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domenica 9 febbraio 2020

Migranti, 80 persone soccorse da una ong spagnola Maydayterraneo al largo della Libia dando seguito ad un allarme lanciato da Allarm Phone. Altri 91 in pericolo su un barcone.

TGCom24
La nave spagnola Maydayterraneo ha effettuato il salvataggio su richiesta del servizio Alarm Phone che ha lanciato anche lʼallarme su unʼaltra imbarcazione "in grave difficoltà".
Immagine di archivio

Ottanta persone sono state soccorse su un'imbarcazione in difficoltà al largo della Libia. Lo fa sapere la ong spagnola Maydayterraneo, intervenuta con la nave Aita Mari per recuperare i migranti al largo della Libia. A lanciare la richiesta di aiuto in mare era stato il servizio Alarm Phone.

"Persone in mare" - Se 80 persone sono state messe al sicuro, ancora di più sono però quelle che restano in difficoltà. 

A essere in pericolo, infatti, è un barcone con 91 persone a bordo. E' questo l'allarme lanciato dalla piattaforma Alarm Phone che sul profilo twitter ha scritto che queste persone sono fuggite dalla Libia. "Ci hanno riferito che l'acqua sta entrando nella barca e ci sono già persone in mare. Abbiamo informato le autorità alle 4.24, ma non hanno ancora preso provvedimenti sufficienti. Le persone hanno bisogno di aiuto immediatamente!", ha fatto sapere il servizio.

Siria - La foto - Il "giocattolo" del bambino rifugiato nelle tende dei campi profughi siriani

Blog Diritti Umani- Human Rights
I bambini nei campi profughi in Siria, senza scuola, al freddo, con cibo poco e inadeguato, senza le cure sanitarie necessarie, ogni giorno con una minaccia incombente sulla loro vita, i più piccoli non hanno mai conosciuto un giorno di pace ... ma la voglia di giocare cerca di restituisce in parte la loro realtà, essere bambini. 
I giocattoli come tante altre cose mancano nelle tende dei rifugiati fuggiti dagli ultimi bombardamenti in Siria, ma i bambini sono risoluti e riescono comunque a costruirseli: una vecchia bottiglia, tappi di plastica, del fil di ferro, e un gioco frutto della fantasia che parte dal nulla che possiedi diventa un gioco bellissimo, bello perchè le sofferenze della vita in tenda, gli orrori della guerra, non sono comunque riusciti a negare il loro essere bambini. 
 E un giocattolo così semplice e bello aiuta a guardare ad un futuro migliore dove poter essere bambini e crescere, un futuro di pace che i "grandi" devono costruire guardando ai bambini.

ES

Serbia. Rotta Balcanica. Vietato aiutare i migranti: violenze e fogli di via contro i volontari.

Il Manifesto
In Serbia chi aiuta i migranti non è il benvenuto. Lo hanno constatato a proprie spese tre attivisti dell'Ong No Name Kitchen che opera dal 2017 lungo la rotta balcanica. Il 1 febbraio i tre, tra cui l'italiano Adalberto Parenti, dopo essere stati aggrediti da un gruppo di nazionalisti cetnici, sono stati trattenuti dalla polizia che li ha accusati di disturbo della quiete pubblica, oltre che di non avere i permessi in regola

Parenti, 37enne bolognese, in Serbia da ottobre, e la sua collega Leonie Sofia Neumann sono stati condannati a una multa di quasi 200 euro, mentre un'altra attivista tedesca, Marina Bottke, è stata assolta dalle accuse. A tutti è stato però consegnato un foglio di via dalla polizia serba: entro oggi dovranno lasciare il paese.

I membri dell'Ong operavano a Šid, nel sud-ovest della Serbia, vicino al confine con la Croazia. Come racconta Parenti, i volontari stavano rifornendo i migranti che si trovano fuori dai campi d'accoglienza ufficiali e che dormono dentro ad alcune tende nei dintorni della fabbrica abbandonata di Grafosrem, quando è avvenuto l'incidente. "Il sabato precedente (25 gennaio, ndr) erano già arrivate queste persone vestite militarmente, ufficialmente per fare pulizia nella boscaglia. Avevano dato fuoco alle pile di vestiti che trovavano - spiega - e quando abbiamo cercato di salvare il possibile, alcune attiviste sono state spinte".

