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domenica 24 marzo 2013

Obama vows aid for Syrian refugees in Jordan

Aljazeera
Syria conflict figures in talks between the two heads of state, as thousands of refugees continue to pour into Jordan.
Barack Obama, the US president, has pledged an additional $200m in humanitarian aid this year to Jordan to help with Syrian refugees after the two leaders met for talks in Amman.

Jordan's king and the country's top military brass welcomed President Obama on Friday as the leaders headed into talks focusing on the conflict in Syria.

More than 400,000 refugees have crossed into Jordan to escape two years of bloodshed at home, crowding refugee camps and overwhelming aid agencies run by this important US ally in the Middle East.

King Abdullah II says Jordan has "historically opened our arms to many of our neighbours ... that is a challenge we just cannot turn our backs on."

"Refugees will continue to come ... but the problem is the burden it is having on Jordan - $550m per year."

Obama emphasised US support for Syria by saying, "We have led with deeds, we are the single-largest humanitarian donor to the Syrian people."

The US president acknowledged the problems of adding military support to Syria: "The US often finds that if it goes in militarily it is criticised; if it does not, people will ask why not?"

On Syrian President Assad's legitimacy, Obama was clear: "[Assad] has lost all legitimacy because he is willing to slaughter his own people."

"I am confident that Assad will go - it is not a question of if but when ... so we have to think about what comes after that."

Middle East tour

Obama also will seek to bolster Jordan's efforts to reform its government in an attempt to stave off an Arab Spring-style revolution that has led to the downfall of longtime leaders in Egypt, Tunisia and Libya.

On Saturday, Obama planned several hours of sightseeing, a tour of the fabled ancient city of Petra before the return trip to the White House.

Before arriving in Jordan, Obama closed a three-day visit to Israel, another important US ally in the region, by paying respects to the nation's heroes and to victims of the Holocaust.

The Israeli President Shimon Peres and Prime Minister Benyamin Netanyahu were present at Tel Aviv's Ben Gurion airport on Friday to see off the US president.

During the trip to Israel the US president reaffirmed US commitment to Israel.

He also expressed support for a two state solution where Israel and Palestine can co-exist as sovereign states.

At the Church of the Nativity, Obama ducked to enter through its small Door of Humility. Manger Square, the plaza in front of the church, was almost deserted except for security personnel.

"Gringo, return to your country," read a sign held by a small group of Palestinian protesters who watched the presidential motorcade roll into Bethlehem from Jerusalem after it passed through Israel's controversial barrier in the occupied West Bank.

Earlier, Obama visited Israel's most powerful national symbols, paying homage at the Holocaust memorial and the graves of Theodor Herzl, the founder of modern Zionism.

He also visited the grave of Yitzhak Rabin, the Israeli prime minister, assassinated in 1995 by an extremist Jew over peace moves with the Palestinians.

Iran - Saeed Abedini, pastore di origini iraniane, scrive alla moglie dal carcere di Evin, Teheran

cristiani.info

Saeed Abedini, 32, è un giovane pastore di origini iraniane, nella famigerata prigione di Evin, Teheran, dal 26 settembre del 2012, “per aver attentato alla sicurezza nazionale” (leggi: attività evangelistiche). Nel mese di gennaio del 2013 è stato condannato a 8 anni di carcere. La moglie teme che possa non uscirne vivo. “Otto anni di carcere – ci ha ripetuto Naghmeh giovedì scorso durante un’intervista telefonica – sono pari ad una condanna a morte”. Quella che segue è la prima parte di una lettera che Saeed le ha fatto pervenire.

Ciao, mio caro amore e moglie,

Quando ho visto la mia famiglia per la prima volta dietro le pareti di vetro, sono riuscito a vedere mia madre a quattro metri di distanza. Quando mi si è avvicinata e ha visto la mia faccia, è rimasta sconvolta, incapace d’avvicinarsi. Stava piangendo. Ho capito quello che provava perché dopo settimane in cella d’isolamento nella prigione di Evin, io stesso avevo visto la mia faccia nello specchio di un ascensore che mi stava portando all’ospedale del carcere. Avevo salutato la persona che mi fissava; non mi ero riconosciuto. Avevo i capelli rasati; sotto, gli occhi erano gonfi tre volte più del solito; avevo il volto gonfio, la barba era cresciuta.

