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martedì 20 gennaio 2015

Isis, ultimo massacro assurdo. 13 bambini uccisi in pubblico per aver guardato una partita di calcio

La Stampa
«Avevano guardato la partita della nazionale contro la Giordania»

Uccisi in pubblico a colpi di mitragliatrici perché avevano guardato una partita di calcio in tv: 13 ragazzini iracheni sono stati massacrati dalle milizie dell’Isis per aver tifato la loro nazionale mentre giocava contro la Giordania nell’ambito della Coppa d’Asia, tuttora in corso in Australia.

Le uccisioni sono avvenute il 12 gennaio, ma la notizia si è appresa solo ieri sera. I ragazzini sono stati catturati dai jihadisti nel quartiere di al-Yarmuk, a Mosul, controllata ormai dall’Isis - riferiscono i media internazionali - e poi uccisi perché, secondo i terroristi, nel guardare le partite hanno violato la sharia.

«I cadaveri sono rimasti esposti a terra e i genitori non hanno potuto recuperarli per timore di essere uccisi dai jihadisti», scrive sul suo sito web un gruppo di attivisti dal nome “Raqqa is being slaughtered silently” (Raqqa viene macellata in silenzio), che documenta segretamente la violenza scioccante e l’oppressione che l’Isis ha portato alla loro città natale. Prima di proseguire con l’esecuzione, le milizie dell’Isis hanno annunciato quanto stavano per fare con un megafono, dicendo che i ragazzini avevano commesso un crimine, riferisce ancora il gruppo.

L’uccisione degli adolescenti è avvenuta pochi giorni dopo che l’Isis ha pubblicato un video nel quale mostra due uomini uccisi dopo essere stati spinti da una torre a Mosul. Le accuse contro di loro sono state lette da un combattente mascherato con una piccola radio portatile: le due vittime sono stati giudicate colpevoli di impegnarsi in attività omosessuali e dovevano essere puniti con la morte, secondo l’interpretazione islamica radicale della sharia.

venerdì 31 ottobre 2014

Isil: Human Rights Watch; a Mossul esecuzione di massa di 600 detenuti a giugno

La Presse
A giugno scorso lo Stato islamico (ex Isil) ha ucciso circa 600 detenuti sciiti uomini della prigione di Badoosh vicino Mossul, la seconda città più grande dell'Iraq. È quanto denuncia Human Rights Watch (Hrw), spiegando che i detenuti sono stati costretti in massa a inginocchiarsi sull'orlo di un burrone e poi sono stati uccisi a colpi di armi automatiche. La ricostruzione dei fatti fornita da Hrw si fonda su interviste fatte ai sopravvissuti.
Secondo quanto riporta Human Rights Watch, i prigionieri sciiti sono stati separati da diverse centinaia di sunniti e da un piccolo numero di cristiani, che invece in un secondo momento sono stati liberati. Sempre a giugno scorso lo Stato islamico annunciò di avere compiuto "esecuzioni" su circa 1.700 soldati e personale militare catturati a Camp Speicher, fuori Tikrit.

Tra i prigionieri uccisi c'erano anche alcuni curdi e yazidi, riferiscono ancora i 15 sopravvissuti intervistati. I detenuti si trovavano in carcere per vari tipi di reati, da omicidio ad aggressione a reati non legati alla violenza. 

Prima di separare i gruppi, i militanti hanno caricato fino a 1.500 persone su alcuni furgoni e li hanno portati in una zona di deserto isolata a circa due chilometri dalla prigione. Poi, dopo avere portato via diverse centinaia di persone dai furgoni, hanno costretto gli sciiti a mettersi in fila lungo il ciglio del dirupo e li hanno contati ad alta voce prima di sparare colpi di armi automatiche. "Un proiettile mi ha colpito la testa e sono caduto a terra, a quel punto ho sentito un altro proiettile colpirmi il braccio", racconta uno dei sopravvissuti. "Sono rimasto in stato di incoscienza per cinque minuti, una persona davanti a me è stata colpita alla testa e il proiettile è passato dall'altra parte, è caduto davanti a me", ricorda. I prigionieri sopravvissuti sono fra 30 e 40, la maggior parte dei quali sono rotolati giù nella valle fingendo di essere morti o si sono riparati in mezzo ai corpi degli altri detenuti.

domenica 3 marzo 2013

Cina, pena di morte in diretta tv. Gli ultimi istanti dei condannati

Blitz - Quotidiano


PECHINO – Esecuzioni esemplari: le autorità cinesi hanno deciso che doveva essere così per Naw Kham, detto anche “Il Padrino del Mekong”, e i suoi complici, tre complici, un thailandese, un laotiano e un apolide. Per questo le loro condanne a morte sono state eseguite in diretta tv, o quasi. La videocamera della televisione di Stato si è fermata appena prima l’iniezione letale.

Naw Kham, birmano di 44 anni, era stato a capo di una banda di un centinaio di trafficanti di droga e rapitori. Nel 2011 insieme ai suoi complici abbordò due barche cinesi e uccise 13 marinai, non prima di averli imbavagliati e ammanettati.

Dopo quest’episodio le autorità cinesi decisero che non si poteva andare avanti così, che Naw Kham doveva essere catturato. Dopo un anno di ricerche ce l’hanno fatta.

“Questa morte serva da esempio ad altri criminali. La giustizia cinese è in grado di raggiungerli dovunque per proteggere i propri cittadini”. Così è stato giustiziato New Kham.