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sabato 5 settembre 2015

US - Connecticut - Prosecutor appeals end of death penalty

ctpost
Rocky Hill — The state’s top prosecutor is asking the state Supreme Court to reconsider its 4-3 decision ending the death penalty in Connecticut.
Chief State’s Attorney 
Kevin Kane
“The Division of Criminal Justice recognizes the complex legal and policy issues that the court confronted in this crucially important case,” Chief State’s Attorney Kevin Kane said in a motion filed Friday afternoon with the Supreme Court.

“And, as always, the division realizes there are legitimate opinions on both sides of the death penalty debate. But the process that the majority followed in reaching its conclusion deprived the division of the opportunity to address the concerns that drove the results and led the majority unaided by the time-tested adversarial process t o inaccurate assumptions and errors of law.”

This motion leaves the 11 inmates on Connecticut death row in limbo.

Kane said the motion “speaks for itself,” and declined further comment.

Last month, the state Supreme Court, in deciding the death penalty case of Eduard Santiago, went beyond what it was asked to consider in that case and threw out Connecticut’s death penalty.

Though neither side in that case argued the points, the state’s highest court ruled the death penalty should be abolished because: the state rarely imposes the death penalty; there are other states that have abolished the death penalty; and there are racial disparities in the way the death penalty is administered.

“The majority opinion, along with the concurring opinion of two justices, addresses issues, undertakes analysis and relies on materials that were never raised or presented and never subjected to any adversarial inquiry,” the prosecutor’s motion states.

In Siria, una popolazione disperata è prossima alla follia

swissinfo.ch
Mentre l’Europa è confrontata con un’ondata di rifugiati, un nuovo rapporto della Commissione d’inchiesta sulla Siria evidenzia il calvario senza fine dei civili, in particolare delle donne e dei bambini. Anche la loro salute mentale è sempre più a rischio, indica a swissinfo.ch un esperto del Comitato internazionale della Croce Rossa.
L’immagine di Aylan Al-Kurdi, il bambino trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia - dopo il naufragio della sua imbarcazione con cui tentava la fuga - è circolata sui media sociali e si è conquistata, purtroppo, le prime pagine dei giornali. Una tragedia umana che sembra quasi fare da preludio alla presentazione a Ginevra del nuovo rapporto della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sulla Siria, organismo creato dal Consiglio dei diritti umani.

«La vita dei bambini siriani è stata distrutta dalla brutalità della guerra. Un numero incalcolabile ha subito le stesse violenze degli adulti, senza distinzione. Le parti in conflitto continuano ad arruolare e inviare bambini al fronte. […] A causa della ripetuta esposizione alla violenza e all’insicurezza, i bambini nell’intera Repubblica araba di Siria presentano sintomi da trauma, disturbi mentali e comportamentali, così come patologie post-traumatiche da stress. La lunga durata del conflitto [quattro anni e mezzo, ndr] riduce la loro capacità di resistenza», illustrano nel rapporto (in inglese, traduzione di swissinfo.ch) gli inquirenti, tra cui anche la svizzera Carla Del Ponte, dopo le indagini svoltesi tra il 10 gennaio e il 10 luglio 2015.

I belligeranti hanno perso il controllo della guerra
Specializzato in salute mentale, Senop Tschakarjan del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) corrobora il triste bilancio del rapporto: «Ogni nuovo attacco e ogni nuova atrocità aumentano il numero di persone traumatizzate, in particolare i bambini. Una buona parte dei civili sembra riesca a resistere. Tuttavia, con il passare del tempo, il rischio di soccombere aumenta».

Sulla durata della guerra, il rapporto dell’ONU è pessimista. «Nessuna delle parti in conflitto sembra essere vicina alla sconfitta, così come nessun belligerante pare possa avere la meglio in questa guerra civile. Dopo oltre quattro anni di combattimenti, tutti hanno ottenuto fondi, vincite territoriali e capacità operazionali sufficienti per permettere loro di continuare per più anni.

La concorrenza tra le potenze regionali [nel conflitto, ndr] ha prodotto innumerevoli conseguenze, tra cui un’esacerbazione allarmante della dimensione settaria, favorita dall’intervento dei soldati stranieri e degli estremisti religiosi.

