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martedì 24 ottobre 2017

Migranti, Francia - Che fine ha fatto la «giungla» di Calais?

Il Manifesto
Un anno dopo. Il 24 ottobre 2016 le autorità francesi sgomberavano la più grande bidonville d’Europa. Ma i migranti non sono mai andati via
Enayatollah muove i suoi passi su una spianata di terra umida della rugiada di primo mattino, lì dove un anno fa il terreno fangoso tremava al passaggio dei bulldozer. Lui, migrante afghano, conosce bene la storia di questi luoghi.
Trecentosessantacinque giorni fa era qui, quando il governo francese radeva al suolo la «giungla» di Calais, la più grande bidonville d’Europa, che ha ospitato fino a 10.000 persone.

IL 24 OTTOBRE dello scorso anno, debuttavano all’alba le spettacolari operazioni di sgombero. Centinaia di CRS (agenti della Compagnie Républicaine de Sécurité) furono mobilitati. Più di 7.400 persone, di cui circa 2.000 minorenni, furono spostate nei CAO (Centri d’accoglienza e d’orientamento) sparsi su tutto il territorio francese. Secondo l’Ofii, l’agenzia governativa che gestisce le domande d’asilo, il 46% degli abitanti della bidonville aspetta ancora una risposta definitiva, il 42% ha ottenuto l’asilo, il 7% è stato rifiutato.

Ma cosa ne è, un anno dopo, della «giungla» di Calais? Prova a spiegarlo il prefetto del Pas-de-Calais Fabien Sudry, che constata come «la pressione migratoria è nettamente diminuita. Oggi ci sono 500 migranti, l’anno scorso ce n’erano 8.000. Non ci sono più né squat, né campi, né intrusioni nell’Eurotunnel».

Tuttavia, la situazione sembra essere differente. I migranti, in realtà, non sono mai andati via. Già due mesi dopo lo sgombero i primi esiliati cominciavano a riaffacciarsi in città, il punto più vicino al Regno Unito. Dal 24 ottobre 2016, secondo una stima delle associazioni, sono stati distribuiti più di 236.000 capi di abbigliamento, più di 7.000 scarpe e circa 8.000 sacchi a pelo.

«ERO QUI UN ANNO FA. Sono di nuovo qui un anno dopo. Prima era difficile passare, ma adesso è praticamente impossibile. La polizia ci bracca ogni giorno», sospira grave Enayatollah, incamminandosi verso il nuovo accampamento di migranti in rue des Verrotières, nella zona delle Dune, a poche centinaia di metri dalla vecchia bidonville.
La chiamano già «la nuova giungla». Secondo le associazioni 700 migranti trovano riparo in questo bosco nella zona industriale di Calais.

DOPO LO SGOMBERO della bidonville il solo a sparire è stato lo stato francese che non propone alcun dispositivo di accoglienza, nonostante le sollecitazioni del Consiglio di Stato – la più alta autorità amministrativa francese – e delle Nazioni unite, che in un recente rapporto aggiunge duramente che i migranti dispongono di «un accesso limitato all’acqua potabile, alle docce e ad altri dispositivi sanitari».


Stefano Lorusso Continua a leggere l'articolo >>>

Amnesty agli stati donatori: "non lasciare solo il Bangladesh nella crisi dei rifugiati Rohingya"

Agenpress
Alla vigilia dell’incontro tra gli alti rappresentanti dei paesi donatori, in programma il 23 ottobre presso la sede delle nazioni Unite di Ginevra, Amnesty International ha dichiarato che è necessario che aumenti il numero dei paesi disponibili a fornire aiuto ai rifugiati rohingya, che in Bangladesh stanno affrontando una crisi umanitaria senza precedenti.


L’organizzazione per i diritti umani ha auspicato che dall’incontro di Ginevra emergano impegni per nuovi stanziamenti, anche dai paesi asiatici, per poter dare assistenza al crescente numero di rifugiati rohingya che hanno cercato riparo nella regione di Cox’s Bazar, in Bangladesh.

