Pagine

giovedì 25 aprile 2013

Reato di clandestinità. I saggi della Giustizia: "Va cancellato, è inutile e irrazionale"

Stranieri in Italia
La commissione per la depenalizzazione boccia il fiore all’occhiello della legge sulla sicurezza del centrodestra. “È sufficiente l’espulsione amministrativa”. Severino: "Nessun retropensiero ideologico"

Roma - Il reato di clandestinità? “Una norma penale del tutto inefficace e simbolica”, che però ha molte controindicazioni. E quindi va cancellata.

A bocciare il reato di “ingresso e soggiorno clandestino nel territorio dello Stato”, baluardo della legge sulla sicurezza partorita da Lega Nord e Popolo delle Libertà nel 2009, stavolta non sono gli avversari di un’idea securitaria del governo dell’immigrazione, ma una commissione di saggi istituita dal ministro della Giustizia Paola Severino. Composta da magistrati, avvocati e docenti universitari, ieri ha presentato i risultati di uno studio e le sue proposte per depenalizzare alcuni reati minori.

Nel disegno di legge frutto del suo lavoro, si propone l’abolizione di due norme del Testo Unico sull’immigrazione (d.lgs. n. 286 del 1998).

“L ’ art. 6, comma 3 – spiega la Commissione - prevede una disciplina speciale per il cittadino extracomunitario che non ottempera, senza giustificato motivo, all ’ ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato. L ’ abrogazione di questa norma comporta la riconduzione del fatto all ’ art. 651 c.p., con l ’ equiparazione tra stranieri e cittadini”.

Ma a fare più scalpore è la proposta di cancellare art. 10 bis. “Il reato c.d. di “ immigrazione clandestina ” – scrivono i saggi - è stato introdotto con l ’ intento di salvaguardare, attraverso la previsione dell ’ espulsione quale sanzione sostitutiva irrogata dal giudice, il carattere immediato dell ’ esecuzione dell ’ allontanamento. Tale contravvenzione – sottolineano - rivela una marcata impronta “ simbolica ” , cui si associano rilevanti “ effetti collaterali ” (connessi, in particolare, all ’ obbligo di denuncia dello straniero irregolare)”.

La Commissione propone l’abrograzione, dicendosi non persuasa dalla “sentenza n. 250/2011 della Corte costituzionale che ha salvato l ’ art. 10 - bis , in quanto questa norma è affine all ’ aggravante ex art. 61, n. 11 - bis c.p. dichiarata illegittima (Corte cost. sent. n. 249/2010); entrambe le norme sono quindi espressione di colpevolezza d ’ autore e non per il fatto”.

Gli esperti parlano di “ una norma penale del tutto inefficace e simbolica, che prevede un regime sanzionatorio irrazionale, in quanto alla pena principale, di carattere pecuniario, che sicuramente il soggetto non sarà in grado di pagare, viene sostituita la sanzione dell ’ espulsione. più grave della pena principale. A garantire la disciplina dei flussi in ingresso, è quindi sufficiente il procedimento amministrativo di espulsione, presidiato anche dalla sanzione penale”.

“Non c'e' nessun retropensiero ideologico nella proposta” ha puntualizzato ieri il ministro Severino, dicendo ceh si vuole solo cancellare una norma irrazionale. "Oggi - ha spiegato - la norma sull'immigrazione clandestina prevede una pena pecuniaria che di fatto il soggetto coinvolto non ha modo di pagare e dunque viene comunque sostituita dall'espulsione, mentre abbiamo gia' una norma che consente in via diretta l'espulsione di chi e' entrato nel nostro Paese in maniera irregolare".

Elvio Pasca

mercoledì 24 aprile 2013

Appello Amnesty - Papua Nuova Guinea: donne accusate di "stregoneria" rischiano la vita

Amnesty International
Una donna, gravemente ferita, e le sue due figlie sono nelle mani da un gruppo che le accusa di praticare la "stregoneria" in Papua Nuova Guinea. Si teme per la loro incolumità dopo che all'inizio di aprile una donna accusata di "stregoneria" era stata decapitata. La risposta della polizia si è dimostrata finora gravemente insufficiente.

