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martedì 2 dicembre 2014

Pena di morte, esecuzione imminente per due malati mentali. APPELLO per Scott Panetti - Texas

Famiglia Cristiana
Uno negli Stati Uniti, la cui pena capitale è fissata per il 3 dicembre. L'altro in Bielorussia, potrebbe essere messo a morte in qualsiasi momento. Entrambi soffrono di turbe psichiche, ma nemmeno questo ha impedito la condanna. La Comunità di Sant'Egidio si mobilita per evitare loro il patibolo. 

Scott Panetti

Il 30 novembre, Giornata mondiale in ricordo della prima abolizione della pena di morte in uno Stato (il Granducato di Toscana nel 1786), duemila città del mondo hanno aderito all'iniziativa "Città per la vita" della Comunità di Sant'Egidio, illuminando un monumento contro il boia.

Dal Colosseo di Roma al Cristo Redentore di Rio de Janeiro, da Lisbona a Betlemme, da Boston a Manila, da Hong Kong a tante capitali africane, in un'alleanza che ha unito amministrazioni locali e società civile. Ogni anno, il numero di adesioni cresce, così come avanza il cammino per cancellare la pena di morte dalla faccia della Terra.

Lo scorso 21 novembre, la III Commissione delle Nazioni Unite ha votato una nuova risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni con 114 voti a favore su 193, cioè quattro in più rispetto a quella del 2012. Del resto, quando nel 1945 venne fondata l'Onu, solo 8 degli allora 51 Stati membri avevano abolito la pena capitale dal proprio ordinamento, mentre ora il numero degli abolizionisti per tutti i reati è 95, che sale a 137 considerando i Paesi che l'hanno abolita nella prassi.

Anche Papa Francesco è recentemente intervenuto per sostenere questo cammino verso la vita: "Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà", ha detto, "sono chiamati a lottare per l'abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia".

Proprio in questi giorni arriva dalla Comunità di Sant'Egidio un appello a mobilitarsi, sottoscrivendo e diffondendo la petizione, contro due omicidi di Stato. Per Scott Panetti, 56 anni, è già iniziato il conto alla rovescia che lo porterà, il 3 dicembre, al patibolo nel braccio della morte di Huntsville, in Texas. Lo Stato americano in testa per il numero di esecuzioni ucciderà per iniezione letale un malato di mente per un assassinio di 22 anni fa.

Nel 1992, Scott Panetti si rade i capelli a zero, indossa una divisa militare ed esce di casa. Va nell'abitazione dei suoceri e li uccide per aver dato rifugio all'ex moglie e alla figlia di tre anni, che l'avevano lasciato per i suoi comportamenti violenti legati all'alcool. Poi si consegna alla polizia dicendo di aver agito sotto il controllo del "Sergente" e "le risate del demonio". Al processo, si presenta con un vestito viola da cowboy e rifiuta l'avvocato per difendersi da solo; chiama a deporre alcuni testimoni morti da anni, insieme al Papa, Gesù Cristo e John Fitzgerald Kennedy. Negli 11 anni precedenti l'omicidio, infatti, era già stato ricoverato 14 volte per problemi psichiatrici e aveva una diagnosi per schizofrenia. L'ex moglie stessa, scrisse alla Corte che Scott, nonostante gli avesse distrutto la vita, non doveva essere condannato a morte a causa delle sue condizioni mentali. Eppure, la scelta dei giudici fu per la pena capitale.

Nel 2004, il giorno prima dall'esecuzione, l'iniezione venne bloccata, mentre nel 2007 la Corte Suprema concesse il riesame del caso. L'anno dopo, il verdetto fu però il ripristino della pena capitale perché, disse il giudice, "Panetti era malato di mente quando commise il crimine e lo è ancora adesso. Ma aveva chiaro il nesso tra il suo crimine, la sentenza prevista per quel crimine e il nesso causale retributivo tra il primo e la seconda".

Tuttora, il dead man walking, "il morto che cammina" come chiamano negli Usa i detenuti nel braccio della morte, sente le voci ed è convinto che la direzione del carcere gli abbia impiantato un sistema d'intercettazione nei denti. Per l'annullamento della sua condanna, si sono appellati al Governatore Rick Perry psichiatri, ex togati, pubblici ministeri, l'Unione Europea, pastori evangelici e vescovi cattolici. Eppure, senza che il suo stato mentale fosse riesaminato, la scorsa settimana la Corte d'appello del Texas ha confermato l'omicidio di Stato per il 3 dicembre, con un voto di stretta misura dei giudici (5 a 4). Il New York Times ha scritto in un editoriale: "Una società civile non dovrebbe mettere a morte nessuno. Ma certamente non può pretendere di aderire ad alcuno standard morale accettabile di colpevolezza se uccide qualcuno come Scott Panetti".

