Pagine

venerdì 27 giugno 2014

Egitto, 183 Fratelli mussulmani condannati alla pena di morte per i disordini dell'agosto scorso

Italia 24 News
Ieri è arrivata la sentenza del processo d’appello per i sanguinosi disordini dello scorso agosto a Minya, nel sud dell’Egitto, che portarono all’uccisione del vice comandante di una stazione di polizia dopo lo sgombero del sit-in di Rabaa el Adaweya del Cairo. Sono state 183, sulle 500 richieste, le condanne a morte, compresa quella della guida spirituale dei Fratelli Musulmani, Mohamed Badie (foto).
Mohamed Badie
Un anno fa l’Egitto ha vissuto un’estate davvero infuocata, fatta di scontri e guerriglia, durante i quali hanno perso la vita centinaia di persone. Le tensioni avevano portato alla deposizione di Mohamed Morsi, il presidente espressione dei radicali islamici. Questi ultimi si dichiarano apertamente contro il governo del presidente Abdul Fatah al Sisi, l’ex generale che ha giurato loro guerra aperta.

In merito alla sentenza, anche stavolta il verdetto dovrà passare per la ratifica, non vincolante del Gran Muftì, il più alto rappresentante della legge islamica sunnita.

Giorni difficili in Egitto, dunque, dove ai militari, e a una magistratura da sempre influenzata dai governi in carica, ha affidato il compito di respingere l’avanzata dei radicali.

A Washington, intanto, si cerca di capire quale posizione assumere. Sono diverse le organizzazioni per i diritti umani che chiedono l’annullamento della sentenza. «Le condanne a morte confermate da un tribunale egiziano vanno annullate», chiede per esempio Hassiba Hadj Sahraui, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa. E aggiunge: «L’Egitto ha fatto un enorme passo indietro in tema di diritti umani», definendo l’uso della pena capitale come un mezzo «per eliminare gli avversari politici».
Gaia Albini 

Egitto: il mondo si mobilita per i reporter di Al Jazira in carcere, ma Sisi rifiuta la grazia

Il Messaggero
Mobilitazione internazionale, ed espressioni di solidarietà anche al Cairo, per i giornalisti della tv satellitare Al Jazira condannati pesantemente in Egitto per presunto "sostegno ai Fratelli musulmani". Ma nonostante le proteste, il presidente e nuovo uomo forte egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha indirettamente respinto al mittente una richiesta di grazia avanzata dagli Stati Uniti.
A Londra, .di fronte alla sede della Bbc, centinaia di giornalisti si sono radunati per denunciare l'esito del processo sotto lo slogan "journalism is not a crime".

I partecipanti hanno osservato un minuto di silenzio tappandosi la bocca con un nastro adesivo nero per sottolineare come il verdetto del Cairo rappresenti una violazione della libertà d'informazione. Intanto da Doha l'emittente panaraba ha moltiplicato i suoi appelli usando l'hashtag #freeajstaff.

E molte altre sono state le manifestazioni di sostegno ai reporter incarcerati diffuse in rete con foto o slogan. A turbare il mondo dei media è anche l'entità delle pene: con la condanna a sette anni inflitta al pluripremiato reporter australiano Peter Greste e all'egiziano-canadese Mohamed Fahmi (ex capo dell'ufficio cariota di Al Jazira) e quella a 10 anni di reclusione al producer locale Baher Mohamed.

Accusati di "disinformazione" e "sostegno materiale alla Confraternita" - di nuovo bandita come 'organizzazione terroristica dal nuovo potere egiziano - i tre sono ora nel carcere di Torà, al Cairo, assieme a quattro fotografi e operatori egiziani. Mentre7 altri 11 reporter imputati (tra cui due britannici e una olandese) sono stati condannati a 10 anni in contumacia. Ma l'allarme e gli appelli non sembrano smuovere Sisi.

"Non si compiono ingerenze nelle attività della magistratura, che è indipendente", ha sostenuto oggi il presidente ed ex generale al Cairo durante una cerimonia presso l'accademia militare. Una replica indiretta al coro di critiche internazionali, con Onu, Gran Bretagna e organizzazioni per la difesa dei diritti umani in testa, che aveva spinto Washington a sollecitare un atto di clemenza presidenziale come soluzione della vicenda.

