Pagine

mercoledì 25 luglio 2018

Il Blog "Diritti Umani - Human Rights" aderisce all'appello di Roberto Saviano: "Rompiamo il silenzio contro la menzogna" continuando il suo lavoro di informazione sui diritti

Blog Diritti Umani - Human Rights
Questo Blog, che viene letto da persone che hanno a cuore il rispetto dei diritti umani e la loro difesa in ogni angolo del mondo, aderisce all'appello di Roberto Saviano che invita tutti a non tacere in questo momento particolare in Italia.


Questo Blog ormai da 6 anni cerca di dare voce in situazioni dove diritti fondamentali dell'uomo non vengono rispettati.
Registriamo con preoccupazione che con il nuovo governo vengono effettuate scelte che hanno come risultato la violazione dei diritti, sopratutto delle fasce più deboli della società, che collocano l'Italia al di fuori dello spirito di solidarietà e umanità che anima le nostre istituzioni. 
Istituzioni  che non vogliono essere snaturate e opinione pubblica che non deve essere manipolata da una propaganda che si basa in larga parte su notizie non vere per allargare il consenso invitando le persone ad essere peggiori in termini umani.

Roma - Camping River, la Corte Europea ferma lo sgombero dei Rom. Salvini: «Ci mancava il buonismo della Corte europea».

Corriere della Sera
Entro le 12 il Comune deve presentare i documenti che dimostrino quali alternative sono state offerte agli abitanti del campo. Dal Campidoglio si dicono sereni, mentre il ministro dell’Interno attacca Strasburgo: «Ci mancava il buonismo della Corte europea».


Sul camping River interviene Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo accoglie il ricorso presentato da tre abitanti e chiede al governo italiano di sospendere fino al 27 luglio le espulsioni (evictions) programmate: per allora è attesa la risposta di Palazzo Chigi sulle soluzioni alternative al campo.


Sarà il Comune, che finora ha gestito l’iter, a produrre la documentazione richiesta entro le 12 di oggi. Ieri scadevano le 48 ore, notificate alle famiglie dall’ordinanza della sindaca, per lasciare l’insediamento sulla Tiberina, ma lo sgombero è slittato: secondo il Campidoglio, per l’aumento di adesioni alle proposte di integrazione, ovvero «la terza via» della giunta M5S. Versione in contrasto con quella dell’associazione «21 luglio», attiva all’interno del campo: «Nei tre casi che abbiamo segnalato alla Corte di Strasburgo, ma non sono gli unici, il Comune non ha offerto alcuna alternativa - insiste il presidente della onlus, Carlo Stasolla - . Ci siamo rivolti all’Europa perché era l’unica strada percorribile in tempi così stretti». Più tardi, mentre consegna alla segreteria di Palazzo Senatorio le 630 firme raccolte tra i cittadini romani contrari allo sgombero, Stasolla picchia duro: «All’incontro di domani (oggi, ndr) con Salvini Raggi voleva portare lo scalpo del camping River, invece si presenterà con una grave sconfitta politica».

Dal Comune ostentano serenità e controbattono: «A tutti è stato proposto di accedere alle misure di inclusione, a chi si è rifiutato di entrare nel circuito di accoglienza dei servizi sociali: stiamo anche offrendo posti che non dividono le famiglie». 

Affermazioni documentabili attraverso i verbali dei colloqui, le registrazioni e i filmati. Se l’Europa si è mossa, però, avrà avuto le sue ragioni. «Stiamo raccogliendo una mole di materiale che testimonia la correttezza del nostro operato - ribadiscono dal dipartimento Politiche sociali - . Lì si sta creando un’emergenza igienico-sanitaria: quella, sì, sarebbe una grave violazione dei diritti umani».

Nel frattempo, dopo la bordata del vice premier sul «casino dei campi rom a Roma», Raggi in vista del colloquio al Viminale (i due dovrebbero incontrarsi all’ora di pranzo)si allinea: «Condivido l’analisi di Salvini. I campi rom sono un caos dal 2008, da quando sostanzialmente esistono in maniera ufficiale, e drenano 25 milioni di euro l’anno. Il nostro obiettivo è chiuderli favorendo l’integrazione. Quindi, diritti e doveri». 

Se non fosse che il segretario federale della Lega lancia un’altra frecciata, stavolta ai giudici di Strasburgo: «Ci mancava il buonismo della Corte europea per i diritti dei rom», è il tweet polemico che la prima cittadina non raccoglie. Al tavolo con il ministro dell’Interno la sindaca non si soffermerà soltanto sul problema dei campi nomadi: «Uno dei primi temi che affronterò è quello della carta di identità elettronica, che di fatto è gestita dal ministero, le cui procedure però si svolgono all’interno dell’Anagrafe del Comune: ci sono problemi di dialogo tra software e questo sta creando parecchie file». 