Un paio di giorni prima, uno dei membri della mia famiglia, con gli occhi stanchi per essere andato in giro per 15 settimane nel tentativo di farmi uscire dal carcere, mi aveva detto che mio padre diceva ogni giorno “questa settimana riuscirò a tirar fuori dal carcere mio figlio”. Ma questo non accade e lui non è in grado di farmi uscire di prigione. In quel momento ho guardato nel volto pieno di rughe di mio padre e nei suoi occhi stanchi. Mi sono reso chiaramente conto che aveva corso per mesi e che non gli era rimasta più alcuna forza. Era molto duro per me vedere la mia famiglia ridotta in quello stato.

Tu, moglie mia, dall’altra parte del mondo, da sola con i bambini. Da sola e preoccupata. Qui in Iran la mia famiglia, sottoposta a interrogatorio, stanca e stressata.

Al grido della guardia carceraria, il tempo delle visite è terminato. Ci hanno bendato gli occhi e ci hanno riportato nella cella buia senza luce naturale.”


Continua

Italia - Napoli carcere Secondigliano - Sepe: "Chiederò udienza al papa per i detenuti napoletani"

La Repubblica


Il cardinale in visita ai detenuti della casa circondariale di Secondigliano. Celebrata la messa per le festività pasquali.
(...)"Al papa chiederò una udienza riservata per i detenuti degli istituti di pena di Napoli". Lo ha annunciato il cardinale Crescenzio Sepe parlando oggi ai reclusi del carcere di Secondigliano in occasione della celebrazione della messa per le festività pasquali. "Perché Cristo liberamente ha accettato di morire sulla croce? Perché su quella croce ci sono le croci di tutta l'umanità", ha aggiunto Sepe. Ai reclusi il cardinale ha voluto impartire anche la "benedizione del papa".
Nella delegazione di detenuti presenti nella cappella - circa duecento - anche l'ex direttore dell'Avanti, Valter Lavitola. Quando il cardinale Sepe è passato nei viali per raggiungere la cappella alcuni detenuti dalle finestre hanno urlato: "Non vi dimenticate di noi" e "Viva il papa Francesco". L'arcivescovo rivolgendosi ai reclusi ha detto: "Cristo sta in questo carcere tra di voi per aiutarvi a portare la vostra croce".
Sepe ha annunciato l'apertura di un laboratorio artigianale di falegnameria per detenuti in affidamento, l'istituzione di alcune borse lavoro per quei reclusi che seguono un percorso di studio e formazione ma l'applauso più forte si è levato quando il cardinale Crescenzio Sepe, al termine della messa, ha annunciato che a fine maggio saranno rinnovati tutti gli abbonamenti alla pay tv per seguire le partite di calcio.

L'arcivescovo di ha voluto celebrare la funzione nell'istituto penitenziario di Secondigliano che ospita 1200 detenuti. Ma nella cappella hanno potuto trovare posto poco più di 200 persone alle quale è stato distribuito un rosario: "Non dico di recitare ogni giorno cinquanta Ave Maria - ha detto scherzosamente Sepe rivolgendosi ai reclusi - ma almeno una sola per me".

Al presule un recluso ha voluto regalare un quadro che egli stesso ha dipinto. Il cardinale Sepe è stato accolto dal direttore dell'istituto Liberato Guerriero, dal provveditore regionale, Tommaso Contestabile e dal cappellano del carcere, don Raffaele Grimaldi.

Rifugiati siriani a Za'atari in Giordania tra violenze e i bambini che lavorano

La Repubblica

Un'analisi tra i rifugiati siriani fa luce sulla portata del fenomeno degli abusi sui minori. Pubblicata dalle Nazioni Unite in collaborazione con un Un ponte per... grazie all'esperienza in Giordania, Iraq e Libano nell'assistenza alle donne sole con bambini. Le ricerche mostrano come a Za'atari il problema del lavoro minorile e dell'infanzia negata sia diventata un'emergenza.



