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venerdì 3 agosto 2018

Migranti: fermati 50 turchi, oppositori di Erdogan, in fuga dalle purghe verso Rodi.

AnsaMed
Istanbul - Almeno 50 persone sospettate di legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen sono state fermate sabato nella parte settentrionale di Cipro, controllata di fatto dalla Turchia, mentre si stavano preparando a fuggire verso l'isola greca di Rodi. 


I fermati sono stati consegnati a funzionari dell'Interpol di Ankara, secondo il ministero degli Interni turco. Del gruppo fanno parte ex militari e insegnanti. Si tratta di un nuovo caso di cittadini turchi che cercano rifugio in Europa dalle purghe del governo di Recep Tayyip Erdogan con mezzi analoghi a quelli dei migranti di altri Paesi.

Altre sei persone, tra cui tre bambini, avevano perso la vita domenica in un naufragio nell'Egeo al largo di Lesbo. Secondo le autorità locali, anche loro erano legati alla rete di Gulen.

giovedì 2 agosto 2018

Papa Francesco: “Abolire la pena di morte in tutto il mondo” Modifica il Catechismo: "inammissibile in ogni circostanza"

TPI
Papa Francesco ha approvato una modifica al testo del Catechismo della Chiesa Cattolica per dichiarare l'inammissibilità della pena capitale in ogni circostanza
Papa Francesco parla al Congresso americano contro la pena di morte (settembre 2015)
La pena di morte “è inammissibile e la Santa Sede si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”, ha affermato Papa Francesco, che giovedì 2 agosto 2018 ha approvato una modifica al testo del Catechismo della Chiesa Cattolica, disponendo che venga tradotta nelle diverse lingue e inserita in tutte le edizioni.

“Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”, ha detto il pontefice.

Finora l’insegnamento tradizionale della Chiesa non escludeva in modo assoluto il ricorso alla pena di morte. Il punto modificato dal pontefice è relativo al paragrafo 2267 del Catechismo: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticale per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”.

La formulazione era stata voluta e chiesta alla Santa Sede dal rappresentante dell’Episcopato del Cile nel Comitato di redazione del Catechismo, come aveva rivelato l’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Il Concilio di Trento, ripreso poi dal Catechismo maggiore di Pio X, aveva detto che è lecito uccidere quando si combatte “una guerra giusta” e quando “si esegue per ordine dell’autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto”.

Nel 2005, era stato apportato un cambiamento: “Oggi a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”.

La stessa posizione era stata espressa da Giovanni Paolo II nel 1999, mentre si trovava in visita negli Stati Uniti, quando aveva riconosciuto che “la società moderna possiede gli strumenti per proteggersi, senza negare ai criminali la possibilità di ravvedersi”. Da qui l’appello “per abolire la pena di morte, che è crudele e inutile”.

Nel febbraio 2001 Papa Wojtyla l’aveva abolita in modo definitivo dalla Legge fondamentale vaticana.

Carceri, celle sempre più piene ma i detenuti stranieri diminuiscono. Non c'è emergenza per i reati dei migranti .

La Repubblica
Il rapporto semestrale dell'Associazione Antigone: "Che non ci sia un'emergenza immigrazione lo dicono i numeri". La denuncia: in troppi istituti di pena le condizioni di vita sono insostenibili.


Roma – Sono 58.759 i detenuti nelle carceri italiane, 672 in più negli ultimi cinque mesi. E’ il bilancio dell’Associazione Antigone che pubblica un aggiornamento sulle condizioni di detenzione nella prima metà dell'anno. Dai numeri emerge che ci sono 8.127 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare: al sovraffollamento, sottolinea Antigone, non si risponde con nuove costruzioni, ma "diversificando il sistema sanzionatorio e non puntando solo sul carcere quale unica pena". Il 33,4% dei detenuti è in custodia cautelare. Di questi la metà, non ha avuto neanche un primo provvedimento di condanna. Mentre sono 21.807 i detenuti che devono scontare una pena inferiore ai 3 anni e che potrebbero dunque, in parte, usufruire di una misura alternativa alla detenzione.
Dal 2008 ad oggi, a fronte del raddoppio della presenza di stranieri in Italia, da 3 a 6 milioni tra regolari e irregolari, quelli detenuti sono calati da 21.562 a 19.868. 
Il dato evidenzia dunque che "non c'è un'emergenza stranieri e non c'è un'emergenza sicurezza connessa agli stranieri". 