Si parlerà anche di migranti «fantasma» e roghi tossici, argomento che offre a Raggi l’assist per rilanciare: «Sono ormai due anni che chiedo al governo di darci supporto e continuerò a chiedere il superamento dei limiti alle assunzioni per la polizia locale, che è in gravissimo sotto organico». Dopo il rapporto conflittuale con il precedente esecutivo a guida Pd, adesso la sindaca confida di trovare sponda nell’interlocutore leghista alleato dei Cinque stelle a Palazzo Chigi. 

E mentre infuria il dibattito sul camping River, la Comunità di Sant’Egidio denuncia lo sgombero di otto famiglie dall’ex Fiera di Roma (tra loro 20 minori, due disabili e quattro donne incinte). Replicano dal Comune: «La Sala operativa sociale ha proposto assistenza a tutti i nuclei familiari, ma le proposte sono state tutte rifiutate».

Svezia, studentessa blocca volo con diretta Fb per evitare il rimpatrio di un richiedente asilo afgano

La Repubblica 
Elin Ersson, studentessa svedese e attivista per i diritti umani, ha impedito il rimpatrio di un richiedente asilo afghano di 52 anni, bloccando nell'aeroporto di Göteborg l'aereo sul quale l'uomo era stato imbarcato per essere rimpatriato in Afghanistan.



La giovane ha comprato un biglietto per lo stesso volo ma, una volta a bordo, si è rifiutata di sedersi e ha lanciato una diretta Facebook, durata 14 minuti, nella quale ha chiesto al comandante di intervenire, impedendo di fatto il decollo. 

Dopo momenti di tensione tra la ragazza, il personale di bordo e alcuni passeggeri, Elin è stata fatta scendere insieme al richiedente asilo, anche grazie alla mobilitazione di altri passeggeri. 
Sul suo profilo Facebook, dove ha ricevuto centinaia di messaggi di solidarietà, Elin ha poi scritto: ''So solo che il rimpatrio è stato bloccato. Non ho altre informazioni''. 

a cura di Flavia Cappadocia

martedì 24 luglio 2018

Torture e milizie tribali in guerra. La Libia non è un porto sicuro!

La Repubblica
La Corte Ue accusa Tripoli di non rispettare i diritti umani. E i racconti di chi ha vissuto nei centri di detenzione lo confermano. Non ti abitui mai, al racconto delle torture che i trafficanti riescono a infliggere ai migranti in Libia. 



L'ultimo "lo ha fatto l'altro giorno un ragazzo del Mali. L'abbiamo ricoverato con un piede rotto da una spranga", racconta il portavoce dell'Oim in Italia, Flavio Di Giacomo: "Un dito glielo avevano tagliato a colpi di trapano, e un gomito era stato bruciato con un ferro rovente. Aveva trascorso otto mesi in un centro di detenzione non ufficiale. Ce ne sono decine, in Libia".

Se il paese fosse un "luogo sicuro" come prevedono le leggi internazionali, i migranti salvati su bagnarole in fuga dalla Libia potrebbero essere legittimamente riconsegnati al mittente. 

Quando ci provò il primo ministro leghista degli Interni, Roberto Maroni, l'esito fu una condanna - inflitta all'Italia all'unanimità - dalla Corte europea dei diritti umani per aver violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani sui trattamenti degradanti e la tortura. "Un'incomprensibile picconata del buonismo peloso", brontolò Maroni.

La legge dice che se una persona fugge e intende chiedere asilo politico, ha diritto a essere condotta in un luogo sicuro e ascoltata. Per arginare il passaggio a Est, quello che portava in Europa dalla Turchia, la Ue ha stretto un accordo oneroso con Ankara. Ma Tripoli è altro mondo.

Come può essere considerato "luogo sicuro" quello in cui l'unico paese occidentale ad aver riaperto l'ambasciata è l'Italia? In cui persino la Farnesina, nel sito Viaggiare sicuri, sconsiglia "assolutamente i viaggi in ragione delle precarie condizioni di sicurezza"? E lo ha ricordato ieri in una intervista a Repubblica il commissario Ue alle Migrazioni Dimitris Avramapoulos.

Il paese è diviso e politicamente instabile, con il governo Serraj - riconosciuto dalla comunità internazionale - che controlla solo una parte del paese e anche lì è in forte difficoltà: è costretto a trattare con le milizie, cui delega persino il controllo di infrastrutture fondamentali come la sicurezza dell'aeroporto. E le tribù burrascose sono in perenne stato di guerriglia, senza contare la minaccia e le violenze degli islamisti.