L'altro appello lanciato dalla Comunità di Sant'Egidio riguarda invece la Bielorussia del dittatore Lukashenko, l'unica nazione in Europa che continua a uccidere per legge e dove vige ancora il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, e le notizie filtrano dalle prigioni tramite i parenti dei giustiziati o le organizzazioni internazionali molto tempo dopo la morte del detenuto.

Per questo si sa che è imminente, ma non se ne conosce la data, l'esecuzione di Eduard Lykov, 53 anni, un uomo con evidenti turbe mentali e da sempre dedito all'alcool, accusato di aver commesso cinque omicidi. Il suo processo ha suscitato dubbi, specialmente per i consigli dei suoi avvocati, che ad alcuni parvero più propensi ad accorciare i tempi del procedimento che a difendere seriamente l'imputato. Potrebbe essere ucciso in qualsiasi momento, senza preavviso. Il 30 novembre, per Eduard e gli altri detenuti nel braccio della morte, la Comunità di Sant'Egidio ha promosso una veglia di preghiera nella chiesa dei Santi Elena e Simone a Minsk, la capitale bielorussa.

Come vivono gli yazidi nei campi profughi in Kurdistan: con la pioggia le tende sono allagate

Huffington Post
A causa della pioggia i residenti delle tende A2.59, A2.60, A2.61 e A2.62 hanno occupato le tende vuote circostanti. Alcuni di loro, una madre e 4 bambini, sono rimasti fuori: la loro tenda era piena zeppa di acqua. In quel momento di tende vuote vicine non ce n'erano e intanto continuava a piovere incessantemente. Allora le abbiamo fatte entrare nella nostra, dove di acqua ce n'era pochissima. Per fortuna mia madre e mio padre avevano passato il pomeriggio ad accumulare terra intorno alla tenda. Un'altra famiglia ha passato invece la notte in macchina. In realtà anche parte della mattina, finché la terra ha smesso di essere acqua per diventare fango - almeno percorribile.

Domenica 30 novembre ho parlato con tante persone, e tutti la pensano allo stesso modo. "Questi problemi non si risolveranno presto: le tende mancano tutte di una base concreta in cemento. E fino a quando non ci sarà avranno la funzione di vasche da bagno quando piove. L'alternativa è andarsene dal campo".

Altre 25 tende in un'altra parte del settore dove abito sono state fortemente danneggiate. Ma le persone non sono potute andare da nessuna parte. Hanno passato la notte cercando di resistere - non so come - contro l'acqua. Nessuno oggi ha chiesto a queste persone come stanno e cosa sia possibile fare per loro. Né il dmc (camp management del campo) né alcuna altra organizzazione.


La pioggia in questione è avvenuta mercoledì 26 novembre. È il racconto di Khaled, operatore di Un ponte per... nel campo per sfollati iracheni di Shariya (circa 15 km da Dohuk), tradotto dall'arabo all'inglese da Sulayman, suo collega, e accompagnato dalle foto che suoi amici hanno condiviso su Facebook. Me le ha fatte avere Salam, che ugualmente lavora con noi nelle aree urbane del Governatorato. Dopo averle viste sono tornato a Shariya, e "dal vivo" ho constatato goccia dopo goccia quanto mi era stato riferito. Insieme abbiamo fatto un giro lungo del campo, partendo dai depositi di cibo, vestiti e altri beni di prima necessità che poco alla volta vengono distribuiti. Poco, alla volta. Come la terra che manca sotto la rete che delimita i settori del campo. Le persone la usano per ricoprire i bordi delle tende. Per fare massa, per contrastare la pioggia. L'immagine che sembra riassumere al meglio il quadro fangoso del campo è l'enorme tir del World food programme che ha portato scatoloni di cibo nel campo. Doveva scaricarli vicino alle tende-deposito ma è rimasto incagliato nel fango poco dopo l'ingresso. Somiglia a una nave che affonda, mentre tre macchine-scialuppe di salvataggio mettono "in salvo" il carico e lo trasportano dal tir alle tende.