"Chiediamo al governo egiziano di concedere la grazia a queste persone", aveva detto apertamente un portavoce della Casa Bianca, in linea con quanto chiesto dall'Australia e da decine di media stranieri presenti al Cairo e uniti in un appello alla scarcerazione. Il presidente americano Barack Obama, se vuole, ha comunque un forte strumento di pressione: il miliardo e mezzo di dollari l'anno in aiuti soprattutto militari che da ottobre sono stati congelati (e solo parzialmente sbloccati questa settimana) proprio in attesa di prove di rispetto dei diritti fondamentali da parte della nuova leadership egiziana. Nel negare la grazia, Sisi non ha del resto nascosto le difficoltà economiche e di bilancio dell'Egitto, su cui insiste da mesi.

giovedì 26 giugno 2014

Libia, l'orrore nelle carceri non ha fine mentre prosperano gli affari nel "commercio" dei disperati

La Repubblica
Human Right Watch (HRW)ha visitato nove dei centri dove vengono trattenuti, in condizioni a dir poco disumane e sottoposti a violenze di ogni sorta. "...Ho visto appendere quattro o cinque persone a testa in giù ad un albero fuori dalla porta principale e li ho visti percuoterli e frustarli sui piedi e sulla pancia"

ROMA - Mentre c'è attesa delle scelte che potrà compiere il neo-premier Ahmed Omar Maiteeq, il paese è di fatto preda di un vero e proprio pandemonio politico. Il volume d'affari più cospicuo è quello del traffico di esseri umani. Quello della benzina è passato in secondo piano. Era meno rischioso, è vero, ma non c'è dubbio che "commerciare" con esseri umani disperati conviene assai di più. Soprattutto perchè a voler partire dalla Libia sono davvero in tanti. Si contano a migliaia a Tripoli, così come a Bengasi, a Misurata, o a Zwara, considerato ormai il centro nevralgico degli "affari" che si fanno con i migranti e i profughi in Libia. A Fashloum, oppure a Gourjiy - due quartieri della capitale - centinaia di uomini provenienti dall'Africa "profonda" aspettano di partire. Sono richiedenti asilo siriani, somali, eritrei, sudanesi, che nell'attesa del "passaggio" verso l'Europa cercano di spravvivere proponendosi come lavoratori occasionali. E c'è solo da immaginare con quali compensi e quali garanzie. 
Le visite di HRW ai centri di detenzione. Intanto,  Human Rights Watch(HRW) ha visitato nove dei centri dove vengono trattenuti, in condizioni a dir poco disumane e sottoposti a violenze di ogni sorta, i migranti che comunque in Libia non vengono distinti fra quelli, cosiddetti "economici", ovvero in cerca di lavoro, e quelli che invece duggono dai loro paesi per ragioni umanitarie: guerre, discriminazioni, assenza di diritti fondamentali. I funzionari di HRW hanno così parlato con 138 detenuti dei problemi nel corso della loro detenzione. In otto dei centri - Burshada e al-Hamra, vicino Gharayan; al-Khums, a cento chilometri a est di Tripoli; Zliten, e Tomena, vicino Misurata; abu-Saleem e Tuweisha a Tripoli; e Soroman, 60 chilometri a ovest di Tripoli - i detenuti hanno parlato di gravi violenze da parte delle guardie carcerarie. Alcuni colloqui sono stati condotti in gruppo, altri in privato e confidenzialmente.

Chiusi 24 ore nei container.
 Tra le strutture utilizzate per detenere i migranti vi sono container da nave, ex-centri veterinari e uffici governativi non utilizzati e non sono adibiti ad ospitare detenuti neanche per un breve periodo. Dozzine di detenuti hanno detto a Human Rights Watch di aver passato mesi confinati 24 ore al giorno all'interno di stanze e container.