D'altronde, per fermare gli sbarchi già l'ex ministro Minniti aveva scelto la strada dell'accordo con la Libia. Fornì aiuti e formazione, denaro e vedette alla guardia costiera libica: la ricetta ridusse drasticamente gli sbarchi, meno 77%, provocando nausee a sinistra perché chiudeva un occhio e mezzo sulle reali condizioni in cui veniva a trovarsi chi aveva provato a fuggire. 

Ora che il bastone di comando lo ha preso Salvini, tenendo al largo le Ong e aumentando l'affidamento alla Libia con nuove motovedette (promesse) e ulteriori aiuti, i numeri già esigui sono calati ancora: meno di cinquemila sbarchi da quando è diventato ministro. 

Ma la linea dura ha effetti collaterali drammatici: con la decina di vedette di cui dispone la guardia costiera libica non riesce a controllare centinaia di chilometri di costa in cui operano i trafficanti, e i numeri delle morti in mare sono tornati a salire. 

È l'effetto più drammatico, ma non l'unico: "Da quando la guardia costiera libica riporta qui i migranti - racconta il capo missione dell'Unhcr a Tripoli, Roberto Mignone - la situazione già difficile è peggiorata. I centri di detenzione sono sovraffollati".

"Noi siamo presenti al momento dello sbarco - spiega Di Giacomo dell'Oim - ma poi le persone vengono mandate nei centri di detenzione arbitraria in cui vengono tenuti anche i bambini in condizioni di vita inaccettabili". 

"Purtroppo in Libia le milizie controllano tutto - dice Francesca Mannocchi, ultima giornalista italiana ad aver visitato i centri di detenzione - hanno ottenuto persino il diritto di intercettare i telefoni e le mail di giornalisti e attivisti. Ho incontrato ottime persone, tra gli operatori dei centri, ma in maggioranza sono sotto ricatto. Se i trafficanti vogliono ragazze minorenni da spedire in Italia come prostitute, le ottengono. Si compra tutto, la corruzione è estremamente diffusa anche nelle istituzioni".

"La Libia non ha firmato la convenzione per i diritti dell'Uomo - ricorda Mignone - e chiunque non sia in regola con i documenti viene detenuto in condizioni molto difficili: viene rilasciato solo se torna volontariamente in patria, o evacuato in paese sicuro se rifugiato". Molti migranti portati in Europa raccontano di essere usciti pagando. E i rapporti di organizzazioni come Amnesty denunciano "centinaia di testimonianze di persone che hanno descritto con dettagli raccapriccianti gli abusi cui sono state sottoposte o hanno assistito".

Salvini, come già Minniti, punta sul Niger per le evacuazioni: "Da dicembre ne abbiamo fatte 1.800 - dice ancora Mignone - la maggior parte delle quali, 1.500, in Niger. I paesi europei avevano promesso di prenderne 4.000: a metà anno ne hanno presi 207. Così si forma un collo di bottiglia: il Niger ha capacità di accogliere 1.500 persone, ed è satura".

I centri di detenzione ufficiali, in Libia, sono 17. Secondo l'Unhcr ospitano 11mila persone. E ci sono 53mila rifugiati, molti dei quali non hanno intenzione di venire in Europa: "Molti vengono da paesi arabi e sono integrati. Quelli dall'Africa subsahariana invece sono a rischio, e cerchiamo di evacuarli". Verso un porto sicuro che non può essere la Libia: non sono le Ong a dirlo; sono i rapporti ufficiali. Quello edito tre mesi fa dell'Onu denunciava la "detenzione arbitraria di intere famiglie su base tribale", e l'assenza "di accesso alla giustizia per le vittime mentre le milizie - pagate anche con soldi italiani - godono di totale impunità".

Paolo G. Brera

USA - Ohio - Per Raymond Tibbetts stop alla pena di morte. Considerata l'infanzia traumatica.

La Repubblica
Condannato a morte e poi "graziato": ora sconterà l' ergastolo.
È accaduto al 61enne Raymond Tibbetts, colpevole del duplice omicidio del suo padrone di casa, Fred Hicks, e della neomoglie, Judith Crawford, uccisi nella residenza condivisa dai tre a Cincinnati, nello Stato americano dell' Ohio, ventuno anni fa. 