Le parti in conflitto hanno progressivamente perso il controllo sul corso degli avvenimenti poiché una serie di fattori esterni ne ha offuscato la dimensione interna».
Ospedali presi di mira
La distruzione del sistema sanitario è una di queste conseguenze. «I continui bombardamenti aerei siriani su obiettivi casuali hanno distrutto gli ospedali, anche quelli di campagna, le cliniche, l’equipaggiamento medico, i depositi di medicinali e hanno causato la chiusura temporanea o definitiva di istituti sanitari».

Tutte le parti in conflitto sono responsabili di questa situazione, indicano gli inquirenti dell’ONU: «Con i loro attacchi, i contendenti hanno colpito anche il personale medico, sovente nell’ambito di offensive più ampie contro le installazioni e le infrastrutture sanitarie».

I combattenti dello Stato islamico (IS) aggravano ulteriormente la situazione nelle zone sotto il loro controllo: «Le regole dell'IS, che impongono la separazione dei sessi, hanno un impatto negativo sulle donne poiché riducono la loro capacità di accedere alle cure sanitarie. Nel 2013, molti medici sono fuggiti dalle zone controllate dall'IS. Inoltre, il numero di donne medico nella regione è molto esiguo. Per questo motivo scarseggiano anche le ginecologhe».
Dopo la fuga, il calvario continua
Non resta che la fuga per scappare da questo inferno. «Con oltre quattro milioni di rifugiati e circa 7,6 milioni di sfollati, la metà della popolazione siriana è ormai sradicata», indica il rapporto.

Anche se un numero crescente di siriani tenta di raggiungere l’Europa, la maggior parte sopravvive nei campi profughi in Siria o nei paesi limitrofi. Quanto scrive il rapporto su questi insediamenti è agghiacciante: «I campi sono dei posti in cui regna l’insicurezza. Il bisogno di protezione dei membri femminili delle famiglie e i costi per l'assistenza delle grandi famiglie hanno causato un aumento dei matrimoni in giovanissima età nei campi. Ciò ha conseguenze [negative, ndr] per l’educazione, la salute e la vita delle giovani donne della Siria.

I figli denotano degli evidenti sintomi da trauma. L’esposizione ripetuta alla violenza, alle perdite di familiari, i continui spostamenti e l’instabilità hanno un impatto particolarmente grave sulla vita dei bambini siriani».

Ma, come rivela il medico Senop Tschakarjan, la sicurezza è una condizione prioritaria per non aggravare ulteriormente la salute mentale delle vittime di questa guerra che ha fatto più di 230mila morti, stando all’Osservatorio siriano dei diritti umani: «Per salvaguardare la salute mentale sarebbe meglio restare nella regione dove la mentalità, la cultura sono simili. La fuga verso l’Europa aggiunge altre drammatiche esperienze alla vita delle vittime, a cui potrebbe sommarsi la richiesta d'asilo negata. Ma la possibilità di vivere in un posto sicuro è comunque lo strumento migliore per fermare la spirale di violenza e di traumi».

Come ricorda il rapporto: «Migliaia di siriani affidano il loro destino nelle mani dei passatori e dei trafficanti per affrontare dei pericolosi viaggi in imbarcazioni di fortuna attraverso il Mediterraneo». Dal 2011, oltre 2000 rifugiati siriani sono annegati nel disperato tentativo di trovare la sicurezza in Europa.
L’Europa non può sfuggire alle sue responsabilità
In questo momento, il fallimento totale per quanto riguarda la protezione dei rifugiati siriani si traduce in una crisi umanitaria senza precedenti nell’Europa del Sud. È fondamentale che i Paesi rispettino il principio di non respingimento e che ottemperino ai loro obblighi secondo il diritto internazionale consuetudinario e convenzionale». Un appello che comincia a essere ascoltato, ma che continua a dividere gli Stati membri dell’Unione europea.

Fonte: ATS

Immigrazione: Zagrebelsky "i diritti umani non sono più il cemento dell'Europa"

Il Sole 24 Ore
La foto del piccolo Aylan, cadavere sulla spiaggia di Bodrum, ha risvegliato sentimenti di commozione e di umana pietà e al tempo stesso ha imposto di guardare alle guerre degli Stati intorno al Mediterraneo, che di quel mare hanno fatto un cimitero, nonché alle pesanti responsabilità occidentali. Tuttavia, quello scatto evoca anche un sano senso di colpa, di vergogna, per l'incapacità dell'Europa di garantire accoglienza e, soprattutto, rispetto della dignità umana.