Il recente afflusso di quasi 600.000 rohingya ha portato il numero totale della comunità nella regione di Cox’s Bazar a 800.000 persone.

“Si tratta di una crisi senza precedenti, che ha bisogno di una risposta immediata e di lungo periodo da parte della comunità internazionale. Un numero maggiore di paesi, compresi quelli della regione, deve giocare un ruolo molto più rilevante e condividere le responsabilità. Il Bangladesh è un paese povero, ha mostrato grande generosità, ma non più essere lasciato da solo a gestire questa situazione”, ha dichiarato Omar Waraich, vicedirettore per l’Asia sudorientale di Amnesty International.

“Questi rifugiati sono profondamente traumatizzati e sopravvivono in condizioni di estrema difficoltà, senza la prospettiva di poter tornare a casa in tempi rapidi. La comunità internazionale deve approntare soluzioni che possano rispondere ai loro bisogni nell’immediato, ma anche nel lungo termine”, ha aggiunto Waraich.

Nell’ultima settimana, una delegazione di Amnesty International ha visitato i sovraffollati campi per rifugiati nell’area di Cox’s Bazar, dove i quasi 600.000 nuovi arrivati sono stipati dentro precarie tende di bambù e teli di plastica, con problemi serissimi di accesso all’assistenza di primo soccorso, ai servizi medici, a spazi sicuri per le donne e all’istruzione per bambini e ragazzi, che rappresentano più del 61 per cento della popolazione dei rifugiati.

Le agenzie umanitarie hanno registrato alti livelli di malnutrizione acuta, in particolare fra i bambini, oltre al rischio di malattie come il colera, per via delle cattive condizioni dell’acqua e dei servizi sanitari.

Se si vorrà garantire il pieno recupero fisico, mentale ed emotivo di questa popolazione, così profondamente traumatizzata, sarà inoltre indubbiamente necessario prevedere forme di assistenza psicosociale, o progetti di sostegno, per fornire aiuto nel breve, medio e lungo periodo.

Bisogni urgenti
La comunità internazionale dovrebbe considerare una serie di bisogni urgenti dei rifugiati rohingya, dal trasporto verso i campi alla costante assistenza medica e di primo soccorso.

I rifugiati intervistati da Amnesty International hanno parlato di viaggi strazianti dai loro villaggi, dove erano stati attaccati, ai campi in Bangladesh. Molti hanno riferito di essere stati costretti a pagare somme altissime per raggiungere il Bangladesh in barca. Coloro che non avevano denaro hanno raccontato di essere stati costretti a pagare il passaggio in barca con gioielli o altri beni di valore.

“I rifugiati rohingya, dopo aver camminato per giorni spesso scalzi, affamati e feriti e dopo aver dato fondo a tutti i loro beni devono subire un’estorsione per poter percorrere l’ultimo tratto del loro viaggio”, ha dichiarato Charmain Mohamed, responsabile per i diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.

“Quando finalmente sono arrivati in Bangladesh, alcuni rifugiati hanno dovuto percorrere altri chilometri prima di arrivare ai campi. Il loro viaggio non dovrebbe essere reso ancora più difficile di quanto già non sia. Dovrebbero ricevere aiuto durante tutto il loro percorso alla ricerca della salvezza”, ha aggiunto Mohamed.

Aiutare i rohingya ad andare avanti
Data la mancanza di provvedimenti da parte delle autorità di Myanmar nei confronti dei responsabili delle violazioni dei diritti umani – crimini di guerra compresi – nei confronti dei rohingya, molti rifugiati hanno paura di tornare in Myanmar, a meno che non siano in grado di farlo in sicurezza e con dignità.

Oltre ai bisogni immediati, la comunità internazionale deve aiutare il Bangladesh ad affrontare l’attuale crisi umanitaria nel più lungo periodo. Questo significa anche pretendere l’individuazione dei responsabili dei crimini contro l’umanità e la fine del radicato sistema di discriminazione che i rohingya subiscono da anni Myanmar.