La polizia, contattata il giorno seguente, aveva rassicurato i volontari invitandoli a informarli se si fossero presentati situazioni analoghe. Lo scorso sabato mattina, lo stesso gruppo, che ha issato sul tetto della fabbrica una bandiera serba e quella cetnica, è tornato. "Erano venuti per continuare la "pulizia". Un termine anche storicamente adatto", commenta l'attivista. Uno degli uomini ha dato fuoco a un telo di nylon e a una tenda dentro la quale c'era Bottke, una delle attiviste, riuscita miracolosamente a scappare. I tre, racconta Parenti, si sono allontanati, ma Neumann, l'altra ragazza tedesca che stava riprendendo la scena, è stata colpita con un petardo e il suo telefono distrutto con un manganello.

Una volta arrivata, la polizia ha però portato gli attivisti in caserma, da cui sarebbero usciti solo all'una di notte con l'ordine di lasciare il paese. Durante un veloce processo i tre sono stati messi a confronto con altrettanti componenti del gruppo di nazionalisti e le dichiarazioni di questi credute. "Il foglio di via è una decisione chiaramente politica, e oltretutto si basa su falsità", sostiene Parenti, che continua: "Ora stiamo combattendo per annullarlo. L'avvocato dice che ci vorrà almeno una settimana per una decisione". Nel frattempo cosa farà? "Starò qui a Šid, aiutando i ragazzi finché mi è legalmente possibile. Poi uscirò dal paese, ma resterò nelle vicinanze, con la speranza di tornarci a breve".

Parenti non è però stupito del comportamento della polizia serba e racconta che loro non sono i primi attivisti di No Name Kitchen ad avere avuto problemi. "Chiunque aiuti i migranti qui prima o poi è ostacolato, per usare un eufemismo", dice. Secondo l'attivista, come la Croazia, pagata dall'Ue, attua respingimenti illegali di persone verso la Bosnia, anche le autorità serbe devono mostrarsi intransigenti nei confronti dei migranti se vogliono sperare di entrare nell'Unione.

Intanto Parenti racconta di aver ricevuto dall'Italia molta solidarietà. "Ho anche avuto rassicurazioni dalle istituzioni italiane e da qualche politico", racconta l'attivista. "Speriamo qualcosa si muova. Noi seguimos luchando (continuiamo a lottare)".

Tommaso Meo

venerdì 7 febbraio 2020

Luciana Lamorgese: «L’odio è l’emergenza di questo Paese. L'assuefazione all’odio hanno già prodotto come effetto l’indifferenza che è peggio del negazionismo"

Open
La scritta antisemita a Mondovì, gli insulti a Liliana Segre, ma anche le minacce e i messaggi d’odio a Carlo Verdelli ed Eugenio Scalfari, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese non ha dubbi: «È l’odio l’emergenza di questo Paese».
«È un’emergenza culturale e civile. Nell’odio in cui siamo immersi c’è spesso assenza totale di pensiero. Inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. Io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi», dice Lamorgese in un’intervista a Repubblica.
La ministra rivela che anche lei è stata oggetto di insulti in rete: «Io non ho account social, sono stati i miei figli a raccontarmi il florilegio di epiteti che mi è stato rovesciato addosso. “Feccia di donna” credo che sia stato il più garbato. Gli altri sono irripetibili». La sua “colpa” è l’aver autorizzato lo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms.

Lamorgese non cita mai Matteo Salvini («di lui non parlo, è la regola che mi sono data»), ma afferma: «La politica, tutta, ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all’odio hanno già prodotto come effetto l’indifferenza».