Botte e scariche elettriche.
 Guardie penitenziarie dei centri di detenzione per migranti sotto il controllo del governo libico hanno torturato, o usato violenza in altra maniera, su migranti e richiedenti asilo, con flagellazioni, pestaggi e scariche elettriche. Lo continua denunciare oggi Human Rights Watch (HRW)che ha dunque rilasciato le conclusioni preliminari delle sue indagini nel Paese, dell'aprile 2014, le quali comprendono interviste a 138 detenuti, quasi cento dei quali hanno riferito di torture e altre violenze. Le presunte violenze, il sovraffollamento massiccio, le condizioni igieniche precarie, e la mancanza di accesso a cure mediche adeguate in otto dei nove centri che Human Rights Watch ha visitato costituiscono un'infrazione degli obblighi della Libia a non compiere torture o trattare persone in modo crudele, inumano o degradante. 

Le "perquisizioni" di agenti maschi sulle donne detenute. "I detenuti ci hanno descritto come agenti maschi hanno perquisito donne e ragazze togliendo loro gli abiti e assaltando uomini e ragazzi" riferisce Gerry Simpson, ricercatore esperto sui rifugiati a Human Rights Watch. "La situazione politica in Libia può essere dura, ma il governo non ha scuse rispetto alle torture o ad altre deplorevoli violenze da parte degli agenti carcerari in questi centri di detenzione". La guardia costiera libica, che riceve aiuti dall'Unione Europea (Ue) e dall'Italia, intercetta o porta in salvo centinaia di migranti e richiedenti asilo ogni settimana mentre questi cercano di raggiungere l'Italia in barche di trafficanti, e li detiene in attesa di deportazione, insieme a migliaia di individui arrestati in Libia per essere entrati nel Paese senza permesso o per esservi rimasti senza valido permesso di soggiorno.

ALCUNE TESTIMONIANZE
  

Eritreo di 33 anni. Centro di migrazione al-Hamra, dove i detenuti vengono tenuti nei container navali. A Novembre [2013], alcuni hanno provato a scappare. Li hanno presi - racconta - hanno poi punito tutti i detenuti in uno dei container. L'ho visto succedere con i miei occhi. Li hanno tirati fuori, gli hanno tolto le camicie, gli hanno tirato acqua addosso e poi li hanno frustati con della gomma sulla schiena e sulla testa per circa mezz'ora. Stavano tutti vomitando per la sofferenza. Altre volte le guardie dicono che spareranno alla gente se non mette i piedi attraverso le barre davanti al container. Poi li picchiano. 

Somalo di 27 anni.
 Da quando sono arrivato qui [nel 2014], le guardie mi hanno aggredito due volte. Mi hanno frustato con un filo di metallo e picchiato e preso a pugni su tutto il corpo. Le ho anche viste appendere quattro o cinque persone a testa in giù ad un albero fuori dalla porta principale e poi percuoterli e frustarli sui piedi e la pancia. E una settimana fa [metà aprile 2014], li ho visti aggredire un uomo egiziano che era stato qui per tre mesi ed era malato di mente. Lo hanno preso a calci in testa e gli hanno rotto un dente. 

Ragazza eritrea di 21 anni. Centro di detenzione per migranti di Soroman. Sono qui dal febbraio scorso. Quando alle guardie non piace quello che fa qualcuno entrano racconta - urlano e lo picchiano con bastoni. Quando sono arrivata qui, le guardie hanno messo tutte noi [23 donne] in una stanza, ci hanno detto di toglierci i vestiti e ci hanno infilato le dita nella vagina.

Quei 12 milioni che UE e Italia regalano alla Libia. Sia l'Ue che l'Italia sostengono anche i centri di detenzione libici attraverso la riabilitazione di alcuni centri e il finanziamento di organizzazioni internazionali e non-governative libiche che vi forniscono assistenza. L'Ue e l'Italia hanno stanziato almeno 12 milioni di euro per i centri nei prossimi quattro anni. L'Ue e l'Italia dovrebbero sospendere ogni assistenza ai centri, che sono gestiti dal ministero degli interni, fino a che il ministero acconsenta a un'indagine sugli abusi e a che la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) abbiano verificato indipendentemente che le violenze siano terminate, ha dichiaratoHuman Rights Watch. Se le violenze terminano, l'Ue e l'Italia dovrebbero anche cercare un accordo con il ministero dell'interno su come utilizzare ulteriori aiuti per portare i centri di detenzione in linea con standard internazionali minimi entro la fine del 2014. Se tale scadenza dovesse risultare non rispettata, tutti gli aiuti ai centri al di sotto degli standard dovrebbero essere sospesi.