Proseguiamo lungo i settori, le tende, la ghiaia e il fango. Le persone salutano, una bambina salta con la corda, alcune donne svuotano le tende dall'acqua, dei ragazzini ci lanciano pietroline e mi chiedono "What's your name?". Vogliono giocare, loro, mentre un signore ci mostra la sua nuova "casa". È il caravan delle lavatrici, una lavanderia pubblica che non funziona a gettoni e che ha la porta aperta. Per fortuna, perché altrimenti la notte scorsa lui, la moglie, i suoi cinque figli, il fratello e i suoi genitori sarebbero rimasti in piedi per cercare di bagnarsi solo i piedi. Banale, troppo, chiedere se il danno sia stato riportato al camp manager. La risposta è furiosa, e a cosa serve riportarla?

Shariya non è stata l'unica pozzanghera ad ospitare migliaia e migliaia di famiglie. A Garmawa e Khanke la situazione è molto simile e l'unica, determinante differenza la fa chi ha costruito il campo. Perché significa individuare subito chi ha dato alle tende una base in cemento e chi invece ha forse pensato che la ghiaia svolgesse il suo ruolo rinfrescante come fa d'estate. Ma qui siamo in inverno, ormai abbastanza inoltrato. E durerà per almeno altri tre mesi.

Per questo le domande che ci si può porre sono abbastanza insolite. Ci si aspetterebbe una rabbia ricchissima, una rivolta di popolo, ma di quelle vere, di cui c'è da aver paura. E invece le parole forti sono sporadiche. Ci sono, non mancano affatto. Dispiacere e dispiacersi sono i verbi che descrivono forse al meglio quanto gli occhi vedono in un'istantanea. Per capire di più occorre fermarsi, ascoltare, parlare con chi questo dramma lo vive da mesi e sotto ogni punto di vista.

Khalid, per fare un esempio immediato, è arrivato in Kurdistan dopo essere fuggito dal suo villaggio vicino Sinjar, Khatania. Prima però ha passato 7 giorni imprigionato nel palazzo dove abitava insieme ad altre famiglie. Daesh era arrivato e aveva conquistato tutto. Vorrei passare un'intera giornata con lui ad ascoltare quanto ha da raccontare. E moltiplicherei questa esperienza per oltre 700 mila, quanti sono gli iracheni rifugiati in Kurdistan solo qui a Dohuk.

Numeri, abbondanza, ricchezza. Di quella vera, non solo incommensurabile come la sensazione che ti lascia un sorriso e la dignità con cui le persone che incontri ti accolgono, raccontano, collaborano e ti offrono del tè. È grande, davvero, e non sai come e se ringraziare se ti viene offerto un letto, pasti di una bontà indescrivibile, e l'accompagnamento a luoghi sacri che mai avresti pensato di visitare.

La settimana scorsa Husam, Sudad, Gigi ed io siamo andati a Baadre, dove ci sono le rovine del castello dove risiedeva l'ultimo imperatore ezida*. Ora oltre alla popolazione locale ci sono più di 1.700 famiglie ezide e cristiane scappate da Sinjar e Bashiqa. Vivono in case incomplete, e della generosità della comunità. Per il resto aria, té, sole, pioggia e attesa. Hassan e Khasan, fratelli, sostengono la famiglia portando l'acqua, andando in giro cercando aiuto, provando ad avere i contatti giusti. Shammu invece ha come unico passatempo guardare i bambini che giocano fuori, quando c'è il sole, che gli riscalda un po' la pelle. È invalido, gli manca una gamba da 15 anni, postumi di una storia che nel 90% dei casi è molto fresca nella memoria delle persone. Più di quella iniziata con la Guerra del Golfo del 1991 e delle più recenti invasioni statunitensi e di Daesh. È la guerra Iraq-Iran dell' '80-88. Terribile, violentissima, nei ricordi curdi delle persecuzioni di Saddam, e nelle reminiscenze irachene della prigionia iraniana. Che nel caso di Khasan è durata 7, lunghissimi anni, dopo i quali una vita normale non è stata più possibile. Oggi senza la famiglia del fratello lui non sarebbe nessuno, "perché sono schizofrenico, non so stare con una donna, e non posso farcela da solo".

Dopo Baadre è arrivata la volta di Lalish, il tempio sacro per eccellenza degli Ezidi*. Qui le parole forse sono inutili. Difficile descrivere l'atmosfera incantata, tetra e al tempo stesso pacifica che abbiamo trovato sul far del tramonto, mentre entravamo e leggevamo i cartelli "No hunting", divieto di caccia. La violenza nel credo ezida è vietata.