Gustavo Zagrebelsky, per anni giudice 
italiano alla Corte europea dei diritti dell'uomo
Come si concilia, infatti, l'Europa dei fili spinati, che alza muri e marchia in modo indelebile uomini, donne, bambini, con l'Europa dei diritti umani? Com'è possibile che le Corti europee stiano a guardare impotenti ciò che accade in Ungheria? E che gli Stati siano sordi al richiamo di quelle Corti al rispetto dei diritti fondamentali? Dove sono finiti - se ci sono mai stati - gli anticorpi contro il razzismo, in un'Europa che aveva scelto il motto: "uniti nella diversità"?
"C'è un progressivo disfacimento dell'idea dei diritti umani come cemento dell'Europa, perciò comprendo lo smarrimento", dice Vladimiro Zagrebelsky, per anni giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell'uomo.
"La mia principale preoccupazione - aggiunge - è soprattutto il riemergere di nazionalismi, di una contrapposizione tra "noi" e "gli altri" sempre più crescente e pericolosa tra gli Stati". Se ne è avuta una rappresentazione plastica a Ventimiglia, con le polizie italiana e francese schierate contro nel far passare la frontiera ai migranti o nel bloccarli. E così anche a Calais.

Zagrebelsky premette che quando si parla di migranti bisogna distinguere la dimensione sociale, politica e umanitaria da quella individuale. Quanto alla prima, "manca un comune sentire tra gli Stati", ciascuno dei quali pensa a se stesso, cavalcando umori e sentimenti dell'opinione pubblica, da cui dipende la sopravvivenza dei governi.

La dimensione individuale, invece, è quella che investe le Corti. Le quali, però, non nascono "per tutelare la violazione dei diritti", come si sarebbe portati a credere, ma "per risolvere specifiche controversie". Ciò spiega perché non è dalla contabilità delle condanne che si può misurare il tasso di aderenza degli Stati ai principi che essi stessi hanno sottoscritto, poiché le sentenze dipendono dai ricorsi che vengono presentati.

Detto questo, si ha la sensazione che Strasburgo abbia via via ceduto alla pressione dei governi, consentendo la deroga di alcuni divieti (lasciata, ad esempio, all'apprezzamento nazionale). "Il che - osserva Zagrebelsky - significa ammettere un'Europa che sui diritti è un po' a macchia di leopardo, laddove l'obiettivo iniziale era invece l'armonizzazione dei diritti. Obiettivo al quale si è, di fatto, rinunciato".

"Ormai è in corso il disfacimento dell'idea dei diritti umani come cemento dell'Europa" prosegue Zagrebelsky. I governi "remano contro", spinti come sono da un'opinione pubblica che non si è nutrita dei valori sanciti nei patti sottoscritti dagli stessi governi. I quali, peraltro, poi si mostrano insofferenti a quei principi e alle sentenze della Corte.

Ad aprire il varco è stato il Regno Unito, protagonista di uno scontro violentissimo conia Corte europea sulle espulsioni (negate) nei confronti di terroristi originari di Paesi in cui non vi è tutela dei diritti umani. Sulla stessa scia si sono poi mossi altri governi, che non volevano andare in rotta di collisione con l'opinione pubblica impaurita, e perciò critica verso quelle decisioni. La Corte europea dei diritti umani ha mantenuto ferma la sua giurisprudenza che non ammette che persone (qualunque sia la loro condizione) siano esposte al rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti.

Certo è che, a fronte dei principi giustamente ribaditi nelle sentenze della Corte (comprese le due recenti condanne dell'Italia proprio in tema di migranti), si resta basiti per la disinvoltura con cui in Europa si alzano muri, si imprimono marchi sulla pelle, si impedisce di partire a chi ha documenti e biglietti, si nega accoglienza ai rifugiati politici.

"Purtroppo, pur con tutte le critiche che merita l'Europa, sull'immigrazione c'è almeno una forte dialettica che invece non c'è in altre parti del mondo. Basti pensare a cosa avviene in Australia o tra Messico e Usa", dice Zagrebelsky.

Che però teme i "crescenti nazionalismi": Italia, Germania, Finlandia, Ungheria... ciascuno ha una propria posizione e fa da sé. E se si pensa che i terreni su cui nascono le guerre sono l'economia e la paura, "gli ingredienti di una guerra ci sono tutti. L'Unione europea, nata per impedirla per sempre, dovrebbe rassicurarci". "Per fortuna - conclude - fra i giudici della Corte la cultura dei diritti ignora le frontiere. E questo, almeno, dovrebbe essere confortante".

di Donatella Stasio

Migranti, vescovo ausiliare Budapest: “In Europa se non aiutiamo i profughi abbiamo già perso le radici cristiane”

TV2000
“Se non riusciamo ad aiutare i profughi allora abbiamo già perso le nostre radici cristiane”. Lo ha detto il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Esztergom-Budapest, mons. János Székely, intervistato da Barbara Masulli in merito alle parole del premier ungherese Viktor Orban sul rischio che l’ondata di migranti possa minare le radici cristiane.