Con il raddoppio della popolazione, i detenuti infatti sarebbero dovuti raddoppiare, sottolinea l'Associazione: "Invece no. Ogni diversa interpretazione e ogni allarme sono pura mistificazione". Gli stranieri sono comunque il 33,8% del totale dei detenuti e quelli non europei sono 13.490, ossia il 22,9%.

E' straniero il 44.64% dei detenuti cui è stata inflitta una pena inferiore a un anno (e dunque per reati di scarsa gravità) e solo il 5,6% degli ergastolani (che sono complessivamente 1.726). 

Considerando i reati più gravi, come ad esempio la criminalità organizzata, il 98,75% dei detenuti condannati per tali delitti è italiano e solo l'1,25% è straniero. Inoltre, gli stranieri costituiscono il 37,3% dei detenuti per violazione della legge sulle droghe, i quali sono complessivamente 20.525.

In diversi penitenziari del Paese si riscontrano ancora carenze per adeguate condizioni di vita del detenuto. Nel 33 % delle carceri, si legge nel rapporto, non funziona a norma il riscaldamento d'inverno e nel 26,7% dei casi non vi è acqua calda in alcune celle. 

Nel 63,3% delle carceri ci sono celle senza doccia, al contrario di quanto prevede la legge e nel 53,3% vi sono celle in cui le finestre presentano schermature che riducono l'ingresso di aria luce naturale. Nell'75,9% dei casi, inoltre, mancano luoghi di culto per i detenuti non cattolici, mentre "la radicalizzazione - osserva Antigone - si combatte riconoscendo i diritti religiosi".

Nell'10% delle carceri visitate, per detenuti di fede islamica non è previsto tutto l'anno un menù rispettoso dei loro precetti e nel 13,3% non entra alcun ministro di culto diverso dal cappellano cattolico. Per quanto riguarda il lavoro dei detenuti, la media di coloro che lavorano alle dipendenze dell'amministrazione è pari al 33,4%. Un dato che però include anche quelli che lavorano per poche ore alla settimana o al mese. La percentuale dei reclusi che lavorano per ditte private o soggetti esterni è pari al 3% e ci sono regioni, come la Sicilia, "dove tutto è fermo", emerge dal dossier.

"Preoccupante", secondo Antigone, è la percentuale dei detenuti coinvolti in corsi di formazione professionale, che nelle carceri visitate è pari al 4,8%. La percentuale dei detenuti che frequentano attività educative e scolastiche si attesta al 20%. Quanto alle comunicazioni, nel 90% delle carceri visitate non è possibile effettuare colloqui via Skype con i familiari e un "limitato accesso ad Internet" è ammesso solo nel 6,7% degli istituti di pena.

Sono inoltre 17.205 i permessi premio concessi nel primo semestre del 2018: in media poco più di un permesso ogni tre detenuti. "Per troppi la pena si sconta tutta in carcere - afferma Antigone - e rapporti con l'esterno sono del tutto esigui. Tutto ciò contribuisce a innalzare i tassi di recidiva".

Un istituto sul quale, secondo Antigone si deve investire è quello della messa alla prova, mutuata dalla giustizia minorile e dal 2014 possibile anche per i maggiorenni: è stata prevista per i reati puniti con pena non superiore a quattro anni; il giudice predispone un programma che contempla lavori di pubblica utilità, attività di volontariato e di mediazione penale con la vittima del reato. Negli ultimi quindici mesi il ricorso alla messa alla prova è aumentato notevolmente, passando da 9.598 a 13.785 imputati messi alla prova.

Antigone segnala una serie di esperienze, attive dal 2017, per lavori di pubblica utilità ai fini della messa alla prova con Legambiente e l'Ente Nazionale Protezione Animali, l'Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti, la Lega Italiana Lotta ai Tumori e con il Fondo Ambiente Italiano. "Così - commenta Antigone - si creano occasioni virtuose di impegno sociale e lavorativo".

USA: 125 denunce di abusi sessuali nei Centri per bambini migranti

Milano Post
Sono bambini. E sono tutti belli nel candore e nello stupore con cui guardano il mondo e il tempo e le novità di un paese sconosciuto, dopo un lungo viaggio, dopo i sogni raccontati da una madre che spera.