Percorrere a piedi la strada che porta al tempio, i volontari che puliscono il percorso e il tempio con scope di faggina - o rami secchi assemblati meticolosamente. Fedeli che distribuiscono cordicine bianche intrise di olio per sostenere la fiamma. "Fuoco, acqua e terra sono la base della vita, per noi ezidi è il principio da cui nasce il resto", mi dice Hussam. Il tempio infatti ne è pieno di fuoco, acqua e terra, attorno ai quali si prega, si baciano le mura, ci si stringe le mani, si esprimono desideri facendo nodi alle lenzuola colorate che adornano le colonne, all'interno. Di questa ricchezza ne respiri il sapore, lo osservi in silenzio mentre ascolti racconti che non potrebbero finire mai.

Poco prima di arrivare a Lalish, proprio a 1 km di distanza, c'è un pozzo petrolifero. Ce lo indica la fiamma, che brucia 24 ore su 24 ore e non ha nulla a che vedere con la sacralità del tempio. Però racconta anch'essa qualcosa di importante. Ricorda che l'Iraq è un paese profondamente ricco. Di petrolio, di acqua, di cibo, di umana bellezza. Te ne parlano tutti, sfollati che vivono dei campi, gli abitanti di Dohuk, imprenditori, commercianti, religiosi, rifugiati siriani. Anche in questo caso la domanda è di una superficialità ed efficacia disarmante. "Perché allora tutto questo? Come fai a torcere un solo capello a questa ricchezza?". La risposta è un'altra storia, e non ce n'è una sola, e nessuna è scontata. Nessuna è decisiva. Venerdì 28 novembre, c'è il sole, non piove. Per alcuni credenti sono sicuro che sia un segnale divino. Ma anche per altri credo non manchi l'occasione di sorridere, una volta di più, di fronte al fango che li circonda.

* Il termine Êzid significa "Dio". È da lì che origina il nome della religione e della comunità. "Yazida" invece è stato introdotto da Saddam Hussein, nel senso che è stato scritto proprio sulla carta di identità di coloro che da allora sono stati conosciuti più comunemente come "yazidi". Questo perché c'è stata la volontà politica di assegnare le loro origini al periodo di Umayyad Caliph Yazid, califfo ottomano della dinastia Ummayad che ha regnato dal 647 al 683. In pratica è significato mettere nero su bianco che gli Ezidi sono di origine musulmana, fatto assolutamente non vero. Questa storia me l'ha raccontata per la prima volta l'amico Latif al-Saadi prima di partire. La stessa storia me l'ha ricordata Hussam, prima di arrivare a Lalish.

lunedì 1 dicembre 2014

Papa Francesco: con leader altre fedi firmerà Carta contro tratta e schiavitù

AnsaMed
Con primate anglicano,ortodossi, ebrei, islamici, buddisti, indù
Roma - Papa Francesco firmerà martedì in Vaticano, insieme ai rappresentanti delle altre religioni mondiali, tra cui l'arcivescovo di Canterbury Justin Welby, oltre a ortodossi, buddisti, indù, ebrei e musulmani, una dichiarazione comune per l'impegno delle fedi all'eliminazione entro il 2020 della schiavitù moderna e della tratta di esseri umani.
La storica iniziativa, promossa a nome di papa Francesco e del primate anglicano Justin Welby dall'organizzazione Global Freedom Network (Gfn) in occasione della Giornata internazionale per l'abolizione della schiavitù, vedrà la firma della dichiarazione comune in una cerimonia ufficiale alle 11.15 nella Casina Pio IV, in Vaticano, sede della Pontificia Accademia delle Scienze. I leader religiosi del mondo dichiarano così il loro impegno per lo sradicamento della schiavitù moderna e dei traffici di esseri umani entro il 2020, in tutto il mondo e per sempre.
Per la prima volta nella storia i leader della Chiesa cattolica, anglicani e ortodossi, come buddisti, indù, ebrei e musulmani, si impegnano insieme per uno sforzo comune contro la schiavitù. Nella dichiarazione comune, il Papa e gli altri leader religiosi sottolineano che la schiavitù moderna, in termini di traffico di esseri umani, il lavoro forzato e la prostituzione, il traffico di organi, e qualsiasi rapporto che non rispetta il principio fondamentale che tutti gli uomini sono uguali e hanno la stessa libertà e dignità, sono un crimine contro l'umanità, e devono essere riconosciuti come tali da tutti e da tutte le nazioni. Essi affermano il loro impegno comune a ispirare l'azione spirituale e pratica per tutte le fedi e le persone di buona volontà in tutto il mondo per sradicare la schiavitù moderna.