János Székely
“In Turchia – ha aggiunto mons. Székely – si sentono voci fra comunità musulmane che vogliono conquistare l’Europa. A volte un motivo religioso è presente nel cuore di questi migranti. Certamente l’Europa dovrebbe mantenere le sue radici cristiane per esempio aiutando questa gente”.

Mons. Székely ha commentato inoltre la decisione dell’Ungheria di costruire un muro di 175 chilometri e alto 4 metri lungo il confine con la Serbia per fermare i migranti illegali, sottolineando che “dove una frontiera è costruita con una difesa fisica tutto il processo d’immigrazione illegale si ferma. E’ una soluzione forte ma efficace” ma “questo non vuol dire che l’Ungheria vuole chiudere le porte”.

“Vorremmo per tutta l’Europa – ha aggiunto mons. Székely – una migrazione controllata e pensata e non nelle mani dei delinquenti e dei contrabbandieri, gente che mette in pericolo la vita di questi profughi o usa questa situazione per guadagnare tanti soldi. Vorremmo che tutto il processo fosse regolato e pensato”.

Per il Vescovo ausiliare di Budapest l’Occidente “dovrebbe decidere il progetto delle quote e ogni Paese dovrebbe accettare questi migranti”, e “tutti quei profughi che ad esempio si trovano in Turchia, più o meno 3 milioni, e che vogliono arrivare in Occidente, dovrebbero essere ridistribuiti in diversi Paesi cominciando dagli Stati Uniti fino all’ Australia. Tutti i paesi dell’Europa dovrebbero decidere quanta gente sono disposti ad accogliere magari iniziando da questi campi in Turchia. Con un processo controllato e legale si potrebbe accettare questa gente, non in questo modo che è incontrollabile, pieno di delinquenza e contrabbando”.

“Siamo davanti ad un grande evento storico – ha concluso mons. Székely – che sta cominciando adesso. Forse si potrebbe chiamare una nuova migrazione di popoli”.

venerdì 4 settembre 2015

Iran: Ten executions, one in public

NCR
The mullahs' regime in Iran on Wednesday hanged 5 prisoners collectively in the Central Prison of Karaj, north-west of Tehran.

The 5 prisoners, hanged at dawn on Wednesday (September 2), were between the ages of 28 and 30.

4 of them were identified as Mostafa Akhundzadeh, Hossein Jalali, Majid Rezai, and Hamid Farji.

The 5th prisoner was not identified. Iran's fundamentalist regime on Tuesday also hanged 4 prisoners in the north-western city of Tabriz and the western city of Sanandaj. Another prisoner was hanged in public in the southern city of Bandar Abbas on Monday.

Iran on Tuesday hanged 4 prisoners in the north-western city of Tabriz and the western city of Sanandaj. A 5th prisoner was hanged in public in the southern city of Bandar Abbas on Monday.

Zahed Hedayati and Jamal Jaafari were hanged in Sanandaj Prison.

Mostajab Pour Mohammad and Davoud Emazadeh were hanged in Tabriz Prison.

A young man, whose name was not given, was hanged in public near Barq Square in Bandar Abbas on Monday.

A statement by the Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights Zeid Ra'ad Al Hussein on August 5 said: "Iran has reportedly executed more than 600 individuals so far this year. Last year, at least 753 people were executed in the country."

Solo la pace può fermare i profughi: Sant'Egidio in Ungheria chiede leggi che rispettino i diritti umani

www.santegidio.org
Nell'ambito del suo impegno per una cultura dell'accoglienza, la Comunità fa appello al Parlamento per una legislazione equa e umana. L'apprezzamento dell'arcivescovo di Budapest, il card. Peter Erdő

