopiù "in dieci o venti nei container all'aperto o interrati". Due le forme di tortura praticate per estorcere informazioni o confessioni false: "L'incaprettamento e la "posizione dell'elicottero".

"Ho visto un mio commilitone -racconta un soldato poi riparato all'estero - cui sono state scuoiate le mani poiché aveva tentato di andarsene. Lo hanno mostrato al resto della truppa con un cartello appeso al collo: "Io ho provato a scappare". Ed è proprio per questo che lo fanno comunque. Basterebbe studiare un po', per comprenderlo, anziché parlare a vanvera di storie e posti che non si conoscono.

di Matteo Indice

Incontro Internazionale - “LA PACE E’ SEMPRE POSSIBILE – Religioni e Culture in dialogo” Tirana 6-8 settembre #peaceispossible

Comunità di Sant'Egidio



Le religioni a Tirana 6-8 settembre con Sant’Egidio per dire: la pace è sempre possibile #peaceispossible per parlare delle vere emergenze del nostro mondo: ambiente, diseguaglianze sociali risoluzione dei conflitti e cercare insieme risposte e soluzioni.


Assistiamo ormai da anni a guerre che nessuno sembra avere la forza o la volontà di fermare, come quella che si combatte in Siria, e che generano ogni giorno nuove vittime, alimentano la disperazione delle popolazioni civili e mettono in contrapposizione etnie e confessioni religiose, fino a poco tempo fa inserite in un quadro di coabitazione.
Se la comunità internazionale non riesce ad imporre neanche una tregua umanitaria è necessaria una mobilitazione popolare che riesca a far sentire la voce dei tanti che ormai vedono nell’emigrazione la loro unica via di uscita a costo di rischiosissime traversate verso l’Europa.

Su proposta della Comunità di Sant’Egidio, insieme alle Chiese cattolica e ortodossa di Albania, le grandi religioni mondiali hanno preso l’iniziativa di un Incontro Internazionale, “LA PACE E’ SEMPRE POSSIBILE – Religioni e Culture in dialogo”, che si svolgerà a Tirana dal 6 all’8 settembre. Un grande evento nello “spirito di Assisi” - la prima Preghiera per la Pace voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 nella città di San Francesco – che avrà quest’anno un carattere speciale, non solo per l’attuale scenario di guerre e conflitti di diversa origine, ma anche per la crescita di un nuovo soggetto rappresentato dalla forza pacifica delle religioni che si contrappone alla violenza con proposte concrete e realizzabili.

E’ atteso, nell’assemblea inaugurale, un importante messaggio di Papa Francesco. Ma per tre giorni, in decine di tavole rotonde, si alterneranno i più importanti leader religiosi di Europa e Mediterraneo, Asia e Africa, insieme ad esponenti della cultura e delle istituzioni: a questi ultimi verrà lanciato un forte appello perché si realizzino immediate tregue umanitarie e venga avviato con urgenza il complesso, ma al tempo stesso indispensabile, lavoro di costruzione della pace. Saranno interpellate tutte le istituzioni internazionali ma in particolare l’Europa che si trova di fronte ad un bivio: chiudere le sue porte e invecchiare tristemente oppure accettare le nuove sfide di fronte a cui si trova, come quelle della pace, dell’accoglienza e dell’integrazione.

Ma l’evento avrà anche un carattere popolare: ogni giorno si allarga il numero di coloro che - da ogni parte di Europa e non solo – si uniranno, all’inizio di settembre, come pellegrini di pace per assistere all’incontro nella capitale albanese.

Perché proprio l’Albania? Perché per costruire la pace occorre partire dalle periferie. Papa Francesco, un anno fa, cominciò da qui a visitare l’Europa. E oggi proprio questo piccolo Paese, che ospita la più forte presenza musulmana del vecchio continente, è diventato un modello di coabitazione tra le religioni e le culture, un interessante laboratorio dove per tre giorni saranno affrontati argomenti che riguardano la pace come: lo sviluppo sostenibile, le emergenze ambientali (che riguardano il pianeta in generale, ma anche la vivibilità di tante periferie delle megalopoli mondiali) e le diseguaglianze sociali

Tanti saranno i testimoni dei Paesi in conflitto, come Siria, Iraq, Nigeria, Mindanao (Filippine) e Libia, perché tutti ascoltino le loro voci e contribuiscano alla costruzione della pace.