Secondo fonti interne al paese, la donna avrebbe riportato gravi lesioni intorno al collo a causa di un'aggressione subito intorno al 2 aprile 2013. Gli abitanti hanno bloccato le strade per impedire alle tre donne di lasciare Lopele, distretto di Bana, sud di Bougainville, per sottoporsi a cure mediche specialistiche. Le donne sono ora trattenute in un centro sanitario rudimentale da membri della comunità che le accusano di praticare la "stregoneria". La polizia ha risposto finora solo inviando un funzionario a Lopele per negoziare la liberazione delle donne.

Intorno al 4 aprile, Helen Rumbali, attivista per i diritti delle donne e insegnante, è stata decapitata davanti all'intera comunità dopo essere stata accusata di "stregoneria". La polizia, presente sul posto, ha riferito di non esser stata in grado di intervenire a causa della ostilità della folla.

A marzo, la commissione per la riforma costituzionale della Papua Nuova Guinea ha chiesto al governo di abrogare l'atto sulla stregoneria del 1971, che attualmente riduce le pene per coloro che hanno aggredito o ucciso qualcuno accusato di stregoneria.


Grecia: ennesimo attacco ai danni di immigrati, 30 di loro feriti a colpi d’arma da fuoco.

Immigrazione Oggi
Condanne da parte di tutto il mondo politico greco e iniziative da parte delle organizzazioni umanitarie.

La polizia greca ha già arrestato due presunti colpevoli, mentre altri due sono ancora in libertà. L’incidente ha avuto luogo la settimana scorsa a Nea Manolada, nel Peloponneso, quando 200 lavoratori di origine bangladese, impiegati presso un’azienda produttrice di fragole, hanno chiesto ai loro capisquadra le paghe arretrate degli ultimi 6 mesi. Ne è nata una discussione che ha portato almeno uno dei supervisori a sparare sui lavoratori ferendone 30, di cui alcuni sono in condizioni critiche. Uno degli immigrati coinvolti nella protesta ha dichiarato che ognuno di loro aveva pagamenti arretrati di almeno 1.000 euro.
La polizia ha promesso una “rapida ed esemplare” punizione per i capisquadra delle piantagioni di fragole autori della sparatoria. Condanna unanime da parte di tutte le forze politiche greche: il portavoce del Governo Simos Kedikoglou ha condannato l’incidente definendolo “inumano, vergognoso e senza precedenti”. Il ministro della giustizia Antonis Roupakiotis aggiunge: “Questo atto barbaro porta alla luce anche una situazione di lavoro da schiavi che non può avere posto nel nostro Paese”. Il partito di opposizione Syriza ha espresso la sua condanna parlando di un “atto criminale e razzista”. Persino il partito neonazista Alba Dorata ha unito la sua voce al coro di condanne, rilasciando una dichiarazione nella quale si specifica anche: “Condanniamo anche coloro che assumono in nero gli immigrati sottraendo lavoro ai cittadini greci”.
Non è la prima volta, tuttavia, che a Nea Manolada si verificano atti di violenza contro gli immigrati. Lo scorso anno, ad esempio, due greci erano stati arrestati per aver aggredito un trentenne egiziano incastrandogli la testa nello sportello di un’auto e trascinandolo per quasi 1 km. La sezione greca dell’organizzazione umanitaria Doctors of the World ha dichiarato che la sparatoria dovrebbe essere giudicata come un caso di violenza razzista e xenofoba, accusa che implica pene più severe. Il Ministro del lavoro ha ordinato un’inchiesta urgente sulle condizioni di lavoro nell’azienda di Manolada.
Alla luce di questo episodio, appare urgente la campagna lanciata a marzo da Doctors of the World, dal titolo Enough! (“Basta!”): lo scopo del programma è di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sulle pericolose ripercussioni del razzismo, sulla necessità di combattere i crimini razziali e l’impunità dei loro esecutori, nonché di fornire protezione alle vittime, garantendo loro supporto legale e medico. Inoltre, lo scopo è anche promuovere l’adozione di una strategia nazionale per combattere la xenofobia e l’elaborazione di una revisione delle strategie già esistenti.
(Samantha Falciatori)


Lettera dell'UNHCR ai candidati a sindaco della capitale: Non dimenticate i rifugiati

UNHCR
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha inviato oggi una lettera ai candidati a sindaco di Roma per chiedere loro di occuparsi delle migliaia di rifugiati che vivono in condizioni disagiate e di grave marginalità nella capitale. 