Raymond Tibbetts, 61 anni
Tibbetts era stato condannato alla pena di morte, ora commutata in ergastolo dal giudice John Kasich per "errori fondamentali" commessi durante il processo.
L' esecuzione era già prevista per lo scorso ottobre, poi rimandata a causa della richiesta di clemenza di Ross Geiger, ex giurato del processo. 

In una lettera, Geiger spiegava che la difesa aveva omesso prove attenuanti legate all' infanzia traumatica di Tibbetts, dall' abbandono alle violenze fisiche e psicologiche subite negli orfanotrofi. In luce delle nuove prove, Kasich ha dunque concesso la grazia. - 

Silvia Martelli.

Francesca Peirotti "Condannata perché trasportavo migranti in Francia? Lo rifarei subito. Quel confine è chiuso solo per i neri"

La Repubblica
Parla Francesca Peirotti, la cuneese a cui i giudici di Aix en Provence hanno inflitto 6 mesi: "Non sono una trafficante, penso solo che sia giusto aiutare persone in difficoltà".
Francesca Peirotti (al centro) durante un presidio di solidarietà
a Nizza in occasione del processo di primo grado
“Quella pronunciata contro di me è una sentenza politica”. Francesca Peirotti, 31 anni, è stata condannata a 6 mesi con la condizionale dal tribunale di Aix en Provence, in Francia, il 19 maggio scorso, per aver trasportato su un furgoncino da Ventimiglia a Nizza un gruppo di migranti originari del Ciad e dall’Eritrea, compreso un neonato. 

Oggi lei, originaria di Cuneo, vive a Marsiglia dove si è costruita una famiglia e dove lavora. I fatti che l’hanno portata davanti al tibunale risalgono all’8 novembre 2016. Assistita dal suo avvocato Zia Oloumi, Peirotti era stata condannata in primo grado, nel maggio 2017, ad una multa di 1000 euro ma aveva deciso di fare ricorso. Ma qualche giorno fa è arrivata una condanna molto più pesante.

Perché ha deciso di fare ricorso?
“Perché non ho fatto niente di male. Non sono un passeur, una trafficante, ho solo aiutato delle persone in difficoltà, ma la solidarietà è considerata un crimine. Ho deciso di fare ricorso perché non accetto una condanna per questo. E non accetterò nemmeno la sentenza della corte d’Appello, andrò fino in Cassazione e oltre, se sarà necessario. Non mi aspettavo che la condanna sarebbe stata innalzata, pensavo che al massimo avrebbero confermato la multa, ma evidentemente hanno voluto mostrare i muscoli”.

C’è la possibilità, se la condanna diventerà definitiva, che le venga vietato di vivere nella regione delle Alpi marittime per cinque anni. Questo la spaventa?
“Qui ho un lavoro e la mia famiglia, non credo sarà tanto facile mandarmi via o addirittura espellermi, e secondo me i magistrati e i giudici lo sanno benissimo: stanno cercando di convincermi a mollare, ma io non mi fermo”.

Cos’è successo quell’8 novembre 2016?
“Niente che si possa considerare un crimine. Ho aiutato degli amici, li ho accompagnati a Nizza e avevo intenzione di ospitarli a casa mia. Gli avrei chiesto dove fossero diretti e se avessero avuto bisogno di abiti o altro. Li stavo solo aiutando”.

Però l’accusano di aver favorito l’immigrazione clandestina.
“Accusano le mie idee politiche, il fatto che io abbia detto che quel confine non esiste”

Quello di Ventimiglia?
“Esatto. Io sono di Cuneo e ho passato tutte le estati della mia infanzia al mare. Attraversavo il confine e nessuno mi diceva niente perché ho la pelle chiara e i documenti italiani. Anche adesso nessuno mi ferma. I francesi non accettano che gli venga detto che quello non è un confine, ma un filtro che discrimina in base al colore della pelle. Io proprio non capisco come sia possibile che io possa passare tranquillamente solo perché sono una privilegiata”

Crede sia una guerra contro la solidarietà?
“E cos’altro? Stanno criminalizzando chi aiuta. Lo fanno a Ventimiglia e anche a Briançon. Io non ho mai fatto qualcosa pensando che potessero fermarmi e incriminarmi, altrimenti non avrei preso l’autostrada, avrei scelto almeno una strada secondaria”.

Questa condanna cambia qualcosa nella sua vita adesso?
“Per me assolutamente niente, mi spiace solo che faccia preoccupare persone a cui voglio bene”.