Seguiteci anche via web:
L’hashtag è #peaceispossible

Sito web: www.santegidio.org
Twitter: @santegidionews
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Carcere di Gela - Suicidio di un giovane italiano di 30 anni. 31esimo del 2015

Ristretti Orizzonti
Un giovane italiano, di cui ancora non sappiamo il nome, si è impiccato ieri all’alba nel carcere di Gela, in provincia di Caltanissetta. Gli restavano meno di due anni di pena, relativi a una condanna per detenzione di droga e ricettazione, ma dopo il fallimento di un affidamento in prova ai servizi sociali gli era preclusa la possibilità di avere misure alternative al carcere.


Con la sua morte salgono a 31 i detenuti che si sono tolti la vita da inizio 2015, un numero “in linea” con quello degli ultimi anni, mentre si nota un importante abbassamento dell’età dei detenuti che si sono tolti la vita quest’anno: avevano 37 anni di media, rispetto ai 41 registrati nell’ultimo quindicennio dal dossier “Morire di carcere. 

Da segnalare anche un aumento dei suicidi tra i detenuti stranieri: nel 2015 sono il 30% del totale, a fronte del 15% registrato nella serie storica e per la prima volta dall’inizio delle nostre rilevazioni il tasso suicidario degli stranieri (che rappresentano il 28% dell’intera popolazione detenuta) supera quello che si registra tra gli italiani.

giovedì 27 agosto 2015

Iran reformists implore US Congress: Approve nuclear deal to boost human rights #SupportIranDeal

The Jerusalem Post
Human rights lawyer Nasrin Sotoudeh said it was "unrealistic" to hope that the deal would automatically resolve civil rights issues in Iran, but that it was still a step forward.
Iranian pro-democracy activists, lawyers and artists have thrown their weight behind last month's nuclear deal with world powers, hoping it will lead to a promised political opening that President Hassan Rouhani has so far failed to deliver.

Dozens of prominent figures, many of whom have spent time in jail and faced travel or work bans, have recorded short video clips on social media sites this week praising the July 14 accord that will lift international sanctions from Iran in exchange for strict curbs on its nuclear program.

"These video messages show that those who have paid the highest prices for the cause of democracy and human rights in Iran are supporting the deal," Mohammadreza Jalaeipour, a pro-democracy activist who organized the campaign said.

Many of the videos implored the US Congress to approve the deal in a vote due next month, arguing that it offers the best hope of promoting democracy in Iran and is not a capitulation to Iranian hardline factions to which they, too, are opposed.
"War and sanctions create crisis, and crisis is the death of democracy, the death of peace and human rights," film director Jafar Panahi, who has received accolades abroad but seen his work banned in Iran, noted in his video.

Human rights lawyer Nasrin Sotoudeh, who has represented opposition politicians and activists, said it was "unrealistic" to hope that the deal would automatically resolve civil rights issues in Iran, but that it was still a step forward.

"We are hopeful that the same approach that was adopted by the Iranian government to resolve international animosity, can be used to resolve differences within the country," she told Reuters by telephone from Tehran.
Opposition Republican lawmakers in Congress have vowed to sink the deal but need to recruit dozens of Democrats reach the two-thirds majority needed to override President Barack Obama's veto. Some hardliners in Iran's parliament have also opposed the deal, but have no legislative power to reject it.

Reformists have been excluded from Iranian politics since 2009, when the authorities put down pro-democracy demonstrations after a disputed presidential election, arrested several leaders, and barred candidates from subsequent elections.

Some of those who appear in this week's videos have paid a high price for their activities.

Jalaeipour spent five months in solitary confinement, Panahi was banned from making films and forbidden from traveling in 2010, while Sotoudeh was sentenced to six years in jail in 2010 and banned from practice.

At the 2013 election, reformists turned out in force to elect Rouhani, a pragmatic insider who promised to lift social and political restrictions. But the United Nations noted in March that the rights situation remains dire.

The video campaign suggests many Iranian reformists hope and expect that Rouhani, who championed the nuclear talks, can finally fight for political reform against hardline factions that dominate the judiciary and security establishment.

"Rouhani has focused on external engagement, but now will be expected to use the political capital to fulfill his other promises," Jalaeipour told Reuters.

"Hardliners in Iran have benefited, and civil society has suffered, from the standoff with the West."


Immigrazione: decine morti per asfissia in un camion in Austria che era diretto in Germania..

Il Sole 24 Ore
La polizia austriaca avrebbe trovato decine di cadaveri di profughi nascosti in un camion parcheggiato nell'autostrada A4 nell'est del Paese. 
Sarebbero morti asfissiati mentre viaggiavano clandestinamente attraverso l'Austria in un camion. Il bilancio è ancora incerto: secondo la polizia il numero dei morti potrebbe essere tra 20 e 50. 