Ecco il testo della lettera:

Roma il 23/04/2013

Egregio Candidato,
l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in vista delle prossime elezioni per il sindaco del Comune di Roma, intende porre alla sua attenzione il delicato tema delle condizioni di vita dei rifugiati residenti nella Capitale, nella speranza che l’asilo possa trovare adeguata attenzione nel Suo programma di governo della città.

Negli ultimi anni numerosi beneficiari di protezione internazionale si sono insediati nella città di Roma. Molti di loro, compresi nuclei familiari con minori, vivono attualmente in palazzi abbandonati in condizioni di grave disagio e marginalità, come testimoniato per altro da numerosi reportage giornalistici, anche internazionali.

Tale situazione, inoltre, è stata denunciata recentemente dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa che ha avuto modo di visitare uno di questi insediamenti, il cosiddetto “Palazzo Selam”, evidenziandone la situazione di degrado e le fatiscenti condizioni igienico abitative in cui vivono i rifugiati.

Consideriamo improcrastinabile da parte delle Istituzioni, compreso il Comune di Roma, il porre in essere le necessarie misure, affinché tale situazione possa trovare una soluzione dignitosa per i rifugiati. Auspichiamo in tal senso un impegno dei candidati alla carica di sindaco della città.

Nella speranza di un positivo riscontro, colgo l’occasione per porgerle cordiali saluti.

Laurens Jolles
Delegato UNHCR per il Sud Europa

martedì 23 aprile 2013

La pulizia etnica in Myanmar - Denuncia HRW contro la Birmania: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya

Il Journal
La denuncia di Human Rights Watch contro il governo birmano: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya.

Più di 125.000 Rohingya (musulmani della regione del Rakhine- Birmania) sono stati vittime delle ondate di violenza di maggio e ottobre 2012 in Myanmar. Ad affermarlo è l’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW), che parla di pulizia etnica e crimini contro l’umanità e che è stato pubblicato oggi.

La immagini satellitari mostrerebbero quasi 5 mila strutture e terreni di proprietà Rohingya completamente distrutti da parte di membri del partito nazionalista di Rakhine e da monaci buddisti.

Quella dei Rohingya è una delle minoranze più perseguitate al mondo: popolo senza Stato, non hanno diritti di cittadinanza perché considerati dal governo birmano “immigrati clandestini del Bangladesh”, e subiscono spesso atti di violenza.

I conflitti tra Rohingya musulmani e buddisti a Rakhine sono da sempre stati all’ordine del giorno, sin dalla seconda guerra mondiale, quando i buddisti hanno sostenuto le forze giapponesi e i Rohingya quelle inglesi.

“L’assenza di responsabili di quanto avvenuto nel 2012- si legge nel rapporto- fa pensare che sia stato il governo stesso a volere la pulizia etnica”. Alcune persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, e adesso “c’è una preoccupazione seria che il governo non farà rispettare il loro diritto a riappropriarsi delle loro abitazioni”, ha affermato il portavoce di HRW.

Ma il governo birmano accusa l’associazione in difesa dei diritti umani di aver pubblicato il proprio report proprio in concomitanza con la riunione dell’Unione Europea che dovrà decidere se mantenere o meno le sanzioni sul Paese, e che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni.

“Il governo non presta attenzione a un rapporto unilaterale come questo- ha detto il presidente Thein Sein- ma vorrei mettere in guardia gli opportunisti e gli estremisti religiosi che cercano di sfruttare i nobili insegnamenti di queste religioni e invece generano odio tra le persone”.

