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giovedì 27 giugno 2013

Detenuto romeno suicida in carcere Terni - Si sarebbe impiccato con cintura accappatoio alle sbarre della cella

Ansa
TERNI - Un detenuto romeno di 32 anni è si é ucciso nel tardo pomeriggio di ieri all'interno della propria cella, nella sezione ordinaria nel carcere di Terni (nella foto). Secondo quanto riferito dalla polizia penitenziaria l'uomo, detenuto in una cella singola, si sarebbe impiccato con la cintura dell'accappatoio alle sbarre della stessa cella. Il ritrovamento del corpo poco dopo le 19, da parte di un agente.

L'uomo avrebbe finito di scontare la pena nell'estate 2014.

Sono 27 i suicidi dietro le sbarre del 2013

I tg “dimenticano” le crisi umanitarie - Solo il 4% dei servizi.

La Stampa
Dalle guerre in Africa alla malnutrizione, i servizi sono ulteriormente diminuiti - L’allarme di Medici senza frontiere: «Solo il 4% finisce nei notiziari»
«Le crisi umanitarie stanno inesorabilmente scomparendo dai telegiornali italiani, nonostante il desiderio del pubblico di essere più informato». È questo l’allarme lanciato dall’Ong Medici Senza Frontiere nel nono rapporto sulle “Crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2012”, nel quale si evidenzia come, lo scorso anno, «i telegiornali abbiano dedicato solo il 4% dei servizi a contesti di crisi, conflitti, emergenze umanitarie e sanitarie».

Il rapporto, presentato oggi alla sede della Stampa Estera a Roma e realizzato con il supporto dell’Osservatorio di Pavia, prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari (prima serata) della tv generalista (3 della TV pubblica e 4 della TV privata) ed evidenzia alcuni dati chiave: in un anno i tg della sera hanno dedicato solo 7 servizi all’Aids, 3 alla crisi nella Repubblica Democratica del Congo, 4 al Niger piegato dalla malnutrizione, 2 alla popolazione ancora martoriata di Haiti. E non è andata meglio con Iraq (12 notizie), Sudan e Sud Sudan (17 notizie).

mercoledì 26 giugno 2013

Monza: muore in carcere a 22 anni per “arresto cardiocircolatorio”, la mamma chiede verità

Ristretti Orizzonti
Francesco Smeragliuolo aveva solamente 22 anni ed era stato arrestato il 1° maggio scorso per una rapina. È morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno, ma la notizia ci è arrivata solo oggi, grazie alla denuncia della madre del giovane, Giovanna D’Aiello. 

La signora D’Aiello chiede con forza di conoscere la verità sulla morte del figlio: “Sono sicura che non è morto di morte naturale, i suoi organi erano sani. Dopo averlo visto a colloquio in carcere, il lunedì prima della sua morte (3 giugno, ndr) avevo fatto presente che mio figlio stava male. Ha perso sedici chili in un mese. Avevo chiesto lo mettessero in una struttura adeguata, che lo aiutassero. Lui non aveva problemi di salute. Se aveva sbagliato, doveva rispondere per quello che aveva fatto, ma non è giusto che sia morto così. Voglio sapere cosa è successo, voglio la verità”.

“Io mi rivolgerò a tutti, non mi fermo qui - ha proseguito - perché la morte di Francesco deve servire da monito per tanti ragazzi. Avrei voluto che morisse tenendo la sua mano nella mia. E invece è andata in questo modo atroce”.

I famigliari escludono anche l’ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava “ai tanti progetti insieme”.

Su disposizione del magistrato è stata effettuata l’autopsia, che (per quanto è dato sapere) ha escluso che la morte di Francesco sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato “decesso causato da arresto cardiocircolatorio”.

Nel solo mese di giugno sono già 11 i detenuti morti: 4 per suicidio, 3 per malattia e 4 per cause “da accertare”. Da inizio anno i detenuti suicidi sono 27 e il totale dei decessi in carcere è di 85. (Dati dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere).

Da sottolineare che in NESSUNO di questi casi la comunicazione è arrivata direttamente dall’Amministrazione Penitenziaria, che pure sarebbe tenuta a dare informazione sulle morti in carcere, come previsto dalla Circolare GDAP-0397498-2011 “Sala Situazioni. Modello Organizzativo e nomina Responsabile”, all’Articolo 5, Comma 6, che recita: Per garantire una trasparente e corretta informazione dei fenomeni inseriti nell’applicativo degli “eventi critici” le principali notizie d’interesse saranno, inoltre trasmesse al Direttore dell’Ufficio Stampa e Relazioni esterne per le attività di informazione e comunicazione agli organi di stampa e la eventuale diffusione mediante i canali di comunicazione di cui dispone il DAP (rivista istituzionale, newsletter siti istituzionali).