Arrivi senza precedenti. 
Le rivelazioni di violenze giungono mentre il numero di migranti e richiedenti asilo che compie il pericoloso attraversamento via mare dalla Libia all'Ue sta per raggiungere il livello record nel 2014. La Marina italiana, dall'ottobre 2013, ha messo in piedi un'operazione di salvataggio su larga scala nota come Mare Nostrum, che ha portato in salvo migliaia di richiedenti asilo e migranti da imbarcazioni inadeguate a prendere il largo. Il 17 giugno, il ministro della Difesa italiano ha detto che al summit dell'Ue del 26 e 27 giugno l'Italia chiederà all'agenzia Ue per la protezione delle frontiere, Frontex, di subentrare nel controllo dell'operazione. Di recente, migranti e richiedenti asilo hanno raggiunto l'Italia dalla Libia ad un ritmo senza precedenti. Nei primi quattro mesi del 2014 circa 42mila persone sono sbarcate in Italia, di cui appena meno di 27mila sono arrivate dalla Libia, secondo Frontex, l'agenzia delle Ue per la protezione delle frontiere. Il numero di arrivi su barconi più alto mai registrato in Italia e a Malta in un anno, il 2011, era di quasi 60mila, secondo Frontex.

Le visite e le interviste di HRW. Che ha vistato 9 dei 19 centri di detenzione gestiti dal Dipartimento alla lotta all'immigrazione clandestina (DCIM) del ministero dell'interno. In otto dei centri, 93 detenuti, tra cui diversi ragazzini anche di appena 14 anni, hanno descritto come le guardie aggrediscano regolarmente loro e altri detenuti. Hanno riportato di essere picchiati dalle guardie con spranghe, bastoni, calci di fucile, e frustati con cavi, tubi, e fruste di gomma fatte con copertoni d'auto e tubi di plastica, talvolta per lunghi periodi sulle piante dei piedi. Hanno anche detto di venire ustionati dalle guardie con sigarette, presi a calci e pugni sul torso e in testa, e di essere sottoposti a scariche elettriche con dei taser. In un centro cinque detenuti hanno detto di essere stati appesi dalle guardie a testa in giù ad un albero e poi frustati.

Un controllo solo teorico sulle guardie. Sia uomini che donne hanno riferito che, arrivati al centro, sono stati fatti spogliare e che sono state condotte perquisizioni invasive, anche nelle cavità corporali. Detenuti in quattro centri hanno detto che le guardie hanno minacciato di sparargli o hanno fatto fuoco in aria. Alcuni detenuti hanno anche descritto violenze verbali da parte delle guardie comprese offese razziste, minacce e imprecazioni frequenti. La violenza costante usata dalle guardie che lavorano nei centri di detenzione, che almeno nominalmente sono sotto il controllo del governo, costituisce un'infrazione degli obblighi internazionali della Libia di proteggere da tortura e trattamento crudele, inumano e degradante chiunque si trovi sul proprio territorio.

Nessuno è accusato di nulla, nessun processo.
 Nessuno dei detenuti intervistati da Human Rights Watch ha riferito di essere stato processato o di aver avuto la possibilità di impugnare la decisione di detenzione e deportazione. Una detenzione prolungata senza accesso ad una revisione giudiziale equivale a detenzione arbitraria, proibita dal diritto internazionale. "In un centro dopo l'altro, i detenuti si sono messi in fila per parlare della paura in cui vivono ogni giorno, chiedendosi quando arriverà un nuovo giro di botte o fustigazioni" ha detto Simpson. "Le autorità chiudono un occhio di fronte a queste terribili violenze e hanno creato una cultura di completa impunità per la violenza contro migranti e richiedenti asilo".