I paesi donatori dovrebbero affrontare la questione dei rohingya in Bangladesh inquadrandola nel lungo periodo, a partire da questi passi iniziali:

– per cominciare ad aiutare i rifugiati a costruire resilienza e indipendenza nel medio e lungo periodo, aumentare il finanziamento dei programmi di assistenza in modo tale da assistere i rifugiati ad accedere ad altri servizi necessarie a iniziare a reclamare la loro dignità;

– finanziare immediatamente programmi educativi per i bambini rohingya, che costituiscono il 61 per cento dei nuovi arrivati;

– fornire sostegno psicosociale, data l’ampiezza del trauma con cui convivono i rifugiati;

– assicurare un approccio complessivo che includa il sostegno alle comunità ospitanti;

– coinvolgere le comunità locali e quelle dei rifugiati nell’elaborazione dei programmi e nella loro attuazione, sincerandosi che le persone ricevano gli aiuti più appropriati ai loro bisogni;

– rimpiazzare gli attuali campi sovraffollati situati in zone collinari con strutture situate su terreni ampi e dotate di infrastrutture adeguate che favoriscano l’accesso umanitario e diminuiscano i rischi di scontri e di altri problemi.

“I paesi donatori dovrebbero avere un approccio più duraturo nel tempo per quanto riguarda i rifugiati rohingya. La dimensione di questa crisi umanitaria è tale che la comunità internazionale non riesce a prevedere la risposta necessaria. Le autorità del Bangladesh e le agenzie umanitarie stanno disperatamente cercando di aumentare le loro operazioni e devono essere aiutate, non solo per i prossimi pochi mesi, ma fino a quando sarà necessario, in altre parole fino a quando i rifugiati rohingya non potranno rientrare nel loro paese volontariamente e in condizioni di dignità e sicurezza”, ha sottolineato Mohamed.

La drammatica situazione nello stato di RakhineSebbene la conferenza dei paesi donatori di Ginevra riguardi i bisogni umanitari in Bangladesh, la comunità internazionale non deve dimenticare la crisi umanitaria in corso in Myanmar.

“Le agenzie e le organizzazioni umanitarie devono avere accesso completo e non ostacolato in tutte le zone dello stato di Rakhine colpite dal conflitto per valutare i bisogni della popolazione e fornire rifugio, cibo, cure mediche e protezione”, ha concluso Mohamed.

lunedì 23 ottobre 2017

Cristiani eritrei in Sudan: in fuga da una persecuzione per trovarne un'altra

ACI Stampa
Khartoum - Da un regime totalitario ad uno islamista. È questa la tragica sorte di migliaia di cristiani eritrei che in fuga dal loro Paese, sono costretti a fermarsi per diversi anni in Sudan.

Una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre ha incontrato alcune famiglie rifugiate nella periferia di Karthoum. Come quella di Isaias, che vive con sua moglie e i suoi figli in una piccola capanna ricoperta di metallo ondulato. "È qui che dormiamo, che cuciniamo, che mangiamo, ed è qui che i nostri figli giocano".

La famiglia di Isaias è tra le decine di migliaia che ogni anno fuggono dal regime eritreo, il quale oltre ad imporre ai propri cittadini di prestare servizio militare a tempo indeterminato, perseguita i cristiani. Il viaggio verso una vita migliore passa per il Sudan dove sono costretti a fermarsi anche anni per guadagnare il denaro necessario a proseguire il loro cammino. Per giungere in Sudan hanno infatti dovuto pagare 1500 dollari e altrettanti ne occorrono per giungere in Europa o in America.

Se tutti i rifugiati affrontano gravi difficoltà, il governo islamista sudanese si accanisce in particolar modo contro i cristiani. "Sono completamente alla mercé della polizia - racconta ad ACS un volontario che lavora in un campo profughi – Gli agenti arrivano fino ad arrestarli per poi chiedere un riscatto alle famiglie. I cristiani affrontano prove durissime sorretti soltanto dalla loro fede e non possono neanche scappare, perché se tornassero in Eritrea sarebbero incarcerati o uccisi".