Si affidano con la semplicità del cuore, si accontentano di poco, di una carezza, di un gioco, di un pezzo di pane.

Sono minori migranti, in America, nei centri di accoglienza predisposti prima da Obama e oggi da Trump. Ma il perché politico non interessa oggi. Oggi Propublica, appellandosi al Freedom of Information Act, ha ottenuto i documenti relativi a 70 dei circa 100 centri gestiti dall’Ufficio per i rifugiati, agenzia che dipende dal dipartimento della Sanità. E l’inchiesta rivela 125 casi di abusi sessuali e maltrattamenti. Non si sa se i casi riportati nel rapporto di ProPublica si riferiscano a minori accompagnati dai propri genitori o no.

L’associazione racconta la storia di un 15enne dell’Honduras molestato nel centro di Tucson, in Arizona, nel 2015. Il colpevole, un 46enne, è stato condannato. Ma sarebbero state prodotte anche le prove di un traffico umano sempre di minori. Bambini scomparsi in 70 dei 100 centri per migranti gestiti da un’agenzia del governo americano. Bambini il cui destino potrebbe essere quello dell’adozione illegale o, peggio, dello sfruttamento sessuale. L’intera stampa americana si sta occupando di questi centri di accoglienza, soprattutto negli ultimi mesi, da quando vengono riempiti non solo dai bambini migranti, ma anche da minori, persino neonati, strappati ai genitori dalla polizia di confine con il Messico.

La politica ha le sue ragioni. Ma i bambini hanno diritti che non si possono sottacere. E la povertà è un flagello che un mondo civile non dovrebbe tollerare.

mercoledì 1 agosto 2018

La tratta dei bambini: Africa e Sudamerica principali rotte dello schiavismo moderno, 60% sono minori

GlobalistL'Unicef e l'Icat rivelano numeri inquietanti: più del 60% degli esseri umani schiavizzati in questi paesi sono minori.


L'Unicef insieme all'Icat (Gruppo di coordinamento interagenzia contro la Tratta di esseri umani) ha diffuso dei dati inquietanti sulle vittime di tratta di esseri umani, contro una piaga che cresce ogni giorno di più.

Il 28% delle vittime identificate a livello mondiale sono bambini. Nell'Africa subsahariana e nell'America Centrale fino ai Caraibi la percentuale sale rispettivamente al 64% e al 62%. Ma le due agenzie avvertono che questi numeri sono probabilmente di gran lunga inferiori rispetto alle cifre reali: 

"La realtà - osservano - è che i bambini sono raramente identificati come vittime di tratta. Pochi si fanno avanti per paura dei trafficanti, mancanza di informazioni sulle opzioni disponibili, diffidenza nei confronti della autorità, paura di stigmatizzazione o per la possibilità di essere rimpatriati senza nessuna tutela e un supporto materiale limitato".

"I bambini rifugiati, migranti o sfollati" continua il rapporto, "sono categorie particolarmente vulnerabili alla tratta. Sia che stiano scappando da guerre o violenze o che siano alla ricerca di migliori opportunità di formazione o sostentamento, un numero esiguo di bambini trova strade per spostarsi regolarmente e in sicurezza con le loro famiglie. Questo aumenta le probabilità che i bambini e i membri delle loro famiglie utilizzino percorsi irregolari e più pericolosi o che i bambini si spostino da soli, fattore che li rende più vulnerabili a violenze, abusi e sfruttamento da parte di trafficanti".

MSF - Nel "porto sicuro" della Libia, continua la detenzione arbitraria dei rifugiati e dei migranti che arrivano nel Paese

La Repubblica
L'appello di Medici Senza Frontiere. Almeno 11.800 persone che tentavano di attraversare il Mediterraneo sono state riportate in Libia solo quest'anno. L'organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) chiede di porre fine alla detenzione arbitraria di rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia, dopo il drammatico aumento del numero di persone intercettate nel Mediterraneo dalla Guardia Costiera libica, supportata dall'Unione Europea.


Almeno 11.800 persone che tentavano di attraversare il Mediterraneo su precari barconi inadatti al mare sono state riportate in Libia solo quest'anno secondo le organizzazioni delle Nazioni Unite, con intercettazioni quasi quotidiane nelle acque internazionali tra Italia, Malta e Libia. Una volta sbarcate, le persone vengono trasferite in centri di detenzione non regolamentati lungo la costa.