Il dramma del sovraffollamento.
 Human Rights Watch ha anche documentato gravi sovraffollamenti nei nove centri visitati e condizioni igieniche scarsissime in otto di essi. In alcuni centri, i ricercatori di Human Rights Watch hanno visto fino a sessanta uomini e ragazzi ammucchiati in spazi minuscoli di appena 30 metri quadri. In altri, centinaia di detenuti straripano dalle stanze verso stretti corridoi, in alcuni casi allagati a causa di servizi igienici intasati, pur di usare ogni spazio disponibile.

Niente cure mediche. Detenuti bisognosi di cure mediche hanno detto che le guardie gli rifiutano il trasferimento in ospedali o cliniche o di non ricevere cure adeguate all'interno del centro di detenzione. Alcuni membri del personale dei centri di detenzione hanno detto a Human Rights Watch di non avere mezzi sufficienti per dare ai detenuti, tra cui donne incinte e bambini, cure adeguate, né i mezzi per trasferirli in ospedali per cure specializzate.

Perchè l'Ue e l'Italia non chiedono conto dei loro soldi? "L'Ue e altri donatori dovrebbero chiarire alle autorità libiche che non continueranno a sostenere centri detentivi dove le guardie abusano di migranti e richiedenti asilo con completa impunità" ha detto Simpson. "I donatori dovrebbero insistere a che gli abusi finiscano e che le condizioni migliorino prima che riprendano gli aiuti". Human Rights Watch pubblicherà un rapporto completo su quanto ha scoperto circa gli abusi e le condizioni dei centri di detenzione.

Da chiudere subito Soroman e Tomena.
 Il Dipartimento per la lotta alla migrazione irregolare del ministero dell'interno libico dovrebbe chiudere immediatamente i centri di detenzione di Soroman e Tomena. Dei nove centri visitati, è lì che i detenuti si misurano con le violenze più gravi e le condizioni peggiori in parte a causa dello stato fatiscente degli edifici e alle loro dimensioni ridotte, oltre al massiccio sovraffollamento. Le autorità dovrebbero trasferire i detenuti che si trovano lì in altri centri di detenzione per migranti, come il centro Abu Saleem  -  diverso dalla prigione di Abu Saleem  -  a Tripoli, che ha molto più spazio.

HRW: "Rilasciateli e lasciate lavorare l'Unhcr".
 In linea con i suoi doveri legali internazionali relativi a tutti i migranti e richiedenti asilo detenuti in Libia, le autorità dovrebbero rimuovere tutti i detenuti dalla Libia senza procrastinare, se hanno riscontrato l'illegalità della loro permanenza all'interno del Paese, o rilasciarli se desiderano chiedere asilo presso l'agenzia Onu per i rifugiati, l'Unhcr. Il governo dovrebbe annunciare che alle guardie è proibito usare violenza contro i detenuti, impartire loro istruzioni su come condurre le perquisizioni dei detenuti, tra cui l'uso di guardie donne per la perquisizione di detenuti donne, ove possibile, e sospendere e punire coloro che sono stati colti nel commettere violenze.

Per i libici migranti economici e sfollati sono la stessa cosa.
 Quando la Libia detiene stranieri privi di documenti, non fa distinzioni tra coloro in cerca di lavoro in Libia o nell'Ue, e i richiedenti asilo in fuga da persecuzioni e altre violenze nei Paesi di provenienza. La Libia non ha ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951 e non ha una propria legge o procedure che disciplinino l'asilo politico. L'Unhcr in Libia non ha un protocollo d'intesa che governi la sua presenza e la sua azione in Libia. La Libia ha ratificato la Convenzione che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa.

La replica delle autorità libiche. Le autorità libiche hanno detto a HRW che non deportano cittadini eritrei e somali nei loro rispettivi Paesi, alla luce delle diffuse violazioni dei diritti umani in Eritrea e del conflitto in Somalia. Tuttavia, detenuti eritrei e somali che non beneficiano di altre modalità informali di rilascio, languono per mesi - e a volte per più di un anno - in detenzione, secondo alcuni funzionari libici, l'Unhcr e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni.