Dai primi momenti della crisi umanitaria dei profughi provenienti dalla Siria e dalle altre zone di guerra in Medio Oriente, la Comunità di Sant'Egidio in Ungheria è impegnata nell'accoglienza dei richiedenti asilo e nello sforzo di comunicare una cultura di umanità e rispetto verso coloro che fuggono da situazioni drammatiche, anche a rischio della propria vita.
Qualche giorno fa, in occasione della festa nazionale di Santo Stefano, nel corso di una liturgia a cui hanno partecipato le massime autorità dello Stato, l'arcivescovo di Budapest, card. Péter Erdő, ha pubblicamente espresso il suo apprezzamento e invitato "al rispetto per l'impegno della Comunità di Sant’Egidio e di altri organismi e comunità cattolici i quali con amore e umanità soccorrono i più bisognosi.”
Ieri la Comunità ha divulgato un appello al Parlamento, in cui chiede di frenare l'emanazione di alcune proposte di legge volte a contrastare e a criminalizzare l'arrivo dei profughi.


Budapest, 2 settembre 2015
La Comunità di Sant’Egidio guarda con preoccupazione e compassione la vicenda dei richiedenti asilo che in Ungheria, e in via di transito, in altri Paesi dell’Europa cercano protezione, fuggendo dai propri Paesi lacerati da guerre e violenza. Simili tribolazioni possono ricordarle solo quei nostri compatrioti che hanno vissuto la seconda guerra mondiale, le conseguenti deportazioni, oppure coloro che hanno dovuto lasciare la loro patria nel 1956.

Certe misure prese dalle autorità aggravano la situazione di gente con grandi sofferenze alle spalle senza nemmeno contribuire alla soluzione del problema e alla salvaguardia dell’ordine pubblico – semmai, hanno degli effetti contrari. Consideriamo il filo spinato eretto al confine serbo-ungherese una di tali misure.

Abbiamo un simile parere su vari elementi del pacchetto legislativo messo in questi giorni sull’ordine del giorno del Parlamento. In particolare, la criminalizzazione del "passaggio non autorizzato” e del "danneggiamento della barriera frontaliera” sono motivi di grave preoccupazione. Le sanzioni penali conseguenti colpirebbero persone che atrraversano la frontiera non con intenzioni criminali ma perché disperati e in fuga. Un processo penale può disintegrare famiglie che neppure la guerra ha potuto disintegrare. Quanto alle eventuali espulsioni, tali sanzioni saranno comunque impossibili: il diritto internazionale e la Legge fondamentale (Costituzione) del nostro Paese vietano la deportazione in zone di guerra.

Allo stesso modo è preoccupante la regola progettata che in certi casi autorizzerebbe la polizia ad entrare in abitazioni private senza una precedente decisione del tribunale o della procura, qualora vi venga sospettata la presenza di un immigrato clandestino. Tale provvedimento colpirebbe quei nostri compatrioti che per motivi umanitari accolgono temporaneamente per esempio famiglie con bambini.

La prospettiva di una sanzione penale non fermerà coloro che, per paura per la propria vita e per quella dei propri cari si erano messi in fuga dalla morte certa, attraversando parecchi confini, soppravvivendo a numerosi pericoli. L’asserzione secondo cui i profughi aumenteranno se bene accolti ma invece diminuiranno se trattati con rigore, viene contraddetta dall’esperienza: non i fattori di attrazione, ma piuttosto la gravità dei motivi che spingono alla fuga influenzano il numero degli arrivi. Il rigore penale o altre misure di severità non sono adatti per risolvere la crisi dei profughi. Solo la pace nei Paesi d’origine potrà fermare l’esodo dei rifugiati.

Yemen: Human Rights Watch denuncia gravi abusi contro detenuti nella regione di Aden

Aki
I combattenti filogovernativi del sud tengono prigionieri nella regione di Aden almeno 255 prigionieri Houthi, tra i quali alcuni minori. "Le forze del Sud che hanno ripreso il controllo di Aden devono porre fine agli abusi contro i prigionieri e fare tutto il possibile per ristabilire l'ordine e il rispetto della legge in città - ha affermato Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente - Gli Houthi devono liberare chiunque sia stato ingiustamente detenuto". 


L'organizzazione chiede al governo in esilio, agli Emirati e agli altri membri della coalizione a guida saudita - intervenuta a fine marzo per contrastare l'avanzata degli Houthi - di fare pressioni sulle autorità ad Aden per la fine degli abusi e affinché vengano individuati e puniti i responsabili. Secondo Hrw, "i responsabili di maltrattamenti inflitti ai detenuti" potrebbero essere giudicati per "crimini di guerra". Stando a dati Onu, il conflitto in Yemen ha fatto oltre 4.400 morti dallo scorso marzo.