Se le capitasse ancora di incontrare qualcuno in difficoltà, lo rifarebbe?
“Sì, senza alcuna esitazione”.

lunedì 23 luglio 2018

Sant'Egidio: Contro l'isolamento degli anziani, principale causa di morte. Riaprire i flussi. Servono 50mila "badanti"

Roma Sette
Superare l’isolamento sociale degli anziani, causa principale della più alta mortalità degli over 70 nei mesi estivi. La vicinanza di un "badante" (figura molto richiesta e ormai quasi introvabile) può essere vitale.

Riaprire, per il 2019, del decreto flussi per motivi di lavoro a non meno di 50mila persone, sostanzialmente bloccato e non rinnovato dal 2011.


Questa è una delle priorità della Comunità di Sant’Egidio ribadita questa mattina, il 17 luglio, nel corso di una conferenza stampa tenuta dal presidente Marco Impagliazzo, il quale ha colto l’occasione per rilanciare una proposta presentata anche ieri sera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vale a dire la riapertura, per il 2019, del decreto flussi per motivi di lavoro a non meno di 50mila persone, sostanzialmente bloccato e non rinnovato dal 2011. 

Questo, ha spiegato Impagliazzo, permetterebbe agli immigrati un «ingresso legale» nel nostro Paese, che si avvarrebbe nuovamente di assistenti familiari, i cosiddetti badanti, figura professionale «molto richiesta ma quasi introvabile».

A Roma, stando ai dati aggiornati al 1° gennaio 2017, gli anziani sono 599.827, su una popolazione residente di 2.873.494. Gli over 80 sono 196.587, cioè il 6,8% del totale, gli over 85 sono 97.143. 
Allarmante nella Capitale il numero delle persone sole: 250mila anziani che costituiscono il 44,1% dei nuclei familiari e il 20,9% della popolazione residente. 
Nel municipio I le famiglie mononucleari sono il 62,3%, record assoluto tra i municipi di Roma. Sopra la media sono anche il II (l’unico, insieme al I, sopra al 50%), l’VIII, il III, il XII e il XV. In questo contesto rientra l’istituzionalizzazione degli anziani, sempre più spesso costretti a rivolgersi agli ospizi, case di cura o strutture «a volte non controllate né dalle Asl né dai municipi», ha spiegato Impagliazzo.
Il presidente di Sant’Egidio ha proposto «la difesa del modello italiano di cura dell’anziano in casa» e alle istituzioni ha chiesto la creazione di una cabina di regia che possa spingere all’assistenza sociale e sanitaria. «Il nostro appello affinché ci sia un indirizzo politico nuovo che rispecchi la tradizione del Paese è fare di tutto affinché gli anziani vivano a casa propria», ha aggiunto. 

In alternativa ha ricordato che la Comunità da oltre 40 anni per rispondere all’isolamento degli anziani propone soluzioni abitative alternative al ricovero in case di riposo come i condomini protetti e il co-housing. Nel primo caso di tratta di intere palazzine articolate in unità abitative autonome per una o due persone (mini appartamenti di 40 – 60 metri quadrati ciascuno), collocate in centri abitati forniti di servizi, dedicati a persone autosufficienti ma senza casa, sfrattati, persone sole. Vi è poi il co-housing, convivenze realizzate con l’incoraggiamento e con il sostegno della Comunità.

Nel corso della conferenza Impagliazzo ha ricordato il programma “Viva gli Anziani!” nato a Roma nel 2004 come sperimentazione della Comunità di Sant’Egidio e del ministero della Salute, in collaborazione con Roma Capitale, successivamente con Asl Rm 1, Asl Rm 3 e dal 2016 con Enel Cuore, in risposta all’impressionante picco di mortalità osservato nell’estate del 2003, quando morirono in Europa migliaia di anziani, a seguito delle eccezionali ondate di calore. 

Attivo a Garbatella, Monti, Trastevere, Testaccio ed Esquilino segue 5.120 over 70 e rappresenta un servizio innovativo per il contrasto dell’isolamento sociale, attraverso la creazione di reti che si collocano accanto alle risposte tradizionali (assistenza domiciliare, servizi residenziali) e raggiungono ampie coorti di popolazione esposte a rischi. 

Tra i risultati del programma la riduzione della mortalità, del ricorso all’ospedalizzazione e della residenzialità. Proprio grazie al lavoro di prevenzione messo in atto con l’iniziativa, gli anziani seguiti in questi anni sono riusciti a rimanere a casa propria, anche in condizioni di salute e socio-economiche difficili. 

Il tasso di ricovero in istituto fra gli anziani seguiti dal programma infatti è quasi dimezzato (lo 0,6% annuo tra il 2005 ed il 2013) rispetto all’1% osservato in situazione analoghe a Roma. Il costo: 81 euro all’anno per anziano.

Roberta Punto