I firmatari saranno: per la Chiesa cattolica papa Francesco; per gli anglicani l'arcivescovo di Canterbury Justin Welby; un rappresentante indù e due buddisti, tra cui il sommo sacerdote della Malaysia; per l'ebraismo il rabbino capo David Rosen e l'altro rabbino Abraham Skorka, vecchio amico di papa Bergoglio; per gli ortodossi, in rappresentanza del patriarca ecumenico Bartolomeo, appena incontrato dal Papa a Istanbul, il metropolita Emmanuel di Francia; per i musulmani, il sottosegretario di Al-Azhar Abbas Abdalla Abbas Soliman in rappresentanza del grande imam Mohamed Ahmed El-Tayeb, e i grandi Ayatollah Mohammad Taqi al-Modarresi e Sheikh Basheer Hussain al Najafi (quest'ultimo rappresentato dal consigliere speciale Sheikh Naziyah Razzaq Jaafar), oltre all'argentino Sheikh Omar Abboud, anch'egli amico di lunga data di papa Francesco. Saranno testimoni dell'evento vari rappresentanti di organizzazioni internazionali, tra cui il partner Gfn Andrew Forrest, della Walk Free Foundation, organizzazioni della società civile e imprese.

Human Rights Watch denuncia un clima di intimidazione e di violenze ai danni dei Tartari di Crimea

Italia Notizie
Almeno sette persone politicamente impegnate sono scomparse in Crimea dal maggio 2014. Altri due tartari sono scomparsi in ottobre e il corpo di uno di essi è stato trovato impiccato senza che siano state condotte indagini su questi fatti.
Negli ultimi mesi le autorità hanno esercitato forti pressioni per sciogliere il Mejlis (in arabo = consiglio) che rappresenta i Tartari di fronte alle altre comunità e allo stato con perquisizioni, chiusura di uffici ed è stato vietato ai leader andati all’estero di tornare in patria per 5 anni. 

Le autorità hanno condotto decine di perquisizioni in moschee, scuole e abitazioni private di Tartari di Crimea, sostenendo di essere alla ricerca di armi, droga, e “libri proibiti”.
Human Rights Watch segnala anche violenze da parte di gruppi di “auto-difesa”russi della Crimea.
Human Rights Watch chiede alla Russia e alle autorità della Crimea di permettere l’accesso nella penisola a osservatori internazionali affinché sia fatta piena luce su ciò che sta accadendo nella regione.
Questa fatti creare un’atmosfera di paura e ostilità. Alcuni Tartari sono si sono rifugiati in Ucraina, altri in Turchia che ha offerto a tutti, senza limiti di numero, asilo e accoglienza piena in virtù dei legami culturali e linguistici.
I Russi dal loro canto negano ogni attività persecutoria e dicono che si tratta di fatti non verificati, di campagne denigratorie orchestrate dagli Ucraini o dagli Occidentali. Affermano di voler solo prevenire e combattere derive estremiste. 

In particolare fra i Tartari di Crimea è diffusa la adesione al Hizb- ut-Tahrir (in arabo: partito della liberazione). Si tratta di una organizzazione di origine egiziana ma diffusa in moltissimi paesi, anche occidentali, che predica il ritorno al califfato di tutti i mussulmani. Nulla a che vedere però con il califfato proclamato dall’ISIS, in quanto essa richiama solo mezzi pacifici e garantirebbe una libertà religiosa a tutti i culti, islamici e non. Come avveniva nell’impero turco Tuttavia si ritiene che nel califfato dell ISIS militino molti tartari di Crimea.
I tartari di Crimea sono i discendenti di gruppi di lingua turcomanna e religione mussulmana che erano frammisti alle orde mongole di Gengis kan che invasero l’Europa orientale nel 1200. In seguito si formarono i kanhati della Orda d’oro che però dal ‘500 entrarono in crisi. Contro di essi mossero, oltre ai cattolici polacchi, i russi ortodossi e lentamente i loro territori furono assorbiti nell’impero russo. La Crimea fu acqusita dai russi solo nel 700; vi immigrarono Russi e Ucraini che divennero la maggioranza della popolazione, attualmente circa l’80- 85% . All’invasione dei Tedeschi della Seconda Guerra Mondiale i Tartari simpatizzarono, almeno in parte, con essi nella speranza di ottenere la liberta, cosi come fecero altri Tartari in tutta la Russia. Per questo Stalin ordinò la loro deportazione in Asia centrale: in parte perirono durante l’esilio dal quale ritornarono alla spicciolata dopo la morte di Stalin: solo con Gorbaciov ebbero il permesso formale di ritorno.
I Tartari quindi si sentivano molto più tutelati dall’appartenenza all’Ucraina che non dagli odiatissimi Russi e per questo furono decisamente contrari all’annessione della Crimea alla Russia.