ACS sostiene le famiglie di cristiani eritrei rifugiati a Karthoum, con un’attenzione particolare ai più piccoli. La Fondazione permette infatti a 1200 bambini di studiare e di strutturare la propria fede. «Così non rischieranno di perdere le proprie radici cristiane in un Paese quasi completamente islamico come il Sudan – spiega Christine du Coudray-Wiehe, responsabile dei progetti ACS in Sudan – e al tempo stesso avranno la possibilità di costruirsi un futuro».

Iran - Condanna a morte per Ahmadreza Djalali, ricercatore di 46 anni.

La Stampa
É stato condannato a morte il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, 46 anni, detenuto a Teheran dall’aprile 2016 quando era stato arrestato con l’accusa di spionaggio. 

Ahmadreza Djalali
Lavorava al Centro di ricerca sulla medicina dei disastri di Novara e i primi a mobilitarsi per lui furono proprio gli amici e colleghi dell’Università del Piemonte Orientale che per mesi hanno sostenuto una campagna mediatica e diplomatica per la sua liberazione al fianco di Amnesty, con il supporto dei senatori Manconi e Ferrara. Non è bastato.

Il medico, ricercatore ad altissimo livello, è stato giudicato colpevole e condannato a morte al termine di un processo iniziato in modo lentissimo, dopo la ricusazione di due avvocati di fiducia di Djalali, e nel più totale riserbo e poi conclusosi dopo sole due udienze e sabato la lettura della sentenza all’avvocato. 

Al momento dell’arresto il ricercatore si trovava in Iran per un convegno medico, si era trasferito con la famiglia in Svezia all’inizio del 2016 dopo un soggiorno di oltre due anni a Novara. La moglie Vida è biologa, la coppia ha due figli di sei e 15 anni.

Articolo correlato:
03/02/2017 - Iran. Ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali dell'università di Novara condannato a morte da Teheran

Rohingya, Emergenza. 12mila bambini a settimana nei campi in Bangladesh

Roma Sette
I dati contenuti nel rapporto Unicef. Il direttore esecutivo Anthony Lake: «Sono testimoni di atrocità che nessun bambino dovrebbe vedere». Hanno bisogno di «cibo, vaccini, educazione, speranza».


Nell’ultima settimana sono circa 12mila i bambini rohingya arrivati in Bangladesh per sfuggire alle atrocità della pulizia etnica nello Stato di Rakhine, in Myanamr. Ogni giorno varcano il confine tra i 1.200 e i 1.800 piccoli. 

Finora, dall’inizio della crisi alla fine di agosto, su oltre 500mila profughi della minoranza musulmana in fuga dalle persecuzioni dell’esercito del Myanmar, i bambini sono 320mila. È la drammatica denuncia contenuta nell’ultimo rapporto dell’Unicef “Outcast and Desperate: Rohingya refugee children face a perilous future”. 

Un rapporto che mette in evidenza le «disperate condizioni di vita» di questi piccoli, «testimoni di atrocità che nessun bambino dovrebbe vedere», rimarca il direttore esecutivo dell’Unicef Anthony Lake. «Questi bambini hanno urgente bisogno di cibo, acqua pulita, servizi sanitari e vaccini per proteggersi dalle malattie che si creano in una situazione di emergenza. Hanno bisogno di educazione, di counseling, di speranza».

La maggioranza dei rifugiati, si ricorda nel rapporto, vive in rifugi insani e sovraffollati, spesso costruiti con le proprie mani. «Vivere all’aperto, con scarsità di cibo, acqua potabile e servizi sanitari aumenta il rischio di contrarre nuove malattie», rileva Edouard Beigbeder, rappresentante Unicef in Bangladesh. Sono alti, infatti, i livelli di malnutrizione dei bambini e mancano servizi per mamme incinte e neonati. C’è anche bisogno di sostegno psicologico per i bambini traumatizzati. E alto è il rischio che, nella situazione caotica dei campi, trafficanti senza scrupoli cerchino di sfruttarli e manipolarli.