Roma - Un'analisi della condizione dei rifugiati siriani, che fa luce sulla portata del fenomeno degli abusi sui minori: di questo parla lo studio appena pubblicato dalle Nazioni Unite in collaborazione con un Un ponte per... grazie all'esperienza acquisita in Giordania, Iraq e Libano nell'assistenza alle donne sole con bambini. Si tratta della prima parte di lavoro molto più ampio dedicato alla situazione dei profughi siriani in Giordania, e che si occuperà anche di quanto sta accadendo nei centri urbani del paese.

E' ormai un'emergenza. Le ricerche effettuate dimostrano come a Za'atari il problema del lavoro minorile e dell'infanzia negata sia diventata un'emergenza, vista anche la miseria in cui vivono gran parte delle famiglie rinchiuse nel campo. Nel rapporto si parla di 342 minori non accompagnati e 307 'separatì dai loro familiari, completamente abbandonati a sé stessi, che si dividono tra la vendita di sigarette e tè e l'accattonaggio. Nel rapporto si menziona anche il caso di alcuni ragazzi impiegati nella pulizia dei servizi igienici del campo. Critica anche la situazione dei giovani di 15-18 anni giunti in Giordania dopo essere stati 'usatì dalle milizie siriane, così come ci sarebbero casi di bambini rientrati in patria per unirsi alla guerriglia.

Le ragazze sono le prime vittime. Lo studio evidenzia anche un aumento della violenza - praticata soprattutto in tenda e nei locali dei servizi igienici - e dei matrimoni forzati, con le donne - e in particolare le ragazze tra i 12-18 anni - che si confermano le prime vittime di questa situazione, anche a causa della difficoltà di proteggerle, insieme ai disabili che non possono contare su servizi adatti ai loro bisogni. Tra le raccomandazioni finali indirizzate a coloro che lavorano nel campo, un maggiore controllo per evitare casi di violenza e sfruttamento, con particolare attenzione a donne sole con bambini, le cui tende dovrebbero essere poste "vicino ai centri nevralgici del campo", in modo da assicurare loro una maggiore visibilità e protezione.

Un quadro sconfortante. Nonostante il quadro sconfortante, c'è il concreto rischio che vengano aperti altri campi, soprattutto se si considera che i rifugiati sono già diventati il 10% della popolazione giordana, e secondo le previsioni delle Nazioni Unite potrebbero diventare molti di più nei prossimi mesi. A quel punto, diventerà estremamente problematico riuscire a gestire l'emergenza e sarà necessario che la comunità internazionale si concentri molto di più sulla protezione dei rifugiati che sulla guerra in corso. In Giordania i profughi hanno ormai quasi superato il mezzo milione di individui e il Regno Hashemita è davvero giunto ai limiti della sua capacità di accoglienza, come dimostrano le numerose proteste di queste settimane contro la presenza dei siriani.

100 mila persone in un carcere a cielo aperto. Le organizzazioni internazionali lamentano anche la forte mancanza di fondi, a fronte del deteriorarsi dell'emergenza. La maggioranza dei rifugiati continua a vivere nelle città, con inevitabili conseguenze sul funzionamento dei servizi sociali e delle scuole pubbliche, mentre i problemi di sopravvivenza quotidiana si moltiplicano ogni giorno. Purtroppo gran parte delle risorse finanziarie sono state sinora dedicate al campo profughi di Za'atari, nel nord del paese, da cui i siriani non hanno possibilità di uscire se non attraverso sponsor che garantiscono per loro. Con più di 100.000 persone, il campo è ormai diventato un enorme carcere a cielo aperto. Di qui la scelta di Un ponte per... di lavorare con i profughi che hanno scelto di vivere liberamente nelle città.