Azerbaijan e diritti umani: l’impegno delle ONG

Europae
Si sono conclusi tra le proteste i sei mesi di Presidenza dell’Azerbaijan del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Già nel corso del suo mandato il governo di Baku era stato più volte criticato da organizzazioni come Amnesty International e Index on Censorship per il mancato rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. 


Ora che la Presidenza è giunta a termine, le manifestazioni si sono moltiplicate. Ogni giorno dal 17 al 21 novembre, a Londra, Index on Censorship, in collaborazione con Platform, ha organizzato dei picchetti davanti all’ambasciata azera ed alle sedi di altri enti come l’Ufficio degli Esteri e del Commonwealth britannico, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e il Comitato Olimpico Internazionale.

Durante la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa l’Azerbaijan ha ulteriormente aumentato la repressione dei diritti umani nel Paese”, ha spiegato Melody Patry, Senior Advocacy Officer di Index on Censorship. “Negli scorsi mesi”, ha continuato Patry, “si sono avuti numerosi arresti di attivisti, giornalisti e avvocati. Secondo la lista più recente, erano 98 i prigionieri politici in Azerbaijan, ma da allora due delle persone che hanno pubblicato questo documento, Leyla Yunus e Rasul Jafarov, sono state arrestate e sono attualmente in prigione”.

I reati di cui sono accusati i 100 prigionieri politici azeri sono diversi, e vanno dal vandalismo alla detenzione di droga, fino all’evasione fiscale. “Rasul Jafarov, per esempio, è stato arrestato con l’accusa di evasione fiscale, abuso di potere e attività illegali. Questo perché quando si riceve un finanziamento a nome di una ONG per un progetto a difesa dei diritti umani, ci sarebbe l’obbligo in Azerbaijan di registrare l’entrata. Quando Jafarov ha ricevuto il finanziamento, il Ministero della Giustizia si è invece rifiutato di registrarlo, quindi la sua è stata considerata come un’attività illegale”, ha spiegato Ramute Remezaite, avvocato lituano, difensore di Jafarov, costretta a lasciare l’Azerbaijan in quanto il governo le ha rifiutato il rinnovo del visto.

“A Baku una manifestazione come questa non sarebbe mai possibile”, ha aggiunto Remezaite riferendosi al picchetto davanti all’ambasciata a Londra, “tutti i manifestanti sarebbero arrestati e trattenuti in prigione per 15-20 giorni circa”. Con le proteste dei giorni scorsi gli attivisti mirano ad aumentare la pressione sui partner europei dell’Azerbaijan e spingerli a prese di posizione più nette, per far sì che il governo di Baku allenti la morsa sulle libertà d’espressione e di riunione.

Dal canto suo l’ambasciata azera a Londra ha tenuto a respingere fermamente le accuse lanciate al governo dagli attivisti. “Nei suoi sei mesi di Presidenza l’Azerbaijan ha dimostrato di essere un contribuente netto e non solo un consumatore dei valori del Consiglio d’Europa. Non abbiamo risparmiato energie nel promuovere il dialogo interculturale, la lotta alla corruzione, l’educazione e le politiche giovanili”, ha dichiarato Polad Mammadov, Secondo Segretario dell’ambasciata.

Con riguardo alle libertà di espressione e di riunione, Mammadov ha voluto ribadire come “l’Azerbaijan abbia introdotto riforme significative alla sua legislazione nazionale e garantisca tutti i meccanismi necessari per la protezione dei diritti fondamentali”. “Per ciò che concerne i recenti arresti nel Paese”, ha aggiunto il Segretario, “riteniamo che sia cruciale, per le autorità, avere a disposizione il tempo necessario per portare avanti le loro indagini. È increscioso che alcune organizzazioni la chiamino repressione. Come in ogni società civile, è inaccettabile trarre giudizi affrettati su questi arresti. Crediamo inoltre che attività professionali non possano essere un paravento per le persone quando si infrange la legge”.

Da tempo l’Azerbaijan è nel mirino delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Tuttavia, il Paese, che è un importante partner economico per gli Stati europei in quanto possiede consistenti giacimenti petroliferi, ha di recente intrapreso alcune azioni tese a riqualificare la propria immagine all’estero. Un esempio è l’Eurovision Song Contest che quest’anno si è tenuto proprio a Baku, mentre per il 2015 la capitale azera si prepara ad ospitare la prima edizione dei Giochi Olimpici Europei.