A noi non risulta che questa disposizione sia rispettata e le notizie delle morti in carcere si basano di solito sulle segnalazioni che arrivano dai parenti dei detenuti, dai volontari, dai sindacati della polizia penitenziaria… partendo da queste segnalazioni inizia un lavoro di “ricostruzione” giornalistica, con telefonate alle Direzioni degli Istituti di Pena, agli Ospedali (nel caso il detenuto sia stato trasportato ancora in vita), etc., etc.

Ciad, condizioni umanitarie inaccettabili per i rifugiati e i rimpatriati

Medici Senza Frontiere
Decine di migliaia di rifugiati e rimpatriati in Ciad, fuggiti dai violenti scontri nel vicino Darfur dall’inizio di gennaio, hanno ancora disperato bisogno di acqua pulita, ripari adeguati e accesso all’assistenza sanitaria
Prima dell’arrivo di Medici Senza Frontiere (MSF), agli inizi di aprile, Tissi non aveva nessun ospedale operativo. MSF ora gestisce un centro di salute a Tissi, un presidio sanitario a Dukkum Um e una clinica mobile a Gadar e Ab Gadam. A oggi, le équipe di MSF hanno visitato 4.700 pazienti, inclusi i rifugiati, i rimpatriati e la popolazione locale in tutte e tre le sedi, e più di 200 bambini sono stati curati per malnutrizione negli ambulatoriali e nei centri nutrizionali terapeutici. Da quando MSF ha iniziato a supportare l’ospedale di Tissi, il 24% di tutti i ricoveri è legato alla violenza.

“Siamo preoccupati per le persone che non sono in grado di raggiungere i campi nel Ciad e sono esposte alle violenze in corso o non hanno accesso all'assistenza umanitaria”, afferma Tom Roth, responsabile delle operazioni di MSF in Ciad.

MSF è preoccupata anche per il peggioramento delle condizioni di oltre 22.000 ciadiani che avevano trovato rifugio in Darfur, per sfuggire alle violenze in Ciad. Possono ricevere solo aiuti limitati. La maggior parte dei rimpatriati e rifugiati sono donne con un gran numero di giovani e bambini sotto i cinque anni, i quali sono particolarmente vulnerabili.

MSF ha aumentato la distribuzione di generi non alimentari, con una recente distribuzione di 2.500 kit ai rimpatriati in diversi luoghi e sta sostenendo direttamente il campo rifugiati Ab Gadam con la costruzione di 200 latrine, fornendo anche un servizio di trasporto di acqua. La situazione nel campo rimane critica, con 10 litri di acqua distribuiti ogni giorno per ogni persona, la metà della quantità minima raccomandata, universalmente riconosciuta per coprire le esigenze di base.

“Con l’inizio della stagione delle piogge, siamo preoccupati che lo scarso accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari possa far scoppiare un’epidemia, come il colera”, afferma Jason Mills, capo missione di MSF in Ciad. “Stiamo anche assistendo a crescenti livelli di malnutrizione e temiamo che la limitata assistenza alimentare ai rimpatriati possa aggravare la situazione.”

In seguito al trasferimento dei rifugiati da Tissi a Ab Gadam, a 30 chilometri di distanza, MSF ha diviso la sua équipe per rispondere ai bisogni urgenti sul campo, e rimarrà nella zona per fornire interventi di emergenza fino alla fine della stagione delle piogge, nel mese di novembre.

Rapporto Amnesty International; troppe vittime della tortura… anche in Italia

L'Unità
Nel 2012 secondo il Rapporto Annuale 2013 di Amnesty International, 112 Paesi hanno torturato i loro cittadini. Inflitto un'acuta sofferenza fisica o/e psichica, a colpi di percosse fisiche o raffinate tecniche di distruzione, a nemici presunti o reali nel nome di un fine superiore. 

Punire, intimidire, estorcere informazioni, confessare. Non esistono nel mondo zone libere dalla tortura e le agghiaccianti immagini di Abu Ghraib avevano rivelato al mondo che il problema non è limitato alle dittature militari o ai regimi autoritari, né appartiene al passato, ma è una pratica odierna, diffusa anche negli Stati più democratici. 