Arabia Saudita: decapitato uomo accusato di omicidio, da gennaio eseguite 35 condanne

AKI
È stata eseguita per decapitazione in Arabia Saudita la condanna a morte comminata a un cittadino del regno accusato di omicidio. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale saudita Spa, che riporta una nota del ministero dell’Interno di Riad. Mohammad ben Ali al-Alawi era stato condannato alla pena capitale con l’accusa di aver ucciso a coltellate un connazionale. Da gennaio in Arabia Saudita sono state eseguite ben 35 condanne a morte. Nel 2012, secondo Human Rights Watch, nel regno sono stati messi a morte almeno 69 detenuti. Omicidio, stupro, apostasia, rapina a mano armata, oltre al traffico di droga, sono i reati che nel Paese vengono puniti con la pena di morte

Immigrazione: oltre 470 luoghi di detenzione nell’Ue, al via visite degli europarlamentari

Adnkronos
Da circa dieci anni le politiche europee d’asilo e immigrazione hanno determinato un aumento del numero di centri di detenzione per migranti. Nella Ue e alle sue frontiere meridionali e orientali, il loro numero è passato da 324 nel 1999 a 473 nel 2011, senza contare i luoghi invisibili di detenzione come commissariati o cabine delle navi, cui si ricorre temporaneamente, ma regolarmente. È quanto si legge in una nota della campagna “Open Access Now” lanciata a ottobre del 2011 da Migreurop e Alternative europee, annunciando che, tra aprile e giugno 2013, diversi membri del Parlamento europeo (per i quali l’accesso a questi centri è assicurato per legge) effettueranno visite in diversi luoghi di detenzione “per continuare a compilare un inventario delle condizioni di vita all’interno di questi centri che restano molto spesso opache”. Nonostante la direttiva rimpatri preveda che i pertinenti e competenti organismi ed organizzazioni nazionali, internazionali e non governativi hanno la possibilità di accedere ai centri di permanenza temporanea e il Parlamento europeo e, in particolare, la commissione Libertà civili, giustizia e affari interni si siano pronunciati a favore di un diritto d’accesso della società civile - si denuncia - le difficoltà persistono. Le autorità dei Paesi membri rifiutano nella maggior parte dei casi l’accesso dei giornalisti a questi centri, l’accesso delle associazioni è sottoposto a regole estremamente restrittive e finanche le visite degli eletti sono talvolta limitate dalle autorità. Non è raro che dei bambini - talvolta senza rappresentante legale - siano detenuti, così come delle persone in cerca di protezione - è il caso oggi di numerosi cittadini siriani. Molte persone sono detenute in maniera illimitata anche se la direttiva rimpatri ha fissato la durata massima di detenzione a diciotto mesi. Questi pochi esempi testimoniano dei trattamenti inumani e degradanti che le politiche e le pratiche fanno subire ogni giorno a degli esseri umani colpevoli soltanto di non avere documenti di viaggio e/o titoli di soggiorno in regola. Le visite di centri di detenzione sono uno degli strumenti della campagna Open Access Now. E, mentre associazioni e giornalisti impegnati nella campagna presentano regolarmente domande d’accesso, tra aprile e giugno 2013 dei membri del Parlamento europeo effettueranno visite in diversi luoghi di detenzione. Sotto il patronato delle deputate europee Hèlène Flautre (Verdi/Ale) e Marie-Christine Vergiat (Gue/Ngl), mercoledì 24 aprile 2013 dalle 13 alle 14.30 si terrà al Parlamento europeo a Bruxelles una tavola rotonda. Giornalisti, parlamentari e rappresentanti della società civile testimonieranno delle loro esperienze di visita. A seguire, gli aspetti problematici dell’accesso ai centri di detenzione saranno presentati attraverso gli interventi del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dell’Associazione per la prevenzione della tortura. L’obiettivo di questo incontro e delle visite parlamentari - conclude la nota - è rafforzare la vigilanza, sottolineare la necessità di trasparenza su questi luoghi e dare maggiore visibilità ai problemi legati alla detenzione dei migranti per incoraggiare evoluzioni legislative nazionali ed europee verso un maggior rispetto dei diritti umani.