Il camion che trasportava le decine di
migranti trovati morti per asfissia
Sarebbero deceduti all'interno del mezzo, probabilmente soffocati dalla mancanza di aria. «Si tratta di almeno 20 persone, ma potrebbero essere addirittura 50», ha detto Hans-Peter Doskozil, capo della polizia locale, in una breve conferenza stampa. «La morte è sopravvenuta già diversi giorni fa. Non siamo ancora in grado di fornire altri dettagli sulle cause. Possiamo affermare che si tratta di migranti», la cui provenienza non è stata precisata. 

Il ministro austriaco: subito centri di accoglienza sui confini dell'Ue Il ministro dell'Interno dell'Austria, Johanna Mikl-Leitner, ha chiesto all''Ue di istituire subito dei centri di accoglienza sui confini dell'Unione europea «per permettere il trasferimento in sicurezza di profughi nei 28 stati membri». «Questo è adesso il passo più importante», ha detto in una conferenza stampa sulla strage dei rifugiati trovati morti nel tir. Ieri altri arresti in Austria di trafficanti di esseri umani 

La versione online del Kronen Zeitung ha reso noto che ieri sono stati arrestati tre trafficanti di esseri umani vicino a Bruck an der Leitha, poco più a est. Uno è accusato di aver trasportato 34 persone attraverso il confine austriaco, facendo scendere in autostrada i migranti, fra cui dieci bambini. I profughi erano chiusi nel furgone, dove era «appena possibile» respirare. Il conducente non si è mai fermato, nonostante le pressanti richieste dei profughi e ha guidato ininterrottamente dal confine serbo, attraversando l'Austria.

#MéxicoNosUrge, l’appello per fermare la violenza in Messico

Left
«Come giornalisti siamo in pericolo, non abbiamo protezioni minime ma, anche se in queste condizioni, aquí estamos, noi ci siamo, tenemos mucha fuerza, abbiamo molta forza, porque tenemos la verdad a nuestro lado, perché dalla nostra parte abbiamo la verità». Il fotogiornalista Rubén Espinosa Becerril il 12 giugno 2015 si rifugia da Veracruz a Città del Messico dopo essere stato minacciato da “persone non identificate”. 


Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, viene assassinato con l’attivista sociale Nadia Vera, anche lei fuggita da Veracruz, e tre donne che vivevano nello stesso appartamento nella colonia Narvarte. Rubén continuava a denunciare come la libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente, in particolare nello stato di Veracruz.

«In questi ultimi cinque anni, durante il governo del priista Javier Duarte de Ochoa sono stati assassinati 15 giornalisti, tutti gli omicidi sono rimasti impuniti. Veracruz è la culla della violenza contro i giornalisti», denunciava. Fino al 31 luglio, quando un gruppo armato irrompe nell’appartamento in cui viveva a Città del Messico. Un giorno qualunque, in un quartiere alto borghese, delle persone entrano in una casa e, dopo aver violentato l’attivista Nadia Vera, la studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, uccidono tutti.
Dopo la strage, che ricorda le dittature argentine e cilene degli anni 70, la domanda centrale è perché li hanno uccisi. La giornalista indipendente Catalina Ruiz-Navarro, in uno degli editoriali più interessanti scritti in questo periodo, afferma: «Li hanno uccisi perché hanno potuto. Nella vita reale, non possiamo fare niente se non abbiamo l’opportunità di farlo, e questa opportunità in Messico è strutturale: l’ingiustizia è lo Stato. Una mancanza di protezione e impunità quasi assoluta: per questi li hanno uccisi».

Per Rubén e Nadia non è bastato rifugiarsi a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Rubén Espinosa è l’ultimo degli oltre cento giornalisti assassinati in Messico dal 2000 ad oggi.
Attivisti dei movimenti sociali, giornalisti, familiari delle vittime di femminicidio o di desaparición forzada che lottano per non lasciare impuni i crimini in Messico sono costantemente in pericolo. Tra gli attivisti e giornalisti minacciati ci sono anche cittadini italiani ed europei, che si sono uniti e hanno deciso di scrivere un appello, 

#MéxicoNosUrge, all’Unione Europea affinché interrompa le relazioni politiche e commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani. Nell’appello si chiede che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico e che l’Italia e l’Unione Europea sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone.
Left aderisce e rilancia l’appello, proponendo sul numero in edicola da sabato 29 agosto un approfondimento sui desaparecidos e un reportage sulle condizioni dei migranti in Messico.