«L’indifferenza è peggio del negazionismo e del riduzionismo», dice la ministra. E cita Liliana Segre: «Tempo fa ascoltai la sua testimonianza, quello che mi colpì fu il racconto dell’indifferenza che accompagnava le famiglie di ebrei ai vagoni verso i campi di sterminio. “Eravamo invisibili”, diceva Segre. “Ci vedevano portare via, ma era come se non esistessimo. Come se fossimo trasparenti”».

Per Lamorgese quello dell’odio è un fenomeno che richiede la collaborazione di «forze dell’ordine, famiglie, scuole». «La posta in gioco è il nostro futuro». Infine assicura: «Non sono un ministro indifferente, lavoro ogni giorno per combattere l’odio. Ho riattivato il centro di coordinamento delle attività di analisi e scambio che fa capo alla presidenza del Consiglio proprio per contrastare e contenere il contagio dell’odio. E quando posso, come ministro dell’Interno, vado nelle scuole».

«Cito ancora Segre perché ho visto ragazzi piangere mentre raccontava il viaggio verso i campi di concentramento con i buglioli destinati agli escrementi nei vagoni piombati, che ad ogni scossone investivano del loro contenuto gli essere umani accatastati. Ecco vedendo Segre non risparmiarsi sulla sua testimonianza, mi sono convinta ancora di più che questo sia il compito non solo di chi è nelle Istituzioni, ma di ciascuno di noi. Testimoniare. Non c’è libro, non c’è giorno della memoria, o ricorrenza che tenga, al confronto», conclude Lamorgese.

mercoledì 5 febbraio 2020

Migranti - L'invasione in Europa e in Italia non c'è, i dati reali sono molto più bassi e diversi da quelli percepiti frutto di fake-news

Il Manifesto
Gli stranieri in Europa sono 40 milioni, il 7,8% del totale della popolazione. Con una simile percentuale viene da pensare che l’unica «invasione» in corso sia quella di allarmi e fake news, soprattutto considerando che il dato include anche i cittadini comunitari residenti in altri paesi Ue. Come dire, i migranti siamo noi.

I numeri vengono dal rapporto Gli stranieri ci invadono? Analisi e considerazioni su dinamiche demografiche in corso in Italia e in Europa, pubblicato ieri dalla Fondazione Leone Moressa.


Anche rispetto all’italia, l’invasione è soprattutto nella testa, a livello percettivo. Secondo gli intervistati nell’indagine Eurobarometro 2018 la presenza straniera nel nostro paese era del 24,6%, il triplo del dato effettivo (8,5%). In numeri assoluti si tratta di 5 milioni e 225 mila di persone. Secondo lo stereotipo sono principalmente africani, maschi e musulmani. Ma tra i primi 20 paesi di provenienza solo Nigeria e Senegal si trovano in Africa (sette sono europei). Su genere e religione, poi, i numeri parlano chiaro: i migranti in Italia sono soprattutto cristiani (52,2%) e donne (51%)
Giansardo Merli

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martedì 4 febbraio 2020

Pakistan, Huma Younus, ragazzina cristiana di 14 anni, rapita e costretta al matrimonio. Per i giudici il matrimonio con il suo rapitore è legale

Globalist
La ragazzina cristiana di 14 anni è stata rapita a ottobre da Abdul Jabbar e costretta al matrimonio. Il padre: "Ennesima prova che lo Stato non considera i cristiani in Pakistan"
Si è tenuta il 3 febbraio, presso l'Alta Corte del Sindh a Karachi, in Pakistan, l'udienza sul caso di Huma Younus, la ragazzina cristiana di 14 anni rapita da Abdul Jabbar e costretta al matrimonio. E per i giudici, il matrimonio rimane comunque valido perché secondo la Sharia, la legge islamica, ogni bambina che ha già avuto il ciclo mestruale può contrarre matrimonio. 

Disperata la reazione di Nagheena Younus, padre della ragazza: "È l'ennesima sconfitta della giustizia e l'ennesima riprova che lo Stato non considera i cristiani dei cittadini pachistani". 