Per tutte queste ragioni, l’Unicef lancia un appello «per porre fine alle atrocità contro i civili nello Stato di Rakhine e permettere l’accesso immediato agli operatori umanitari», finora impedito perfino all’Unicef. Nel report si chiede anche «una soluzione a lungo-termine alla crisi» che porti al riconoscimento e alla fine delle discriminazioni contro i Rohingya. In vista della conferenza dei donatori a Ginevra il prossimo 23 ottobre l’Unicef ricorda la necessità di 434 milioni di dollari per l’emergenza, di cui 76,1 milioni di dollari per i bisogni immediati dei bambini. 

Le priorità, al momento, sono aumentare gli approvvigionamenti di acqua, servizi sanitari e migliorare l’igiene, per impedire che i bambini si ammalino di gastroenterite e altre malattie, tra cui il morbillo.

domenica 22 ottobre 2017

Ricordiamoci di Guantanamo: prigionieri lasciati morire dalla politica di Trump

Il faro sul mondo
Ritorna l’immagine divenuta tossica del carcere di Guantanamo, dove cinque uomini in sciopero della fame “sono lasciati alla porta della morte” dalla nuova politica dell’amministrazione Trump nei confronti dei detenuti che protestano. Alcune celebrità stanno digiunando a sostegno dei detenuti.


Era il 2002 quando l’amministrazione di George W. Bush, in “piena guerra al terrore” aprì la super-prigione di Guantanamo nell’isola di Cuba, che ha ospitato fino a 780 detenuti, molti “spazzati” dai campi di battaglia dell’Iraq, la maggior parte non è mai stata formalmente accusata da un tribunale. Dal 2002 sono morti nove prigionieri e di questi si ritiene che sette si siano suicidati. Molti sono stati sottoposti a tortura durante l’interrogatorio; inoltre nel carcere sarebbero stati rinchiusi anche una quindicina di minori.
Ci sono attualmente 41 prigionieri detenuti, ciascuno dei quali costa ai contribuenti americani 10 milioni di dollari all’anno, a differenza dei 78mila dollari necessari per un detenuto in una prigione federale di massima sicurezza negli Stati Uniti, secondo il gruppo Human Rights First. Solo uno è stato inviato negli Stati Uniti per il processo nei tribunali statunitensi. Dei 41 prigionieri, 15 sono considerati di “alto valore”, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, il presunto cospiratore degli attacchi dell’11 settembre.

Barack Obama promise di chiudere il carcere al termine della campagna elettorale nel 2008, promessa sempre ventilata negli anni della presidenza, fino alla presentazione al Congresso di una proposta nel febbraio del 2016, che non è stata rispettata alla fine del suo mandato. 


Di tutt’altro avviso è il presidente Donald Trump, che ha più volte detto di non avere alcuna intenzione di chiudere la struttura, si è anzi impegnato a mantenerla aperta e “caricarla con alcuni dannati cattivi”. “Non ci dovrebbero essere altre scarcerazioni – ha twittato Trump di recente – sono persone estremamente pericolose e non dovrebbe essere consentito loro di tornare sul campo di battaglia”.

Durante l’amministrazione Obama, le guardie carcerarie praticavano sui detenuti in sciopero della fame l’alimentazione forzata prima che il loro peso diminuisse drasticamente. Nel nuovo approccio dell’amministrazione Trump i detenuti in sciopero della fame sono lasciati al deterioramento fisico fino alla “porta della morte” o al rischio di deterioramento degli organi.

Gli avvocati dei detenuti in sciopero della fame hanno parlato ai quotidiani americani (Indipendent, The Guardian) delle condizioni dei detenuti di Guantanamo e in particolare dei cinque detenuti in sciopero della fame. Reprieve, un gruppo umanitario di Londra che rappresenta diversi detenuti, aveva chiesto alle persone di iniziare scioperi della fame a sostegno dei prigionieri che protestano, tra cui Khalid Qassim e Ahmed Rabbani, che rifiutano il cibo dal 20 settembre.