Pena di Morte. Ultimo appello contro l'esecuzione in Florida del cittadino italiano Anthony Farina


Notizie Radicali
Antony Farina, il cittadino americano di origini italiane, per il quale le associazioni Reprieve, Nessuno tocchi Caino e Comunità di Sant’Egidio hanno promosso una campagna per il riconoscimento della cittadinanza italiana (ottenuta lo scorso 2 novembre) e contro la sua condanna a morte, ha presentato il 13 marzo il suo ultimo ricorso alla Corte d'Appello degli Stati Uniti, per chiedere la revoca della sentenza capitale. All’udienza ha partecipato in rappresentanza del Governo italiano anche il Console Generale Adolfo Barattolo, che ha presentato un “amicus curiae” volto a sostenere la contrarietà al diritto internazione di una condanna a morte nei confronti di una persona che non ha né ucciso né avuto l’intenzione di uccidere.
Anthony Farina, la cui famiglia è originaria di Santo Stefano di Camastra (Messina) aveva 18 anni nel 1992 quando, insieme al fratello sedicenne Jeffrey, rapinò un fast food a Daytona Beach, in Florida. Il fratello sparò e uccise una dipendente, ma essendo minorenne all’epoca dei fatti la sua pena è stata tramutata in ergastolo, con la possibilità di ottenere la libertà condizionata dopo 25 anni. Anthony, invece, pur non avendo materialmente commesso l’omicidio, si è ritrovato condannato alla pena capitale dopo un processo in cui il pubblico ministero, invocando la Bibbia, si era proclamato “agente di Dio”.
Il caso ha visto la mobilitazione anche dell'organizzazione “Americani Uniti per la Separazione tra Stato e Chiesa” e di una coalizione di gruppi religiosi americani contrari alle affermazioni del Pubblico Ministero di essere “servo di Dio” e “strumento di punizione divina”. Sulla vicenda è intervenuto anche Francesco Re, il sindaco di Santo Stefano di Camastra che si è rivolto al Presidente della Repubblica e al Papa.
Nell’ipotesi di rigetto di quest’ultimo appello presentato da Anthnoy Farina, resterà il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti che però non ha l’obbligo di esaminare il caso. Non resterà poi che la richiesta di grazia al governatore della Florida che la concesse, l’ultima volta, nel 1983.

sabato 23 marzo 2013

Burma refugees die in Thailand camp fire

BBC News Asia

About 30 people have died in a fire at a camp housing Burmese refugees in northern Thailand, local officials say.
A number of people at the Ban Mae Surin camp were injured in the blaze, which destroyed about 100 makeshift houses.

Officials say the fire may have been started by a cooking accident, but an investigation is still under way.

More than 3,000 refugees from Burma - mostly from the Karen minority - live at the camp. Those who lost their homes are being temporarily housed in tents.

The fire started at about 16:00 local time (09:00 GMT) in the camp in Mae Hong Son province, the local officials say.

"Most of the dead are women, elderly and children. Some 200 are wounded," one official was quoted as saying by the AFP news agency.

The blaze was extinguished about two hours later.

It is estimated about 130,000 Burmese refugees have fled conflicts in the country and are currently living in camps in northern Thailand.

Ivrea (To): suicida detenuto italiano di 53 anni con solo un anno di pena residua

ANSA
“A Ivrea si è impiccato un detenuto italiano di 53 anni con solo un anno di pena residua ed è il 13° suicidio ed il 43° morto in carcere dall’inizio dell’anno ma, nonostante gli appelli accorati e le dichiarazioni di intento della politica e delle massime cariche istituzionali, la situazione non cambia”. A comunicarlo in una nota è Leo Beneduci segretario generale dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria). “Purtroppo - prosegue il leader dell’Osapp - a parte l’apparente stabilizzazione numerica del sistema 66mila detenuti a fronte di poco meno di 43mila posti letto reali, per 23mila detenuti in più del consentito, le emergenze che il personale di polizia penitenziaria affronta quotidianamente in carcere si vanno ad aggravare di giorno in giorno, come nell’istituto di Torino dove per una capienza di 1.050 ve ne sono 1.550 e 30 detenuti dormono per terra senza materassi in locali privi di servizi igienici”. “Come sindacato ci siamo già espressi stigmatizzando gli scarsissimi risultati raggiunti dal governo Monti e dalla Guardasigilli Severino riguardo alla soluzione dei problemi penitenziari del Paese, tenendo anche conto degli innumerevoli appuntamenti mancati sulle indispensabili riforme del sistema e della polizia penitenziaria - conclude Beneduci - e in assenza di programmi concreti nella precarietà di condizioni in cui un eventuale nuovo governo si troverà ad operare ci fanno ritenere probabili peggioramenti definitivi già nel corso dell’attuale legislatura.