In teoria esiste una legge, il Child Marriage Restraint Act, entrato in vigore nel Sindh nel 2014, ma fino a questo momento non è mai stato applicato. "Speravamo che la norma potesse essere applicata per la prima volta in questo caso - afferma l'avvocata Tabassum Yousaf - ma evidentemente in Pakistan queste leggi vengono formulate e approvate soltanto per accreditare il Paese agli occhi della comunità internazionale, chiedere fondi per lo sviluppo e commerciare gratuitamente i prodotti pachistani nel mercato europeo".
Vi erano molte aspettative da parte dei genitori della quattordicenne cattolica rapita il 10 ottobre scorso e della comunità cristiana in generale. Huma avrebbe dovuto presentarsi in aula, come richiesto dai giudici durante la precedente udienza del 16 gennaio al poliziotto incaricato delle indagini Akhtar Hussain. Interrogato sull'assenza della ragazza, stamattina l'agente si è limitato a dire che la giovane era stata convocata. Sin dall'inizio della vicenda Hussain ha mantenuto un atteggiamento ambiguo destando forti sospetti di una sua complicità con il rapitore Jabbar.

Nonostante ciò, proprio al poliziotto è stato dato mandato dai giudici di far effettuare una visita medica per attestare l'età di Huma, come richiesto ancora una volta stamattina dalla Yousaf. "È chiaro che essendo Hussain l'incaricato - afferma l'avvocatessa - vi è un'alta probabilità che i risultati del test vengano contraffatti. Ma la nostra speranza è di riuscire comunque a provare la minore età della ragazza così da farla almeno affidare ad un centro, allontanandola così dal suo aguzzino".

La prossima udienza è fissata per il 4 marzo, purtroppo però anche qualora fosse attestato che Huma è minorenne, la decisione dei giudici di ritenere il matrimonio valido, annulla qualsiasi possibilità che Jabbar venga punito per i reati di rapimento e matrimonio forzato.

lunedì 3 febbraio 2020

Libia - Italia conferma accordo sui migranti senza modifiche, ignorando le gravi violenze e violazioni dei diritti umani diventa complice

La Repubblica
L'accordo "blocca-immigrati": il testo del "Memorandum" con il Paese africano rimarrà così com'è, nonostante gli impegni per cambiarlo. "Il governo italiano ignora le violenze inflitte a migliaia di persone".

Il 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d’intesa sulla migrazione tra Italia e Libia sarà rinnovato per altri tre anni senza modifiche. L’accordo prevede che l’Italia aiuti le autorità marittime della Libia a fermare imbarcazioni in mare e a riportare le persone a bordo nei centri di detenzione libici, dove queste sono trattenute illegalmente e subiscono gravi violenze, tra cui stupri e torture. 
“Nei primi tre anni dalla firma dell’accordo - ha detto Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa. - almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare, riportate in Libia e sottoposte a sofferenze inimmaginabili. Solo questo mese, sono state intercettate 947 persone”.
Una scelta che va oltre possibile comprensione. “Va oltre ogni comprensione - ha ggiunto Marie Struthers - il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell’escalation del conflitto in Libia, l’Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l’Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte". I migranti e i richiedenti asilo trattenuti nei centri libici sono soggetti a terribili condizioni di detenzione, in sovraffollamento, e rischiano gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall’aumento dell’intensità del conflitto.

L'UNHCR sospende ogni attività. Il 30 gennaio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Il Memorandum d’intesa è stato sottoscritto il 2 febbraio 2017 per impedire ai migranti e ai rifugiati di raggiungere le coste italiane, trattenendoli in Libia. L’Italia ha accettato di addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l’obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle in Libia.

Il testo dell'accordo resterà così com'è. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l’accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell’ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. “Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono intrappolati in una zona di guerra. Coloro che cercano di fuggire via mare rischiano di essere intercettati e riportati nei centri di detenzione. Collaborando a fermare le persone in mare e a trattenerle in Libia, l’Italia si è resa responsabile di questa situazione”, ha commentato Struthers.