Terribili livelli di violenza. "Persone appena scampate a situazioni di vita o di morte in mare non dovrebbero essere trasferite in un pericoloso sistema di detenzione arbitraria" - ha detto Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per Msf - molti di loro hanno già sofferto terribili livelli di violenza e sfruttamento in Libia e durante gli estenuanti viaggi dai loro paesi d'origine. Ci sono vittime di violenza sessuale, di traffico, torture e maltrattamenti. Tra i vulnerabili ci sono bambini, a volta senza un genitore o un accompagnatore, donne incinte o in fase di allattamento, anziani, persone con disabilità mentali o in gravi condizioni mediche".

Non si sa cosa accade nei centri di detenzione. Senza un sistema di registrazione formale e reportistica, una volta che una persona è all'interno di un centro di detenzione non c'è modo di tracciare cosa le accade. I detenuti non hanno la possibilità di questionare la legalità della loro detenzione o dei trattamenti che subiscono. I programmi di evacuazione gestiti dall'Agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni (Iom) e dall'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) per aiutare rifugiati e migranti a uscire dalla detenzione arbitraria sono stati rafforzati l'anno scorso ma riescono ad aiutare solo una piccola parte della popolazione rifugiata e migrante in Libia. La misura principale, facilitata dall'Iom, consiste nel rafforzare i cosiddetti rimpatri "volontari" dei migranti dai centri di detenzione ai loro paesi di origine, con 15.000 persone già rimpatriate da novembre.

Non c'è rimpatrio volontario: le persone non hanno alternative. Si tratta di uno sviluppo positivo quando supporta persone bloccate in Libia che vogliono tornare a casa, ma la natura volontaria di questi rimpatri è contestabile perché le persone non hanno altra alternativa formale per uscire dai centri. L'Unhcr ha evacuato poco più di 1.000 dei rifugiati più vulnerabili, ma la maggior parte di loro è stata portata in Niger dove attende urgentemente di essere reinsediata in altri paesi. Come conseguenza dell'aumento delle intercettazioni in mare, le équipe di MSF a Misurata, Khoms e Tripoli riscontrano un netto aumento nel numero di rifugiati, migranti e richiedenti asilo bloccati nei centri di detenzione già sovraffollati.

Quelle persone rinchiuse a Khoms, con bambini piccoli. Recentemente, MSF ha fornito assistenza medica in un solo giorno a 319 persone intercettate in mare e portate in un centro di detenzione a Tripoli, la maggior parte delle quali era stata detenuta dai trafficanti per diversi mesi prima di tentare la traversata del Mediterraneo. Intorno a Misurata e Khoms, MSF fornisce cure a persone con ustioni di secondo grado, scabbia, infezioni respiratorie e disidratazione. In un'occasione, persone intercettate in mare sono state portate al centro di detenzione senza vestiti, perché avevano perso tutto in mare. 
"A Khoms ci sono oltre 300 persone, tra cui bambini molto piccoli, rinchiuse in un centro di detenzione sovraffollato. Il caldo è asfissiante, non c'è areazione e l'accesso ad acqua potabile pulita è scarso - è acqua salata mista a liquami" dice Anne Bury, vice coordinatore medico di MSF in Libia. "La situazione nei centri di detenzione è insostenibile, il clima è molto teso, le persone sono esposte ad abusi di ogni sorta. Le persone sono disperate, vediamo ferite e fratture. Alcune tentano di fuggire, altre fanno lo sciopero della fame."

Le conseguenze della politica europea. Questa situazione è il risultato del tentativo dei governi europei di impedire a qualunque costo a rifugiati, migranti e richiedenti asilo di raggiungere l'Europa. Elemento centrale di questa strategia è equipaggiare, formare e supportare la Guardia Costiera libica perché intercetti le persone in mare e le riporti in Libia. Navi non libiche non possono infatti riportare legalmente i migranti in Libia perché il paese non è riconosciuto un posto sicuro. Ma le persone soccorse in acque internazionali nel Mediterraneo non devono essere riportate in Libia: devono essere portate in un porto sicuro, come prescritto dal diritto internazionale e marittimo. "La Libia non può essere considerata una soluzione accettabile per prevenire gli arrivi in Europa" ha detto Kleijer di MSF. "Rifugiati, richiedenti asilo e migranti intercettati in mare non devono essere riportati in Libia e non devono essere detenuti nel paese su basi arbitrarie e in condizioni disumane".