E registrazioni dei richiedenti asilo sono ferme. Nonostante l'Unhcr registri alcuni richiedenti asilo che vivono nelle aree urbane della Libia, le autorità hanno bloccato tutte le registrazioni di richiedenti asilo detenuti nel giugno 2013, ha riferito l'Unhcr a Human Rights Watch. Le autorità libiche dovrebbero permettere immediatamente all'Unhcr di riprendere la registrazione di chiunque desideri cercare asilo in Libia e di porre fine alla propria automatica e prolungata detenzione di richiedenti asilo. 

I casi (rari) in cui sarebbe possibile la detenzione. Le linee guida sulla detenzione dell'Unhcr, che si ispirano al diritto internazionale, affermano che le autorità governative dovrebbero detenere i richiedenti asilo solo come "ultima risorsa", come misura strettamente necessaria e proporzionale per ottenere uno scopo legittimamente legale e non dovrebbero detenere richiedenti asilo allo scopo di deportarli. La detenzione è permessa solo brevemente per stabilire l'identità di una persona o per periodi più lunghi se è il solo modo per raggiungere obiettivi più ampi quali proteggere la sicurezza nazionale o la salute pubblica. 

Venezuela: Hrw; gravi abusi in repressione proteste e torture su persone fermate

Ansa
Il gruppo di difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha espresso la sua "profonda preoccupazione per la gravissima situazione dei diritti umani in Venezuela, che rappresenta quanto di più allarmante si sia osservato in quel paese da anni": la denuncia è contenuta in un rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc).

Secondo Hrw, a partire dallo scorso 12 febbraio - quando si sono intensificate le proteste di piazza contro il governo di Nicolas Maduro, nelle quali sono morte 42 persone e altre centinaia sono rimaste ferite - le forze di sicurezza venezuelane "hanno applicato frequentemente la forza illegittima contro manifestanti disarmati e semplici pedoni".

Questi abusi "fanno parte di una pratica sistematica delle forze di sicurezza", si legge nel rapporto, e includono "colpi brutali, uso di armi da fuoco, pallottole di gomma e gas lacrimogeni in modo indiscriminato contro la folla", nonché "spari deliberati e a bruciapelo contro persone disarmate".

A questo si aggiungono, sostiene Hrw, azioni contro giornalisti e altre persone che documentavano la repressione, e una tolleranza sistematica riguardo a "bande armate pro-governative che hanno attaccato impunemente i manifestanti, a volte con la collaborazione" delle forze di sicurezza. I detenuti, secondo il gruppo di difesa dei diritti umani, hanno subito "una varietà di abusi gravi" che "in alcuni casi hanno chiaramente costituito torture".

Giappone: eseguita condanna a morte per impiccagione, la nona sotto Abe

La Presse
In Giappone è stata eseguita oggi la condanna a morte per impiccagione a carico di un detenuto 68enne, Masanori Kawasaki. 

Lo riferisce il ministero della Giustizia giapponese e lo riporta l'agenzia di stampa giapponese Kyodo. Questa esecuzione porta a nove il totale delle condanne a morte eseguite in Giappone dal lancio del governo guidato dal primo ministro Shinzo Abe a dicembre del 2012. 

L'uomo era stato condannato con l'accusa di avere accoltellato e ucciso la cognata 58enne e le due nipoti di lei a novembre del 2007.

domenica 22 giugno 2014

Irak, Mosul, già 1500 in un campo profughi, parlano di ISIL, paura dei bombardamenti iracheni

La Presse
I rifugiati della città irachena di Mosul ora vivono in un campo profughi che ospita più di 1500 persone. 

Un numero che cresce di giorno in giorno. Uno di loro Ibrahim Hussein, 40 anni, e 4 figli, di cui una bimba appena nata ha detto che a Mosul c’erano regole molto severe prima della crisi e prima che Isil prendesse il controllo della città. 