Come definita in sede Onu, la tortura si distingue da altri maltrattamenti crudeli, degradanti e inumani, in quanto è commessa da un pubblico ufficiale (o simile): attiene all'esercizio del potere punitivo dello Stato. Si esercita sul corpo. Degrada la persona. Non a caso il concetto di dignità umana è stato una pietra miliare della storia relativamente recente per l'abolizione della tortura a livello internazionale. 

Nel 1984 viene adottata dall'Assemblea delle Nazione Unite la Convenzione contro la tortura (ratificata da 151 Paesi), seguita nel 2002, dal Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura che prevede meccanismi di controllo nei luoghi di detenzione. (L'Italia lo ratifica solo lo scorso 24 ottobre 2012). Con la svolta della guerra al terrorismo internazionale sono sempre più diffusi i massacri e le sparizioni forzate, c'è una lenta globale erosione del diritto e la diffusione di pratiche che sono riconducibili alla tortura. 

In Italia - seppure il nostro Paese abbia ratificato nel 1998 la Convenzione delle Nazione Unite contro la tortura, che prevede l'obbligo giuridico di conformare i propri codici alle norme internazionali - la tortura non è reato. Lo scandalo, come illustra Patrizio Gonnella in "La tortura in Italia. Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica", uscito di recente per i tipi di DeriveApprodi, non è solo la mancata legislazione. Ma l'omertà di tutta la classe dirigente italiana, durata venticinque anni. Un vuoto di legge, che come denunciava Amnesty all'indomani della sentenza di Cassazione sui maltrattamenti e abusi di Bolzaneto lo scorso 14 giugno, ha permesso ai responsabili di rimanere impuniti (come per Asti e le altre violenze di Genova). Torturatori impuniti. Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Carlo Saturno e tanti altre vittime del potere. 

Perché non si tratta di incidenti isolati o di mele marce, ma qualcosa di organizzato e di sistemico, un miscuglio di consenso e di identificazione dello Stato con la sicurezza e le proprie forze dell'ordine: un "sistema" che produce tortura, la promuove, la protegge. Come sottolinea con forza il libro del presidente di Antigone, che ci fa entrare nel cuore buio dello Stato e dei suoi poteri, nella sub-cultura che la legittima. 

Le zone d'ombre dell'impunità sono ancora tante, come le potenziali vittime fra le persone in custodia dallo Stato; carceri italiane sovraffollate, Cie con stranieri reclusi, ma anche respingimenti, che rimandano migranti verso Paesi (la Libia in quel caso) dove il rischio di torture è concreto. 

La tortura quindi è sempre pronta a riproporsi. Per questo deve d'urgenza essere "nominata", come scrive Mauro Palma nella postfazione al libro di Gonnella, codificata, e introdotta come reato specifico nel codice penale nel Paese. E l'appello che rivolge, da un quarto di secolo, la società civile al legislatore italiano. Non a caso è la prima delle tre leggi di iniziative popolare lanciate con la campagna "Tre leggi per la Giustizia e i Diritti" promossa da Antigone, Unione Camere penali, decine di associazioni e sostenuta dai Radicali. 

Da domani, in 100 piazze di tutta Italia sarà possibile firmare per colmare un gravissimo ritardo. In molte città italiane, decine di banchetti di raccolta firme, eventi a tema, concerti, mentre a Roma si terrà una manifestazione concerto a piazza Farnese dalle 18 alle 23 e l'evento-spettacolo Di tintori e altri demoni, con la regia di Nube Sandoval e Bernardo Rey, presso il Teatro Palladium e un monologo di Erri De Luca La slegatura.

USA - Guantanamo - Continua lo sciopero della fame di 142 detenuti su 166 in un regime rigidissimo

Il Manifesto
INTERVISTA DAVID REMES, GIURISTA E LEGALE DEI DETENUTI. SCIOPERO DELLA FAME AL QUINTO MESE
«Guantanamo regime crudele, siamo al 2002»


«Con il muro di gomma della nuova brutale carcerazione il rischio è che nemmeno si saprebbe della morte o del suicidio di un detenuto»
«A Guantanamo lo sciopero della fame dei detenuti è al suo quinto mese. I secondini dalla fine di aprile hanno nuove direttive crudeli, impartite dalla nuova gestione del regime a Guantanamo del colonnello Bogdan, che puntano ad utilizzare ogni mezzo e misura coercitiva per spezzare lo sciopero della fame dei disperati di Guantanamo. Sono 142 su 166 detenuti che non intendono sospendere lo sciopero della fame sino alla loro liberazione. Le condizioni sono degradate al punto che possiamo sicuramente parlare di un ritorno alla Guantanamo del 2002. E inoltre nessun giornalista né alcun legale dei detenuti ha piu la possibilità di avere accesso al carcere».