“I diritti umani non hanno nulla a che fare con i recenti eventi culturali e sportivi ospitati in Azerbaijan, ed è di vitale importanza che questi eventi rimangano separati da simili temi”, ha commentato Mammadov. “È triste che le organizzazioni per i diritti umani abbiano cercato di unire le due cose per portare avanti i propri obiettivi. Noi riteniamo che, in qualità di orgoglioso Paese ospitante dei primi Giochi Olimpici Europei, l’Azerbaijan debba avere l’opportunità di tenere l’evento senza questo tipo di interferenze”.

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Eritrei, i dimenticati della terra. Le testimonianze agghiaccianti di chi fugge alle bande di trafficanti di esseri umani

www.huffingtonpost.it
Gli ultimi fra gli ultimi. Senza neanche l’onore” dei riflettori internazionali che si accendono, a intermittenza, a Gaza, a Gerusalemme, nella martoriata Siria o sul Califfo Ibrahim e i suoi tagliagole. Se non finiscono sui fondali del Mediterraneo, non fanno notizia. Sono i “dimenticati della terra”: gli Eritrei. Centinaia di migliaia di disperati che fuggono da uno dei regimi più repressivi al mondo. Finendo nella mani avide e insanguinate dei trafficanti di esseri umani e dei loro organi.

Una comunità internazionale imbelle e distratta non ha nella sua agenda, neanche agli ultimi posti, il “caso Eritrea”. E a smuovere le coscienze dei Grandi della Terra non servono i sempre più allarmanti rapporti delle più impegnate agenzie umanitarie. Niente. In questi giorni, riguardando con alcuni operatori impegnati sul campo dell’assistenza ai “dimenticati della terra”, alcuni articoli che avevo scritto a suo tempo per l’Unità, c’è chi si è lasciato andare con una considerazione terribile: “Le cose sono rimaste così. Nulla è cambiato, se non i nomi di quei disperati”. Constatazione drammatica. Atto d’accusa nei confronti di chi può intervenire e non lo fa.

Ritrovo la testimonianza di una donna, una dottoressa coraggiosa: Alganesh Fessaha, eritrea, dell’organizzazione non-governativa Gandhi. “Non solo eritrei, anche etiopi, somali e persone di altre nazionalità sono in grave pericolo, dopo aver vissuto per mesi nei lager Sinai. Persone che per svariati motivi – racconta - la maggior parte perché perseguitati dai dittatori nei loro Paesi, hanno lasciato affetti e radici alla ricerca di un posticino per poter continuare a vivere, diritto legittimo di ogni persona. Sono stati venduti ai trafficanti di uomini dalle guide a cui si erano affidati mentre attraversavano il Sinai per raggiungere Israele".

Trafficanti crudeli, senza alcuna pietà. Donne stuprate davanti ai figli e i loro compagni, uomini e donne, e anche minori, torturati anche fino alla morte dai loro aguzzini. Mentre le vittime erano sotto tortura, i trafficanti di uomini chiamavano le famiglie delle vittime per estorcere denaro; riscatti altissimi, fino a 50.000 – 60.000 dollari, generalmente pagati da parenti lontani in Europa, Usa, Canada ecc. Chi non poteva pagare, spesso veniva ucciso, oppure sottoposto all’espianto degli organi, immessi poi nel mercato nero del traffico di organi.

“Quando chiamano per chiedere i soldi del riscatto – aggiunge ancora la dottoressa Fessaha - i prigionieri vengono picchiati, viene loro versata addosso dell’acqua, poi viene attaccata la corrente così che le scosse elettriche li facciano urlare di più". Oppure, per farli gridare, li bruciano con plastica fusa, benzina e acidi. Sentendone le urla e le richieste disperate di aiuto, i parenti raccolgono tutto il denaro che riescono a racimolare indebitandosi, se necessario, o chiedendo aiuto ad altre famiglie. Il pagamento avviene tramite i circuiti internazionali del money transfer.

Sono passati alcuni anni da questa testimonianza, ma nulla, nulla è cambiato. Il regime di Asmara sarebbe coinvolto in prima linea nel traffico di essere umani diretto verso l’Egitto. Ad affermarlo è un rapporto delle Nazioni Unite, secondo il quale il governo eritreo chiuderebbe entrambi gli occhi di fronte al rapimento di uomini e donne del proprio Paese, molto spesso minorenni.

La maggior parte dei rapimenti accadrebbe nel campo profughi di Shegarab, un grande campo dell’Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) dove spariscono decine di persone al mese: uomini e donne vengono rapite col benestare dei supervisori del campo, per poi essere affidati ai Rashaida, una tribù nomade, che li porterebbero nel deserto del Sinai, vero centro di smistamento di persone provenienti anche da altre zone dell’Africa.