Tra coloro che hanno raccolto la sfida ci sono Roger Waters, co-fondatore dei Pink Floyd, Sara Pascoe, l’attore David Morrissey, il regista e attore Mark Rylance, il politico del lavoro Tom Watson e l’attrice francese Caroline Lagerfelt.

Khalid Qassim e Ahmed Rabbani, che non assumono cibo dal 20 settembre, si trovano a Guantanamo da 15 anni, per una detenzione indefinita senza addebito o prova, e dal 2013 ricorrono allo sciopero della fame come unica arma per protestare la loro innocenza ed affermare la loro umanità.

Gli avvocati sono preoccupati sempre di più per lo stato di salute dei loro clienti. David Remes, avvocato di Washington, che rappresenta Abdul al-Salam al-Hilal, uno dei cinque prigionieri dello sciopero della fame, ha riferito che Hilal, detenuto da oltre 15 anni senza accuse, ha lanciato la sua protesta quando gli è stata rifiutata l’autorizzazione ad una seconda telefonata al mese alla sua famiglia in Yemen. Il peso di Hilal è sceso da 165 a 110 libbre. Rabbani è arrivato a soli 95 libbre e da tempo soffre come Hilal di sanguinamenti interni.

Clive Stafford Smith, il fondatore di Reprieve che sta digiunando anche lui a sostegno dei detenuti, ha riferito le parole di Rabbani: “Non voglio morire, ma dopo quattro anni di protesta pacifica non posso fermarmi perché me lo dicono loro. Mi fermerò definitivamente quando il presidente Trump libererà i prigionieri liberi da accuse e permetterà a tutti gli altri un processo equo”.

di Cristina Amoroso

L'uccisione di Daphne Caruana Galizia, si indaga tra gli articoli della blogger

La Repubblica
Un pool di investigatori, sostenuto da esperti Usa e olandesi, sta spulciando una serie di articoli in cui la blogger accusava alcune persone, maltesi e straniere. Il governo offre ricompensa da un milione a chi darà informazioni utili alle indagini.
Alcuni articoli di denuncia, soprattutto quelli pubblicati a marzo, e due messaggi telefonici inviati in tempi recenti al suo avvocato. E' su quetso materiale che indaga in queste ore la polizia maltese per cercare un indizio o una pista da seguire nell'inchiesta sulla morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger uccisa lunedì scorso con un'autobomba nei pressi della sua abitazione.

La Polizia di Malta sta lavorando in collaborazione con esperti forensi olandesi e statunitensi e sta investigando sugli articoli pubblicati sul blog della giornalista. L'attenzione, a quanto si apprende, è concentrata su quelli pubblicati nello scorso marzo. Secondo gli investigatori, ci sono degli articoli in cui la giornalista dimostra con chiarezza che ci sono molte persone che sono una minaccia per la sua vita. In questi articoli, la giornalista si riferisce a persone sia maltesi che straniere coinvolte in varie attività illecite.

Caruana Galizia scrisse di aver parlato con alcune di queste persone e di aver avuto delle minacce in risposta. Un gruppo di esperti sta ora analizzando in dettaglio tutti gli articoli, sia quelli recenti sia quelli di alcuni mesi fa, in particolare quelli in cui Caruana Galizia si riferisce alle minacce. La polizia maltese sta anche valutando due messaggi che Daphne Caruana Galizia ha inviato al suo avvocato nove giorni prima di essere uccisa. Il legale, Robert Montalto, ha confermato di avere ricevuto questi sms sul cellulare, ma di non avere mai rivelato il contenuto dei messaggi.

Intanto, sul fronte delle indagini, un contadino che si trovava vicino alla zona dell'esplosione, ha dichiarato di aver sentito distintamente tre forti boati a pochi secondi l'uno dall'altro. Secondo gli investigatori, Daphne Caruana Galizia sarebbe stata uccisa nella seconda esplosione. Il governo di Malta, contro il quale si è scagliato nei giorni seguenti all'omicidio il figlio della giornalista, ha offerto una ricompensa di un milione di euro a chi sia in grado di fornire informazioni utili che possano portare all'arresto dei responsabili dell'assassinio.