È con questa agghiacciante denuncia del degrado delle condizioni dei prigionieri di Guantanamo che David Remes, giurista statunitense e avvocato di oltre dodici detenuti di Guantanamo descrive nell'incontro con il manifesto quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi e nel silenzio di gran parte dei media. 

Il Pentagono, questa settimana, ha ammesso ufficialmente che è salito a 44 il numero dei detenuti a nutrizione forzata («per motivi umanitari», viene aggiunto. «Rifiutando il cibo sappiamo bene il rischio di morte giorno dopo giorno. E la scelta che abbiamo fatto - ha raccontato Samir al Hasan Moqbel in una telefonata all'organizzazione di Londra Reprieve e pubblicata come editoriale del New York Times - Ma la situazione ora è disperata. Non esiste né speranza né fine alla nostra detenzione a Guantanamo. 

È la nostra scelta di fronte alla crudeltà ed alla sofferenza. Spero soltanto che le sofferenze che subiamo possano servire a destar ancora l'attenzione su quello che accade a Guantanamo prima che sia troppo tardi». Purtroppo fino ad ora le pressioni al massimo livello internazionale e istituzionale di Navi Pillar, Commissario dell'Onu per i diritti umani, di Amnesty International e della Croce Rossa internazionale sull'amministrazione statunitense del premio Nobel della pace Barack Obama hanno portato a scarsissimi risultati. Anzi il vero risultato sono nuove, estreme misure coercitive.


«Dopo l'irruzione violenta nelle celle il 15 aprile scorso dei militari in uniforme d'assalto armato (joint extraction operation), la carica con pallottole di gomma e l'isolamento in celle singole nel settore di "massima custodia e sicurezza" - ci spiega il giurista Remes - è stata introdotta una doppia tortura: la nutrizione forzata aggiungendo anche la perquisizione fisica "strip searching", una volta denudati e i detenuti che protestano vengono palpati per tutto il corpo con controlli invasivi dei genitali per chiunque avesse intenzione di comunicare con il proprio legale o con i propri familiari. 
La conseguenza è stata che nessuno dei miei clienti ha più dato notizie pur di evitare questa ulteriore tortura». 
«Guantanamo - prosegue David Remes - così è tornata indietro alle condizioni barbare del limbo legale del 2002. Il compito di instaurare le direttive di questo brutale regime con il muro del silenzio da e verso il mondo esterno è stato affidato recentemente al colonnello Bogdan, un capitan Bligh (quello del Bounty) dei giorni nostri. Che in cella ha tolto le lettere dei familiari, il dentifricio, la tv , l'illuminazione 24 al giorno, imponendo la nutrizione forzata e svegliando i detenuti ripetutamente mentre dormono di notte. Non mi meraviglierei se tutto ciò anziché spezzare lo sciopero della fame dei detenuti disperati li incoraggi alla "scelta con rischio di morte" di cui parla Samir Moqbel». 

Chiediamo a Remes delle reazioni dei suoi clienti alle promesse di rescindere la moratoria per gli 86 yemeniti, prosciolti gia nel 2006 da Bush e nel 2009 da Obama. Ancora una risposta lapidaria: «Il preventivo di 550 milioni di dollari. per iristrutturare Guantanamo - risponde Remes - è stato fatto prima dell'elusivo discorso di Obama al paese sulla "National security". La promessa della periodica revisione governativa comprende caso per caso, da sottoporre a mesi di procedure burocratiche ancor prima di essere avviata.

E poi , dopo 11 anni a Guantanamo quale testimonianza possono ancora fornire questi detenuti innocenti per l'82%? È un assurdo kafkiano». E intanto, in questo muro di gomma instaurato con il nuovo regime di detenzione ferrea, come si viene a sapere se qualcuno muore o si suicida? «È proprio quello che temiamo», risponde concludendo Remes.

'Iran, l'ayatollah Khamenei concede amnistia a 1.249 detenuti in occasione festività religiosa

Ansa
La guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyed Ali Khamenei, ha graziato un alto numero di detenuti condannati da tribunali di tutto il paese. 

Come riporta l'agenzia di notizie Fars, nel weekend Khamenei ha concesso l'amnistia a 1.249 detenuti in occasione di una festività religiosa. Il provvedimento arriva su richiesta del capo della magistratura Sadeq Amoli Larijani. 

L'articolo 110 della costituzione della Repubblica Islamica attribuisce alla guida suprema la facoltà di graziare o ridurre le sentenze dei prigionieri su raccomandazione del capo della magistratura.