Sarebbe quello il capolinea per la maggior parte dei rapiti: se riscattati (con una somma variabile dai 3 ai 6mila dollari) presumibilmente tornano nel loro Paese oppure, come la maggior parte delle volte, uccisi e i loro organi rivenduti in Occidente. Quel rapporto dell’Onu è datato 2012.

Da allora, nulla è cambiato. Nulla. Tranne un dato. Agghiacciante. Dal 2004, oltre 200mila eritrei sono scappati dalla repressione e dalla povertà in patria o dai campi profughi allestiti al confine etiope. In un rapporto presentato a Bruxelles si parla di 25-30 mila persone vittime del traffico in Sinai tra il 2009 e il 2013 - tra morti, scomparsi, sopravvissuti o detenuti.

Un ruolo chiave nei rapimenti lo svolge l’Unità eritrea di controllo dei confini, guidata dal generale Teklai Kifle: questi spesso rapiscono i giovani di 16 e 17 anni, costretti dal regime a completare il ciclo di studi prestando servizio militare per un anno nel campo militare di Sawa. Una volta sequestrati, gli eritrei vengono torturati e rinchiusi in prigioni sotterranee. Le donne vengono stuprate a ripetizione, spesso anche in pubblico, e ai genitori vengono fatte ascoltare le urla dei figli attraverso telefonate durante le sevizie. Per i giovani eritrei viene di solito chiesto un riscatto di 10.000 dollari.

Altri profughi, riusciti a fuggire dall’inferno del Sinai, etiopi ed eritrei, raccontano che i trafficanti beduini prendono in consegna gruppi di due-trecento persone per condurli in Israele, ma poi li rinchiudono in container e gabbie metalliche dove vengono picchiati, privati di cibo e acqua, sottoposti a torture, contusioni e scariche elettriche, appesi per i piedi o per le mani.

Una di queste sventurate, Fatima, aveva raccontato così la sua tragedia: “Non abbiamo acqua potabile - dice Fatima - dobbiamo bere l’acqua del mare e molti di noi già hanno problemi intestinali. Ci danno da mangiare una pagnotta e una scatola di sardine ogni tre giorni, siamo costretti a vivere incatenati come bestie”.

"Negli ultimi 13 anni in Eritrea non è cambiato nulla. È un Paese completamente militarizzato che non dà spazio, soprattutto ai giovani che possono sognare un futuro diverso da quello che il regime ha prospettato per loro, ovvero la vita militare fino a 50 anni. L’assenza totale di una prospettiva diversa, di una possibilità di realizzare i propri sogni, come poter continuare gli studi o lavorare dove si desidera, è inaccettabile. In aggiunta c’è totale assenza di qualsiasi libertà, di qualsiasi diritto. I giovani non vogliono essere trattati da schiavi di fatto, perché il servizio militare è diventato una schiavitù legalizzata. Ecco perché fuggono, vogliono avere un futuro diverso, senza rischiare la vita ogni giorno per qualcosa in cui non credono più". A sostenerlo è un prete coraggioso: don Mussie Zerai, responsabile della pastorale degli immigrati eritrei ed etiopi in Svizzera e fondatore della Ong Agenzia Habeshia.

Don Zerai, che vive tra Roma e la Svizzera, è diventato un riferimento per i migranti eritrei, che gli telefonano dalle situazioni più difficili. La mancanza di una politica per l’Eritrea da parte dell’Europa garantisce al regime autoritario di Isayas Afewerki, stabilmente al potere da oltre 20 anni, la legittimazione per reprimere ulteriormente la libertà di stampa, di opinione, di riunione e di credo religioso.

Ancora oggi l’Eritrea in tema di libertà di stampa è all’ultimo posto su 179 Paesi. Nel suo rapporto annuale del 2013, Amnesty International descriveva l’Eritrea come un Paese dove "l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato". È rimasto obbligatorio anche l’addestramento militare per i minori. Le reclute sono state impiegate per svolgere lavori forzati. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici hanno continuato ad essere detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose. L’impiego di tortura ed altri maltrattamenti è stato un fenomeno diffuso. Non erano tollerati partiti politici d’opposizione, mezzi di informazione indipendenti od organizzazioni della società civile. Soltanto quattro religioni erano autorizzate dallo Stato; tutte le altre erano vietate e i loro seguaci sono stati sottoposti ad arresti e detenzioni. Un anno dopo, nulla è cambiato. Se non in peggio.

Ultima annotazione. Sempre nel 2013, ispettori delle Nazioni Unite hanno accusato l’Italia di aver favorito il regime di Isaias Afewerki, fornendo elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate di quel Paese, sottoposto all’embargo internazionale.