Le Nazioni Unite per i rifugiati stanno collaborando con le organizzazioni non governative per fornire cibo ai profughi. Alcuni di loro non sono contrari o spaventati dal gruppo Isil. Un uomo 55enne, Ahmad Khalil Ebrahim, 55 anni, ha detto che i militanti proteggevano la gente e i pozzi petroliferi. 

Quello che sembra di maggior preoccupazione sono i bombardamenti dell’esercito iracheno. L’offensiva dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isil) ha promesso di marciare su Baghdad e altre città sante sciite

Papa Francesco ai detenuti di Castovillari:" Dio perdona e accompagna. La società deve imitarlo"

Cari sorelle e fratelli,
il primo gesto della mia visita pastorale è l’incontro con voi, in questa Casa circondariale di Castrovillari. In questo modo vorrei esprimere la vicinanza del Papa e della Chiesa ad ogni uomo e ogni donna che si trova in carcere, in ogni parte del mondo. Gesù ha detto: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36).  
Nelle riflessioni che riguardano i detenuti, si sottolinea spesso il tema del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e l’esigenza di corrispondenti condizioni di espiazione della pena. Questo aspetto della politica penitenziaria è certamente essenziale e l’attenzione in proposito deve rimanere sempre alta. Ma tale prospettiva non è ancora sufficiente, se non è accompagnata e completata da un impegno concreto delle istituzioni in vista di un effettivo reinserimento nella società (cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla 17ª Conferenza dei Direttori delle Amministrazioni penitenziarie del Consiglio d’Europa, 22 novembre 2012). Quando questa finalità viene trascurata, l’esecuzione della pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, a sua volta dannoso per l’individuo e per la società. E Dio non fa questo, con noi. Dio, quando ci perdona, ci accompagna e ci aiuta nella strada. Sempre. Anche nelle cose piccole. Quando noi andiamo a confessarci, il Signore ci dice: “Io ti perdono. Ma adesso vieni con me”. E Lui ci aiuta a riprendere la strada. Mai condanna. Mai perdona soltanto, ma perdona e accompagna. Poi siamo fragili e dobbiamo ritornare alla confessione, tutti. Ma Lui non si stanca. Sempre ci riprende per mano. Questo è l’amore di Dio, e noi dobbiamo imitarlo! La società deve imitarlo. Fare questa strada.
D’altra parte, un vero e pieno reinserimento della persona non avviene come termine di un percorso solamente umano. In questo cammino entra anche l’incontro con Dio, la capacità di lasciarci guardare da Dio che ci ama. E’ più difficile lasciarsi guardare da Dio che guardare Dio. E’ più difficile lasciarsi incontrare da Dio che incontrare Dio, perché in noi c’è sempre una resistenza. E Lui ti aspetta, Lui ci guarda, Lui ci cerca sempre. Questo Dio che ci ama, che è capace di comprenderci, capace di perdonare i nostri errori. Il Signore è un maestro di reinserimento: ci prende per mano e ci riporta nella comunità sociale. Il Signore sempre perdona, sempre accompagna, sempre comprende; a noi spetta lasciarci comprendere, lasciarci perdonare, lasciarci accompagnare. 
Auguro a ciascuno di voi che questo tempo non vada perduto, ma possa essere un tempo prezioso, durante il quale chiedere e ottenere da Dio questa grazia. Così facendo contribuirete a rendere migliori prima di tutto voi stessi, ma nello stesso tempo anche la comunità, perché, nel bene e nel male, le nostre azioni influiscono sugli altri e su tutta la famiglia umana. 
Un pensiero affettuoso voglio rivolgerlo in questo momento ai vostri familiari; che il Signore vi conceda di riabbracciarli in serenità e in pace.
E infine un incoraggiamento a tutti coloro che operano in questa Casa: ai Dirigenti, agli agenti di Polizia carceraria, a tutto il personale.
Di cuore vi benedico tutti e vi affido alla protezione della Madonna, nostra Madre. E per favore, vi chiedo di pregare per me, perché anche io ho i miei sbagli e devo fare penitenza. Grazie.