MSF in Libia. Da circa due anni, MSF fornisce cure mediche a rifugiati e migranti nei centri di detenzione in Libia che rientrano formalmente sotto l'autorità del Ministero dell'Interno del paese e del suo Dipartimento per combattere l'immigrazione illegale (Dcim) a Tripoli, Khoms e Misurata. Ai detenuti non viene garantito accesso alle cure mediche - che vengono fornite da una manciata di organizzazioni umanitarie come MSF o da agenzie delle Nazioni Unite, che riescono ad avere una presenza limitata nel paese nonostante la violenza e l'insicurezza diffuse.

Malawi - Nell'inferno delle prigioni "caverna". La sfida vinta da Sant'Egidio: portata l'acqua ai detenuti

Avvenire
La sfida vinta da Sant' Egidio: l' acqua per i detenuti di quattro strutture in Malawi le piaghe da decubito possono venire per come si dorme in prigione. 

Il carcere di Mulanje - Malawi
L'uno ammassato all'altro, sdraiati su un fianco perché, pur per terra, non c' è posto per tutti. Ogni tanto una guardia urla un ordine e tutti devono voltarsi sull'altro lato. «Più che celle - spiega Paola Germano della Comunità di Sant' Egidio - sono caverne senza spazio, luce e aria. 

Le condizioni carcerarie sono molto critiche in Italia, ma diventano drammatiche in Malawi, uno dei Paesi più poveri al mondo secondo l'Onu». Sant'Egidio - con oltre 10mila membri nel piccolo Stato africano - è presente in 15 carceri malawiane da 14 anni. 

Dietro le sbarre manca tutto: letti, cibo, medicine, coperte. Non c' è acqua per bere, per lavarsi, per cucinare e mantenere le condizioni igieniche minime. 

Per questo la Comunità ha costruito il sistema idrico di quattro prigioni: sabato 14 luglio c' è stata l' inaugurazione di 6 rubinetti, docce e gabinetti in quella di Mulanje, al confine con il Mozambico e alla falde della grande montagna che molti ritengono piena di spiriti. 

Grande festa anche tra le case intorno: l' acqua arriverà anche a loro. Un coro misto di detenuti e abitanti «oltre le sbarre» cantava: «Community, unity».

«Il primo nostro impegno - racconta Paola Germano - è visitare i carcerati, costruendo un rapporto di amicizia e ponti tra dentro e fuori. Conosciamo oltre 10mila detenuti». In Malawi e in altri Stati africani vi è un forte disinteresse per gli arrestati: «I casi - continua - vengono dimenticati e si invecchia dietro le sbarre. 

Con i nostri legal clinic ci occupiamo di persone di cui nessuno ricorda neanche le ragioni della carcerazione». Sono 3.500 quelle che Sant' Egidio ha liberato negli ultimi dodici mesi, compreso un anziano di 80 anni, detenuto con il nipote di 13: accusati di un furto mai dimostrato, erano reclusi da un decennio, magri, scheletrici. 

«Si mangia - dice Germano - una specie di polenta solo una volta al giorno, per chi non ha parenti che portano del cibo la sopravvivenza è veramente dura». 

Spesso si finisce in carcere per anni per piccoli furti per mangiare o ragioni assurde: «Molti ragazzi di strada vengono arrestati perché non hanno la carta di identità, che è a pagamento». 

In Malawi non esiste un registro anagrafico statale, per questo il programma "Bravo!" di Sant' Egidio iscrive i bambini all' anagrafe.
Molti dei diecimila membri di Sant' Egidio sono giovani: «Da loro viene la speranza per cambiare un Paese in cui tutte le infrastrutture si reggono su due generatori, la carestia è endemica e le inondazioni per problemi ambientali sono cicliche».
Intanto dalla collinetta di Mulanje due volte alla settimana si sentono canti religiosi.
Dall' amicizia con i membri della Comunità che visitano i detenuti, infatti, è scaturita la richiesta di preghiera e di speranza: all' interno del carcere è nato un gruppo di Sant'Egidio, formato da un centinaio di prigionieri e da alcune guardie. 

Racconta Germano: «Aiutano i prigionieri più deboli, fanno la preghiera due volte alla settimana. Il Vangelo è per tutti».

Stefano Pasta